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Grammatica di base per aspiranti scrittori – La D eufonica

DIo amo molto la d eufonica, ovvero la d aggiunta ad una congiunzione o preposizione che incontri una vocale nella parola seguente. Trovo sappia dare armonia a frasi di dubbia sonorità e, se ben utilizzata, risolvere molte cacofonie. Se ben utilizzata, però.

Ci sono distinte teorie sul suo uso, una che propende per la semplificazione e una che tende a preservare la funzione primigenia.

La prima postula che si debba introdurre la d solo nel caso in cui siano in contatto due identiche vocali: e con e, a con a, et similia. Ne consegue che secondo questa teoria sia migliore “e anche” rispetto alla forma più conosciuta “ed anche”.

La seconda teoria si basa proprio sul motivo per cui la d eufonica nasce: evitare di pronunciare frasi cacofoniche. Per cui ogni volta che leggendo ci troviamo davanti ad una sonorità dubbia (a una o ad una?) il criterio per l’inserimento della d è la sua utilità nel rendere la frase più gradevole.

Nonostante l’Accademia della crusca consigli il primo modo, da sempre io propendo per il secondo: la d eufonica non dovrebbe avere regole restrittive ma essere applicata ogni qualvolta si renda necessaria, onde permettere alle proposizioni di scorrere in modo piacevole.

Ovviamente l’orrore fonetico può essere causato anche da un eccesso di D eufonica, che non andrebbe mai usata in caso di ripetizioni di sillabe: “ed educazione”, “od odio”, “ad adempiere” sono sequenze insopportabili.

Resta come unico criterio di discernimento quindi, come spesso accade, il buonsenso, o se preferite il buongusto. E l’utile trucco di leggere ad alta voce il passaggio incriminato, per capire come possa suonare meglio.

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Scritto da: Livia il 31 Ottobre 2008
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Grammatica di base per tutti – Congiuntivo e condizionale

Sorgono da più parti comitati di salvaguardia del congiuntivo, che fanno riflettere su quanto la nostra lingua stia cambiando. Posto che, se mai dovesse trasformarsi in un tempo desueto io per prima lo eliminerei dal mio italiano, dato che ancora non siamo, fortunatamente, a questo punto, direi che è opportuno rinfrescare le regole d’uso.

Il congiuntivo ha la funzione principale di  indicare un’azione o un evento incerto, “non obiettivo o non rilevante”. Nei periodi ipotetici viene introdotto dalla particella se, e seguito poi da un condizionale nella reggente.

Il condizionale si usa per esprimere eventi e situazioni subordinate a condizioni o a seguito di proposizioni ipotetiche introdotte da se + congiuntivo. Si può utilizzare quindi sia accompagnato da complementi sia da frasi subordinate.

Vediamo come si può usare il congiuntivo nelle proposizioni indipendenti, o meglio che valore ci indichi l’Accademia della crusca:

-esortativo (al posto dell’imperativo): vada via di qua!;
-concessivo (segnalando un’adesione, anche forzata, a qualcosa): venga pure a spiegarmi le sue ragioni;
-dubitativo: che abbia deciso di non venire? (analogamente si può usare l’indicativo futuro: sarà vero?; l’infinito: che fare?; il condizionale: cosa gli sarebbe successo?);
-ottativo (per esprimere un augurio, una speranza, ma anche un timore): fosse vero!;
-esclamativo: sapessi quanto mi costa ammetterlo!.

Il congiuntivo si usa nelle subordinate invece:

1) con alcune congiunzioni subordinanti, quali affinché, benché, sebbene, quantunque, a meno che, nel caso che, qualora, prima che, senza che;
2) con aggettivi o pronomi indefiniti (qualunque, chiunque, qualsiasi, ovunque, dovunque);
3) con espressioni impersonali, come è necessario che, è probabile che, è bene che;
4) in formule ormai fissate nell’uso (vada come vada; costi quel che costi).
Reggono il congiuntivo i verbi che esprimono “una volizione (ordine, preghiera, permesso), un’aspettativa (desiderio, timore, sospetto), un’opinione o una persuasione”, tra cui: accettare, amare, aspettare, assicurarsi, attendere, augurare, chiedere, credere, curarsi, desiderare, disporre, domandare, dubitare (ma all’imperativo negativo può richiedere l’indicativo: “non dubitare che faremo i nostri conti”, C. Collodi, Le avventure di Pinocchio), esigere, fingere, illudersi, immaginare, lasciare, negare, ordinare, permettere, preferire, pregare, pretendere, raccomandare, rallegrarsi, ritenere, sospettare, sperare, supporre, temere, volere.
Richiedono l’indicativo, solitamente, i verbi che esprimono giudizio o percezione, tra cui accorgersi, affermare, confermare, constatare, dichiarare, dimostrare, dire, giurare, insegnare, intuire, notare, percepire, promettere, ricordare, riflettere, rispondere, sapere, scoprire, scrivere, sentire, sostenere, spiegare, udire, vedere.
Infine, alcuni verbi possono avere l’indicativo o il congiuntivo, con sfumature diverse di significato (su cui cfr. SERIANNI 1989: XIV 51).
ammettere, ind. ‘riconoscere’: ammisi davanti al professore che non avevo studiato bene; cong. ‘supporre, permettere’: ammettendo che tu abbia ragione, cosa dovrei fare?;
badare, ind. ‘osservare’: cercò di non badare all’effetto che gli faceva quella strana voce; cong. ‘aver cura’: mi consigliava di badare che non cadessi;
capire, comprendere, ind. ‘rendersi conto’: non vuole capire che io non sono un suo dipendente; cong. ‘trovare naturale’: capisco che tu voglia andartene;
considerare, ind. ‘tener conto’: non considerava che nessuno voleva seguirlo; cong. ‘supporre’: arrivò a considerare che non ci fossero altre possibilità;
pensare, ind. ‘essere convinto’: penso anch’io che tu sei stanco; cong. ‘supporre’: penso che tu sia stanco.

Mi viene in mente un caso in cui al se segue il condizionale: anche se avrei potuto leggere di più, ho evitato per non affaticare gli occhi. Mi sapete dire perché?

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Scritto da: Livia il 24 Ottobre 2008
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Grammatica di base per aspiranti scrittori – Deissi

Cosa sono i deittici? Beh, tutte le espressioni o gli elementi della lingua che concorrono a indicare con precisione un determinato oggetto. Ovvero? In genere si tratta di pronomi dimostrativi (questo, quello) e avverbi di tempo e luogo (qui, , ieri).

Oltre queste specifiche forme di deissi esistono poi espressioni nel cui contesto alcuni termini assumono la connotazione di deittici: dritto, avanti, indietro, a sinistra e a destra sono gli esempi più comuni di deissi spaziale “contestuale“, utilizzata come tale generalmente nella prima persona.

Se dico a qualcuno “andiamo a sinistra” indico chiaramente uno spazio le cui coordinate sono note solo a noi parlanti, quindi ho una deissi contestuale; nel caso in cui io dica “Il personaggio andò a sinistra”, non avendo nessuna attinenza con me che enuncio l’uso non è deittico.

Le deissi pertanto hanno l’essenziale funzione di chiarire le informazioni, renderle meno ambigue e determinare con la massima precisione i riferimenti spazio-temporali del testo. In tutto ciò si nasconde tuttavia una trappola evidente.

Fondamentale quindi è il loro utilizzo nei testi tecnici, nei saggi, negli articoli giornalistici. Non altrettanto invece nella narrativa. Mentre un racconto o romanzo riesce a funzionare piuttosto bene anche nell’assenza quasi totale di deissi, difficilmente potrà funzionare bene quando ne ha in eccesso.

Ricorrerò ad un esempio creato appositamente dallo scrittore Filippo Di Paola per Liblog (colgo l’occasione per ringraziarlo); nel primo caso un testo scarno ma efficace, nel secondo un testo ridondante:

Si alzò, con le sue lunghe gambe, e afferrò un piccolo vaso dal tavolo vicino al nostro. Me lo mise praticamente in mano, e si risistemò sulla panca.
– Non ci vedo niente di strano–
Il vaso era usato come segnaposto, ed era abbellito con piccoli steli contorti che una volta reggevano fiori vivaci, ma che porgevano ormai solo spenti bottoncini gialli e viola adorni di petali ripiegati. Lo spinsi, allontanandolo dal mio piatto. Avevo avuto l’impressione che quei fiori si potessero sbriciolare dentro la mia colazione.

Si alzò, con quelle sue lunghe gambe che avevo ammirato e bramato fin dalla comune frequentazione universitaria, e afferrò un piccolo vaso dal tavolo vicino al nostro. Me lo mise praticamente in mano, e si risistemò sulla panca. Lo tenevo davanti a me come una reliquia, girandolo a destra e sinistra, in alto e in basso, scoprendo il fondo che recava solo la scritta di produzione.
– Non ci vedo niente di strano–
Quel vaso era usato come segnaposto, rigato qui da una striscia nera che evidenziava il bordo e lì da un piccolo numero, ed era abbellito con piccoli steli contorti che una volta reggevano fiori vivaci, ma che porgevano ormai solo spenti bottoncini gialli e viola adorni di petali ripiegati. Lo spinsi a sinistra, allontanandolo dal mio piatto. Avevo avuto l’impressione che quei fiori si potessero sbriciolare dentro la mia colazione.

Va da sé che solo per uno stralcio può andar bene il secondo tipo di prosa, ma un intero libro risulterebbe in poche pagine tedioso e pesante alla lettura. Buono quindi soltanto se utilizzato consapevolmente e coerentemente al proprio soggetto o pubblico.

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Scritto da: Livia il 17 Ottobre 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Entrare o centrare

Sull’italiano non mi rassegno facilmente. Così, nonostante a volte per troppo zelo commetta anche io degli errori, non desisto davanti a quelle forme lessicali che, benché ormai nell’uso comune, sono da considerarsi storpiature o dialettismi.

Tanto quanto non amo l’uso, tutto toscano ma ormai dilagante, del te in luogo di tu come soggetto, non apprezzo neanche tutte quelle forme, tipiche del parlato, che vengono ormai confuse con le locuzioni corrette nello scrivere.

Una di queste abnormi contaminazioni tra scritto e parlato riguarda la forma c’entra. Leggo ormai troppo frequentemente centra, centrarci, riferito all’avere attinenza. Da questo uso hanno origine frasi a dir poco obbrobriose, come “Che ci centra?” (sic).

Facciamo un po’ di chiarezza, utilizzando un semplice dizionario e senza ricorrere a glottologi o linguisti; per comodità ed anche per una facile verifica online, cerchiamo sul De Mauro.

en|tràr|ci
v.procompl. (io ci éntro)
CO
1 con valore intens., trovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qcs.: in questa macchina c’entrano quattro persone, in questi pantaloni non c’entro più | essere contenuto: il due nel quattro c’entra due volte
2 avere parte, attinenza, relazione con qcs.: che c’entra questo con quanto è accaduto?, non c’entra niente, io non c’entro!

cen|trà|re
v.tr. (io cèntro)
CO
1 colpire nel centro: c. un bersaglio, c. il boccino
2 fig., cogliere, individuare con acutezza e precisione: c. un problema, c. l’argomento; c. un personaggio, di attore o regista, interpretarlo o rappresentarlo correttamente evidenziandone le caratteristiche fondamentali | conseguire in pieno: c. l’obiettivo
3 fissare nel centro: c. il compasso; in fotografia e sim., inquadrare nel centro dell’obiettivo, del fotogramma o dello schermo: c. un soggetto, un’immagine sullo schermo
4 TS mecc., equilibrare rispetto a un asse di rotazione: c. un’elica, una ruota
5 TS sport ?crossare

Ora, sembra evidente che se scrivessi “La tua affermazione non c’entra con il contesto”, sarei colpevole, magari, di avere utilizzato una forma colloquiale ed imperfetta, ma avrei scelto almeno la corretta grafìa. Se scrivessi invece “La tua affermazione non centra con il contesto”, probabilmente starei cercando di utilizzare il contesto come bersaglio di un ipotetico lancio di affermazioni.

Per lasciarvi citerò il mio anziano insegnante di Armonia (che non è una disciplina new-age ma una normale materia degli studi musicali nei conservatori), Padre Vincenzo Bernardo Modaro, il quale soleva dire:

Chi parla il dialetto scrivendo traduce, e il parlar di colui non isgorga, ma cola.

Dall’uso della i prostètica potete capire quanto sia vetusta e quale sia l’età del mio docente.  Tuttavia, pur non sapendo di chi sia originariamente la frase, la condivido in pieno.

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Scritto da: Livia il 12 Settembre 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Il suo o il proprio?

La lingua italiana è ricca di parole che, pur attingendo allo stesso significato, ne evidenziano una particolarità ed una sola; basti pensare ai soli verbi che esplicitano l’azione di mangiare: da trangugiare a sbocconcellare si può trovare una sterminata gamma di vocaboli specifici. Se questo è evidente per i sostantivi, lo è sicuramente meno per i pronomi e gli aggettivi.

Suo e proprio, infatti, vengono spesso percepiti come sinonimi perfetti, e per questo sono utilizzati indifferentemente; benché il loro senso sia analogo, suo e proprio sono invece due lemmi differenti che vanno a coprire parti di significato simili ma ben distinte.

Mentre suo ha una valenza più generica, riuscendo ad accompagnarsi sia al soggetto sia a qualsiasi complemento, proprio si riferisce sempre al soggetto della frase, chiarendo quindi nei casi ambigui il possesso dell’oggetto menzionato.

Se generalmente quindi si può operare una sostituzione, operando con criteri stilistici e di preferenza personale, è invece opportuno porre particolare attenzione nelle frasi in cui l’attribuzione dell’oggetto si fa più incerta. Per non continuare a ragionare in via astratta, facciamo qualche esempio:

Giuseppe ha mangiato il suo gelato si può considerare perfettamente interscambiabile con Giuseppe ha mangiato il proprio gelato.
Eugenio ha scritto un biglietto per Martina con la sua penna. In questo caso potendo sussistere il dubbio che la penna sia di Martina e non di Eugenio, quindi è sicuramente migliore la forma Eugenio ha scritto un biglietto per Martina con la propria penna.

Gli esempi sono un po’ grossolani, ma servono a far percepire la differenza, pur nella loro banalità. Per stabilire quale sia il giusto vocabolo basta quindi chiedersi chi abbia il possesso dell’oggetto nominato e, qualora fosse il soggetto (in terza persona), utilizzare proprio.

Nelle frasi impersonali l’uso di proprio è obbligatorio, non essendo esplicitato alcun tipo di soggetto: è stupido lanciare il proprio cellulare contro il muro non sarebbe corretto se sostituissimo suo a proprio. Si rivela una scelta migliore anche nel caso in cui ci si riferisca a un soggetto indefinito: tutti difendono le proprie ragioni oppure qualcuno dà ancora del voi al proprio padre.

Proprio può infine essere usato come rafforzativo dei possessivi, in tutte le persone: L’hai scritto di tua propria mano?

Ovviamente esistono molti casi in cui suo è insostituibile, ma sono per la grande maggioranza espressioni idiomatiche o contesti in cui mai ci sfiorerebbe la mente l’utilizzo di qualsiasi altra particella.

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Scritto da: Livia il 5 Settembre 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Affatto

Spesso sento e leggo la parola affatto in contesti che mi danno da pensare, frasi che generano confusioni e fraintendimenti. Sicuramente l’uso colloquiale è molto cambiato, ma a quanto pare anche nella lingua scritta comincia a sentirsi una notevole ambiguità.

Rivedere le regole penso che possa non far male a nessuno, specie quando il cambiamento linguistico, incessante e necessario, slitta il senso non verso una maggiore chiarezza ma verso un uso più contorto; pertanto rivediamo un po’ di grammatica.

Affatto è un avverbio con valore rafforzativo: significa che aggiunge un “completamente” o “del tutto” sia alle frasi affermative sia a quelle negative. Attualmente però viene considerato quasi esclusivamente con valore di negazione, come se fosse preceduto da “niente”.

Ricorriamo agli esempi (come d’abitudine gastronomici, sono troppo golosa):

Dopo aver mangiato quel dolce sono stata affatto bene.
Dopo aver mangiato quel dolce non sono stata affatto bene.

Nel primo caso il senso della frase è che il dolce mi ha creato una forte sensazione di benessere; nel secondo caso significa che avrei fatto meglio a non mangiarne, poiché sono stata male. Queste due proposizioni sono piuttosto semplici e l’uso del termine è lapalissiano.

Ma quando incappiamo in altre frasi il dubbio ci assale: nel caso di “Ritengo sia affatto giusto” cosa avrà inteso dire l’autore? Starà utilizzando la corretta grammatica, o quella colloquiale?

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Scritto da: Livia il 29 Agosto 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Disgiunzioni

Sembra che pressoché tutti sappiano usare correttamente le congiunzioni; non si può certo affermare lo stesso riguardo alle disgiunzioni, utilizzate spesso in modo casuale o, peggio, arbitrario. Un po’ di chiarezza su alcuni punti nebulosi.

Primo fra tutti la corretta concordanza tra soggetto e verbo: la o (disgiuntiva per eccellenza) demarca una scelta, una selezione in cui resta solo uno dei due soggetti. Questo significa che se si trovano due soggetti al singolare il verbo andrà necessariamente al singolare.

Per chiarire con un esempio di disgiunzione ed uno di congiunzione:  “Il padre o il figlio deve andare alla stazione” e “Il padre e il figlio devono andare alla stazione”. Un trucco per ricordarlo è rileggere la frase dividendola in due “Il padre deve andare alla stazione o il figlio deve andare alla stazione“.

Fra le varie disgiuntive di recente è entrato in voga l’uso di piuttosto che a sostituire la semplice, e sempre efficace, o. L’uso di questa forma, però, è sconsigliabile per l’ambiguità di cui ammanta la frase.

Mentre la o disgiuntiva non stabilisce alcun tipo di legame gerarchico tra le varie possibilità di scelta, piuttosto e piuttosto che servono a marcare una preferenza. Proviamo a rendere concreta questa differenza:

Preferisco mangiare frutta o frullato a colazione – indica che allo stesso modo gradisco ambedue i cibi.
Preferisco mangiare frutta, o piuttosto frullato a colazione – indica che propendo per la seconda opzione.
Preferisco mangiare frutta piuttosto che frullato a colazione – indica che preferisco decisamente la prima delle due scelte.

Si può facilmente dedurre quanto sia necessario essere oculati nella scelta della disgiuntiva, che rischia di rendere il senso totalmente differente da quello che l’autore intendeva dare.

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Scritto da: Livia il 22 Agosto 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Plastismi

Non è una parolaccia, anche se forse un po’ lo sembra. I plastismi sono quei “tic” verbali che sono usati e abusati tanto da aver perso la loro connotazione originaria. Parole spesso polisemiche, come roba o cosa, o locuzioni adattabili a qualsiasi conversazione.

I plastismi emergono quasi sempre nel linguaggio colloquiale, nel parlato; a volte sono utili semplificazioni per evitare lunghe parafrasi e creare un immediato “sentire comune” tra gli interlocutori. Diverso è il caso della lingua scritta.

Se quant’altro, a livello di, nella misura in cui, cosa e roba sono ancora accettabili nei discorsi, non lo sono certamente nella stesura di un testo, sia esso un romanzo o un saggio. Sono anzi una pericolosa scorciatoia che rischia di togliere senso invece di chiarirlo.

Quasi sempre la nostra lingua possiede il giusto termine per comunicare un concetto in tutte le sue sfumature. Ricercare la parola più adatta non è un esercizio fine a se stesso ma una forma di rispetto per il proprio lettore; questo non implica, come molti credono, il  ricorso a formule obsolete e termini arzigogolati.

Piuttosto si tratta di selezionare tra tutti i lemmi possibili quello che più esprime il proprio sentire, e confidare nella eccellente capacità espressiva della nostra lingua.

Ed ecco quello che dice a proposito dei plastismi Ornella Pollidori Castellani nel suo ottimo La lingua di plastica:

Tutti i plastismi hanno poi una caratteristica preoccupante: quella di far terra bruciata intorno a sé. Nel senso che, a furia di usare sempre le stesse formule preconfezionate, si disimpara a cercare di volta in volta la soluzione lessicale più adeguata a rendere una particolare accezione o sfumatura: in pratica, si disimpara la lingua, e si lascia che questa, sfruttata così poco e male, appaia impoverita e desolatamente gregaria.

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Scritto da: Livia il 8 Agosto 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Preposizioni nelle citazioni

Alle volte si ha la necessità di citare un grande autore, uno scritto, un titolo del passato. Di aprire quindi le virgolette e capire cosa fare dell’articolo che accompagna il nome. Sembra facile, ma in realtà per anni si sono avute attribuzioni controverse, tanto che persino alcune grammatiche e moltissimi testi scolastici ne fanno un uso errato.

Per parlare delle citazioni non posso esimermi dal citare un complesso articolo di Giovanni Nencioni sulla Crusca per voi (n° 13, p.11):

«La preposizione de non esiste nell’italiano odierno allo stato isolato e i dizionari la registrano perché compare nelle scritture letterariamente analitiche della preposizione articolata (de la, de lo ecc.) o nelle citazioni di nomi propri o di opere che cominciano con l’articolo. [...]

Dalle edizioni o imitazioni della scrittura analitica dei testi antichi è [...] venuta l’idea che essa possa usarsi per mantenere intatti i nomi di luogo e persona o i titoli di opere preceduti dalla preposizione articolata; c’è tuttavia chi preferisce ricorrere, per lo stesso scopo, alle sole preposizioni realmente presenti nella nostra lingua, scrivendo sintetico e legato come pronuncia: della Spezia, dell’Aquila, dei “Promessi sposi”, nei “Promessi Sposi”, ai “Promessi sposi” ecc. La soluzione di ricorrere, per la scrittura analitica, al reale di invece del supposto de, scrivendo di La Spezia, di “I promessi sposi”, non sarebbe esauriente se non fosse estesa a tutta la serie, scrivendo anche in “I promessi sposi”, in L’Aquila, e producendo un forte divario tra il modo scritto e il parlato, che denuncerebbe una grave insufficienza della nostra ortografia.

Riteniamo pertanto di consigliare la soluzione grafica che riproduce più fedelmente la pronuncia e che è più facile ad essere applicata da tutti.»

Che vuol dire, in parole semplici? Vuol dire che se appartenete a quella schiatta di scrittori che utilizza ad esempio Sartre è autore de “La nausea”, dovreste scrivere anche Il personaggio che si trova in “La nausea” è complesso. Che non è proprio gradevolissimo.

L’uso corretto e consigliato (non l’unico) consiste nel  togliere l’articolo ed utilizzare la preposizione articolata corrispondente. Un piccolo esempio per rafforzare l’idea che sia la grafia corretta: volendo considerare La Spezia, vi faccio notare che gli abitanti della Spezia si chiamano Spezzini, non Laspezzini

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Scritto da: Livia il 1 Agosto 2008
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Grammatica di base per aspiranti scrittori – parte II – La punteggiatura

Esiste un libro, Virgole per caso, che ha per argomento proprio l’uso della punteggiatura sbagliata. Scritto da una giornalista stufa, come me, di leggere, anche presso i suoi colleghi, errori continui. Vediamo cosa dicono gli amici dell’Accademia della Crusca, sempre loro, sulla punteggiatura.

Il punto si usa per indicare una pausa forte che indichi un cambio di argomento o l’aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va a capo. Il punto è impiegato anche alla fine delle abbreviazioni (ing., dott.) ed eventualmente al centro di parole contratte (f.lli, gent.mo), ricordando che in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri).

La virgola indica una pausa breve ed è il segno più versatile, «può agire all’interno della proposizione, ma anche travalicarne i confini e diventare elemento di organizzazione del periodo nella sua funzione di cesura fra le diverse proposizioni»
Si usa, o almeno si può usare, la virgola: negli elenchi di nomi o aggettivi, negli incisi (si può omettere, ma se si decide di usarla va sia prima sia dopo l’inciso); dopo un’apposizione o un vocativo e anche prima di quest’ultimo se non è in apertura di frase (Roma, la capitale d’Italia. Non correre, Marco, che cadi). Nel periodo si usa per coordinare frasi senza congiunzione (es: studiavo poco, non seguivo le lezioni, stavo sempre a spasso, insomma ero davvero svogliato), per separare dalla principale frasi coordinate introdotte da anzi, ma, però, tuttavia e diverse subordinate (relative esplicative, temporali, concessive, ipotetiche, non le completive e le interrogative indirette). Le frasi relative cambiano valore (e senso) a seconda che siano separate o meno con una virgola dalla reggente: gli uomini che credevano in lui lo seguirono è diverso da gli uomini, che credevano in lui, lo seguirono.
La virgola NON si usa mai: tra soggetto e verbo (se non nei casi sopra indicati); tra verbo e complemento oggetto; tra il verbo essere e l’aggettivo o il nome che lo accompagni nel predicato nominale; tra un nome e il suo aggettivo.

Il punto e virgola segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso dipende dalla scelta stilistica personale. Serve a indicare un’interruzione formale ma non nei contenuti.

I due punti avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. Serianni riconosce quattro funzioni dei due punti: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco.

Il punto interrogativo si usa nelle interrogative dirette, segnala pausa lunga e intonazione.
Il punto esclamativo è impiegato dopo le interiezioni e alla fine di frasi che esprimono stupore, meraviglia o sorpresa; segnala una pausa lunga e intonazione.
-I punti esclamativo e interrogativo possono essere usati insieme, soprattutto in testi costruiti su un registro brillante, nei fumetti o nella pubblicità.

I puntini di sospensione sono sempre tre e si usano per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto. I puntini fra parentesi quadre indicano l’omissione di lettere, parole o frasi di un testo riportato.

Il trattino può essere di due tipi: lungo si usa al posto delle virgolette dopo i due punti per introdurre un discorso diretto o, in alternativa a virgole e parentesi tonde, si può usare in un inciso; breve serve invece a segnalare un legame tra parole o parti di parole e compare infatti per segnalare che una parola si spezza per andare a capo, per una relazione tra due termini (il legame A-B), per unire una coppia di aggettivi (un trattato politico-commerciale), di sostantivi (la legge-truffa), di nomi propri (l’asse Roma-Berlino), con prefissi o prefissoidi, se sono composti occasionali (per cui il fronte anti-globalizzazione ma l’antifascismo) e infine in parole composte (moto-raduno, socio-linguistica) in cui tendono a prevalere, però, le grafie unite.

La punteggiatura non va spaziata rispetto al testo che la precede, ma solo dal testo che la segue. Fanno eccezione le parentesi, il cui esterno rispetta questa regola, mentre l’interno non spazia mai (così).

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Scritto da: Livia il 25 Luglio 2008
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