Tutti gli articoli su università

Il Post e l’università italiana

Scritto da: il 24.10.10 — 1 Commento
Per questa domenica solo un consiglio di lettura: il bell'articolo del Post con una analisi lucida e compiuta della situazione accademica italiana, sia sul versante didattico che su quello amministrativo. Ecco l'incipit: Ieri il Presidente della Repubblica ha celebrato i 200 anni di una delle istituzioni universitarie più importanti del nostro Paese, la Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è misurato, fra l’altro, con gli echi (molto vividi nei manifestanti che l’hanno accolto) del dibattito attuale sull’Università. Prendo lo spunto, ora che la riforma dorme in Senato i sonni della sessione di bilancio, per qualche riflessione orientativa destinata soprattutto a chi si chiede, dall’esterno, che cosa stia succedendo.

La bellezza della banalità: Paura della matematica, Cameron

Scritto da: il 02.09.10 — Comments Off
In Paura della matematica, diviso in due parti – la prima costituita da un unico racconto, Il ricordo del mondo, scritto nel 2008, mentre la seconda da altri sei già presenti nella raccolta In un modo o nell'altro dell'86 –, ritroviamo la consueta eleganza che contraddistingue gli scritti di Peter Cameron. E anche, naturalmente, la sua poetica. Cameron ci dipinge coi colori pastello del quotidiano scorci (o squarci) di vita che però non hanno la pretesa di essere grandi moments of being o epiphanies rivelatori di chissà cosa: sono episodi di vita di gente comune, a guardarli bene di una banalità sconcertante. Eppure proprio per questo li sentiamo vicini. Possono piuttosto esserci situazioni o personaggi aventi un qualcosa di eccentrico, inusitato, mai, comunque, molto marcato. Ecco allora il padre, nel primo e più recente racconto, che, ora in fin di vita, vuole rivedere per l'ultima volta il figlio ormai adulto che aveva abbandonato molti anni prima alla morte della moglie, per raccontargli un episodio che, nel suo delirio di malato terminale, sembra avere tutte le caratteristiche dell'onirico e del fantastico al punto da suggerire al figlio una constatazione quasi filosofica. O il ragazzo protagonista del primo racconto della seconda parte, Memorial Day, che, dopo il rapido risposarsi della madre divorziata, decide di non esprimersi più verbalmente e comunica soltanto intrattenendo una fitta corrispondenza con i carcerati. Capita spesso che i protagonisti, voci narranti (tutti questi racconti sono narrati in prima persona) oltre a una storia propria, siano testimoni di una storia o situazione vissuta il più delle volte da famigliari anche piuttosto stretti che, al termine della lettura, ci si rende conto esser quella più importante della loro. E un modo di narrare – che potremmo chiamare side telling, narrazione laterale, ossia parlo di me e dei fatti miei ma con essi ...

52 anni dopo a New York: Un giorno questo dolore ti sarà utile, Cameron

Scritto da: il 26.08.10 — Comments Off
Le parole che più mi ricorrevano nella mente leggendo questo romanzo del 2007 – Un giorno questo dolore ti sarà utile (Someday This Pain Will Be Useful To You) – dell’americano Peter Cameron (1959) sono “garbo” e “distacco”. Questo autore ebbe notorietà mondiale grazie al film che nello stesso anno ne trasse James Ivory dal suo romanzo del 2002: Quella sera dorata (The City of Your Final Destrination). Un giorno questo dolore ti sarà utile è il diario – da fine luglio all'ottobre del 2003 – del diciottenne James Sveck, un giovane turbato, disturbato, silenzioso, colto e solitario a cui il mondo e i rapporti sociali non piacciono, tanto sono il più delle volte volgari e senz'altro superficiali entrambi ma soprattutto i secondi. Finite le superiori e in attesa di andare all'Università (che non vuol frequentare), vive con la madre (reduce all'inizio del libro dal fallimento del suo terzo matrimonio) e con la sorella Gillian che intrattiene una relazione con un professore universitario coniugato. Per guadagnarsi la “paghetta” la madre l'ha “assunto” nella Galleria d'Arte di cui è proprietaria e che è diretta da John Webster. James sembra tanto atterrito dalla vita che ha avuto anche comportamenti davvero preoccupanti per i genitori,i quali lo mandano da una “brava” strizzzacervelli. Ma la persona cui è più affezionato e che sembra accettarlo e volergli bene per quello che è, è sua nonna con cui si sente a proprio agio e si confida. Dicevo, le parole che più mi ricorrevano nella mente mentre leggevo questo libro sono state “garbo” e “distacco”: “garbo” perché lo stile non scade mai nella volgarità, nella sciatteria, magari per presunte ragioni di “realismo narrativo”; rimane sempre molto gradevole e, nel contempo, appunto, “distaccato” un distacco molto “British” a causa del quale – chissà se e quanto involontariamente da parte dell'autore – ...

Universitari semianalfabeti

Scritto da: il 08.12.09 — 27 Commenti
Finché lo dicevo io, in privato, chiacchierando con la vecchia zia insegnante (italiano, latino e greco), beh, potevo pensare fossero vaneggiamenti ed esagerazioni al limite delle tendenze GrammarNazi che circolano sul web. Ma riporto questo passo di un articolo uscito oggi su Repubblica, in cui si evidenzia quanta ignoranza ci sia tra gli studenti di ogni ordine e grado: Io cossi tu cuocesti egli cosse: cos'è 'sta roba? Piccolo esame di verbi: "Se io sarebbe più abile, tu mi affiderai una squadra". Ma anche: "Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro". Nel cimitero dove giacciono, insepolte, sintassi e ortografia, accenti e apostrofi si confondono in un'unica insalata nizzarda di parole: "Non so qual'è la prima qualità di un'uomo". E tutto questo accade, si legge, si scrive all'Università. Test d'ingresso per le facoltà a numero chiuso, anno di disgrazia 2009: alcuni degli aspiranti dottori del terzo millennio hanno risposto così. "I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti", ha dichiarato il magnifico rettore dell'ateneo bolognese, Ivano Dionigi. [...] Come nasce lo "studente analfabeta"? Quando comincia a diventarlo? "I guasti iniziano nella scuola dell'obbligo", risponde Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. "Il buonismo degli insegnanti ha fatto grossi danni, ormai si tende a promuovere un po' tutti e non si sbarra il passo a chi non è all'altezza. Ma il disprezzo per la lingua italiana risiede anche in certi romanzi di nuovi autori, pieni di parolacce e di inutili scorciatoie, e nel linguaggio sempre più sciatto dei giornali dov'è quasi scomparsa la ricchezza della punteggiatura".

Parola di Chiara Fattori

Scritto da: il 04.11.09 — 4 Commenti
Io sono agnostica, ma da bambina ho fatto tutti i sacramenti e il catechismo, e mi piaceva anche. Mi piacevano le parabole. La Bibbia l’ho letta tutta e credo che sia un gran libro. Tra le parabole che ci insegnavano c’era quella dei “talenti”: solo chi fa fruttare i propri talenti, le propre capacità, andrà in Paradiso. Il padrone dà un talento ad ognuno dei suoi tre servi, il padrone è Dio e a tutti i suoi figli dà un talento. Ora, se ognuno ha il suo talento, non tutti potranno avere quello dello scrittore, qualcuno ci avrà quello dell’insegnante, dell’elettricista o del sacerdote, ma qualcuno quello dello scrittore ce l’avrà! Ecco che in America, se un ragazzo a diciotto anni pensa di averlo, questo talento, può andare all’università e imparare come si fa a farlo fruttare. In Italia no. In Italia il talento dello scrittore non è certificato, la capacità di scrivere non è una professionalità, la cultura non è una cosa di cui si può campare, non ha valore, non gli si dà valore. Chiara Fattori, Il talento dello scrittore

Della traduzione della traduzione, ovvero lo strano caso del giapponese

Scritto da: il 14.09.09 — 10 Commenti
Premetto di essere consapevole di stare per affrontare un discorso assai più ampio di quanto una pagina di blog possa permettere e che il mio non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di nessuno. Come ex studentessa di lingua e letteratura giapponese, mi sono trovata spesso a cercare libri di autori del Sol Levante e non solo per doveri scolastici. Finché mi sono limitata ai testi richiesti dall’Università non ho avuto problemi, naturalmente: i grandi classici sono ampiamente studiati e tradotti da professori esperti, il cui lavoro è inappuntabile. La scelta ha iniziato a restringersi quando, dopo la laurea, avrei voluto leggere qualche autore giapponese che non si chiamasse Yoshimoto Banana o Murakami Haruki. A dirla tutta, mi sono trovata nel buio. Eppure, mi sono detta, importiamo ogni giorno centinaia di titoli inglesi ed americani con traduzioni più o meno buone, ma quasi sempre sopra la media. Possibile che i traduttori dal giapponese siano così pochi? Eppure, che io sappia, le lauree in lingue e letterature orientali sono in aumento, per lo meno dai tempi in cui io mi sono iscritta. Non è possibile che quasi tutti i laureati disertino la carriera di traduttore, soprattutto considerando che questo mestiere è al primo posto nella top ten dei lavori ideali, tra coloro che intraprendono un percorso di studi linguistici. Cosa può allora circoscrivere la possibilità di tradurre la lingua giapponese ad un numero così limitato di eletti? Come “persona informata dei fatti” posso dire che la lingua giapponese presenta grosse difficoltà anche per chi ne affronta lo studio con dedizione e passione; tuttavia la difficoltà non è un ostacolo insormontabile, se non fosse che – in generale – l’università italiana non conferisce una preparazione sufficiente. Nei quattro anni accademici sono troppi gli esami che non sono inerenti con la materia studiata. Personalmente, mi sono trovata ...

L’Aquila: buoni libri per i primi immatricolati

Scritto da: il 31.08.09 — Comments Off
Buone notizie per gli universitari aquilani: i primi 660 immatricolati riceveranno un buono da 100 euro per i loro libri di testo. L'iniziativa parte da Manageritalia e Ali: via SocialmediaNews

Il calligrafo, Shimoda

Scritto da: il 14.01.09 — Comments Off
Un romanzo, tre storie, un unico filo conduttore: lo shodō. Un libro che ho molto amato questo di Todd Shimoda, edito dalla TEA. L’antica arte della calligrafia giapponese (shodō) fa da collante a tre storie, che si dipanano lungo tutto il libro ed attraversano tre epoche diverse. Una brillante studentessa americana di origini giapponesi che studia neuroscienze all’università di Berkeley, scopre l’esistenza di un vecchio maestro (sensei) di shodō in balia di una grave degenerazione del cervello: non fa altro che scrivere o come direbbe un giapponese “dipingere”, in questo caso ideogrammi. Lo shodō in giappone è considerato infatti il genitore della pittura. La ragazza verrà in contatto con lui, scoprendo nuovi elementi per il suo studio nonché per la sua vita. La seconda storia che l’autore ci racconta si svolge durante gli anni ’60 a Kyoto ed ha come nucleo il tormentato amore del maestro per una sua allieva, storia che naturalmente si concatenerà con quella principale, Infine Shimoda ha deciso di farci respiare un po' di storia del suo paese descrivendoci la rivalità tra scuole di shodō nel 1600, in cui la successione per la guida delle stesse diventa una vera e propria lotta tra potere, politica e arte. Ho trovato questo libro molto delicato, sia nello stile narrativo, sia nella descrizione dei sentimenti dei personaggi. Mischia storie comuni con antiche leggende giapponesi che, ad un lettore europeo come me, sanno inevitabilmente di esotico; mischia inoltre la scienza con l’arte. Insomma è un pout pourri di conoscenze ed emozioni. Particolare e ben riuscita dal punto di vista editoriale la scelta di presentare al lettore un’impaginazione in cui, accanto al testo, si trovano spesso delle “note” che spiegano ad esempio le parole scientifiche utilizzate dalla ragazza e dai suoi professori, oppure singoli ideogrammi che di volta in volta l’autore ha deciso di sottolineare ...

Santa precaria, Ferré

Scritto da: il 23.09.08 — 2 Commenti
Il sud non è solo inchieste o storie patetiche che ricalchino vecchie e cementate macchiette. E nonostante si lasci andare all'uso di una lingua mista che ha sovente un effetto comico, Santa precaria sfugge, reinterpretandoli, i cliché del sudita. Gli elementi del cliché ci sarebbero proprio tutti: amore, tradimento, scomparsa, camorra, periferia, ignoranza, voglia di riscatto, meschinità. Utilizzati dalla Ferré per descrivere una modernità che si compone anche di questi aspetti. Perché non è che, alla fine, la realtà non sia fatta anche di queste storie, vecchie come il raccontare stesso. La collega anziana invidiosa, la vicina pettegola, il brutto anatroccolo innamorato o l'amore per il "bello e maledetto" sono elementi che, non necessariamente in quest'ordine, hanno accompagnato le vite di tutti. Poi c'è il sud, diviso tra i ragazzi preparati ma non troppo, attivi, tecnologici, idealisti, sfruttati, e la vecchia leva, resistente, influente, spesso furbescamente ignorante. Di più non dico per non rovinare la tensione della trama, che sorprende, piacevolmente e amaramente. Il mondo raccontato è moderno, riconoscibile non solo per la datazione (2006) ma anche per gli eventi che scandiscono e contornano la storia, per quei piccoli dettagli che fanno presa sul reale e rendono credibile la narrazione. La scrittura, come anticipavo, passa da un italiano pulito ed essenziale alla traslitterazione di espressioni e storipiature dialettali, utilizzate con parsimonia, per approdare in alcuni punti al linguaggio "smozzicato" tipico di alcuni blog e degli sms. La necessità di questa variazione di scrittura è stilistica: per rendere le varie anime dei personaggi è necessario lasciare che essi si descrivano nella lingua di loro pertinenza, del loro contesto e della loro età. A volte facendo magre figure, anche. Una lettura leggera che è in grado di divertire pur nella sua spesso velata disillusione.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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