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Intervista a Claudio Vergnani – Il 18° vampiro

Claudio VergnaniQuando si parla di vampiri, tutto sembra irrimediabilmente già visto. Cosa ti ha convinto a raccontare ugualmente questa storia?

Proprio la tua considerazione. Se è vero che tutto va a gusti, personalmente ero stanco e anche dispiaciuto di vedere la figura del vampiro ingentilirsi e infiacchirsi sempre più, fino a snaturare le sue caratteristiche naturali. Quelle, per intenderci, che ne hanno fatto uno degli spauracchi più vivi, duraturi e terribili della storia del mondo, letteraria e non. Oggigiorno lo si vede impegnato in stucchevoli baciamano con leggiadre liceali o anche nel farsi mettere docilmente nel sacco da ragazzine acerbe e impertinenti. C’era di che preoccuparsi. E intristirsi. Ancora un po’ e ce lo saremmo trovato in qualche casa del Grande Fratello a tentare di sedurre la burina di turno, o – peggio – da Gigi Marzullo a piagnucolare inconsolabile per la decadenza del teatro italiano.
Quindi, ho recuperato alcune delle sue irrinunciabili caratteristiche e ho raccontato una storia diversa.

Uno dei punti di forza del 18° vampiro è senza dubbio l’ambientazione. Hai mai avuto dubbi sul fatto che l’idea dei vampiri a Modena potesse non funzionare?

Non mi sono mai posto il problema. Ho descritto ciò che vedevo e conoscevo. Il problema era raccontare una storia accattivante, per gli appassionati del genere e non. Se la storia è valida la puoi ambientare dove vuoi, a Modena, come in Transilvania, come a Zanzibar. Quindi il dubbio non era dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.

Nel libro citi molti riferimenti alla cultura vampiresca attuale, da Buffy ad Underworld e Blade. Cosa pensi delle varie sfaccettature che i nostri tempi hanno dato alla figura del vampiro?

Le trovo inevitabili. La figura del vampiro ci tiene compagnia da secoli – passando da autentico e tragico spauracchio più o meno legato ad eventi storici a intrattenimento letterario/cinematografico. Chi sopravvive (o, come nel suo caso, soprammuore) per secoli, volente o nolente, subirà qualche cambiamento. È un ciclo naturale. Non si può evitare. Poi ci sono le mode del momento. Oggigiorno il buonismo di maniera ha colpito persino lo sdegnoso dandy dagli aguzzi canini: se non è un santerellino tout court allora è un incipriato filosofo vagamente demodé che non stonerebbe in qualche studio televisivo a scambiare trite facezie di fronte a Fabio Fazio. Tuttavia le apparenze ingannano. Come diceva mia nonna: “Gratta un giapponese e ci troverai un samurai, gratta un russo e ci troverai un tartaro”. Quindi, gratta un vampiro e – sotto la brillantina e lo sguardo vacuo-adolescenziale – troverai di sicuro un mostro succhia sangue.

Parlando in termini di rapporti con la casa editrice, come hai vissuto la lavorazione del 18° Vampiro?

A costo di sottolineare l’ovvio, direi che è stata un’esperienza arricchente. Ho potuto lavorare insieme a professionisti seri, capaci, accoglienti e di parola. Con una profonda esperienza sia nel campo dell’editoria che dell’horror letterario in sé. Ma lo sapevo. Diciamo che ne ho avuta la conferma.

Il tuo scalcinato gruppo di cacciatori ha riferimenti reali come accade per l’ambientazione o sono tutti frutto della tua fantasia?

Ho descritto persone che conosco – o conoscevo – compreso il sottoscritto, calandole in un contesto tremendo che ne ha inevitabilmente messo a nudo da un lato le debolezze e le inadeguatezze, e dall’altro le risorse alle quali a volte un essere umano attinge per tentare di non affondare. Raramente ho dovuto chiedermi due volte come qualcuno si sarebbe comportato. Tutto si svolgeva lì, davanti ai miei occhi, chiarissimo. In certi momenti è stato quasi preoccupante: immaginando, ho anche scoperto cose – di me e dei compagni – non sempre positive. E nel romanzo ci sono. In quanto all’essere un gruppo “scalcinato”, be’… il punto è proprio questo… sfido chiunque a non perdere la testa e ad essere sempre razionale e lucido di fronte all’orrore più profondo, combattendo una battaglia sotterranea dove non vincerà mai nessuno…

Che cosa diresti ad un lettore indeciso che deve acquistare il tuo libro?

Che nel bene e nel male è veramente un romanzo innovativo. Innovativo e divertente; che è quel che più importa. A costo di apparire sopra le righe direi che vi è ampia materia di riflessione. Ho cercato di raccontare un orrore radicale e il modo in cui questo costringe chi lo affronta a misurarsi con il proprio coraggio, la propria motivazione, le proprie paure e le conseguenti umane debolezze. E ho calato il tutto nella cronaca attuale, senza risparmiare ironia e lunghi momenti di divertimento; senza eccessi ma anche senza censure. Raramente la nostra vita è logica, e lo stesso vale per quella dei protagonisti.
In ogni caso, Il 18° Vampiro è uno di quei romanzi dinanzi ai quali si può storcere il naso (i miei personaggi non brillano per correttezza, né umana né politica, e spesso il loro linguaggio è discutibile) ma dai quali ci si stacca solo dopo averli terminati. Dopo di che, se ne vorrebbe leggere ancora.

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Scritto da: Elfo il 14 Aprile 2009
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Il 18° Vampiro, Vergnani

Il 18° vampiro - Claudio VergnaniNon molto tempo fa mi sono trovata tra le mani Il 18° Vampiro, una delle ultime uscite della Gargoyle Books, ad opera dell’esordiente Claudio Vergnani. Mi ha molto incuriosita, perché la presentazione prometteva un’ambientazione del tutto particolare per un simile racconto: Modena. E di fatto questo è uno dei punti di forza di un libro che non mi ha delusa, ma che con un lavoro di editing un po’ più curato avrebbe potuto essere un esordio col botto, per Claudio, e invece lascia perplessi in diversi punti.

La storia è narrata in prima persona ed è quella di uno spiantato modenese che, per fuggire alle responsabilità e ad un lavoro dalle nove alle cinque, è finito in un giro piuttosto losco di cacciatori di vampiri. Questi antieroi si sono sempre limitati a compiere le loro imprese scovando le oscure creature nei luoghi più miserabili e massacrandoli durante le ore diurne, quando essi non possono difendersi. Ma qualcosa sembra andare storto e, tra i ricordi delle passate avventure e i timori per il futuro, la città di Modena vede l’espandersi di una violenza inaudita e inspiegabile a cui solo i protagonisti riescono a dare un senso: la presenza, cioè, di un Maestro Vampiro pronto a distruggere il mondo dei vivi.

Dalle numerose citazioni, si capisce che Vergnani abbia letto e visto una grande quantità di ciò che la cultura moderna ci ha trasmesso a proposito dei vampiri, da Bram Stoker a Buffy di Joss Whedon, e a suo merito va detto che è riuscito nell’intento di creare una sua storia con svariati spunti di originalità. La sua spinta narrativa è indubbiamente molto buona ed è per questo che a mio parere non è tanto la capacità dell’autore che è mancata, quanto il lavoro dell’editor.

Prendiamo il linguaggio: è vero che il turpiloquio fa parte del nostro comune modo di esprimerci e Vergnani attraverso l’uso di parolacce vuole anche delineare la scarsa levatura sociale dei protagonisti e la loro disperazione, però… il troppo stroppia. Su una pagina di quaranta righe ce ne sono una decina che si sprecano in parolacce ed alla fine si ottiene una minore scorrevolezza del testo e, soprattutto, si perde l’incisività: in certi punti la lettura si fa quasi imbarazzante (e ci tengo a dire che io non ho comunemente un linguaggio da educanda!). Secondariamente, ho trovato alcuni errori grammaticali; infine, ci sono parti che ho trovato annacquate e che non collaborano all’economia generale del testo.

Mi rendo conto che finora ho lanciato sassi pesanti contro questo libro e sembra che non lo abbia apprezzato: al contrario. Nonostante queste pecche, è stata una lettura intensa e godibile. I personaggi sono scavati a fondo nelle loro miserie così come negli attimi di eroismo che dimostrano. E’ ben chiarito il loro aggrapparsi alla caccia solo per non lasciarsi andare ad un vuoto interiore che forse è un po’ bagaglio di tutti. Inoltre le loro reazioni sono lontane dagli eroismi “all’americana” a cui siamo tanto abituati, e questo ce li rende più vicini e “veri”.

Le creature della notte hanno le caratteristiche classiche di non potersi spostare di giorno e di venire uccisi con i paletti o mediante decapitazione e sono particolarmente odiosi (talvolta anche troppo: si dilettano nell’umiliare il gruppo di cacciatori in tutti i modi possibili e immaginabili); tuttavia Vergnani ha l’abilità di amalgamarli perfettamente con la nostra realtà, e questo è un grande pregio.

Una parola, inoltre, va spesa per l’aspetto grafico del libro, molto curato sia in copertina che al suo interno. Consiglio il libro agli amanti del genere: troveranno senz’altro di che divertirsi ed appassionarsi. Chi invece è un po’ più tiepido quando si parla di succhiasangue e canini sviluppati potrebbe non apprezzare. Sono i rischi del mestiere: aspetto un altro libro di Claudio per mettere alla prova la mia buona impressione su di lui.

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Scritto da: Elfo il 14 Aprile 2009
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Le segnalazioni di Liblog – dall’11/04 al 18/04

Eventi vicini e lontani, per questa settimana…

  • martedì 14 aprile – Milano

Verrà presentato il prossimo martedì alla Fnac di Milano il libro Quando tutto diventò blu di Alessandro Baronciani, edito dalla casa editrice Black Velvet. Alle ore 18,00 sarà quindi presente l’autore.

  • mercoledì 15 aprileSan Francisco

Al PariSoMa di San Francisco si riunisce stasera il meglio del Creative Commons mondiale, al CC Salon, per discussioni e scambi di idee. Saranno spiegati tre progetti – Maneno, Global Lives, Global Oneness Project – e come l’introduzione del CC agevola lo scambio culturale e l’avanzamento. per informazioni e aggiornamenti il link è CC Salon SF.

  • giovedì 16 aprile –  Firenze

Selvaggia Velo, di River to river, presenterà giovedì alle 19 presso la Libreria Cafè Meykadeh Gente di Mumbai, di Munmun Ghosh; l’autrice indiana non potrà essere presente, ma non temete, verrà proiettata una video intervista e ci saranno anche altri materiali inediti (non vi diciamo di più, dovete andarci!).

  • venerdì 17 aprile –  Modena

Venerdì sera – un significativo venerdì 17 – sarà presentato il romanzo Il 18° vampiro, di Vergnani. Loredana Lipperini sarà la madrina dell’evento, che si terrà alle 19 al Caffè dell’Orologio e vedrà anche interventi di giornalisti, dell’editore e la presentazione di un racconto di Barbolini.

  • dal 17 al 19 aprile – Pisa

Si aprono il prossimo venerdì i lavori della manifestazione pisana intitolata Parco Libri e dedicata all’editoria e all’ambiente. Questa terza edizione, come le precedenti, si rivolge infatti a tutti quegli editori particolarmente sensibili ai temi ecologici e che ne contribuiscono la diffusione e la promozione, i quali inoltre contribuiscano a collaborare con gli enti e le aziende impegnate sul campo. Il programma di quest’anno sembra molto interessante, date un’occhiata.

  • venerdì 17 aprile – Roma

Alle ore 18,00 presso libreria Odradek verrà presentato il libro Nikolski (edizioni Voland). Saranno presenti l’auore Nikolas Dickner, il traduttore Francesco Gazzè e la giornalista Tiziana Lo Porto.

  • fino al 20 aprile – Novara

La provincia di Novara assieme alla Regione Piemonte hanno promosso quest’anno un festival dal titolo Scrittori&Giovani che si è aperto lo scorso 2 aprile e continuerà ad animare la splendida provincia piemontese sino a giorno. Sono previsti incontri con importantissimi nomi della letteratura mondiale: Daniel Pennac, David Grossman e Ricardo Menéndez Salmòn (per la prima volta in Italia) e i più nostrani Carlo Lucarelli e Giuseppe Culicchia. Saranno organizzati laboratori di scrittura, proiezioni di film e spettacoli di musica. Qui troverete maggiori informazioni.

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Scritto da: Memy il 11 Aprile 2009
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Lasciami Entrare, Lindqvist

Lasciami entrare - John Ajvide LindqvistBenché io sia tra coloro che non hanno apprezzato la serie di “Twilight” devo riconoscere ad essa un merito non da poco: avere aperto la strada a piccoli gioielli come Lasciami entrare (Låt den rätte komma in, in lingua originale) dello svedese John Ajvide Lindqvist, edito in Italia nella collana Farfalle di Marsilio.
Dimenticatevi del solito “bellone” con i canini sviluppati e delle fanciulle imbranate in perenne attesa di essere travolte dal sentimento (???), in una città dove il sole non c’è mai (misteri della Fede).

Il bel romanzo di Lindqvist è ambientato in un sobborgo di Stoccolma chiamato Blackeberg, un posto privo di qualsiasi attrattiva, in cui il dodicenne Oskar passa i suoi giorni senza altra scelta che coltivare un proprio mondo interiore, per sfuggire alla grigia realtà quotidiana. Vittima designata dei bulli della scuola, il ragazzo trova sollievo e incoraggiamento nella tenera amicizia di Eli, una sua coetanea giunta da poco ad abitare nell’appartamento vicino.

Il loro rapporto fa da perno ad un intreccio di personaggi secondari, ognuno con una propria storia di dolore e voglia di riscatto: i genitori di Oskar, i membri del vicinato, i compagni di scuola, ma soprattutto Håkan, l’uomo adulto che vive con Eli pur senza essere legato a lei da alcun legame di parentela.

Mentre il lettore è invitato, così, a riflettere su temi scottanti quali la pedofilia e l’estrema solitudine, la trama subisce una svolta a causa di una serie di efferati delitti, apparentemente privi di movente, commessi nei quartieri vicini. Allo stesso tempo Oskar si rende conto che Eli non è una ragazzina comune: perché, per esempio, appare soltanto quando fa buio? Chi è davvero l’uomo che vive con lei e di cui sembra avere bisogno? Questi interrogativi lo portano a scoprire una verità tanto incredibile quanto spaventosa: la sua amica ha bisogno di sangue umano per vivere.

Lasciami entrare tratta il tema del vampirismo secondo i consueti canoni (il titolo stesso si rifà alla leggenda secondo cui un vampiro non può entrare in un’abitazione senza un invito esplicito) eppure Lindqvist è capace di scavare tanto nella psicologia dei personaggi da rendere la mostruosità a portata di mano, il che rende questo libro particolare rispetto a molti altri che parlano dello stesso argomento.

Lo stile è asciutto, ma incisivo: il rimbalzare dei punti di vista tra i vari personaggi impedisce al lettore di annoiarsi e anzi fornisce una visione a tutto tondo della storia che, altrimenti, potrebbe risultare ingarbugliata. I tre protagonisti, Oskar, Eli ed Håkan, sono resi con pennellate di magistrale sensibilità nelle loro (poche) fortune così come nelle loro miserie mentre l’elemento soprannaturale non è mai tanto invadente da fagocitare il fulcro della storia, che è quello di un tentativo di fuga dalla solitudine da parte di anime che in qualche modo sono già condannate alla perdizione.

Non mancano scene macabre, in alcuni casi al limite dello splatter, ma nessuna di esse è presente soltanto per cercare l’effetto. L’insieme è un racconto di amore e dolore ben lontano dai canoni “vampireschi” collaudati e tanto cari alla moda del momento: solo per questo un libro così meriterebbe di essere apprezzato.

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Scritto da: Elfo il 10 Marzo 2009
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Ho freddo, Manfredi

Ho freddo, Gianfranco ManfrediQuando ho vistato la Fiera del Libro a Roma, lo stand che più mi ha incuriosita è stato quello della Gargoyle Books, una casa editrice che pubblica esclusivamente horror. Tornata a casa, ho fatto un salto sul sito e mi sono imbattuta nella pagina pubblicitaria di Ho freddo, ultima fatica di Gianfranco Manfredi. Ne sono rimasta colpita fin dall’inizio.

Il primo aggettivo che mi viene in mente pensando a questo libro è “denso”: denso di particolari storici molto curati, denso di avvenimenti interessanti (alcuni dei quali realmente avvenuti, sembra!), denso di brividi.

Sì, Ho freddo può essere definito un libro horror, ma decisamente sui generis. Manfredi, forte di studi approfonditi sia sul periodo storico che sui luoghi d’ambientazione (Cumberland, New England), si muove sempre sull’orlo che separa il fenomeno soprannaturale dalla scienza, creando nel lettore dubbi e aspettative di varia natura.

L’idea è quella di raccontare una storia che possa spiegare anche l’origine delle leggende sul vampirismo in America. L’autore la porta a compimento utilizzando il punto di vista di Aline e Valcour, due gemelli dell’alta società francese, i quali hanno eletto la scienza come perno della loro vita, seppure con diverse sfumature: Aline segue una via sperimentale e concreta, mentre Valcour è guidato spesso da una linea più filosofica e umanista.

Ai due fratelli si aggiunge Jan Vos, un aitante pastore olandese, diviso tra fede e ragione. Il terzetto di protagonisti si trova a dover spiegare scientificamente avvenimenti all’apparenza insondabili: le morti in sequenza di diverse ragazze per un fenomeno di consunzione può essere ricondotto a malattie molto diffuse all’epoca come la phtysis o le leggende dei “non morti” che tormentano i viventi hanno un qualche fondamento?

Con questo interrogativo, Manfredi accompagna i suoi lettori attraverso un intreccio complesso di leggende, fede, amori illeciti, riti e morti terrificanti, sfiorando, oltre al genere romanzesco, il trattato storico. Lo stile è infatti privo di fronzoli (salvo forse l’indugiare un po’ eccessivo nella descrizione degli abiti dell’eccentrico Valcour) ma efficace, i termini americani o storici sono spesso spiegati da note in fondo al capitolo.

Chi pensa che si tratti di un testo in cui le emozioni sono soffocate dalla cura delle rievocazioni storiche e dalle nozioni scientifiche cade, però, in un grosso errore: “Ho freddo” offre una gamma di sentimenti vari ed intensi, che ne fa una lettura consigliabile a chiunque non sia troppo impressionabile. La verosimiglianza degli eventi, infatti, incute una tensione fortissima che regge fino al finale aperto (sembra che le avventure di Aline e Valcour siano destinate a continuare).

L’edizione è molto curata e mi preme sottolineare come la casa editrice abbia sostenuto il romanzo anche con un sito internet in cui si possono trovare approfondimenti sulla trama, sui personaggi storici nominati, sulla costruzione del background, nonché alcune interviste rilasciate dall’autore stesso. Se voleste, quindi, saperne di più potete collegarvi all’indirizzo www.hofreddo.it e sono certa che non resterete delusi.

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Scritto da: Elfo il 26 Febbraio 2009
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Il caso Twilight(?)

Immagine anteprima YouTube

In questi giorni al cinema è uscito Twilight, un film tratto da un libro (parte di una serie) che non ho letto ma che è molto discusso. Come ogni successo commerciale, perché di successo si parla, le polemiche sono molte, moltissime.

Dato però che non ho letto il romanzo e volendomi fare una idea del contenuto e dello stile, sono andata in giro a spulciare blog, forum, social network per vedere posizioni e motivazioni. Ovviamente c’è davvero di tutto, e i commenti sono riportati senza nessun tipo di correzione ortografica.

Iniziamo dalla schiera degli entusiasti:

Questo è sicuramente l’Harmony più bello che leggerò mai.
Veramente.
Ci sarebbero milioni di cose da dire su questo libro, mi limiterò alle più ovvie ed essenziali: libro per adolescenti scosse dagli ormoni o no, è assolutamente geniale.
Riassume e condensa in sé due secoli di narrativa rosa, con una spruzzata di goth sui bordi (perché il goth fa un sacco figo), un assaggio di noir, e soprattutto un sacco di bishounen pericolosi ma buoni.

aNobii

Una bellissima storia.. affascinante, capace di catturarti all’interno delle pagine del libro. Può sembrare una frase fatta, ma credo sia un testo consigliabile a tutti coloro che sono capaci, come me, di farsi trasportare sulle ali dell’immaginazione attraverso storie bellissime. Molto bello!

aNobii

per 2 giorni mi sono immersa nel mondo di Bella e Edward, ho guardato con i loro occhi e sentito con le loro orecchie cose inimmaginabili; le fredde mani di Edverd hanno toccato le mie calde guance e le sue labbra sanguigne hanno sfiorato il mio collo tremante e ho respirato il suo odore da eterno seduttore. ragazzi siamo tutti perdutamente innamorati dell’Amore, dell’Amore impossibile, da ciò che non si può o non si dovrebbe avere, siamo tutti vittime di quegli occhi ambrati e di quel sorriso sghembo. solo Orgoglio e pregiudizio mi ha fatto stare sveglia la notte tanto a lungo e non perchè sia una amante del genere rosa. lo consiglio ardentremente perchè chi ha provato quelle senzazioni nella vita non può non riviverle con rinnovato ardore e chi ancora non assapora tanto eros, tanta incondizionata passione e dipendenza verso lo sguardo dell’oggetto amato spererà che sia così: vivere un amore come quello di Edward e Bella.

IBS

WOW! STUPENDO! è fantastico il modo di scrivere della Meyer, ti “prende” ed è impossibile nn emozionarsi assieme ai personaggi, immedesimarsi, affezionarsi a loro e sognare una storia d’amore fantastica, intrigante e vera cm quella di Edward e Bella… Sto leggendo l’ultimo della saga, spero sia al livello degli altri… CONSIGLIATISSIMO!!!!!!!!!!!!!

IBS

è un libro che ho letto tutto di un fiato,ti cattura, scorrevole, senza troppe difficoltà
letterarie….o grandi paroloni. Tutto sommato non si può definire un capolavoro, in quanto si capisce bene che è il primo libro scritto dall’autrice e manca di una certa maturità letteraria,
la storia penso comunque più adatta ad un lettore donna che uomo, è comunque molto coinvolgente e emozionante,ricca di dolcezza e romanticismo, adatta a chi ama sognare ad ochhi aperti, è in grado di rievocare le emozioni del primo amore…anche se ovviamente un pò atipico.

Qlibri

E adesso i detrattori, com’è giusto:

Una cosa che mi dà fastidio di questo libro è che ogni 10 righe una riga è dedicata a descrivere quantoèfresco quantoèbono quantoètogo il vampiro di cui s’innamora la protagonista. E che cavolo.

aNobii

Per quanto mi riguarda ho letto soltanto il primo libro della trilogia e di sicuro eviterò gli altri. Sinceramente Twilight non mi è piaciuto neanche un po’: l’ho trovato a tratti estremamente banale e a tratti profondamente irritante.
Inizialmente mi sono detta che forse questo poteva essere dovuto al fatto che la Meyer ha scritto un libro per teenagers in cui racconta le vicende quotidiane di una ragazzina qualsiasi, con le sue insicurezze e la prima cotta e che quindi fosse ovvio per me rimanere indifferente al romanzo. Poi però mi sono resa conto che il libro non mi sarebbe piaciuto nemmeno se lo avessi letto nell’età “giusta” che colloco tra i 10 e i 14 anni.

aNobii

Ho letto il libro convinta dai commenti dei lettori. Ne sono rimasta assolutamente delusa. Il libro è assolutamente inutile. Peccato, perché depurato da fastidiose e superflue sdolcinature poteva risultare un buon libro. Le sdolcinature occultano il soffermarsi sulla complessità e il dramma che dovrebbe derivare dalla storia d’amore umano-vampiro. E la Meyer, non aggiunge nulla all’immaginario dell’universo vampiresco. I suoi vampiri sono indegni di qualsiasi nota.

IBS

Se hai dai 15 ai 18 anni indubbiamente è un libro che può affascinare, l’idea è accattivante, ma ha uno stile povero, il numero delle pagine non equivale al contenuto, per spiegarmi meglio, il tutto si poteva racchiudere nella metà delle pagine scritte. L’autrice sembra proprio una scrittrice improvvisata. E’ un libro per adolescenti e come tale deve essere letto ma mi chiedo, quasi con fastidio, perchè ci deve essere sempre la medesima formula: lei impacciata e decisamente incapace e lui bello come un dio perfetto sotto ogni aspetto, paladino della dolce pulzella indifesa? E’ ancora questo il modello che diamo nel rapporto uomo-donna?

Qlibri

Dal punto di vista tecnico la Meyer narra in prima persona, immedesimandosi in Bella, al passato. Il romanzo è molto raccontato, più che mostrato, ma qui non se ne può fare una colpa all’autrice: data l’insignificanza degli eventi, è meglio così. [...] o stile della Meyer è semi-professionale, ovvero segue, per quel che la limitata sua intelligenza le consente, quelle tre-quattro regolette della narrativa, e basta questo a creare un romanzo leggibile. Rimane uno schifo, ma è uno schifo scorrevole. Cioè la Meyer scrive almeno un romanzo giudicabile. Tanti “scrittori” nostrani paiono dotati di maggior talento, ma poco importa se non si possiede un minimo di tecnica. Se il lettore crepa di noia a pagina 10 le buone idee non emergeranno mai.

Gamberi fantasy

Ora, appaiono evidenti alcuni dati, condivisi sia dai detrattori sia dagli estimatori: il libro è scritto benino. Ovvero non è bellissimo, solo che gli uni tendono a farne una leva per demolire il libro, gli altri giustificano l’autrice perché “è al suo esordio”.

Secondo dato è che si tratti solo lontanamente di un fantasy, ma in realtà il libro migri più verso il romanzo rosa, solo che il magnate (in genere di questo si tratta) stavolta è un vampiro.

I punti di forza del libro sembrano essere le analisi dei turbamenti adolescenziali della protagonista, scritti in forma diaristica, ma senza un vero approfondimento psicologico, a quanto pare.

Per quel che ho potuto desumere, dalla panoramica qui su,  sembra che io sia parecchio fuori target, e spero di avervi aiutati a decidere se voi lo siate o meno.

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Scritto da: Livia il 25 Novembre 2008
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Il Conte dice la sua! – Vampiro, Saberhagen

saberhagen Il Conte dice la sua!   Vampiro, SaberhagenSono sempre qui, tra noi, e, benché come il romanzo poliziesco, le storie di fantasmi, il romanzo rosa (e anche quello erotico, direi) il piatto offerto al lettore sia sempre lo stesso, il modo di confezionarlo e presentarlo – evitando ripetitività e noia – rimane compito dell’Autore.

Fred Saberhagen (Frederick Thomas Saberhagen 1930-2007) è probabilmente più noto per i suoi romanzi di Fantascienza (conosciuta è la sua Space Opera militare dei Berserker). Ma ha anche scritto di Fantasy e pure degli originali sequel mescolando personaggi letterari già parecchio popolari quali Sherlock Holmes e, appunto, il Conte Dracula al quale in questo libro, Vampiro, si dà la parola affinché esponga la sua versione della sua famosa storia raccontata da Harker e altri nel romanzo dell’irlandese Bram Stoker (Abraham “Bram” Stoker 1847-1912) uscito nel 1897.

Qui è il nobile in persona che spiega dal proprio punto di vista le vicende narrate: i suoi rapporti – diciamo pure piuttosto sanguigni – con le protagoniste, le sue vere fobie e altro che lascio all’eventuale lettore scoprire.

L’espediente letterario che mette in moto questo romanzo è una edizione ammodernata del “manoscritto ritrovato”: in questo caso, anziché un manoscritti si trovano nastri da ascoltare. Dopo quello del summenzionato Stoker, è difficile riscontrare un po’ di novità in romanzi di questo genere.

Facendo parlare il Conte, Saberhagen in una maniera semplice è riuscito a creare ancora qualcosa di piacevole e a incuriosire il lettore che sia questi un cultore di questo tipo di storie oppure no.

Naturalmente, la tradizione letteraria dei vampiri non comincia col romanzo del vecchio Bram – che, se non ricordo male e sicuramente non ricordo dove l’abbia letto, fu anche segretario particolare di Lord Wilde (il papà di Oscar).

Il primo vampiro letterario Inglese fece la sua comparsa quasi per gioco e senz’altro per passatempo nel maggio del 1816 m a fu pubblicato tre anni dopo col titolo The Vampyre con la firma – per un errore dello stampatore o di chissà chi – di Lord Byron, mentre il vero autore era stato il giovane medico personale di questi John William Polidori (1795-1821). In realtà l’errore di attribuzione è in qualche modo spiegabile.

Questo racconto era infatti basato su di un frammento del Byron. Il merito del Polidori fu quello di ammantare e connotare il personaggio principale di un alone di nobiltà e di fascinosa tenebrosità prese senz’ombra di dubbio dal famoso grand’uomo alle cui dipendenze lavorara.

Quando Polidori inventò The Vampyre, aveva solo due anni chi presentò parecchi decenni più tardi – nel 1872 – il più conosciuto vampiro donna (che con donne se la faceva) della Letteratura Inglese; fu l’avvocato (anche lui irlandese come Stoker) Sheridan le Fanu (1814-1873) col suo romanzo Carmilla.

E poi venne Bram, il cui Dracula all’uscita non ebbe poi quel gran successo che il destino gli avrebbe riservato qualche decennio più tardi.

E poi di mogli amanti, figli, nipotini del vampiro ne vennero molti altri di cui qui sarebbe un tantino laborioso e noioso raccontare. Meglio è per noi tacere e lasciar il nobil Conte dire la sua.

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Scritto da: sfranz il 11 Novembre 2008
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