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Natale è appena passato e, per celebrarlo al meglio, ho pensato di andare a pescare una delle variazioni sul tema più divertenti che mi sia capitato di leggere: si tratta di un romanzo di Christopher Moore (che abbiamo già incontrato grazie al libro sui vampiri Suck!), pubblicato in Italia dalla Sperling & Kupfer: Tutta colpa dell’angelo.
Ci troviamo nel piccolo paese di Pine Cove, un tipico borgo della provincia americana in cui l’evento più significativo è la gara di torte di mele con cui le casalinghe si sfidano ogni anno per le feste. Proprio qui fa la sua comparsa un bellissimo sconosciuto, Raziel, che non fatichiamo a riconoscere come un angelo del cielo inviato da Dio per compiere una grande missione.
Peccato che l’angelo in questione sia il più bello, ma anche il più tonto del paradiso.
Quando il piccolo Josh Barker vede per caso la bella e focosa Lena Marquez uccidere per legittima difesa l’ex marito, che voleva aggredirla dopo essersi travestito da Babbo Natale, crede che il buon vecchio Santa Claus sia stato accoppato davvero ed esprime il desiderio di farlo tornare in vita. Purtroppo Raziel è nei paraggi e, per esaudire il sogno del ragazzino, fa resuscitare l’intera popolazione del cimitero di Pine Cove. Come avrete capito, il Natale di questa sonnolenta cittadina sarà un po’ più movimentato del previsto.
Christopher Moore ha un’abilità straordinaria: quella, cioè, di riuscire a trasportare il lettore nella dimensione fantastica e demenziale partendo da particolari quasi banali, il che rende la lettura sempre divertente e godibile. Avevamo già visto il ribaltamento dei luoghi comuni in Suck! e qui lo ritroviamo, se possibile più accentuato, in un crescendo di eventi che sfiora il delirio comico, ma che con taluni personaggi è capace anche di commuovere.
Il romanzo può definirsi corale: non c’è infatti un vero e proprio protagonista, ma una galleria di personaggi uno più strambo dell’altro che restano indelebilmente dipinti nel cuore del lettore; due su tutti: il poliziotto Teophilus Crowe, incaricato delle indagini sull’omicidio, il quale è sposato con Molly Michon, una ex star di film fantasy di serie B che ancora si trova calata nel ruolo di Principessa Guerriera per via di un disordine bipolare e perciò distorce la propria realtà come se ancora si trovasse ad affrontare draghi e stregoni.
Tutti gli abitanti di Pine Cove hanno comunque un che di particolare ed accattivante e la bravura di Moore sta proprio nel rendere l’interazione dei vari caratteri in modo credibile benché si viaggi sulla scia del demenziale, la stessa che appartiene a geni come Terry Pratchett e – nella cinematografia – al gruppo dei Monty Python.
Lo stile è diretto, i colloqui spassosi, le descrizioni sono spesso sopra le righe ed i tempi comici rispettati come se si fosse all’interno di una commedia. Il sottotitolo “Un’allegra favola di Natale” si sposa alla perfezione con ciò che è in realtà: una divertentissima storia di zombie a spasso, che sconvolgeranno le abitudini di un’intera città e di una festa spesso – troppo spesso – vista in maniera ipocrita e lontana dal suo spirito originario.
Potrei riassumere l’intera recensione con una sola frase: “Il sangue di Manitou è un libro fantastico”. Mi rendo conto però che non potete credermi così, sulla fiducia; perciò vi darò qualche elemento affinché possiate farvi un’idea del perché il libro è fantastico.
La storia si apre con Frank Winter, gastroenterologo del Sister of Jerusalem che si ferma a osservare una ragazza che si esibisce come mimo per le strade di New York. Meravigliato da come la ragazza sembri snodabile, il dottore commenta il fatto con un uomo accanto a lui, che sorride e gli dice che la ragazza è una pallida. Mentre Frank cerca di farsi spiegare il significato dell’affermazione, la ragazza stramazza al suo e vomita litri di sangue. Non suo.
Interrogata, confessa di aver assassinato i suoi coinquilini e di averne bevuto il sangue per placare il bruciore del suo corpo che sembrava andare a fuoco; mentre i medici svolgono test e cercano di capire cosa succeda alla ragazza, questa muore improvvisamente e iniziano ad arrivare in ospedale centinaia di altre persone nelle sue stesse condizioni: tutti vomitano sangue e confessano di avere ucciso amici e parenti, persino i propri figli, per spegnere il fuoco che, dicono, li stava bruciando. Tutti, inoltre, dicono di fare da giorni lo stesso incubo; e tutti, inspiegabilmente, iniziano a recitare Tatal nostru, carele esti in ceruri.
L’altra storia, parallela, segue Harry Herskine, indovino imbroglione dotato di qualche potere paranormale. La narrazione, che prima era in terza persona, passa alla prima e al punto di vista – spesso ironico – di Harry; i capitoli sono alternati fino a quando i due non si incontrano: il dottore, Frank, è stato infettato dalla ragazza, resuscitata sotto forma di stregoi, ovvero vampiro.
Harry e Gil, un soldato incontrato per le strade infernali di NY, hanno scoperto grazie allo spirito guida di Harry, un indiano chiamato Roccia che Canta, che i responsabili dell’infezione sono proprio gli strigoi, in particolare un Radunatore di vampiri. Insieme a Jenica, una rumena figlia di un esperto del campo, inizieranno a definire i contorni della vicenda e a capire che, nonostante tutto, solo loro possono far qualcosa per salvare la città e il pianeta intero: pochissime persone sono sane, oltre a loro, e nessuno immagina quale sia la reale causa dell’infezione.
Ma i colpevoli non sono solo gli strigoi, né la potente magia dei Nativi americani, altro potere comprimario nella vicenda… Lo scenario in cui si muovono i protagonisti è apocalittico, e assomiglia a ciò che si potrebbe ottenere dopo un bombardamento, in piena guerra, seguito da un saccheggio e dalla venuta di un attacco batteriologico letale.
Nel libro i vampiri sono sempre chiamati strigoi (vampiri, appunto, in rumeno): le componenti rumena e quella Nativa americana sono fortissime, e si mescolano tra loro. Nonostante la tragedia, il punto di vista di Harry – un uomo coraggioso ma non troppo, pieno di difetti più che di pregi – filtra la vicenda sotto una luce terrificante e al tempo stesso ironica, grazie al suo sarcasmo, e malgrado la tensione ci si ritrova a ridacchiare a denti stretti piuttosto spesso. Risate che non rovinano la tensione, né la sciolgono, badate bene.
Il libro inquieta, specialmente nella prima parte, dove la componente spiritica – presente in tutta la storia – è fortissima. È un horror in piena regola, originale, scritto magistralmente: Masterton riesce a conciliare i due punti di vista diversi in maniera pressoché perfetta, e delinea i caratteri di ogni personaggio con estrema maestria, facendoceli sentire vicini, facendoceli avvertire come persone reali a tutti gli effetti.
Il finale è spiazzante, e non delude le aspettative che si creano durante il romanzo. Leggetelo, assolutamente. E ricordate di non pronunciare strigoi ad alta voce: potrebbero sentirvi.
Marked, di primo acchito, ricorda un po’ Harry Potter e le sue (dis)avventure: la nostra protagonista, Zoey, è una giovane liceale normalissima, con una vita non esattamente felice, una famiglia a pezzi e il disperato bisogno di sentirsi accettata e parte integrante di un gruppo che un giorno viene marchiata da un Ricercatore di vampiri, costringendola a lasciare la sua scuola per la Casa della Notte, la scuola speciale per vampiri.
La peculiarità del vampirismo nel mondo costruito dalle due autrici – madre e figlia – è che non si diventa vampiri per il morso di un altro vampiro: la trasformazione avviene biologicamente durante lo sviluppo dell’adolescenza.
È una cosa normale, tant’è che la trasformazione è una cosa che si studia nei comuni licei, nelle ore di biologia; nonostante ciò, e nonostante il fatto che molti attori di successo siano vampiri, la maggioranza delle persone vede i vampiri come mostri – e la mentore di Zoey, la somma sacerdotessa della Casa della Notte ne attribuisce la colpa a Dracula di Stoker.
Non tutti coloro che iniziano la trasformazione riesce a portarla a termine: uno su dieci muore prima di aver raggiunto l’ultimo anno della scuola.
Zoey, tuttavia, non è una vampira come tutte le altre: la dea venerata dai vampiri, Nyx, la sceglie come suoi “occhi e orecchi” sulla Terra. Questa scelta, dovuta al fatto che Zoey è di sangue cherokee e ha in sé un miscuglio di antico e moderno, la porta ad avere dei poteri fuori dall’ordinario e ad essere la naturale rivale di Afrodite, la candidata a divenire la nuova somma sacerdotessa della Casa della Notte. Pensate a Draco Malfoy al femminile, con una buona dose di libertinaggine in più e avrete un ritratto molto simile di questo personaggio.
Il libro è scritto in prima persona ed è narrato dalla viva voce di Zoey: il linguaggio è colloquiale, fresco, infarcito del gergo giovanile ed è aderentissimo al carattere e all’età della protagonista.
Marked è stata una lettura molto piacevole: scorre velocemente, ha un ritmo incalzante, uno stile spesso ironico e dei buoni personaggi che, anche se non del tutto originali, sanno coinvolgere e creare una certa empatia. Se c’è una cosa che può risollevare anche il più stereotipato dei romanzi è una scrittura avvincente, e le due Cast ne hanno pieno possesso.
La storia si conclude con diversi punti interrogativi e con molte zone d’ombra sull’universo dei vampiri, che scopriamo mano a mano assieme a Zoey: non c’è da stupirsi, visto che ho scoperto che i libri saranno in totale sette. Chi ha detto Harry Potter?
In definitiva, nonostante non sia del tutto originale e appartenga a un filone super sfruttato (o forse proprio per questo) Marked è un libro che si divora in pochi giorni, molto gradevole e che dà una ventata di freschezza a un genere che sta lentamente sommergendosi nelle stesse storie.
A quanto ci è dato sapere fino ad ora, la serie Southern Vampires della scrittrice americana Charlaine Harris è composta da nove romanzi e se la traduzione italiana continuerà con gli stessi ritmi serrati di adesso, presso la Delos Books raggiungeremo presto la pubblicazione oltreoceano.
I vampiri sono in gran rispolvero, è noto a tutti e credo che ormai siano più di moda di Victoria Beckham.
E anche se conosco a memoria più di una puntata di Buffy e posso perdere un pelo il lume della ragione davanti a due canini (appuntiti), non posso dire di essere una grande fan di quello che è stato scritto sull’argomento negli ultimi anni. Non ho letto molto di quanto è passato in libreria e anche quel poco mi è sembrato per la maggior parte carta per il fuoco: visto che non ritengo giusto annoiarvi su ciò che mi ha schifato vi dirò solo che il libro a mio parere migliore degli ultimi anni sull’argomento è Lasciami entrare di Lindqvist, già recensito dal nostro elfo qua su Liblog.
I vampiri della Harris sono di tutt’altro genere, nel loro modo senza pretese sono una lettura distensiva e piacevole, avvicinandosi forse ai primi – e secondo me migliori – libri di Laurell Hamilton.
Nel primo della saga, Finché non cala il buio, Sookie Stackhouse è una giovane cameriera che vive a Bon Temps, piccola cittadina della Louisiana: ha un corpo strepitoso ma il brutto vizio di riuscire a leggere nella mente delle persone, e questo le crea un sacco di problemi con le relazioni sentimentali.
Il risultato è che non esistono per lei queste relazioni finché non conosce Bill, il suo primo vampiro: come le sottolinea la sua amica Arlene, forse un non-morto non è una scelta sentimentale consueta, ma avete presente provare a fare sesso con una persona quando neanche in quel momento riuscite a uscire dalla sua testa? Sookie scopre che le menti dei vampiri le sono precluse e quando Bill si rivela un immortale in fondo ammodo, sente che per la prima volta nella sua vita ha incontrato una persona con cui potrebbe stare.
A poco a poco finisce per innamorarsi di lui, finendo suo malgrado coinvolta nelle vicende vampiresche: Eric infatti, lo sceriffo di Bill, che non è sopravvissuto diversi secoli perché è stupido, capisce molto presto quanto le capacità di Sookie possano fare comodo alla sua congrega e ne approfitterà senza pietà, facendo leva sull’autorità che ha sul suo ragazzo morto…
Le avventure di Sookie Stackhouse e del gruppo di creature magiche che si muovono intorno a lei sono frizzanti, piene di brio, dal rimo incalzante e dalle trame e dai personaggi ben costruiti. Non potranno forse concorrere per il premio Pulitzer ma sono divertenti, e il divertimento è una delle prime cose che si pretende da libri del genere.
C’è poi da dire che i vampiri della Harris, in controtendenza con le abitudini degli ultimi anni, sono dei pericolosi e bastardi succhiasangue che dormono di giorno, temono la luce, l’argento e i paletti. Cari e vecchi demoni da cui stare alla larga, insomma. Persino Bill, che all’inizio ci fa temere un’altra storia d’amore tra mortale e vampiro da carie ai denti, si dimostra tutt’altro che uno stinco di santo, se mi perdonate il gioco di parole…
Purtroppo anche qua i vampiri hanno l’abitudine di lasciarsi andare ad evoluzioni erotiche evidentemente precluse a noi comuni mortali, ma su questo dobbiamo ormai rassegnarci, con buona pace di Anne Rice e dei suoi vampiri -quasi- asessuati.
Da leggere un libro dopo l’altro, in tante domeniche pomeriggio di questo lungo inverno appena iniziato, per staccare la spina da settimane molto impegnative con delle letture che di impegnativo non hanno nulla.
Purtroppo il gap linguistico impedisce agli italiani di cogliere l’ironia del romanzo fin dal titolo: per questa storia d’amore tra vampiri, che finalmente promette di prendere a calci la zuccherosa monotonia di Twilight, la traduttrice della Elliot Edizioni ha dovuto scegliere di rinunciare al delizioso gioco di parole secondo cui il verbo “suck” significa sia “succhiare” che “fare schifo”.
Questa premessa dovrebbe già aver reso l’idea sul gioiellino con cui Christopher Moore si propone di cavalcare l’onda delle “storie d’amore e canini” , naturalmente a modo suo.
Personalmente, ho trovato questo libro divertentissimo.
Il protagonista è Tommy Flood, diciannovenne ex turnista di notte in un supermercato, che viene vampirizzato dalla bellissima Jody, di poco più vecchia di lui anche nell’eternità. I due si amano molto, ma scoprono assai presto come la loro condizione non presenti poi tutti questi vantaggi, per esempio trovano una grandissima seccatura doversi nutrire di solo sangue e venire assaliti da una nausea prepotente solo per un caffè, per non parlare di quanto sia seccante fare sesso ed essere così “esuberanti” da distruggere casa.
Urge trovare un rimedio, o comunque qualcuno che li aiuti, anche perché gli ex colleghi di Tommy si sono improvvisati cacciatori di vampiri e per raggranellare soldi si sono messi sulle loro tracce. Flood individua dei possibili “servi umani” in due ragazzini emo: Abby e Jared che nell’oscurità delle loro giovanili esistenze si rivelano molto più in gamba del previsto. La situazione si complica quando entra in gioco Elijah, il vampiro che ha creato Jody e la rivuole con sé e il crescente numero di “incidenti” attira l’attenzione di due poliziotti non tropo svegli.
Esplorando le tematiche dei racconti vampireschi di recente successo, “Suck!” non si lascia scappare occasione per infarcirle di uno humor che spesso e volentieri sfiora il demenziale; lo stile brillante aiuta il lettore a calarsi nei panni dei protagonisti con facilità, nonostante la comicità surreale non sia sempre immediata per un pubblico non americano.
La caratterizzazione dei personaggi è originale e divertente come il libro stesso; chi ha una certa esperienza in tema vampiresco riconoscerà parodie di personaggi di varie opere considerate “serie” a dir poco spassose. La mia preferita è Abby, la schiava umana, ragazzina dark che combatte costantemente col suo “lato allegro”.
In conclusione: la lettura di “Suck!” è adatta a chiunque abbia apprezzato film come Zoolander, sia un fan di Terry Pratchett o, più semplicemente, sia stufo marcio sia dei vampiri vegetariani e luccicanti che della legione di cloni che li hanno seguiti.
In generale è difficile che mi appassioni ad una saga, se questa è composta da più di tre libri. Naturalmente ogni regola ha la sua eccezione, così oggi eccomi a proporvi la prima avventura di una serie che negli USA è arrivata alla sedicesima (!!!) pubblicazione: Nodo di Sangue di Laurell K. Hamilton.
La storia si svolge nella contea di Saint Louis, dove la protagonista Anita Blake si muove in una società che ha accettato l’integrazione con gli esseri soprannaturali come i vampiri, i licantropi e le fate. Anita stessa non è una ragazza comune, ma una “risvegliante”: è dotata, cioè, del potere di resuscitare i morti e grazie ad esso lavora a tempo pieno presso l’agenzia “Animators & co.”, che si occupa di far tornare i cari estinti in vita per un breve periodo in modo da poter risolvere le più spinose questioni legali. La ragazza però ha anche la capacità di uccidere i vampiri e perciò collabora con la Squadra Speciale di Polizia per i crimini soprannaturali: questa seconda attività è assai più interessante della prima, ma esponenzialmente più pericolosa.
La vera avventura comincia quando il bel vampiro Jean Claude contatta Anita affinché con i suoi poteri lo aiuti a risolvere un complicato caso di sterminio seriale tra i non morti. Costretta a collaborare per salvare la vita della sua migliore amica, la risvegliante accetta così di entrare in un mondo oscuro e terribile, che la porterà a mettere alla prova tutta la sua resistenza e le sue capacità.
Ciò che occorre dire per prima cosa, nel presentare Nodo di Sangue, è che si tratta di un libro tutto sommato divertente, sebbene si possa classificare a pieno titolo tra gli horror per via delle tematiche e della grande quantità di scene piuttosto macabre.
Anita è molto diversa dalle eroine che di norma si incontrano in questo tipo di letteratura: sprizza grinta da tutti i pori, non prova rimorsi quando uccide e non esita mai quando combatte. Tutto ciò non significa che sia un personaggio “piatto”, anzi: poiché il libro è scritto dal suo punto di vista, le sue motivazioni sono sempre rese con fermezza e credibilità. Anche se posso anticipare che l’evoluzione del personaggio nei libri successivi valicherà spesso il limite dell’arroganza, in questa avventura iniziale la ragazza è ancora in grado di accettare i propri limiti e risultare simpatica.
Gli altri personaggi sono visti con un’ottica soggettiva e, forse per questo, emergono con molta efficacia, specie quando si parla delle figure dei vampiri come Jean Claude e la sua antagonista Nikolaos, creatura della notte con l’aspetto di una bambina che forse ricorda un po’ troppo da vicino la piccola e terribile Claudia creata da Anne Rice.
La Hamilton non inventa praticamente niente riguardo ai vampiri e tuttavia riesce ad ammantare i suoi di una buona dose di fascino e mistero, tanto da rendere il libro avvincente fino all’ultima pagina. La formula del giallo soprannaturale funziona benissimo, grazie ad una tecnica narrativa che non assume mai registri altisonanti ma scivola via leggera, con uno stile colloquiale molto accessibile a qualunque lettore.
La TEA sta pubblicando l’intera serie in edizione economica: per quanto ho letto finora, la storia si arricchisce di una miriade di personaggi, i misteri si infittiscono e la protagonista intreccia una serie di relazioni sempre più cariche di passione. Ho “amiche informate dei fatti” che si sono premurate di raccontarmi addirittura di una “svolta sexy” nelle ultime uscite.
Di tutto ciò, però, non c’è traccia in Nodo di Sangue, che è un libro avventuroso e talvolta fracassone, in grado di strappare più di un sorriso e di non deludere gli appassionati del genere.
È opportuno avvertire subito che il titolo potrebbe trarre in inganno: non è un saggio, e sicuramente non è un testo che abbia l’intenzione di essere sacro; d’altra parte però, non è nemmeno un romanzo blasfemo o critico. Esaurite le definizioni di ciò che non è, passiamo a ciò che invece è Il Vangelo della Maddalena, di David Niall Wilson, ovvero un dark fantasy (come lo definisce il suo autore) che prende spunto dalla narrazione più famosa al mondo, la Bibbia, appunto.
Non è facile per credenti, ma neanche per i laici e gli agnostici, cresciuti in uno stato permeato di cultura cattolica, riuscire a immaginare i protagonisti degli episodi biblici come personaggi di una storia (vera o inventata non ha importanza); riusciti però a superare l’impatto iniziale, e aiutati in questo dalla magnifica prefazione, si cominciano a valutare le immense potenzialità di una scelta di personaggi intrisi di mito.
La storia, raccontata in forma di memoria, è quella di due personaggi trascurati dai libri sacri del canone: Maria Maddalena e Giuda. Ovviamente rivisitata attraverso la chiave di lettura del personaggio horror per eccellenza, il vampiro, qui coi suoi attributi classici (una certa fotosensibilità, una pulsione oscura e, naturalmente, il bisogno di banchettare con sangue vivo).
La parte però più sanguinolenta e più marcatamente horror è in realtà poca e anche la categoria di dark fantasy non rende giustizia al testo: ampio spazio è lasciato al dissidio interiore di Maria, creatura dell’oscurità che prova un’attrazione fisica, morale e mistica verso la figura di Gesù e la sua luce interiore; è un conflitto che occupa gran parte dei pensieri e delle riflessioni del romanzo.
Il punto di vista è più cristiano di quanto si possa immaginare; solo coloro che sono lontani dalla luce e la desiderano ardentemente possono arrivare a comprenderne la portata. Da questa prospettiva, unita alla parte fantasy della Maddalena vampirica, si riesaminano gli ultimi anni di vita del Figlio di Dio, e di tanto in tanto ripercorrono anche la storia di Lucifero e di Lilith, ancestrali rappresentazioni di perdizione e male.
Nonostante la connotazione fantastica si percepisce nel romanzo non solo una buona conoscenza dell’impianto storico e tradizionale ma anche una certa tensione mistica: è una storia che parla di desiderio di redenzione, di speranza, di demoni interiori e di amore divino. A rendere il tutto piacevole una scrittura molto densa, significativa e accurata, uno stile che scorre fluido nella sua ricchezza.
Un libro affascinante, adatto a tutti quelli che sanno sganciare la propria mente dalla tradizione per ascoltare una storia diversa, possibile e impossibile nel suo essere immaginaria.
***ATTENZIONE RECENSORE SINGLE CRONICAMENTE INVAGHITO DELLE PERSONE SBAGLIATE, la recensione potrebbe esulare leggermente dal contenuto del romanzo***
Carissima Stephanie Meyer,
Babbo Natale, il comitato delle femministe 2009 e l’AGADDADF (Associazione Genitori Angustiati Dalle Delusioni Amorose Delle Figlie) ti ringraziano, dove ringraziano è un cortese eufemismo per “Vorrebbero investirti con una slitta/autobus da corteo/furgoncino familiare”.
Infatti, quando l’anno prossimo la casella della Posta Polare sarà intasata da mille varianti della letterina: “Caro BB quest’anno sono stata molto buona mettimi sotto l’albero un fidanzato come Edward”;
quando molte femministe deporranno il mestolo di guerra dichiarando di voler sposare assolutamente un vampiro perfetto, che le fissi per tutta la notte mentre russano e sia tanto forte da poterle portare sulle spalle, risparmiando sulla benzina;
quando, infine, tanti genitori dovranno portare in analisi le proprie “bambine” che si scontrano con la dura realtà, scoprendo che i vampiri non esistono e a noi donne toccano solo gli uomini comuni (dove uomini comuni sta per maschi comuni, che sta a sua volta per… beh, guardatevi un po’ intorno), dovrai per forza porti la fatidica domanda: come ho potuto condannare alla delusione perenne un’intera generazione di donzelle?
Avevamo appena superato il plagio Disney (“So chi sei, in cima al mio cuor, ognor sei tuuu…”= alla terza telefonata ti penso e spengo il cellulare), avevamo superato anche Romeo e Giulietta (anche se non si uccide per noi, gli vogliamo bene) ed eravamo vicine anche ad uscire dal baratro di Dawson’s Creek (anche se non ha una barca con cui portarci in vacanza e un’amaca su cui leggere insieme, gli diamo una chance).
E adesso? Gli uomini non saranno felici di dover competere con un modello: bellissimo (come è accuratamente puntualizzato due o tre volte per pagina), ricchissimo ma generoso, vampirissimo ma vegetariano, presentissimo di giorno e anche di notte (del resto i vampiri non dormono, non come i comuni fidanzati che russano e la parte dell’insonne la fanno fare a te), dolcissimo e protettivo, romanticissimo e pieno di superpoteri da fare impallidire qualunque altra strategia di attracco; e chi più ne ha, più ne metta.
Io non sono Babbo Natale, tutto sommato non milito tra le femministe e data la singletudine ormai assodata non ho neanche figlie, come potrai immaginare; sappi comunque che l’invidia e la delusione mi suggeriscono di odiarti a morte e di augurarti una infelicità sentimentale pari a quella che io dovrò subire, grazie a te.
Nonostante tutto, tra un elogio del magnifico vampiro e l’altro, tra un incidente della insicura ragazzina innamorata e l’altro (i suddetti incidenti hanno una frequenza di uno per minuto di lettura), non ho potuto fare a meno di apprezzare lo stile scorrevole e coinvolgente, la trama magnetica, i personaggi e la loro genuinità.
Inoltre, molto originale la reinterpretazione dei capisaldi su cui è storicamente costruita la figura del vampiro; elementi come l’impossibilità di uscire alla luce del sole sono spiegati in modo del tutto nuovo e imprevedibile.
Sappi che ti sono molto grata, per i piacevoli momenti di lettura.
Ma non aspettarti regali, sotto l’albero.
Piuttosto, aspettati un corteo femminista sotto il balcone e una denuncia da parte dell’AGADDADF.
Un bacio (o un morso? Insomma, dopo Twilight sono un po’ confusa, sull’argomento. Corro a leggere il resto della saga. Ma solo per capirlo, eh, non si pensi che io abbia contratto una dipendenza, eh).
Quando si parla di vampiri, tutto sembra irrimediabilmente già visto. Cosa ti ha convinto a raccontare ugualmente questa storia?
Proprio la tua considerazione. Se è vero che tutto va a gusti, personalmente ero stanco e anche dispiaciuto di vedere la figura del vampiro ingentilirsi e infiacchirsi sempre più, fino a snaturare le sue caratteristiche naturali. Quelle, per intenderci, che ne hanno fatto uno degli spauracchi più vivi, duraturi e terribili della storia del mondo, letteraria e non. Oggigiorno lo si vede impegnato in stucchevoli baciamano con leggiadre liceali o anche nel farsi mettere docilmente nel sacco da ragazzine acerbe e impertinenti. C’era di che preoccuparsi. E intristirsi. Ancora un po’ e ce lo saremmo trovato in qualche casa del Grande Fratello a tentare di sedurre la burina di turno, o – peggio – da Gigi Marzullo a piagnucolare inconsolabile per la decadenza del teatro italiano.
Quindi, ho recuperato alcune delle sue irrinunciabili caratteristiche e ho raccontato una storia diversa.
Uno dei punti di forza del 18° vampiro è senza dubbio l’ambientazione. Hai mai avuto dubbi sul fatto che l’idea dei vampiri a Modena potesse non funzionare?
Non mi sono mai posto il problema. Ho descritto ciò che vedevo e conoscevo. Il problema era raccontare una storia accattivante, per gli appassionati del genere e non. Se la storia è valida la puoi ambientare dove vuoi, a Modena, come in Transilvania, come a Zanzibar. Quindi il dubbio non era dove ambientarla, ma se la storia sarebbe stata valida e piacevole.
Nel libro citi molti riferimenti alla cultura vampiresca attuale, da Buffy ad Underworld e Blade. Cosa pensi delle varie sfaccettature che i nostri tempi hanno dato alla figura del vampiro?
Le trovo inevitabili. La figura del vampiro ci tiene compagnia da secoli – passando da autentico e tragico spauracchio più o meno legato ad eventi storici a intrattenimento letterario/cinematografico. Chi sopravvive (o, come nel suo caso, soprammuore) per secoli, volente o nolente, subirà qualche cambiamento. È un ciclo naturale. Non si può evitare. Poi ci sono le mode del momento. Oggigiorno il buonismo di maniera ha colpito persino lo sdegnoso dandy dagli aguzzi canini: se non è un santerellino tout court allora è un incipriato filosofo vagamente demodé che non stonerebbe in qualche studio televisivo a scambiare trite facezie di fronte a Fabio Fazio. Tuttavia le apparenze ingannano. Come diceva mia nonna: “Gratta un giapponese e ci troverai un samurai, gratta un russo e ci troverai un tartaro”. Quindi, gratta un vampiro e – sotto la brillantina e lo sguardo vacuo-adolescenziale – troverai di sicuro un mostro succhia sangue.
Parlando in termini di rapporti con la casa editrice, come hai vissuto la lavorazione del 18° Vampiro?
A costo di sottolineare l’ovvio, direi che è stata un’esperienza arricchente. Ho potuto lavorare insieme a professionisti seri, capaci, accoglienti e di parola. Con una profonda esperienza sia nel campo dell’editoria che dell’horror letterario in sé. Ma lo sapevo. Diciamo che ne ho avuta la conferma.
Il tuo scalcinato gruppo di cacciatori ha riferimenti reali come accade per l’ambientazione o sono tutti frutto della tua fantasia?
Ho descritto persone che conosco – o conoscevo – compreso il sottoscritto, calandole in un contesto tremendo che ne ha inevitabilmente messo a nudo da un lato le debolezze e le inadeguatezze, e dall’altro le risorse alle quali a volte un essere umano attinge per tentare di non affondare. Raramente ho dovuto chiedermi due volte come qualcuno si sarebbe comportato. Tutto si svolgeva lì, davanti ai miei occhi, chiarissimo. In certi momenti è stato quasi preoccupante: immaginando, ho anche scoperto cose – di me e dei compagni – non sempre positive. E nel romanzo ci sono. In quanto all’essere un gruppo “scalcinato”, be’… il punto è proprio questo… sfido chiunque a non perdere la testa e ad essere sempre razionale e lucido di fronte all’orrore più profondo, combattendo una battaglia sotterranea dove non vincerà mai nessuno…
Che cosa diresti ad un lettore indeciso che deve acquistare il tuo libro?
Che nel bene e nel male è veramente un romanzo innovativo. Innovativo e divertente; che è quel che più importa. A costo di apparire sopra le righe direi che vi è ampia materia di riflessione. Ho cercato di raccontare un orrore radicale e il modo in cui questo costringe chi lo affronta a misurarsi con il proprio coraggio, la propria motivazione, le proprie paure e le conseguenti umane debolezze. E ho calato il tutto nella cronaca attuale, senza risparmiare ironia e lunghi momenti di divertimento; senza eccessi ma anche senza censure. Raramente la nostra vita è logica, e lo stesso vale per quella dei protagonisti.
In ogni caso, Il 18° Vampiro è uno di quei romanzi dinanzi ai quali si può storcere il naso (i miei personaggi non brillano per correttezza, né umana né politica, e spesso il loro linguaggio è discutibile) ma dai quali ci si stacca solo dopo averli terminati. Dopo di che, se ne vorrebbe leggere ancora.