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Spesso gli esseri umani ci stupiscono per le loro trovate ingegnose, ma più spesso ancora per quelle assurde; tra queste anche un certo numero di associazioni, consorzi e simili che non si capisce bene cosa facciano in realtà. Fino a quando Paolo Albani non ha deciso di farne un elenco abbastanza esaustivo nel suo Dizionario degli istituti anomali nel mondo.
Organizzato in sezioni a seconda del tipo di istituto (accademie, fondazioni, musei, società e così via), il saggio raccoglie i casi più singolari di associazioni umane, sia fisicamente esistenti sia create dalla fantasia degli scrittori, fornendo la descrizione delle attività insieme a estratti della storia di ognuna.
Si viene così a scoprire di un Istituto dell’Aeropatatina, che si è seriamente occupato di provare le proprietà aerodinamiche delle patatine compiendo per anni ricerche scientifiche. Insomma, una cosa da annali dell’Improbable research, con tanto di acceleratore di Pringles.
O ancora, sempre meglio, l’interessantissima Ditta Lalande, che con i suoi reparti standardizzati aveva creato una filiera per la produzione industriale del romanzo, con i reparti trame, personaggi, accidenti e figure di collegamento. Curiosamente buona parte dei lavoratori citati sono donne.
Quali siano reali e quali immaginarie, di queste società, è difficile a dirsi: un po’ per le fonti da cui attinge l’autore, un po’ per la voglia di pensare che le azioni umane siano sempre coerenti e organizzate, è difficile credere che alcuni gruppi possano esistere concretamente. Ciononostante è divertente leggerli tutti ed esplorare quanto le persone possano stupirci, alcuni con la loro estrema ironia e portata farsesca, altri con la loro serietà, altrettanto estrema e farsesca.
Poco da dire sulla scrittura, che è lineare e analitica come dovrebbe. Un po’ farraginosa, invece, la divisione tra i vari enti, tante volte non chiarissima e con rimandi interni leggermente caotici: da un dizionario mi aspettavo una struttura più chiara e uniforme.
Un buon elenco da spulciare per capire che, per quanto strampalata sia un’idea, qualcuno ha già fatto di peggio.
Sembra che ogni generazione debba avere un “giovane Holden” in cui rispecchiarsi. Gli adolescenti degli anni Novanta hanno trovato il loro libro-immagine in Jack Frusciante è uscito dal gruppo, l’esordio narrativo di Enrico Brizzi, edito da Baldini & Castoldi.
Jack Frusciante (il cui vero nome è John) era un componente dei Red Hot Chili Peppers e lasciò la band all’apice del loro successo: qui viene utilizzato come metafora per simboleggiare le scelte controcorrente, quelle che la maggior parte della gente giudica prive di senso e che non si sa dove portino. Il protagonista, un diciassettenne di nome Alex, si muove nella sua città – Bologna – cercando di rendere proprio questo stile di vita, nel tentativo di uscire dagli schemi troppo stretti che la società sembra già avergli disegnato attorno.
Insieme a lui ci sono gli amici di sempre, quelli del “complesso punk rock parrocchiale” con i quali condividere sbronze e filosofie, ma anche Martino un ragazzo più grande, ricco e tormentato, chiaro simbolo di come non sia il denaro a dare la felicità. Quando Alex incontra Adelaide la sua vita si rivoluziona all’improvviso: i due cercano una profondità di rapporto che i loro coetanei nemmeno sognano in quattro mesi d’amore senza nemmeno un bacio, ma pieni di favole scritte su un quaderno, di concerti, di serate passate a scambiarsi pensieri e tenerezze.
Non so se questo libro possa realmente definirsi “lo specchio di un’intera generazione”, ma di certo le esperienze del “vecchio Alex” fanno parte del bagaglio di moltissimi di noi. Anche il linguaggio, in certi casi un vero e proprio gergo, è tipico di una precisa fascia di età (al giorno d’oggi, forse, il libro sarebbe stato scritto con lo stile sms) tanto che ho sentito più di un adulto lamentarsi di non aver capito al primo colpo certe espressioni.
Le considerazioni di Alex sulla vita, la politica e la religione, ma anche sulla famiglia e l’impegno nel raggiungere i propri obiettivi, hanno una loro profondità specie per quanto riguarda i dubbi che, prima o poi, attanagliano tutti su come non sempre sia facile inserirsi in una società che appare ipocrita e qualunquista come quella dell’Italia del nostro tempo. Oltre alla storia d’amore, che è un tema sempreverde, gli argomenti sono dunque molto attuali il che rende il libro piuttosto interessante anche dal punto di vista dello spaccato sociale, che è molto ben contestualizzato.
I personaggi sono accuratamente delineati nei loro differenti caratteri; naturalmente il punto di vista soggettivo del protagonista, che si autodefinisce un “tardoadolescente skazzato” , è quello che filtra tutto il resto e conferisce alla realtà del libro spunti a volte divertenti, a volte amari, qualche volta surreali.
In conclusione, questo libro si può leggere tranquillamente sotto l’ombrellone, se si vuole una lettura disimpegnata capace sia di strapparci qualche sorriso, sia di farci sospirare per la nostalgia di un’Italia che – sebbene non così lontana – sembra già essere un ricordo.
Non farlo. Dovrebbe essere una semplice regola, sia da imparare sia da applicare. Ma forse no. Mi scuso in anticipo per i toni duri e/o apocalittici e/o [aggettivo a scelta] che so già assumerò, ma sento una mezza ulcera crescere, quindi corro ai ripari.
Oggi: quindicesima mail che richiede informazioni. Su cosa? Ovviamente su come aprire una casa editrice. Non ci sarebbe niente di male se la mail, nell’ordine:
- fosse scritta con una corretta ortografia;
- avesse almeno una parvenza di sintassi italiana;
- denotasse non “una certa conoscenza” ma almeno una conoscenza di base delle leggi sull’editoria;
- non contenesse una locuzione di qualsiasi tipo dal significato “così semplice fare l’editore?”.
Aprire un’impresa è, persino in un paese burocratico come il nostro, un affare semplice. Tenerla in piedi no. Fammi un favore, tu che pensi a quanto figo sarebbe essere un editore. Iscriviti a un corso per fare la velina, su. Loro sono più fighe. Ci hai visti, no? Hai visto la mia faccia, quella della mia socia, di Andrea Malabaila, di Chiara Fattori? Noi non andiamo al Billionaire, eh.
O quel che vuoi tu, fai parapendio, apri un negozio di Hello Kitty, ma non diventare l’ennesimo parassita che infesta l’editoria italiana. Che fa sembrare incompetenti tutti i piccoli editori, dato che gli incompetenti, notoriamente, fanno massa e si notano di più. Sgombra il campo per chi fa il lavoro con preparazione, dedizione, rischio proprio.
Meglio ancora, se hai soldi da spendere, finanzia una casa editrice fatta da gente competente: paga un povero editor, un impaginatore, gente così, che conosce il suo lavoro. Te l’avevo già detto. Ma lo so, tu, nel tuo mondo di sogno, non mi ascolti.
Poi venne il giorno che andò a trovarla un giovanotto, pieno di domande sul suo bizzarro libro di psicologia, La trasfigurazione del banale.[...]
“Qual è stato per lei l’influsso più significativo degli anni della scuola, suor Helena? Un libro, un’idea politica, una persona? O è stato il Calvinismo?”.
“Ci fu una certa Jean Brodie, negli anni del suo fulgore.”
Così si conclude, chiudendo il cerchio di una storia pressoché perfetta, Gli anni fulgenti di Miss Brodie, il capolavoro di Muriel Spark, scrittrice scozzese scomparsa alcuni anni fa nella nostra Toscana, dove ormai viveva da tempo.
Ma cos’ha di tanto speciale questo romanzo di piccolo respiro, che si legge in un pomeriggio? Cosa lo rende il libro più popolare di un’autrice che ha prodotto altro e tutto di qualità?
Probabilmente la fama della storia sta proprio in quella miss che dà il titolo al lavoro, colei che è stato il Personaggio per eccellenza della produzione di Muriel Spark. Indimenticabile, anche molto tempo dopo aver riposto il libro.
Jean Brodie è un’insegnante – sopra le righe, lo si avverte fin dalle sue prime battute – che in una Edimburgo degli anni trenta decide di dedicare gli anni del suo “fulgore”( per utilizzare l’azzeccata traduzione che Adriana Bottini per Adelphi fa del termine inglese “Prime”) a un gruppo di sue allieve, da lei personalmente scelte per farne la crème de la crème della società, secondo il personalissimo significato che lei dà a questa parola. I metodi di insegnamento della donna sono infatti poco ortodossi: puntando sulla sua carismatica personalità, cercherà di guidare le sue elette verso l’apprendimento della vita più che della cultura, mettendole a parte della sua particolare visione del mondo.
Quasi per un paradosso miss Brodie fa tutto questo alla Marcia Blaine School, una delle scuole più reazionarie della Scozia, dove il suo metodo sarà inevitabilmente inviso al resto del corpo insegnante e alla direttrice, che per anni cercherà di convincere le sue allieve a tradirne la fiducia per poterla licenziare.
“Le ragazze di miss Brodie”, come vengono chiamate: sono loro il centro del romanzo, loro che con continui salti temporali raccontano la loro insegnante vista con occhi immaturi e adulti, così che al lettore ne viene trasmessa un’immagine mutevole, perché continuamente adeguata al punto di vista di chi racconta.
Così, la giovane donna vista dalle allieve ancora ragazzine, che assistevano alle sue atipiche lezioni pendendo dalle sue labbra, è la rappresentazione un po’ mitizzata di un temperamento singolare che trasmette alle piccole la propria convinzione di specialità, creando un gruppo che si sente parte di uno scopo e che quindi sopravviverà alla fine della scuola.
Jean Brodie cura la sua nidiata non per far emergere le singole personalità ma per ricreare in ognuna di esse una parte di sé stessa: sceglie di vivere molte delle sue passioni (intellettuali ma anche erotiche) attraverso le sue elette, sui cui punta tutta la sua ambizione e il suo appagamento.
Ma non tutto questo resiste nelle ragazze che diventano donne, che intuiscono alla fine qual’è la sua debolezza: togliendo miss Brodie da ogni piedistallo finiranno per allontanarsene sfaldando il gruppo di cui la donna era il collante. E alla fine, inevitabilmente qualcuna la tradirà con la direttrice, senza sapersene spiegare bene il motivo.
Scritto nel 1961, è ormai un classico e come tale è stato soggetto a riduzioni cinematografiche, televisive e pieces teatrali. Se seguirete il mio consiglio e lo leggerete, vi invito anche a cercare di recuperare, cosa non facile, il film del 1969, “la strana voglia di Jean”, con la bravissima attrice inglese Maggie Smith (recentemente apparsa sugli schermi di tutto il mondo nel ruolo di Minerva McGonagall nei film di Harry Potter) che per l’interpretazione di una splendida miss Brodie si prese un meritatissimo Oscar.
Ogni tanto ho bisogno di leggere un autore collaudato, sulla cui arte e qualità essere tranquilla a priori. Così sono di nuovo alle prese con Amélie Nothomb, stavolta attraverso il romanzo Attentato, breve e denso come d’abitudine. A dispetto del titolo non si parla né di terrorismo né di rivolte armate.
Questa volta il tema centrale è il rapporto tra bello, brutto e sublime, dilemma filosofico antico e mai risolto – meglio ancora, irrisolvibile. Attualizzato, però, è tutt’altro che una dissertazione sui massimi sistemi: è reso vivo attraverso le incarnazioni dei personaggi principali, Ephiphane, Ethel e Xavier.
Da un lato Ephiphane Otos, il cui nome è più che simbolico, dato che la sua faccia somiglia in modo tragicomico a un grande orecchio; Otos è il brutto per antonomasia: deforme, piagato, inguardabile. Viene spesso accostato al brutto per antonomasia, Quasimodo, di cui però non possiede la purezza d’animo e l’ingenuità.
A fargli da contraltare Ethel, che è il sublime: non bellissima, non perfetta secondo canoni stabiliti, ma in grado di suscitare sentimenti “alti” nel nostro osservatore”. Infine Xavier, canonicamente bello e al contempo pieno di difetti morali, intellettuali e sentimentali che portano a disdegnarlo subito. Arrogante, presuntuoso, vacuo, falso, egoista; potete continuare aggiungendo altri appellativi deteriori, andranno bene quasi tutti.
Come sempre nei romanzi della Nothomb sono figure forti, intorno alle quali figurano di tanto in tanto piccole comparse. Dall’interazione di questi tre personaggi si dispiega un intero discorso sull’amore, una critica pungente alla superficialità della nostra società, un’analisi impietosa dei costumi del jet-set e dell’élite culturale, con una sagacia e leggerezza cui ormai siamo avvezzi.
Leggendo il diario di Otos, la sua lunga confessione a cuore aperto, finiamo col condividere il suo punto di vista, il suo modo, persino il suo amore. Finché non arriva la spiazzante parte finale, l’unica possibile (che per ovvie ragioni non vi racconterò).
Il tutto con lo stile fluido e pungente della Nothomb, diretto e cristallino; e con la cura editoriale che Voland mette sempre nei suoi volumi. Complice la dimensione del libro, si tratta di una lettura agile, anche se non proprio da ombrellone.
Consigliato a chi crede che il brutto, il bello e il sublime siano categorie che non appartengono al mondo fisico.
Chiariamo subito che quand’ero piccola, uno o due anni, sognavo di diventare un direttore d’orchestra. Mi mettevo su uno sgabello col grissino e fingevo d’essere Toscanini (a ognuno le sue perversioni); se mi chiedevano “che fai?”, disarmante rispondevo “io? Dirigggo”. Ho anche iniziato lo studio della musica, ma questa è un’altra storia.
Ora che sono grande (?) faccio tutt’altro mestiere, e non riterrei mai di avere la capacità di dirigere un’0rchestra; con tutto ciò che da questo naturalmente discende. Almeno, io sono così. Ma scopro sempre con sorpresa che non tutti la pensano come me.
Non appartengo a quella genia di persone che giudicano gli altri in base al titolo: trovo che Muti sia così non in virtù di un attestato ma per gli anni di studio, per l’aver ascoltato tanto e imparato da maestri prima di lui. Il fatto che un ragazzo sia laureato in Lettere – con specialistica in editing – non elimina la possibilità che scriva “corettore di bozze” o “propiamente” (fidatevi, è successo).
Per cui sono abbastanza serena quando mi chiedono “cosa si deve fare per aprire una casa editrice?”; è una domanda plausibile, non sempre c’è chiarezza nei manuali tecnici, spesso rivolti a persone già esperte e non divulgativi, e non molti editori rivelano agli stagisti tutti i passaggi della filiera del libro. Insomma, la trovo una legittima curiosità.
In genere inizio a spiegare dalle basi, non sapendo mai chi mi trovo di fronte. Parto da lontano, dal business plan e dal progetto editoriale, fondamenta per un’impresa culturale di qualunque tipo. Sono anche avvezza a vedere facce interdette (o il loro corrispettivo web 2.o) e piccoli segnali di esitazione. Poi mi addentro nelle questioni legali: forma societaria, questioni fiscali, dettagli tecnici.
Già qui le facce si rabbuiano un po’, pensavano ci fossero meno beghe legali; comincio ad intuire che non abbiano mai letto l’Ormezzano o i testi canonici, ma ok, l’Ormezzano un po’ fa paura, serio e pesante com’è. E poi non tutti sono tenuti a conoscere le questioni legali che regolano l’apertura di un’azienda, è per questo che chiedono, no?
Infine termino facendo una battuta: “[...] e ovviamente ti/vi serviranno editor, correttori di bozze, impaginatori e illustratori, magari qualcuno che riunisca più aspetti, ma almeno un paio di persone”. Per me è chiaramente una battuta. Per loro no. E ti dicono “pure questo!” e si stupiscono che ci vogliano professionisti. Vengo così a scoprire che era un’idea dettata semplicemente da un piglio volitivo, dal “vorrei lavorare in editoria” (cosa sai fare? Sono un ottimo e attento coretore di bozze).
Ecco. A costoro dico: non sono obbligatori lauree e corsi specialistici, ma almeno un minimo sindacale di competenza. Il minimo, giuro. Se non l’avete, iniziate dalla gavetta, andate a fare stage su stage, osservate, provate, imparate. Ché ad aprire un’azienda c’è tempo. A fallire anche meno.
Se c’è un’autrice che ha abituato i suoi lettori a storie d’amore contrastate o quanto meno inusuali, quella è Colleen McCoullough, che ha narrato – per esempio – i tormenti di Padre Ralph e della sua Meggie in Uccelli di Rovo. Dopo aver subito circa sedici volte in pochi mesi la visione dello sceneggiato per via di un’insana passione di mia madre per Richard Chamberlain, mi sono rifiutata di accollarmi anche il libro ed ho preferito buttarmi, per spirito di contraddizione, sul romanzo di esordio di questa brava scrittrice australiana: Tim. Devo dire, con un certo compiacimento, di non essermi mai pentita.
La storia si svolge nei sobborghi di Sidney, un ambiente che la McCoullough riesce a cogliere in pieno nella sua essenza. La protagonista è Mary Horton, una donna in carriera giunta alla mezza età senza aver mai conosciuto l’affetto di nessuno; nella sua vita austera e metodica piomba d’improvviso Tim, un muratore di venticinque anni, bello come un dio greco ma ritardato nello sviluppo mentale. Se la sola vista della bellezza pura e devastante di Tim sconvolge Mary, ancora di più faranno il suo candore e la sua intelligenza infantile e delicata.
L’approfondirsi del rapporto tra i due è naturalmente visto sotto cattiva luce sia dalla famiglia del ragazzo (la caratterizzazione dei genitori Ron ed Esme è da applauso) che dalle comari del vicinato, ma nessuno potrà fermare un sentimento destinato a crescere per durare nel tempo.
Che cos’è la normalità, in fondo?
Oltre a colorare i suoi personaggi con brio, la McCoullough riesce – attraverso di essi – a renderci coscienti delle dinamiche sociali a cui ognuno è legato, ed è molto interessante seguire non soltanto l’evolversi di una poetica storia d’amore, ma anche il modo in cui Tim e Mary riusciranno a rompere gli schemi che la vita ha loro disegnato attorno. Le tematiche non sono, infatti, solo quelle appartenenti ad un libro romantico, ma affrontano coraggiosamente i disagi del ritardo mentale, le delusioni, la fatica delle famiglie che si trovano con un malato, i comportamenti sbagliati di chi non può capire quanto sia profondo il baratro. In questo oceano, Mary e Tim trovano la loro rotta aggrappandosi l’una all’altro, donandosi reciprocamente ciò di cui ognuno di loro ha bisogno.
Lo stile utilizzato è coerente al testo e in molte pagine rispecchia l’ambiente in cui si svolge l’azione. Una nota di merito va ai dialoghi: il padre del ragazzo, ad esempio, usa diverse espressioni dialettali e ciò contribuisce a far trovare l’atmosfera popolare dei sobborghi; Mary, invece, che appartiene ad una classe sociale più elevata, si esprime sempre con termini forbiti. Le descrizioni di Mary e Tim insieme riescono addirittura a commuovere, riflettendo la poesia insita nel loro rapporto, con lei che è capace di pensare quanto lui assomigli “all’incarnazione di una dolce notte estiva”.
Consiglio Tim a tutti, anche a chi non si sente particolarmente incline alle storie romantiche: troverete dolcezza, ma non c’è melassa e penso che ogni tanto faccia bene coltivare il nostro lato sentimentale, soprattutto se, come in questo caso, ci viene data l’occasione di farlo con un’opera intensa e particolare.
Della non vasta produzione di Jane Austen, autrice inglese vissuta a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, Orgoglio e pregiudizio è senz’altro il titolo più famoso, e non a torto. Nonostante abbia letto e riletto tutti i libri dell’autrice, non posso che trovarmi d’accordo con la fama che accompagna questo che è un classico della letterattura inglese ed eleggerlo indiscutibilmente come il suo capolavoro.
La trama apparentemente non si discosta da quello che è il marchio di fabbrica austeniano: la campagna inglese della borghesia benestante a cui la stessa autrice apparteneva fa da sfondo a delicate storie romantiche, con il lieto fine dietro l’angolo. Eppure qui la penna di Jane Austen era all’apice della sua forma, mentre creava i personaggi probabilmente migliori di tutta la sua produzione.
Lei, che rimase nubile per tutta la vita, in Orgoglio e Pregiudizio, mettendo in campo la signora Bennet, una madre un po’ vanesia e sciocca la cui ragione di vita è di trovare dei mariti per le cinque figlie, con malizia prende in giro la società del suo tempo che vedeva come unico destino per le fanciulle un matrimonio ben riuscito.
Vari sono gli accadimenti a cui assistiamo nel corso della vicenda e che porteranno a diversi matrimoni in casa Bennet prima della parola fine, ma tutti sono figli dei due sentimenti che danno il titolo al romanzo e che sono i veri motori di tutta la vicenda.
È l’orgoglio quello che guida Darcy, ricco ed avvenente scapolo, quando si ritrova suo malgrado innamorato di Elizabeth Bennet. Fraintendendo completamente la personalità della ragazza e considerandosi perciò superiore a lei sotto vari aspetti, le farà una dichiarazione d’amore così densa di amor proprio da farsi respingere con ferocia dalla ragazza. È pregiudizio ancora quello di Darcy, che spinge l’amico Bingley a lasciare Jane Bennet, convintosi, dopo aver ascoltato uno sproloquio della signora Bennet, che la ragazza sia solo a caccia dei soldi del giovane.
È orgoglio anche quello ferito di Elizabeth dalla prima dichiarazione di Darcy, che è troppo intelligente per non comprendere quanto l’atteggiamento vanesio della madre e delle sorelle più piccole non danneggi lei e Jane. E proprio da qui ha origine il suo pregiudizio verso Darcy, che la porterà a fraintendere del tutto il carattere dell’uomo, esattamente come Darcy aveva frainteso il suo.
Accanto ai due primi attori, anche i – riusciti – personaggi secondari finiranno a volte vittima delle stesse emozioni contrastanti, che creeranno non pochi equivoci.
Con maestria Jane Austen ci farà vedere che il lieto fine attenderà anche i personaggi di questo romanzo, ma non prima che essi abbiano ingoiato il loro orgoglio e superato i loro pregiudizi.
Se amate i romanzi romantici fatti di pizzi e trine, resterete incantati da questo classico che dopo due secoli ancora non ha perso un briciolo del suo charme.
Attenti, ho una partita Iva qui e non ho paura di usarla! Lasciando stare l’evidente scherzo, ecco qui puntuale il vostro aggiornamento. Finalmente abbiamo (da quasi un’ora) la partita Iva, che significa per noi poter finalmente agire come società.
A questo punto inizia lo “shopping”; no, niente a che vedere con il guardare vetrine e scegliere vestiti: si tratta di acquistare i primi materiali per la casa editrice. Innanzitutto un timbro. Vi chiederete perché il timbro prima di altre cose che possono sembrare, d’acchito, ben più importanti.
Semplice: i moduli di richiesta per l’ISBN, beh, devono essere timbrati. Nell’era dell’elettronica, del Web 2.0, della comunicazione veloce, l’assenza di un semplicissimo timbro gommato manda in stallo una casa editrice. Se non fosse la cruda realtà sarebbe irresistibilmente comico.
Ma, tant’è, dobbiamo andare a comprare il benedetto timbro, che deve riportare la ragione sociale, la partita iva, la sede. Il passo immediatamente successivo è proprio la richiesta dei codici ISBN all’agenzia, che di recente è passata dal cartaceo al digitale. Suppongo quindi che l’iter sia diventato più rapido e che possiamo ragionevolmente aspettarci che si impieghino meno dei 15 giorni limite.
Che altro serve? Un po’ di tutto: l’archivio metallico con chiave, il distruggi-documenti, un registro delle tirature, un bell’inedito nascosto di Borges… oh, forse quello non si compra in giro. Peccato! Contemporaneamente si devono richiedere i preventivi ufficiali alle tipografie, in modo da acquisirli agli atti.
Chiaramente, prima degli oggetti materiali, andremo in banca ad aprire un conto corrente. Per farlo sono necessari alcuni documenti ufficiali, tra cui la copia dell’atto costitutivo; speriamo tuttavia che basti la copia col numero di repertorio e non quella conforme con certificato di registrazione, per la quale dovremmo attendere qualche giorno in più.
La parola d’ordine, in questi giorni, è burocrazia. Speriamo di sopravvivere. A proposito: qualcuno ha visto il mio Lasciapassare A38? Per chi non lo conoscesse ecco in soccorso Youtube:

Domani alle 19 nascerà ufficialmente la nostra Casa Editrice. Da un lato è la fase finale del progetto di creazione, dall’altro è quella iniziale dell’impresa, perciò è un passaggio materialmente ed emotivamente delicato, e contemporaneamente molto duro, pieno di impegni.
Quali sono le formalità da espletare? A questo punto bisogna già aver contattato un buon commercialista e aver scelto la forma e l’oggetto sociale. Sì, perché come quasi per ogni società (le eccezioni sono davvero poche) sarà necessario un notaio, per legalizzare la nascita.
Non esistono vincoli al tipo di società da creare; noi abbiamo scelto la forma della Snc: trattandosi di due persone era quella più plausibile per dare le stesse responsabilità e lo stesso valore ad entrambe. Anche se sulla carta le nostre funzioni sono divise, effettivamente sia io sia Memy ci occuperemo dei vari aspetti, congiuntamente e in totale sinergia.
Ma, per evitare che il lavorare insieme logori il nostro rapporto personale, abbiamo già stilato un Regolamento interno rigidissimo, che include organizzazione, modi, tempi e modelli di lavoro; in società non si sa mai quali possano essere i momenti critici, e trattandosi di due sole persone è meglio prevedere tutti i casi, compresi, in special modo, quelli di stallo. Al Regolamento sono allegate le norme redazionali, i modelli di contratto, tutti quei documenti ufficiali che servono alla gestione e organizzazione interna ed esterna, dagli acquisti alle collaborazioni.
Il commercialista ci seguirà anche nel momento della firma dal notaio: immediatamente dopo, infatti, i due professionisti faranno richiesta di iscrizione ai vari registri e ci faranno avere la partita Iva, l’agognato primo gradino da cui inizia il turbine degli eventi. Sarà infatti solo con l’attribuzione della partita Iva che potremo aprire un conto in banca societario, acquistare i materiali, iscriverci ai vari servizi a noi necessari. Sarà quella a sancire la nostra presenza nel mondo dell’impresa.
Il primo acquisto da fare, appena avuto il codice, sarà il timbro dell’azienda, che sembra un’inezia ma è necessario per molte richieste formali. Poi, a cascata, tutto il resto. A venerdì per gli altri aggiornamenti.