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Se tra le affezionate lettrici di Liblog c’è qualcuna che non sa che farsene dell’amore di un uomo del nostro mondo perché il suo più grande sogno (neanche tanto inconfessato) è quello di pescare nell’altro, troverà molto interessante questo libro. Non sto parlando di necrofilia, per quanto sui gusti non si discuta, quanto piuttosto di vampirismo, inteso non come desiderio di diventare un non-morto con i canini quanto piuttosto..di impalmarne uno!
Confessate, leggendo queste parole il pensiero di buona parte di voi è andato subito verso il vampiro più “in” del momento, l’unico che possa vantare degli splendidi occhi dorati da agnellino più che da predatore notturno. Ebbene, se il vostro sogno è proprio di conquistare il signor Edward Cullen allora non potete farvi mancare questo Twilight- manuale di seduzione di Sabina Morandi, vero e proprio compendio di istruzioni per l’uso.
È doveroso però che faccia una precisazione, se a qualche fan della Anne Rice o di Buffy si sono illuminati gli occhi leggendo queste righe: probabilmente, seguendo passo passo le istruzioni dell’autrice nessun Lestat o Angel o tantomeno Spike cadrà ai vostri piedi. Lo devo dire, con vero rammarico personale, perché tutto il manuale è rivolto a uso (sperando chiaramente in un consumo futuro) del vampiro della Meyer.
Altra precisazione: se tra di voi c’è qualcuno che ancora si chiede che cosa diavolo il vampiro più cool del ventunesimo secolo ci trovi nella goffa e sgraziata Bella, non compri il libro sperando di trovarvi dentro una spiegazione. La Morandi prende l’amore tra il bel vampiro e l’umana come dato di fatto e ne trae delle intelligenti conclusioni: è inutile porsi sterili domande sul perché ciò avvenga, è evidente che l’unico modo per conquistare anche noi un bel vampiro dagli occhi dorati è comportarsi esattamente come fa l’eroina del libro!
La Morandi lo dice a chiare lettere, senza girarci intorno: per quanto illogico e sconclusionato, persino patetico possa sembrare a volte il comportamento di Bella a noi ragazze moderne forti e indipendenti, evidentemente funziona. Ci sono ben quattro libri a testimoniarlo! Quindi bando alle ciance e sotto con gli svenimenti, le cadute improvvise, le occhiate da cerbiatta indifesa: se faremo esattamente come l’autrice ci suggerirà, non potremo mancare di colpire al cuore (termine forse inappropriato parlando di un morto) il nostro bersaglio. L’unica perplessità della nostra autrice, peraltro condivisibile, non è sul risultato, scontato, ma sulla premessa: perché tante giovani sembrano avere come unico desiderio “di cercarsi uno con i canini – e presumibilmente anche l’alito – del proprio gatto”?
Cavalcando l’onda del successo commerciale e di pubblico di Twilight, ma in generale di tutto il genere vampiresco, la giornalista italiana decide di farne dell’ironia a modo suo e devo dire, con classe. Il libriccino regala molti più sorrisi che grasse risate, lo confesso, ma il tutto avviene senza mai scadere nell’insulto gratuito, perché la Morandi sta alla larga da qualsiasi bassa insinuazione nei confronti delle capacità narrative dell’autrice americana tanto che non è facile capire, alla fine, se a lei i libri sono piaciuti oppure no.
Da leggere per rilassarsi un paio d’ore, aspettando di vedere quale moda sostituirà quella dei vampiri.
Sul finire degli anni 60 Sergio Bonelli muoveva i primi passi come sceneggiatore di fumetti e per non finire nel cono d’ombra dell’ingombrante genitore, il celebre Gianluigi, autore dello stravenduto Tex, si firmava sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta. È infatti con quel nom de plume che diede vita alle sue creature a fumetti più celebri, l’antieroe Mister No, che però arrivò più tardi, solo negli anni 70, ma soprattutto Zagor che, contrariamente all’altro grande personaggio bonelliano, prosegue tuttora la sua storia editoriale in edicola.
La serie è ovviamente una delle più longeve ormai del panorama nostrano ma anche una delle più originali come dimostra questo volume degli Oscar Mondadori, Zagor contro il vampiro, che ripropone due delle migliori storie del periodo d’oro, entrambe disegnate dall’altro autore storico della testata, il disegnatore ligure Gallieno Ferri.
La peculiarità di Zagor stava infatti, e sta tuttora, nel mixare in un’ambientazione western non troppo rigorosa, tutti (ma proprio tutti) gli elementi dell’avventura classica, con un’assoluta libertà di contaminazione da elementi fantasy ed horror, se non addirittura fantascientifici.
Anche il protagonista poi è un mix di ispirazioni e caratteri. Zagor, conosciuto anche come Lo spirito con la scure, è un bianco che si batte spesso al fianco dei pellerossa, un “giustiziere” idealista (ma simpatico, non temete) sempre pronto a schierarsi dalla parte del bene senza guardare al colore della pelle; si muove sfruttando meglio di Tarzan le liane della foresta di Darkwood (immaginaria ambientazione delle sue avventure) assai più volentieri che con più rare cavalcate in stile classico; e alla pistola, che maneggia pure egregiamente, preferisce una scure indiana con cui affrontare tanto comuni banditi quanto scienziati pazzi, uomini lupo, sacerdoti druidi, alieni e orde di non-morti.
Il tutto, dimenticavo, abitando in una capanna nel mezzo di una palude… Una palude nel New England. Una follia insomma, ma una contaminazione assai interessante, che incarnava perfettamente lo spirito d’avventura più libero del fumetto e della letteratura popolari, ma anche dei B-movies degli anni 50 e 60.
E in questo volume, come dicevamo, sono raccolte due storie, entrambe appartenenti al filone horror della saga: quella che dà il titolo al libro, Zagor contro il Vampiro, è esattamente ciò che promette di essere: una rivisitazione appassionata delle storie di vampiri più classiche, con un Conte transilvano direttamente ispirato ai film con Cristopher Lee e atmosfere gotiche estremamente efficaci e coinvolgenti, appena stemperate dalle occasionali gag della spalla comica di Zagor, il messicano Cico.
Non meno ispirata è la seconda avventura, forse meno famosa, ma ancora più cupa e drammatica: Dharma la strega è la storia di una maledizione indiana (ehm, indiana dell’India stavolta!) ai danni di un lord inglese condannato a trasformarsi in un uomo tigre, in un’intensa variante sul tema della licantropia. Indimenticabile. Davvero.
Sia Nolitta/Bonelli che Ferri sono qui al meglio delle loro capacità e della loro ispirazione, e se è vero che da più di qualche anno ormai ho perso di vista la serie, quelle storie, lette e rilette davvero decine di volte, non hanno perso un briciolo del loro fascino.
Per chi se le è perse all’epoca, il volumotto è consigliatissimo, con un vino giovane e leggero, un agile Marzemino.
Per metterli su Anobii vado a ripescare questi due libri di Richard Matheson (1926) che sapevo di avere e aver letto ormai parecchi anni fa. Ne ho un buon ricordo. Mi piace questo autore e quando mi tornano in mente i titoli dei suoi romanzi che ho letto (I vampiri – vecchio titolo con cui era stato tradotto I am Legend del ‘54, cui ha dato rinnovata notorietà il film del 2007 con Will Smith – ma ce n’erano stati degli altri tratti più o meno liberamente da questo testo) mi stupisco sempre del taglio originale che Matheson ha saputo dare a vecchie tematiche del romanzo horror o del soprannaturale. Con I am Legend rielaborava il tema del vampirismo mentre con Io sono Helen Driscoll (del 1958: titolo originale A Stir of Echoes) il tema rielaborato è quello, anch’esso ben noto, dei fantasmi e del soprannaturale.
Verrebbe da chiedersi: che cosa di nuovo e originale ci si può inventare sia per il vampirismo che per il genere Storie di Fantasmi senza scadere in una più o meno accettabile variazione sul tema (appunto)? È questo che Matheson è riuscito a fare. E in modo tutto sommato semplice attualizzando la vicenda e rendendola credibile per l’epoca di uscita dei due libri.
Ciò che provoca il vampirismo in Io sono leggenda, è un batterio: già questo rende “scientifico” un argomento che fino ad allora era di pertinenza della Religione se non dell’Antropologia (se interessa, si veda a questo proposito l’ottimo e esaustivo saggio di Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Oscar Saggi n°517). Lo tornerà a trattare Stephen King con Le notti di Salem nel ‘75, ma lo farà in maniera più tradizionale.
Vero è che alcuni scienziati hanno ipotizzato le “possibili” malattie di cui potevano (o possono) esser stati affetti i vampiri. La più accreditata è la porfiria acuta (Morbo di Gunther): rara ed ereditaria patologia dovuta ad un’alterazione di un enzima che agisce sul sangue. Altri hanno menzionato la comune pellagra di cui, se non ricordo male, erano afflitti i nostri contadini in tempo di carestia o di guerra poiché non potendo mangiar tanto altro che polenta, questa dieta determinava una carenza di altre vitamine causando quindi questa malattia che vien chiamata così poiché, quando il soggetto è esposto al sole, la sua pelle si arrossa e diventa squamosa; un rimedio omeopatico è l’aglio il quale, notoriamente, non è gradito ai vampiri. A parte queste curiosità, il tema serve a Matheson per veicolare anche altri “messaggi”, di natura più sociale: un’umanità che, mutata da questo agente patogeno, deve riorganizzarsi.
Con Io sono Helen Driscoll il soprannaturale viene interiorizzato. Il protagonista ne diventa sensibile al punto da percepirlo grazie ad un mero gioco di società: un esperimento di ipnosi che può far pensare a quei giochi fatti da sedicenti “maghi” in qualche varietà televisivo. Ciò che ieri era manifestazione del soprannaturale, oggi o è miracolo o è follia o, più semplicemente, alterazione mentale. Anche in questo caso, viene introdotta una possibile spiegazione medico-scientifica. Tutto viene ridimensionato in modo tale da esser reso accettabile nel e dal quotidiano. Solo alla fine si vedrà chi avesse avuto ragione all’inizio. E, sorprendentemente, i canoni dell’antica e tradizionale Storia di Fantasmi non vengono minimamente mutati: dopo tutto è la vecchia storia dello Spirito inquieto che avendo ricevuto violenza abusi e offese in vita, ora cerca giustizia per una Pace Eterna migliore. L’otterrà.
Non ho ricordi di altri autori che abbiano saputo proporre soluzioni narrative cosi credibili e, come tali, originali senza apportare cambiamenti o rinnovamenti a generi così consolidati nei secoli che non credo il lettore voglia veder mutati magari così tanto da renderli pressoché irriconoscibili. Richard Matheson c’è riuscito. Se qualcuno è in grado di segnalarmene altri, benvenga.
Natale è appena passato e, per celebrarlo al meglio, ho pensato di andare a pescare una delle variazioni sul tema più divertenti che mi sia capitato di leggere: si tratta di un romanzo di Christopher Moore (che abbiamo già incontrato grazie al libro sui vampiri Suck!), pubblicato in Italia dalla Sperling & Kupfer: Tutta colpa dell’angelo.
Ci troviamo nel piccolo paese di Pine Cove, un tipico borgo della provincia americana in cui l’evento più significativo è la gara di torte di mele con cui le casalinghe si sfidano ogni anno per le feste. Proprio qui fa la sua comparsa un bellissimo sconosciuto, Raziel, che non fatichiamo a riconoscere come un angelo del cielo inviato da Dio per compiere una grande missione.
Peccato che l’angelo in questione sia il più bello, ma anche il più tonto del paradiso.
Quando il piccolo Josh Barker vede per caso la bella e focosa Lena Marquez uccidere per legittima difesa l’ex marito, che voleva aggredirla dopo essersi travestito da Babbo Natale, crede che il buon vecchio Santa Claus sia stato accoppato davvero ed esprime il desiderio di farlo tornare in vita. Purtroppo Raziel è nei paraggi e, per esaudire il sogno del ragazzino, fa resuscitare l’intera popolazione del cimitero di Pine Cove. Come avrete capito, il Natale di questa sonnolenta cittadina sarà un po’ più movimentato del previsto.
Christopher Moore ha un’abilità straordinaria: quella, cioè, di riuscire a trasportare il lettore nella dimensione fantastica e demenziale partendo da particolari quasi banali, il che rende la lettura sempre divertente e godibile. Avevamo già visto il ribaltamento dei luoghi comuni in Suck! e qui lo ritroviamo, se possibile più accentuato, in un crescendo di eventi che sfiora il delirio comico, ma che con taluni personaggi è capace anche di commuovere.
Il romanzo può definirsi corale: non c’è infatti un vero e proprio protagonista, ma una galleria di personaggi uno più strambo dell’altro che restano indelebilmente dipinti nel cuore del lettore; due su tutti: il poliziotto Teophilus Crowe, incaricato delle indagini sull’omicidio, il quale è sposato con Molly Michon, una ex star di film fantasy di serie B che ancora si trova calata nel ruolo di Principessa Guerriera per via di un disordine bipolare e perciò distorce la propria realtà come se ancora si trovasse ad affrontare draghi e stregoni.
Tutti gli abitanti di Pine Cove hanno comunque un che di particolare ed accattivante e la bravura di Moore sta proprio nel rendere l’interazione dei vari caratteri in modo credibile benché si viaggi sulla scia del demenziale, la stessa che appartiene a geni come Terry Pratchett e – nella cinematografia – al gruppo dei Monty Python.
Lo stile è diretto, i colloqui spassosi, le descrizioni sono spesso sopra le righe ed i tempi comici rispettati come se si fosse all’interno di una commedia. Il sottotitolo “Un’allegra favola di Natale” si sposa alla perfezione con ciò che è in realtà: una divertentissima storia di zombie a spasso, che sconvolgeranno le abitudini di un’intera città e di una festa spesso – troppo spesso – vista in maniera ipocrita e lontana dal suo spirito originario.
Potrei riassumere l’intera recensione con una sola frase: “Il sangue di Manitou è un libro fantastico”. Mi rendo conto però che non potete credermi così, sulla fiducia; perciò vi darò qualche elemento affinché possiate farvi un’idea del perché il libro è fantastico.
La storia si apre con Frank Winter, gastroenterologo del Sister of Jerusalem che si ferma a osservare una ragazza che si esibisce come mimo per le strade di New York. Meravigliato da come la ragazza sembri snodabile, il dottore commenta il fatto con un uomo accanto a lui, che sorride e gli dice che la ragazza è una pallida. Mentre Frank cerca di farsi spiegare il significato dell’affermazione, la ragazza stramazza al suo e vomita litri di sangue. Non suo.
Interrogata, confessa di aver assassinato i suoi coinquilini e di averne bevuto il sangue per placare il bruciore del suo corpo che sembrava andare a fuoco; mentre i medici svolgono test e cercano di capire cosa succeda alla ragazza, questa muore improvvisamente e iniziano ad arrivare in ospedale centinaia di altre persone nelle sue stesse condizioni: tutti vomitano sangue e confessano di avere ucciso amici e parenti, persino i propri figli, per spegnere il fuoco che, dicono, li stava bruciando. Tutti, inoltre, dicono di fare da giorni lo stesso incubo; e tutti, inspiegabilmente, iniziano a recitare Tatal nostru, carele esti in ceruri.
L’altra storia, parallela, segue Harry Herskine, indovino imbroglione dotato di qualche potere paranormale. La narrazione, che prima era in terza persona, passa alla prima e al punto di vista – spesso ironico – di Harry; i capitoli sono alternati fino a quando i due non si incontrano: il dottore, Frank, è stato infettato dalla ragazza, resuscitata sotto forma di stregoi, ovvero vampiro.
Harry e Gil, un soldato incontrato per le strade infernali di NY, hanno scoperto grazie allo spirito guida di Harry, un indiano chiamato Roccia che Canta, che i responsabili dell’infezione sono proprio gli strigoi, in particolare un Radunatore di vampiri. Insieme a Jenica, una rumena figlia di un esperto del campo, inizieranno a definire i contorni della vicenda e a capire che, nonostante tutto, solo loro possono far qualcosa per salvare la città e il pianeta intero: pochissime persone sono sane, oltre a loro, e nessuno immagina quale sia la reale causa dell’infezione.
Ma i colpevoli non sono solo gli strigoi, né la potente magia dei Nativi americani, altro potere comprimario nella vicenda… Lo scenario in cui si muovono i protagonisti è apocalittico, e assomiglia a ciò che si potrebbe ottenere dopo un bombardamento, in piena guerra, seguito da un saccheggio e dalla venuta di un attacco batteriologico letale.
Nel libro i vampiri sono sempre chiamati strigoi (vampiri, appunto, in rumeno): le componenti rumena e quella Nativa americana sono fortissime, e si mescolano tra loro. Nonostante la tragedia, il punto di vista di Harry – un uomo coraggioso ma non troppo, pieno di difetti più che di pregi – filtra la vicenda sotto una luce terrificante e al tempo stesso ironica, grazie al suo sarcasmo, e malgrado la tensione ci si ritrova a ridacchiare a denti stretti piuttosto spesso. Risate che non rovinano la tensione, né la sciolgono, badate bene.
Il libro inquieta, specialmente nella prima parte, dove la componente spiritica – presente in tutta la storia – è fortissima. È un horror in piena regola, originale, scritto magistralmente: Masterton riesce a conciliare i due punti di vista diversi in maniera pressoché perfetta, e delinea i caratteri di ogni personaggio con estrema maestria, facendoceli sentire vicini, facendoceli avvertire come persone reali a tutti gli effetti.
Il finale è spiazzante, e non delude le aspettative che si creano durante il romanzo. Leggetelo, assolutamente. E ricordate di non pronunciare strigoi ad alta voce: potrebbero sentirvi.
Marked, di primo acchito, ricorda un po’ Harry Potter e le sue (dis)avventure: la nostra protagonista, Zoey, è una giovane liceale normalissima, con una vita non esattamente felice, una famiglia a pezzi e il disperato bisogno di sentirsi accettata e parte integrante di un gruppo che un giorno viene marchiata da un Ricercatore di vampiri, costringendola a lasciare la sua scuola per la Casa della Notte, la scuola speciale per vampiri.
La peculiarità del vampirismo nel mondo costruito dalle due autrici – madre e figlia – è che non si diventa vampiri per il morso di un altro vampiro: la trasformazione avviene biologicamente durante lo sviluppo dell’adolescenza.
È una cosa normale, tant’è che la trasformazione è una cosa che si studia nei comuni licei, nelle ore di biologia; nonostante ciò, e nonostante il fatto che molti attori di successo siano vampiri, la maggioranza delle persone vede i vampiri come mostri – e la mentore di Zoey, la somma sacerdotessa della Casa della Notte ne attribuisce la colpa a Dracula di Stoker.
Non tutti coloro che iniziano la trasformazione riesce a portarla a termine: uno su dieci muore prima di aver raggiunto l’ultimo anno della scuola.
Zoey, tuttavia, non è una vampira come tutte le altre: la dea venerata dai vampiri, Nyx, la sceglie come suoi “occhi e orecchi” sulla Terra. Questa scelta, dovuta al fatto che Zoey è di sangue cherokee e ha in sé un miscuglio di antico e moderno, la porta ad avere dei poteri fuori dall’ordinario e ad essere la naturale rivale di Afrodite, la candidata a divenire la nuova somma sacerdotessa della Casa della Notte. Pensate a Draco Malfoy al femminile, con una buona dose di libertinaggine in più e avrete un ritratto molto simile di questo personaggio.
Il libro è scritto in prima persona ed è narrato dalla viva voce di Zoey: il linguaggio è colloquiale, fresco, infarcito del gergo giovanile ed è aderentissimo al carattere e all’età della protagonista.
Marked è stata una lettura molto piacevole: scorre velocemente, ha un ritmo incalzante, uno stile spesso ironico e dei buoni personaggi che, anche se non del tutto originali, sanno coinvolgere e creare una certa empatia. Se c’è una cosa che può risollevare anche il più stereotipato dei romanzi è una scrittura avvincente, e le due Cast ne hanno pieno possesso.
La storia si conclude con diversi punti interrogativi e con molte zone d’ombra sull’universo dei vampiri, che scopriamo mano a mano assieme a Zoey: non c’è da stupirsi, visto che ho scoperto che i libri saranno in totale sette. Chi ha detto Harry Potter?
In definitiva, nonostante non sia del tutto originale e appartenga a un filone super sfruttato (o forse proprio per questo) Marked è un libro che si divora in pochi giorni, molto gradevole e che dà una ventata di freschezza a un genere che sta lentamente sommergendosi nelle stesse storie.
A quanto ci è dato sapere fino ad ora, la serie Southern Vampires della scrittrice americana Charlaine Harris è composta da nove romanzi e se la traduzione italiana continuerà con gli stessi ritmi serrati di adesso, presso la Delos Books raggiungeremo presto la pubblicazione oltreoceano.
I vampiri sono in gran rispolvero, è noto a tutti e credo che ormai siano più di moda di Victoria Beckham.
E anche se conosco a memoria più di una puntata di Buffy e posso perdere un pelo il lume della ragione davanti a due canini (appuntiti), non posso dire di essere una grande fan di quello che è stato scritto sull’argomento negli ultimi anni. Non ho letto molto di quanto è passato in libreria e anche quel poco mi è sembrato per la maggior parte carta per il fuoco: visto che non ritengo giusto annoiarvi su ciò che mi ha schifato vi dirò solo che il libro a mio parere migliore degli ultimi anni sull’argomento è Lasciami entrare di Lindqvist, già recensito dal nostro elfo qua su Liblog.
I vampiri della Harris sono di tutt’altro genere, nel loro modo senza pretese sono una lettura distensiva e piacevole, avvicinandosi forse ai primi – e secondo me migliori – libri di Laurell Hamilton.
Nel primo della saga, Finché non cala il buio, Sookie Stackhouse è una giovane cameriera che vive a Bon Temps, piccola cittadina della Louisiana: ha un corpo strepitoso ma il brutto vizio di riuscire a leggere nella mente delle persone, e questo le crea un sacco di problemi con le relazioni sentimentali.
Il risultato è che non esistono per lei queste relazioni finché non conosce Bill, il suo primo vampiro: come le sottolinea la sua amica Arlene, forse un non-morto non è una scelta sentimentale consueta, ma avete presente provare a fare sesso con una persona quando neanche in quel momento riuscite a uscire dalla sua testa? Sookie scopre che le menti dei vampiri le sono precluse e quando Bill si rivela un immortale in fondo ammodo, sente che per la prima volta nella sua vita ha incontrato una persona con cui potrebbe stare.
A poco a poco finisce per innamorarsi di lui, finendo suo malgrado coinvolta nelle vicende vampiresche: Eric infatti, lo sceriffo di Bill, che non è sopravvissuto diversi secoli perché è stupido, capisce molto presto quanto le capacità di Sookie possano fare comodo alla sua congrega e ne approfitterà senza pietà, facendo leva sull’autorità che ha sul suo ragazzo morto…
Le avventure di Sookie Stackhouse e del gruppo di creature magiche che si muovono intorno a lei sono frizzanti, piene di brio, dal rimo incalzante e dalle trame e dai personaggi ben costruiti. Non potranno forse concorrere per il premio Pulitzer ma sono divertenti, e il divertimento è una delle prime cose che si pretende da libri del genere.
C’è poi da dire che i vampiri della Harris, in controtendenza con le abitudini degli ultimi anni, sono dei pericolosi e bastardi succhiasangue che dormono di giorno, temono la luce, l’argento e i paletti. Cari e vecchi demoni da cui stare alla larga, insomma. Persino Bill, che all’inizio ci fa temere un’altra storia d’amore tra mortale e vampiro da carie ai denti, si dimostra tutt’altro che uno stinco di santo, se mi perdonate il gioco di parole…
Purtroppo anche qua i vampiri hanno l’abitudine di lasciarsi andare ad evoluzioni erotiche evidentemente precluse a noi comuni mortali, ma su questo dobbiamo ormai rassegnarci, con buona pace di Anne Rice e dei suoi vampiri -quasi- asessuati.
Da leggere un libro dopo l’altro, in tante domeniche pomeriggio di questo lungo inverno appena iniziato, per staccare la spina da settimane molto impegnative con delle letture che di impegnativo non hanno nulla.
Purtroppo il gap linguistico impedisce agli italiani di cogliere l’ironia del romanzo fin dal titolo: per questa storia d’amore tra vampiri, che finalmente promette di prendere a calci la zuccherosa monotonia di Twilight, la traduttrice della Elliot Edizioni ha dovuto scegliere di rinunciare al delizioso gioco di parole secondo cui il verbo “suck” significa sia “succhiare” che “fare schifo”.
Questa premessa dovrebbe già aver reso l’idea sul gioiellino con cui Christopher Moore si propone di cavalcare l’onda delle “storie d’amore e canini” , naturalmente a modo suo.
Personalmente, ho trovato questo libro divertentissimo.
Il protagonista è Tommy Flood, diciannovenne ex turnista di notte in un supermercato, che viene vampirizzato dalla bellissima Jody, di poco più vecchia di lui anche nell’eternità. I due si amano molto, ma scoprono assai presto come la loro condizione non presenti poi tutti questi vantaggi, per esempio trovano una grandissima seccatura doversi nutrire di solo sangue e venire assaliti da una nausea prepotente solo per un caffè, per non parlare di quanto sia seccante fare sesso ed essere così “esuberanti” da distruggere casa.
Urge trovare un rimedio, o comunque qualcuno che li aiuti, anche perché gli ex colleghi di Tommy si sono improvvisati cacciatori di vampiri e per raggranellare soldi si sono messi sulle loro tracce. Flood individua dei possibili “servi umani” in due ragazzini emo: Abby e Jared che nell’oscurità delle loro giovanili esistenze si rivelano molto più in gamba del previsto. La situazione si complica quando entra in gioco Elijah, il vampiro che ha creato Jody e la rivuole con sé e il crescente numero di “incidenti” attira l’attenzione di due poliziotti non tropo svegli.
Esplorando le tematiche dei racconti vampireschi di recente successo, “Suck!” non si lascia scappare occasione per infarcirle di uno humor che spesso e volentieri sfiora il demenziale; lo stile brillante aiuta il lettore a calarsi nei panni dei protagonisti con facilità, nonostante la comicità surreale non sia sempre immediata per un pubblico non americano.
La caratterizzazione dei personaggi è originale e divertente come il libro stesso; chi ha una certa esperienza in tema vampiresco riconoscerà parodie di personaggi di varie opere considerate “serie” a dir poco spassose. La mia preferita è Abby, la schiava umana, ragazzina dark che combatte costantemente col suo “lato allegro”.
In conclusione: la lettura di “Suck!” è adatta a chiunque abbia apprezzato film come Zoolander, sia un fan di Terry Pratchett o, più semplicemente, sia stufo marcio sia dei vampiri vegetariani e luccicanti che della legione di cloni che li hanno seguiti.
In generale è difficile che mi appassioni ad una saga, se questa è composta da più di tre libri. Naturalmente ogni regola ha la sua eccezione, così oggi eccomi a proporvi la prima avventura di una serie che negli USA è arrivata alla sedicesima (!!!) pubblicazione: Nodo di Sangue di Laurell K. Hamilton.
La storia si svolge nella contea di Saint Louis, dove la protagonista Anita Blake si muove in una società che ha accettato l’integrazione con gli esseri soprannaturali come i vampiri, i licantropi e le fate. Anita stessa non è una ragazza comune, ma una “risvegliante”: è dotata, cioè, del potere di resuscitare i morti e grazie ad esso lavora a tempo pieno presso l’agenzia “Animators & co.”, che si occupa di far tornare i cari estinti in vita per un breve periodo in modo da poter risolvere le più spinose questioni legali. La ragazza però ha anche la capacità di uccidere i vampiri e perciò collabora con la Squadra Speciale di Polizia per i crimini soprannaturali: questa seconda attività è assai più interessante della prima, ma esponenzialmente più pericolosa.
La vera avventura comincia quando il bel vampiro Jean Claude contatta Anita affinché con i suoi poteri lo aiuti a risolvere un complicato caso di sterminio seriale tra i non morti. Costretta a collaborare per salvare la vita della sua migliore amica, la risvegliante accetta così di entrare in un mondo oscuro e terribile, che la porterà a mettere alla prova tutta la sua resistenza e le sue capacità.
Ciò che occorre dire per prima cosa, nel presentare Nodo di Sangue, è che si tratta di un libro tutto sommato divertente, sebbene si possa classificare a pieno titolo tra gli horror per via delle tematiche e della grande quantità di scene piuttosto macabre.
Anita è molto diversa dalle eroine che di norma si incontrano in questo tipo di letteratura: sprizza grinta da tutti i pori, non prova rimorsi quando uccide e non esita mai quando combatte. Tutto ciò non significa che sia un personaggio “piatto”, anzi: poiché il libro è scritto dal suo punto di vista, le sue motivazioni sono sempre rese con fermezza e credibilità. Anche se posso anticipare che l’evoluzione del personaggio nei libri successivi valicherà spesso il limite dell’arroganza, in questa avventura iniziale la ragazza è ancora in grado di accettare i propri limiti e risultare simpatica.
Gli altri personaggi sono visti con un’ottica soggettiva e, forse per questo, emergono con molta efficacia, specie quando si parla delle figure dei vampiri come Jean Claude e la sua antagonista Nikolaos, creatura della notte con l’aspetto di una bambina che forse ricorda un po’ troppo da vicino la piccola e terribile Claudia creata da Anne Rice.
La Hamilton non inventa praticamente niente riguardo ai vampiri e tuttavia riesce ad ammantare i suoi di una buona dose di fascino e mistero, tanto da rendere il libro avvincente fino all’ultima pagina. La formula del giallo soprannaturale funziona benissimo, grazie ad una tecnica narrativa che non assume mai registri altisonanti ma scivola via leggera, con uno stile colloquiale molto accessibile a qualunque lettore.
La TEA sta pubblicando l’intera serie in edizione economica: per quanto ho letto finora, la storia si arricchisce di una miriade di personaggi, i misteri si infittiscono e la protagonista intreccia una serie di relazioni sempre più cariche di passione. Ho “amiche informate dei fatti” che si sono premurate di raccontarmi addirittura di una “svolta sexy” nelle ultime uscite.
Di tutto ciò, però, non c’è traccia in Nodo di Sangue, che è un libro avventuroso e talvolta fracassone, in grado di strappare più di un sorriso e di non deludere gli appassionati del genere.