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Citerò Zu, e il suo dialogo immaginario tra amante della carta e amante del digitale:
“No no no, la lettura a schermo no, io sono per la carta e basta.” “E per i link, come la mettiamo?” “Per i link… dunque, ehm… Ci sono!”

Opera e immagine di Dan Collier via Visual Complexity
Per oggi soltanto un video, bellissimo: troppo caldo per fare altro che rilassarsi!
http://www.vimeo.com/3829682
Non si finisce mai di imparare. Così voglio condividere con voi una scoperta recente fatta attraverso Phonkmeister, un segno di punteggiatura di cui non conoscevo l’esistenza: l’interrobang (simbolo ‽).
Che, nello specifico, è un segno di punteggiatura non standard della lingua inglese. La sua funzione dovrebbe essere l’esprimere incredulità, perplessità, o chiudere una domanda retorica.
La storia di questo simbolo è piuttosto recente [fonte: Wikipedia]:
L’interrobang fu creato nel 1962 da Martin K. Speckter, che lavorava in una agenzia pubblicitaria, per riassumere in un unico simbolo quello che in genere si traduceva con l’accostamento del punto esclamativo e di quello interrogativo. Il nome deriva dall’unione del termine latino interrogatio e del termine gergale bang, che per gli stampatori è il punto esclamativo.
Nonostante il pregevole tentativo non è mai diventato un simbolo standard di punteggiatura. Effettivamente è simpatico e riempie un vuoto espressivo di molte lingue, ma non sembra sia stato apprezzato dai tecnici e dagli editori.
A voi piace? Vi piacerebbe trovarlo in un libro?
Cos’è un libro senza carattere? Beh, direi una sfilza di pagine bianche! Va bene. La smetto di fare battute stupide di domenica mattina. Ma vi segnalo comunque uno splendido blog sulla tipografia intesa come creazione dei font.
È I love typography, che analizza, commenta e in ultimo gioca con i font, proponendone diversi al mese e mostrandoli direttamente in sidebar. Purtroppo la maggior parte sembrano essere font a pagamento; tuttavia possono anche soltanto essere fonte di ispirazione (perdonate il gioco di parole) per creazioni proprie e rielaborazioni.
Oltretutto sul sito è presente una ricca sezione di video ad argomento tipografico, tra cui quello che è attualmente in homepage su Liblog e che vi metto anche qui, in previsione delle future rotazioni:

Interessantissimo anche il Fontgame, basato sul riconoscere i caratteri tipografici. Non è facile, sappiatelo, ma è molto divertente; siate buoni, però, non superate di troppo i miei miseri ventuno punti (che già domani non si vedranno più).
Infine, un post che mi ha conquistata e vi consiglio di leggere è questo, che mi ha fatto anche conoscere l’artista (non saprei come altrimenti chiamarlo) italiano Stefano Joker Lionetti; l’ho particolarmente apprezzato perché anche qui in Tanit possiamo fieramente dire: Yes, we kern!
Di recente tutte le mie strade informatiche hanno incrociato quelle del buon Moscatelli, come quelle coincidenze che ti fanno riflettere. Pochissimo tempo fa questo sognatore è riuscito a sintetizzare (oddio… il testo è un po’ lungo) dieci punti argomentati in cui dimostra l’assurdità del contributo editoriale. Il suo manifesto è leggibile sul sito ma, data la lunghezza, ne ho impaginato personalmente un pdf.
Una delle mie perplessità, chiacchierando col curatore, è che mi sembrava si rivolgesse più agli scrittori che agli editori, e che fosse molto idealista e poco operativo; non vogliono essere critiche, ma semplici puntelli su cui, magari, strutturare il passo successivo. In effetti il destinatario del manifesto è lo scrittore, ma l’adesione comporta anche una presa di posizione comune, un’alleanza tra piccoli editori, il condividere un fronte.
Quello che non mi aspettavo è di piombare in una situazione che mi ricordasse quanto è importante fare informazione sull’editoria a pagamento. Entro in una fumetteria; chiacchiero un po’ con i ragazzi all’interno, un lui e una lei, e parlando si arriva anche al famoso “tu che fai?”, che, a seconda del soggetto, prelude a un paio d’ore di tragedia o un simpatico scambio d’idee.
Quando si comincia a parlare di editoria, come dico spesso, si scopre che chiunque è uno scrittore di primo o di secondo grado (scrittore in prima persona o amico di uno scrittore – aspirante, sedicente, esordiente). Così, mi son trovata davanti uno scrittore di secondo grado, lui, e una scrittrice, lei; per comodità nel riportare il dialogo li chiamerò Orazio e Clarabella (continua la sfida per ricevere la denuncia di violazione copyright).
Clarabella: Vi è arrivato per caso questo libro? – andando verso la vetrina per prendere un volumetto.
Io: veramente non ho una libreria, proprio una casa editrice; i libri non li riceviamo, li facciamo.
Clarabella: Ah. Ma l’hai visto in qualche libreria?
Orazio: Beh, faglielo vedere comunque, no?
Io prendo in mano il volumetto, e dopo pochissimo dico: beh, è chiaramente un libro di un editore a pagamento, è difficilissimo che sia in qualche libreria.
Orazio e Clarabella, sorpresissimi: Perché, esistono anche editori non a pagamento?
Due minuti di silenzio per riprendermi. Facciamo tre, va’.
La discussione tocca il suo apice quando mi chiedono io come ci guadagno; e se a me pare lapalissiano che per guadagnare si debbano vendere i libri, a loro no. Allora faccio l’esempio della fumetteria: “Tu ricevi i fumetti dal distributore, che ti fornisce la materia prima per la tua attività; è il distributore a pagare te per farsi esporre? No, il distributore viene pagato da te e tu ricevi il tuo compenso dal compratore, giusto? E allora perché l’editoria dovrebbe essere l’unica impresa a fare eccezione?”.
Morale della favola, e di una mezz’oretta di chiacchierata: Clarabella ha pagato 200 copie da 135 pagine, rilegatura a colla (non a filo), non brossurate, copertina molle, nessuna grafica, nessun editing più di 4 volte il reale costo di stampa, avendone in cambio una cosa che ha la forma di un libro ma che libro non è, peraltro al prezzo di copertina di 16 euro, rendendosi di fatto invendibile.
Che sia il prossimo Saramago o la peggiore imbrattacarte del mondo, non ha importanza: non avrà mai la possibilità di saperlo, proprio perché ha pagato. Non avrà promozione, perché ha pagato (che m’importa vendere, se ho già abbondantemente coperto le mie spese?), non avrà accesso a librerie e recensioni. Non avrà insomma nulla, ma senza un incontro come quello fortuito di ieri sarebbe stata convinta di aver pubblicato, quando invece ha solo stampato.
Lei era onestamente e genuinamente convinta che fosse la norma, che fosse la via per diventare scrittori, e ho letto sul suo viso prima la delusione, poi la rabbia, e ancora un’infinita modulazione di sentimenti di sconfitta. Ma la sconfitta non è sua, è nostra, dei piccoli editori che non sanno affermare la loro esistenza tanto da far capire a questi ragazzi che la Vanity press non è editoria ma stampa. E che se proprio ci tengono tanto costa meno andare in tipografia a farsi stampare le proprie cento copie, duecento, per soddisfazione personale.
La sconfitta è nostra perché non riusciamo a far sapere a tutti che la norma non è quella, non è giusto pagare, non si deve. La sconfitta è nostra perché ti chiedono come ci guadagni, perché ti guardano come un alieno, perché sono stupiti della tua esistenza. Oggi le ho stampato una copia del manifesto, e gliela porterò più tardi. Penso che ne stamperò un bel po’, a onor del vero, e le distribuirò in giro per Catania, città appestata da editori a pagamento (per il 90%, ahimè).
Indispensabile per ogni editore che si rispetti, è un buon tipografo, capace e informato. Ma anche una buona, anzi ottima conoscenza dei caratteri tipografici disponibili, degli aggiornamenti nel settore, delle migliorie e sperimentazioni.
Navigando qua e là ho scoperto un ottimo blog che si occupa proprio di questi argomenti, che è entrato immediatamente nella lista dei miei preferiti. Si tratta di Giòfuga Type, un sito di “tipografia”.
Non è però da intendersi nel senso comune di stamperia (errore in cui io stessa ero caduta) ma come Studio grafico in cui si progettano anche caratteri tipografici nuovi.
Oltre alla teoria del lettering ed all’insegnamento, Giangiorgio Fuga si occupa di Type Design, corredando spesso la scheda dei caratteri creati dalla Giò Fuga Type con spiegazioni dettagliate anche dei motivi per cui ha quella determinata linea.
Ogni tanto capita di chiedersi chi abbia creato un determinato font e perché, di volerne sapere di più; oltre ai classici caratteri di cui abbiamo una storia, questa volta possiamo cercare di capire in presa diretta come funziona la progettazione e come lavora chi la fa.
Inoltre il blog è una miniera di informazioni, appuntamenti, novità del settore, spunti di creatività. Per me quindi è un formidabile strumento di aggiornamento in un campo così attinente al mio, e trovo sia una interessante lettura anche per chi è semplicemente curioso.
La prima cosa che si nota di questo libro è il volume: sembra imponente, infinito; in effetti pare uno di quei tomi da 800 pagine strascicate. In realtà La rilegatrice dei libri proibiti “bara” (sia detto benevolmente), utilizzando la carta spessore, voluminosa e leggerissima, che fa sembrare molto più ponderoso un libro di “appena” 465 pagine.
Il romanzo ha un inizio un po’ in sordina, ambiguo: nel primo capitolo molto abilmente l’autrice comincia a dipingere un quadro storico perfettamente coerente e plausibile, che però sembrerebbe non vedere particolarità narrative. Ma ecco che, in poche pagine, cambia l’andamento, imprimendo quella svolta che incuriosisce e fa in modo che le pagine inizino a scorrere una dopo l’altra in leggerezza.
La trama è molto originale ed affronta temi di grande interesse storico e sociale, dall’emancipazione femminile alla schiavitù, al fermento sotterraneo della letteratura “proibita”. Il tutto morbidamente incastonato nelle vicende personali di una donna che acquisisce coscienza di sé.
Non dirò di più sulla trama perché merita di essere letta senza anticipazioni di sorta, che possano far scivolare dall’immedesimazione all’analisi. In alcuni casi infatti conoscere l’intreccio danneggia la lettura invece di fornire strumenti di comprensione.
Lo stile è superbo, semplice e perfetto, misurato; e anche quando l’autrice avrebbe potuto ricorrere a facili espedienti per aumentare la suspense o la tensione emotiva, la scrittura segue una linea sobria che esalta gli avvenimenti invece che coprirli.
È certo che ci siano stati in ogni tempo libri più o meno leciti, per motivi sociali, etici o religiosi; però finora, oltre il caso “Imprimatur”, avevo letto sull’argomento solo saggi o opere scientifiche. La Starling mi regala una prospettiva sia storiografica sia romanzesca, riuscendo a ricordare senza pedanteria le principali tappe scientifiche e sociali degli anni che descrive, riportando i luoghi sotto una luce viva, togliendo la polvere che i trattati sanno stendere sull’interesse della Storia, intesa come insieme di Storie e aneddoti.
Inoltre per un editore o un bibliofilo è particolarmente coinvolgente tutta la parte estetica del lavoro di rilegatura, la sua selezione dei materiali, la scelta dei temi della copertina, la cura e quella gamma di odori così acri ed al contempo piacevoli che hanno negli amanti del libro i propri estimatori.
Il romanzo oscilla continuamente tra molti generi, ed è peculiarità dei grandi scrittori riuscire ad eludere la gabbia di una definizione; volendo a tutti i costi darne una, direi che è un romanzo sulle passioni, le più diverse, e sull’infrangere le proprie maschere, i tabù.
Ho apprezzato particolarmente la precisione dell’ambientazione, sia dal punto di vista prettamente storico che per quanto concerne l’influenza di quest’ultimo sulla psiche dei personaggi. Sarà per il mio lavoro o per una semplice inclinazione personale, non ho tardato ad identificarmi in Dora, e vivere con lei battaglie e turbamenti.
Mi rincresce molto, sul piano culturale oltre che su quello umano, della morte in così giovane età di questa scrittrice dal talento eccezionale, che ha saputo narrarmi una storia appassionante e viva.
Fra tutti i feed cui sono abbonata, i blog che visito saltuariamente e le newsletter ho sempre molto materiale da leggere. Di questi però uno in particolare mi suscita riso e timore: l’OsServAtorioPermaNenTEdelLoSTrafAlcioNe, vera croce e delizia.
Ovviamente è l’editore che è in me ad averne paura: apro sempre sperando di non trovare qualcuno dei nostri libri segnalato, benché, a quanto posso leggere, sarebbe in ottima compagnia. Accanto ai classici cartelloni o ai volantini artigianali fanno infatti bella mostra di sé passi da libri di case editrici note e meno note.
Il campionario è variegato: dallo sbaglio dovuto alla digitazione a quello concettuale, a quello di impaginazione. E ce n’è per tutti, Bompiani, Bollati Boringhieri, Einaudi, Tea. Succede anche ai grandi, ai migliori, e non certo per loro approssimazione. Un libro è un oggetto complesso da produrre.
Eppure anche sapendo quanto sia facile che un errore passi inosservato provo comunque un leggero senso di fastidio quando ne incontro qualcuno (non farò nomi, ma capita spesso), fastidio tanto più alto quando la collana cui appartiene il libro si colloca tra le pubblicazioni di fascia alta (sopra i 20 euro).
Succede, sì, e questo mi fornisce l’occasione di ridere un po’ come lettrice, di riflettere e ironizzare come editore. Buone letture e buoni strafalcioni.