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Come morire (Prima di aprire un negozio di surf), Scaruffi

Come morireNon è facile intitolare un libro Come morire e non ricevere in cambio un coro di “Tiè!”. La casa editrice Tanit sorvola questo particolare con la sua terza uscita. Il libro di Silvano Scaruffi, infatti,  grazie al sottotitolo (Prima di aprire un negozio di surf) da un lato  proietta il lettore nell’ambientazione australiana e dall’altro anticipa il surreale che lo aspetta pagina dopo pagina.

La trama può essere riassunta in breve: quattro amici cresciuti nei sobborghi di Melbourne inseguono il sogno di aprire una bottega in cui costruire e vendere tavole da surf, il loro sport preferito. Ognuno di loro ha una personalità particolare: Eddie vive fuori dal mondo a causa di un disturbo mentale chiamato “disordine bipolare”, Ermot è un dottore mancato e per questo eternamente frustrato, Phil è un ex campione di surf che sguazza nel rimpianto dei tempi d’oro e Alan è in perenne bilico tra l’amore per la fidanzata e la propensione a tradirla, sospeso tra la prospettiva di una vita comoda e incolore e le incertezze che però danno sapore ad un’esistenza.

Per tutti, il negozio di surf è una meta quasi onirica in cui rifugiarsi mentre cercano di districarsi in situazioni a volte amare, spesso difficili, ancora più spesso tragicomiche. Una sera si ritrovano da Alan per una partita a carte ed Eddie arriva con uno zaino carico di soldi: finalmente il sogno può diventare realtà, ma… sarà davvero così? Tenuto conto dei trascorsi di Eddie non c’è da sperarci troppo.

Partiamo dal presupposto che Scaruffi scriva bene; ebbene, occorre andare oltre: Scaruffi scrive in modo frizzante, mai banale. I singoli capitoli sono uno spasso: hanno caratteristiche che li renderebbero godibili anche fini a se stessi (penso, ad esempio, al terzo capitolo intitolato “Il telefilm”, in cui ci viene fatta la spassosa telecronaca di una puntata dell’Ispettore Derrick: raramente ho riso così tanto).

L’appunto che potrei fare a Silvano suona quasi come un paradosso: i singoli capitoli sono così coinvolgenti che più di una volta ho faticato a trovare la coesione della trama, e non perché il filo della storia sia difficile da seguire, anzi, bensì perché troppo profondamente calata nelle varie situazioni che l’autore è riuscito a creare. Le trovate surreali (per esempio l’identità di “Jefferson”) sono ottime, le voci dei protagonisti sono sempre sopra le righe, riconoscibili, intense. Anche i personaggi di contorno, pennellati a volte in pochi tratti, altre con pagine intere, emergono con rara tridimensionalità in visioni dolciamare, come dolceamara è l’atmosfera del testo.

In conclusione: nonostante il titolo poco augurale, quando ho chiuso il libro mi ha pervasa un senso di contentezza, per il fatto di avere appena concluso una lettura divertente, coinvolgente  e originale sia dal punto di vista dell’ambientazione  che da quello dei personaggi e della storia. Un altro tassello azzeccato nel puzzle di Tanit e un buon passo avanti nella carriera di uno scrittore per cui intravedo un roseo futuro.

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Scritto da: Elfo il 8 Dicembre 2009
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Le ceneri del paradiso, Shatner

star trek ceneriTutti conoscono la serie di telefilm StarTrek e tutti sanno che ha ispirato anche film, fumetti, opere teatrali e cartoni animati. Quelli che frequentano librerie e bancarelle sanno anche che esiste un discreto numero di romanzi ambientati nello stesso universo. Oggi, per appassionati e non, vi propongo il primo di una trilogia imperniata sul capitano Kirk, scritta da lui medesimo: William Shatner!

Le ceneri del paradiso inizia (tra il sesto e il settimo film) con Kirk in piena crisi esistenziale: è troppo vecchio per comandare un’astronave ma non si sente ancora pronto al pensionamento. Così quando una bella e misteriosa aliena gli chiede aiuto per salvare il suo pianeta non può fare a meno di accettare.

La ricompensa è qualcosa che l’anziano (ma ancora pimpante) capitano non può assolutamente rifiutare: l’eterna giovinezza. In realtà non si rende conto di essere coinvolto in una macchinazione che potrebbe far precipitare la federazione spaziale in una nuova guerra. Per fortuna gli altri membri dell’Enterprise accorreranno in suo aiuto.

Il romanzo contiene tutti gli ingredienti tipici della serie: un pianeta sconosciuto, un mistero, colpi di scena, un problema interno da risolvere insieme con quello esterno, il tutto condito da tecnologia, avventura e un pizzico di umorismo. Parecchie sono le citazioni alla serie classica che faranno la gioia dei fan.

Quello che c’è in più è l’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del capitano Kirk che c’è mostrato sotto nuovi aspetti della sua personalità. Non più un eroe indistruttibile, ma un uomo con le normali paure che affliggono tutti: invecchiare, essere messo da parte, restare solo.

Il libro è scritto abbastanza bene, soprattutto tenendo conto che è il primo di Shatner. Lo stile è molto semplice e diretto, alcune parti avrebbero potuto avere una cura maggiore ed anche l’ambientazione poteva essere sfruttata meglio. Tuttavia la lettura è gradevole e, vi assicuro dopo aver letto tutta la trilogia, migliorerà negli altri libri.

Se, come me, siete appassionati di StarTrek, non potete perdervi quest’opera, dove troverete tutto ciò che vi piace della serie più qualcosa che sullo schermo non può apparire: il capitano Kirk visto da colui che lo conosce meglio. Lui stesso!

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Scritto da: Axel Raven il 4 Dicembre 2009
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Più bello di così si muore, Amurri

più bello di cosìEsattamente trent’anni fa usciva per la Biblioteca Umoristica Mondadori Più bello di così si muore, di Antonio Amurri. Ho ripensato a questo divertente romanzo umoristico non a caso, in questi giorni in cui la parola trans è diventata all’improvviso la più usata in telegiornali e quotidiani, giorni in cui anche le nostre nonne stanno diventando esperte e dissertano amabilmente sulle differenze fra viados e transessuali.

Questo libro invece racconta una storia di quando la chirurgia estetica era ancora agli albori, o era comunque meno accessibile, e di quando per i viali delle città auto insospettabili potevano fermarsi a raccogliere, al massimo, un travestito.

E il travestito in questione è il protagonista del romanzo, Spartaco, un bel ragazzo romano di borgata, aspirante attore, aspirante fotomodello, aspirante tutto, squattrinatamente sposato da due anni con l’altrettanto borgatara Amelia. Per fare fronte alla situazione economica disastrosa e alle insoddisfazioni della moglie Spartaco, in breve, viene spinto dai suoi familiari stessi alla ben remunerata carriera in oggetto, ma la sera del “debutto” è anche la sera in cui Spartaco incontra Nereo, un ricco quanto ingenuo quarantenne che se ne innamora perdutamente e questo ovviamente da il la a una commedia degli equivoci narrata col consueto garbo di Amurri e con un umorismo non greve ma che fortunatamente non conosceva ancora l’incubo del politically correct.

Tra considerazioni divertenti sul tema “a chi può interessare andare con un travestito”, spruzzate di critica sociale (la famiglia che si vende per i propri sogni di benessere posticcio) e scorci gustosi di una Roma e di un’Italia dove poco, pochissimo, è cambiato (al massimo si è un pochino aggiornato), Più bello di così si muore si fa leggere ancora oggi col sorriso sulle labbra.

Il libro poi aveva i meccanismi perfetti della commedia all’italiana, tant’è vero che ne fu tratto un film, diretto da Pasquale Festa Campanile e interpretato da un Enrico Montesano che, se non era esattamente il ritratto della bionda bellezza efebica descritta su pagina, era però all’epoca uno degli attori più in luce dello star system nostrano. Il successo del film fece sì che il libro avesse anche un seguito, fatto infrequente nella narrativa italiana, intitolato Dimmi di zì.

Ovviamente anche questo romanzo è introvabilissimo, ma se avete la fortuna di incapparvi, in qualche bancarella o in qualche biblioteca, è consigliato, magari accompagnato dalla vivacità di un Raboso, a tutti gli amanti dell’umorismo su carta.

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Scritto da: tomtraubert il 3 Dicembre 2009
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Ballate, Benni

ballate – benni
Stefano Benni è un grande umorista. Stefano Benni è un grande scrittore. Stefano Benni è semplicemente un grande.
Uno che sa far ridere, il che come sappiamo è infinitamente più difficile che far piangere… e forse è proprio per questo che Stefano Benni sa anche commuovere. Con i romanzi, con i racconti, certo.

E anche, ogni tanto, con le poesie.
Proprio su queste voglio spendere qualche parola, mentre il nuovo romanzo mi aspetta sornione acquattato fra gli scaffali della libreria. Come un gatto. È confortante sapere che c’è un nuovo libro del “Lupo” che mi aspetta, non appena avrò voglia di attaccarlo, sapete. Ma intanto parliamo di Ballate.

Questa raccolta di poesie, filastrocche, rime baciate e non, è uno sguardo alternativo all’universo dell’autore bolognese, ed è stata pubblicata da Feltrinelli nel 1991 raccogliendo un decennio di composizioni brillanti, divertenti, commosse, demenziali, serissime.

Dove si parla d’amore, di guerra, di musica, di personaggi metropolitani, animali bizzarri e di tanta Italia narrata fra le righe di un librino leggero e prezioso, come d’altro canto tutte le cose di Benni, anche le meno riuscite (e davvero son poche).
Ve ne lascio un assaggio, estremamente parziale naturalmente, ma gustoso, magari accompagnato alla vivacità di un Brachetto.

POESIODROMO

Un GATTO inseguiva un giorno un TOPO
Lungo i versi di una piccola poesia
“Quattro parole ancora” disse il TOPO
“e verrò preso se non scappo via”
Ma nel dirlo si sentì sollevato
Ché per dodici parole era scappato
Mentre il GATTO vide scoraggiato
Che di ventun parole era staccato
“Non mi prendi” disse il TOPO al GATTO
Ma si pentì della frase pronunciata
Ché a solo due lettere dal muso
Vide passar felina una zampata
“GATTO feroce e maledetto” disse il TOPO
“tra me e te cinque parole metto”
“mi arrendo” disse il GATTO “o TOPO”
Mangiò le virgolette, poi la “o”
E dopo indovinate che mangiò…

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Scritto da: tomtraubert il 12 Novembre 2009
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Chissà se sono svegli, Lloyd e Reese

Chissà se sono svegliContinuano in questo secondo volume le mirabolanti avventure di Amy e Jack, la coppia che abbiamo conosciuto con Chissà se stai dormendo di cui trovate la recensione su queste pagine. In Chissà se sono svegli, però, la prosecuzione della storia è affidata non alle voci dei diretti interessati, bensì ad un quartetto d’eccezione: quello formato dai loro migliori amici.

Josie Lloyd ed Emlyn Reese strizzano l’occhio a coloro che conoscono bene il primo libro , inserendo il punto di vista di Helen e Matt – personaggi di rilievo fin dall’inizio – ma lasciano anche spazio al nuovo con l’introduzione di Stringer e Susie. Tutti e quattro si trovano a fronteggiare una delle prove più impegnative, pur per un gruppo affiatato: l’organizzazione del matrimonio dei due piccioncini, e nello stesso tempo devono barcamenarsi con le proprie sfide quotidiane.

Anche in questo libro, i personaggi – trentenni londinesi allo sbando – sono descritti con grande puntualità nei pregi come nei difetti: Matt, avvocato, ha l’ossessione del controllo sulla sua vita e su quella altrui, perciò si trova spiazzato dall’”abbandono” del coinquilino Jack e, soprattutto, dall’indifferenza di Helen, per cui ha una cotta.

Quest’ultima è troppo presa dalle grane del suo lavoro e, dopo l’ultima delusione amorosa, ha chiuso completamente con gli uomini; questo la porta a litigare spesso e volentieri con Susie, che vende cappelli al mercato, ed è conosciuta per essere una vera fanatica del sesso, caratteristica da cui vorrebbe affrancarsi, ma che le tornerà molto utile col bellissimo e timidissimo Stringer anche se non nel modo a cui pensate voi…

In mezzo a tutto questo marasma Amy e Jack appaiono di tanto in tanto, quasi come incarnazione dei sogni e di una felicità che sembra a portata di mano, ma non è evidentemente così semplice da afferrare.

Il linguaggio è semplice e diretto, alcuni scambi di battute sono spassosi anche se devo ammettere che il tono generale è meno frizzante rispetto al primo episodio; forse questo è dovuto al fatto che si lascia meno spazio alla favola dei due innamorati per calare i quattro amici in una realtà meno perfetta, ma forse più affine al vero.

In generale anche Chissà se sono svegli (edizioni TEA) è un libro leggero, godibile da un pubblico che ha voglia di ritrovare l’atmosfera di una Londra che conosciamo attraverso i film di Hugh Grant: moderna, spiritosa e vivace.

Consigliato in special modo alle ragazze, per l’argomento a cui tutto gira attorno (l’amore), ma penso che anche i ragazzi possano trovarvi interesse grazie all’umorismo sempre presente.

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Scritto da: Elfo il 6 Ottobre 2009
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Più di là che di qua, Amurri

Più di là che di qua - Antonio AmurriTorno a parlare di Antonio Amurri, storico autore della tv italiana nonché scrittore ed umorista, con questo prezioso romanzo del 1987, naturalmente introvabile al giorno d’oggi, ma che sarebbe adattissimo ad una lettura estiva col sorriso sulle labbra.

A fianco alla sua produzione dedicata all’analisi al vetriolo della famiglia italiana con i vari Piccolissimo, Piccolissimo vent’anni dopo, e tutta la serie dei Come ammazzare… Amurri scrisse anche alcuni romanzi, di cui questo fu l’ultimo, e il più peculiare. Più di là che di qua infatti è una commedia impregnata di humour nero i cui protagonisti principali sono infatti dei fantasmi.

Fantasmi che assistono, invero molto mondanamente, alla vicende dei loro congiunti viventi: Milena è la ricchissima moglie defunta di Francesco, il quale, oltre ad essersi ritrovato erede di un immenso patrimonio si è risposato con Elvira, che a sua volta però cade ben presto in coma, vittima di una misteriosa malattia tropicale e che si ritroverà ben presto a tu per tu con la rivale deceduta.

Se aggiungiamo che Milena trascorre la sua esistenza ultraterrena in compagnia nientemeno che di Oscar Wilde (che assume il ruolo di una sorta di disincantato Virgilio) e di altre figure di contorno di trapassati celebri che si danno ritrovo in party ectoplasmici alle spalle dei viventi, ci sono tutti gli ingredienti per una messinscena surreale e divertente dove il senso dell’umorismo molto britannico di Antonio Amurri si ritrova a proprio agio, raccontando la vicenda con i suoi toni garbati e i suoi dialoghi sempre brillanti, quasi da sit-com ante-litteram.

L’ambientazione è quella di una villa dell’alta borghesia in una non meglio precisata località della Riviera del Brenta, alle porte di Venezia, ed è il pretesto per farvi fare scalo a defunti celebri in villeggiatura, da Hemingway a Peggy Guggenheim, con alcune trovate gustose come i fantasmi inglesi che non potendo più bere concretamente il tè delle cinque si accontentano di vederlo bere nei salotti terreni di cui sono ospiti.

Un umorismo che sospetto non si scriva più, o così mi pare. Se vi capita, magari scovandolo in qualche bancarella, assaporatelo con un Prosecco di Valdobbiadene, ovvero, citando doverosamente incipit e finale del libro… bianco su bianco.

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Scritto da: tomtraubert il 16 Luglio 2009
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La legge del bar e altre comiche, Guccini

La legge del bar e altre comicheMolto probabilmente chi ha una conoscenza appena superficiale di Francesco Guccini, magari per aver sentito un paio di volte – a casa di parenti – che ne so, Canzone per un’amica o, Dio non voglia, Il pensionato, ne potrebbe avere l’immagine di un cantautore pensosissimo, tristissimo, al limite del menagramo.

Chiunque lo conosca un po’ meglio, magari avendolo visto in concerto, sa invece che il Guccio ha autentica vocazione di buffone, anima goliarda e verace umorismo che spesso gli fanno prendere sul palco grandi tempi fra una canzone e l’altra per esibirsi in esilaranti siparietti fra aneddoti e considerazioni semiserie su vita, politica e quant’altro.

Non stupisca allora questo La legge del bar e altre comiche, raccolta di raccontini umoristici, per la maggior parte apparsi sulla rivista Comix negli anni ’90, e dalla Comix stessa riuniti e pubblicati in questo librino targato 1996 e in seguito più volte ristampato.

Racconti che hanno come protagonisti Guccini stesso e altri personaggi, un po’ fittizi un po’ no, fauna di osteria emiliana, stirpi intere di Pistolazzi Tale o Talaltro (cognome che nell’immaginario gucciniano viene puntualmente attribuito a innumerevoli personaggi) a contarsi nei bar avventure di donne e di carte, di musica rock e di Amleto tradotto in “galeatico” e a far dottissime dissertazioni sui cori alpini. Personaggi che poi sono nient’altro che l’altra faccia del Frate, di Keaton e di tutte le altre maschere tragiche messe in scena nei suoi (splendidi) dischi.

Si viene così a conoscenza di mitologici giochi di carte come il “farfa sgalbedrato” o si viene convenientemente a capire come sia meglio essere ben addestrati e soprattutto ben inseriti prima di lanciarsi in una carriera di contaballe da bar. E così via.

Il libro, davvero divertente, soprattutto se poi lo si immagina narrato dall’autore, è arricchito poi da una serie di vignette dedicate a Guccini da alcuni dei più noti disegnatori italiani, da Bonvi ad Altan, da Cavezzali ad Andrea Pazienza, che ha disegnato il bellissimo Guccio western che campeggia in copertina.

Adattissimo a una piacevole lettura domenicale, al fresco e con un bicchiere di leggera Bonarda.

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Scritto da: tomtraubert il 12 Giugno 2009
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Elena, Elena amore mio, De Crescenzo

Elena, Elena amore mio – Luciano De CrescenzoPrendete un autore dalla penna vivace, con un mordace senso dell’umorismo e con una profonda cultura classica. Pensate a come possa essere una delle vicende più conosciute della nostra mitologia, la Guerra di Troia, raccontata da un siffatto scrittore. Se ci siete riusciti saprete esattamente cosa aspettarvi dalla lettura di Elena Elena amore mio, l’Iliade secondo Luciano De Crescenzo.

Saprete cosa aspettarvi, dicevo, ma lo stesso la lettura vi darà profonda soddisfazione e soprattutto vi divertirà.
Le vicende del libro iniziano quasi dove l’Iliade finisce: siamo al nono anno di guerra, ed essa si prepara alla svolta che noi tutti conosciamo.

Il giovane Leonte, figlio di uno dei tanti re minori greci radunati da Agamennone per il sanguinoso assalto alla città, parte alla volta di Troia per cercare il padre, che risulta disperso. A stimolarlo è in parte il desiderio di rivedere un genitore che è partito quando era troppo giovane per ricordarlo davvero, e in parte ila curiosità di conoscere i suoi eroi, i mitici guerrieri achei le cui gesta durante i diversi anni di guerra hanno fatto il giro di tutto il mondo allora conosciuto.

Solo che loro, visti da vicino e spogliati dei fronzoli omerici, non sembrano poi così eroici…
Agamennone appare come un arraffatore senza scrupoli, che si serve della guerra per diventare sempre più ricco e ammantarsi della gloria che spetterebbe agli altri.

Achille è un ragazzino viziato, che più che coraggio (come può essere davvero coraggioso in fondo uno che, tallone a parte, è invincibile, si chiede l’autore?) dimostra spietatezza. Per lui, psicopatico omicida, la guerra di Troia è una scusa per uccidere impunemente.

Ulisse è un malandrino e un impostore, una di quelle persone che potrebbero spingerti a negare l’evidenza perché sembra impossibile sentire la verità uscire dalla sua bocca.
Menelao è un debole succube del fratello, “uno di quegli uomini” per citare De Crescenzo “che sembrano nati per portare le corna”.

E poi c’è Elena… Elena, la protagonista e la vera figura sfuggente del romanzo. La vediamo mai davvero? È evanescente al punto che forse già allora era solo una leggenda. A Troia sembra essere ovunque e da nessuna parte, potrebbe anche essere la giovane che incontra Leonte e di cui il ragazzo si innamora: tanto bella, secondo lui, che può essere solo la regina di Sparta!

Forse una donna così non può esistere, forse è solo l’incarnazione dei sogni d’amore degli uomini. Forse… dovrete leggere il libro per saperne di più.
Nel romanzo di De Crescenzo non manca nessuna delle vicende dell’Iliade e nonostante il tono umoristico con cui vengono raccontate i riferimenti sono precisi e i richiami al mito rigorosi. Solo che mancano gli eroi, che precipitano allo status umano, forse peggio. Non si riesce a tifare per nessuno di loro e neanche i troiani alla fine sono poi così simpatici.

Anche le divinità, ben presenti, non ne escono bene, con un fascino un po’ ammaccato che sorridendo fa ricordare il manga Olympus no Pollon piuttosto che il grande Omero, dove le divinità presentavano sì i difetti umani ma erano anche grandiosi. Ma cosa c’è di grandioso in Zeus, che è solo un donnaiolo che accetta che Troia sia distrutta per non infilarsi in una bega tra donne, o in Afrodite, tanto bella quando svampita?

Finiamo il libro con un sorriso sulle labbra, ma dopo aver fatto un grande e godibile rispolvero della cultura classica da cui deriviamo. Sono sicura che fosse questo l’intento di una delle penne più intriganti della nostra letteratura contemporanea.
Da leggere se amate i miti greci e da regalare a chi a scuola li ha odiati, per fargli cambiare idea.

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Scritto da: Only il 10 Giugno 2009
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Le balene restino sedute, Bergonzoni

Le balene restino sedute - Alessandro BergonzoniAlessandro Bergonzoni è un genio. Lo si capì nel 1989, vent’anni orsono, giusti giusti porca miseria, quando uscì in libreria, col logo storico della BUM, Biblioteca Umoristica Mondadori, il suo primo libro, dall’ineffabile titolo di Le balene restino sedute.

A onor del vero lo si capiva ancora meglio assistendo a uno dei suoi spettacoli, uno dei quali costituisce per l’appunto più o meno integralmente questo volumetto, un’esilarante avventura nello spazio-tempo della parola che Bergonzoni recitava dominando la scena, peraltro piuttosto scarna ed essenziale, riuscendo a calare il pubblico in un vortice di capriole lessicali e carambole verbali, di senso e di nonsenso, cortocircuiti di pensiero che, una volta scardinate tutte le regole, imbastiscono un discorso pazzescamente coerente che questo libro riesce sorprendentemente a catturare.

Ok, vi regalo l’inizio, solo per chi Bergonzoni non lo conosce o lo frequenta poco. Inizia così.

“Alla manifestazione d’affetto c’erano tanti cartelli.
Il corteo si snodava fino alla certosa. Ad Alfeo chiesero dov’era il cimitero e lui indicò: «Sempre dritto fino all’incrocio dove ti muore il cane, passi un grande dispiacere e sei già arrivato».
Chi andava a portare i fiori sulla tomba della madre si sentiva dire dalla madre che finché non fosse morta non li avrebbe mai accettati. In cielo c’era una splendida mezza luna, un pugno di prezzemolo e tante stelle.”

E così via. Piegando le parole, sfruttandone le ambiguità, giocando col senso, col suo contrario e con la sua mancanza, col lettore-spettatore e la sua capacità di leggere obliquamente parole e frasi pericolosamente assemblate con equilibri da trapezista dell’umorismo. Da allora Alessandro Bergonzoni è diventato più famoso, più ambizioso nei suoi progetti, forse se possibile più bravo. E ha fatto altri spettacoli, scritto altri libri, scritto pure canzoni per Piero Pelù… ma questo glielo perdoniamo volentieri.

Per chi ama ridere anche senza satira politica, anche senza gag, ma solo con una “scemeggiata” intrisa di immaginazione e di gusto del fantastico, magari con un Sangiovese anche giovane, ma soprattutto per chi non dimenticherà mai che la formula chimica del latte è Vacca 2 O….

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Scritto da: tomtraubert il 8 Aprile 2009
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Spinoza. Un blog serissimo

Io non leggo molto i giornali e non vedo i tg volentieri. Sarà perché ormai sono una persona demoralizzata, sarà perché la verità ha abbandonato le notizie, scegliete voi tra i miliardi di possibili motivi. Se proprio devo leggo qualche rassegna stampa, o notizie segnalate da persone che conosco.

C’è un’eccezione, a cui mi sono rapidamente affezionata: il blog Spinoza. Raccoglie le sintesi delle notizie più importanti, fornendo l’interpretazione che i giornali non danno, utilizzando ogni possibile spunto satirico. È tanto più feroce in considerazione dell’assenza di critica e di giornalismo reale, e in contrapposizione al modo “soft” di dare le notizie che ormai è invalso.

Si può ancora parlare di satira quando la satira semplicemente mette in luce una realtà taciuta? Io a questo non ho risposta, so che quando mi fermo a leggere Spinoza rido, sì, ma con amarezza, e soprattutto rifletto.

Adesso un po’ di notizie sul blog:

Spinoza nasce nel 2005 da una costola di Alessandro Bonino.

Dal 2008 a portare avanti la baracca è Stefano Andreoli, che fa vanto di essere direttore artistico, editor e responsabile del materiale pubblicato (ma in caso di querele e beghe legali sarà pronto a giurare di non avere nulla a che fare con questo sito).

A coadiuvarlo Mauro Gasparini, Gianluca Chiappini e una legione di fedelissimi dalla tastiera affilata, il cui elenco completo non può essere contenuto nel margine troppo ristretto di questa pagina.

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Se volete inviare le vostre battute vi invitiamo a iscrivervi al nostro Forum, punto d’incontro delle migliori menti satiriche del web.

Per qualsiasi comunicazione scrivete a info@spinoza.it e qualcuno vi risponderà – o magari no, comunque state certi che leggiamo tutto.

Per non farci mancare nulla abbiamo anche una pagina su Facebook, della quale siete caldamente invitati a diventare fan per bilanciare le nostre crisi di autostima.

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Avviso ai comici che leggono Spinoza: “Licenza Creative Commons” non è un sinonimo di “fate quel che vi pare”: questo non è un serbatoio di battute gratuite da spacciare per vostre. Se volete usarle, siamo contenti, però ditecelo. E pagateci, come fate coi vostri autori. Grazie.

P.S. Se le battute di questo sito non vi fanno ridere, siete Maurizio Gasparri.

Vi invito caldamente a fare un giro nel loro forum, vero e proprio laboratorio creativo. Buona lettura!

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Scritto da: Livia il 22 Marzo 2009
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