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Microcenturie

Un breve post dedicato a una new entry del blogroll di Liblog, Microcenturie, interessante progetto aperto a cui chiunque abbia una storia lunga una pagina può contribuire, ma si può anche semplicemente decidere di stampare e “smarrire” una centuria perché venga ritrovata, letta o dimenticata. Ecco cosa scrivono:

Racconti che edificano mondi minimi di una sola pagina, universi fatti di storie interstiziali: nascono in rete per essere poi stampati e smarriti lungo i viali, sugli autobus, nelle tasche dei passanti, nascosti ma in attesa di svelamento.
Parole come matrici delle cose, anche in pagine di carta, scritte e seminate a far bastione e contrafforte al mondo, per disegnare una nuova cartografia del reale e dell’irreale.
Fiumi che scompaiono dopo un breve corso, ma continuano un viaggio carsico che rispunta chissà dove, chissà quando.
Romanzi in atto unico, dispersi per essere ritrovati e per far giungere altri fin qui, a raccontare ancora e far esistere sempre nuovi mondi.

Scrittori e lettori, allora, fatevi sotto!

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Scritto da: Livia il 18 Gennaio 2010
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Parola di Dimitri

Non c’è niente di peggio, poi, dei libri in prima persona con protagonisti giovani, diciamo tra i quindici e i trent’anni. Di solito sono opera di gente che, non avendo nulla da raccontare, tenta di trasfigurare una vita banale in qualcosa di mitologico. Studentelli universitari diventano poeti bohème, donne che vivono a colpi di reni s’illudono che darla in giro sia tantrismo pret-à-porter. Sono racconti pieni di riflessioni a buon mercato, di filosofia da cioccolatino e, immancabili, considerazioni sulla gioventù che è bella ma difficile e viene una volta sola e non te la restituisce nessuno. Il mondo è pieno di pessimi romanzi, ma quelli in prima persona con protagonisti giovani meritano un posto d’onore nella biblioteca dell’inferno.

Francesco Dimitri, La ragazza dei miei sogni

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Scritto da: Livia il 17 Dicembre 2009
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Notizie sull’autore, Colapinto

Notizie sull'autoreLa lettura di Notizie sull’autore risale a ormai diversi anni fa, ma l’ho tirato giù dalla mia libreria perché questa settimana avevo voglia di consigliare a chi ama il genere thriller uno di quelli che ti conviene cominciare quando hai qualche ora a disposizione, perché una volta intrapresa la lettura non sarà facile abbandonarla fino alla fine. Avete presente il genere, giusto?

Il protagonista si racconta in prima persona e risponde al nome di Cal Cunningham. Professione: aspirante scrittore, anche se a essere onesti, e lo ammette lui stesso, fa davvero poco per protendere a questa carriera tranne, appunto, aspirare.

Siccome è uno studente che ama la bella vita, si dedica coscienzioso a coltivare il fascino di cui madre natura l’ha dotato per esercitarlo sul genere femminile. Lui si racconta che raccoglie materiale per un futuro romanzo autobiografico, ma noi già nelle primissime pagine non sappiamo se credergli.

Probabilmente è solo un giovane uomo affascinante che ama la vita e preferisce impegnarsi a fare quello che gli riesce meglio, che non è certo scrivere. È convinto che quello un giorno gli verrà naturale come respirare. Perché lui è già uno scrittore, no? In fondo è quello che desidera fare da sempre.

È perciò uno shock per lui scoprire che Stewart, il suo coinquilino alto, timido e decisamente poco affascinante invece scrivere lo sa già fare, e dannatamente bene. Il suo primo romanzo è praticamente finito e racconta proprio di Cal: i suoi ultimi due anni di vita messi su carta in forma stilisticamente ineccepibile dal suo silenzioso ascoltatore.

Combattuto tra il livore e l’invidia, Cal sta per affrontare il suo compagno di stanza quando il destino gli fa un inaspettato regalo. L’occasione di appropriarsi del romanzo di Stewart è ghiotta, Cal la coglie al volo e con essa abbraccia la vita che ha sempre sognato: l’opera prima di “Cal Cunnigham” scala i vertici delle classifiche e con le vendite arrivano la fama e il successo. E il suo viso, così bello, sta decisamente meglio di quello anonimo di Stewart in quarta di copertina a dirla tutta…

Lo so, ora tutti vi aspetterete che la vita si presenti a un certo punto a chiedere il conto a Cal di ciò che non gli è dovuto. Ma se questo avverrà (e badate bene, non vi sto dicendo che accadrà proprio così), ecco… non sarà nel modo convenzionale che possiamo aspettarci. Il risultato, come ci racconta John Colapinto con perversa ironia, sarà quantomeno sorprendente.

Visto che Natale si avvicina sempre più, vi voglio consigliare anche questo come regalo per qualcuno: per chi colleziona in libreria profiler, investigatori esperti e dilettanti, avvocati che incastrano, medici che arrestano, serial killer che uccidono . Per stupirlo con qualcosa di molto diverso.

Se invece lo leggerete per voi stessi, probabilmente l’unica delusione in cui incapperete alla fine sarà la ricerca di un altro libro di questo bravo autore. Non ne troverete traccia, non in italiano almeno. Se devo dire la mia, è un vero peccato.

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Scritto da: Only il 16 Dicembre 2009
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Sclero d’autore

Immagine anteprima YouTube

E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.

Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?

Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.

Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.

Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.

Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.

E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.

Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.

Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.

Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.

.:.

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Scritto da: hermansji il 27 Novembre 2009
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Generatore automatico per romanzi di Dan Brown

Tante volte abbiamo pensato che certi romanzi sono scritti “con lo stampino”, che sono prevedibili dall’inizio alla fine, che in fin dei conti sono costruzioni standardizzate. Ebbene, qualcuno ha pensato di usare Polygen per convalidare quest’impressione, parodiando benevolmente autori molto noti.

Cos’è il Polygen?

Il Polygen è un programma che genera frasi casuali secondo una definizione grammaticale, ovvero seguendo un corpus programmabile di regole sintattiche e lessicali.

Formalmente è un interprete di un metalinguaggio che permette di definire linguaggi.

Interpretare, in generale, significa eseguire un programma ed infine riportarne il risultato; nel caso del Polygen il programma è una grammatica sorgente, l’esecuzione consiste nell’esplorazione di tale grammatica lungo un percorso casuale ed il risultato consiste in una frase.

Sebbene il Polygen sia quindi un programma abbastanza serio, in quale maniera più nobile potrebbe essere utilizzato se non come strumento di parodia di abitudini, stereotipi e trend di questa disgraziata epoca?

Ricapitolando abbiamo un programma in grado di creare delle frasi a partire da regole grammaticali e sintattiche, quindi in grado di scrivere meccanicamente. Programmato a fini non umoristici sarebbe perfettamente in grado di sfornare romanzi veri e propri, o almeno i loro telai, a partire da caratteristiche standardizzate.

Ma dato che la comicità è al centro del Polygen in questione, quale miglior autore da parodiare che Dan Brown? Io ho ottenuto questa trama, anche se ogni volta che si ricarica la pagina ne viene generata una diversa:

Robert Langdon è un professore universitario di Boston il cui campo di studio è la simbologia religiosa, l’emulazione della foto di goatse e la pallanuoto.

Mentre si trova a Crespellano per una conferenza sugli Aztechi il nostro eroe riceve un’email da parte di Reginald Oliveti Cetri, curatore del museo di Istanbul: Abdullah Linux, proprietario del museo di Rennes le Chateau, è stato trovato tragicamente massacrato.
Il corpo reca su di sé il marchio dell’ Ordo Templi Orientis.
Sophie Contursi, bellissima crittografa nonchè gemella siamese di Abdullah Linux, si offre di aiutare Robert nell’indagine affidatagli da Reginald Oliveti Cetri.

Intanto sotto San Pietro il cardinale camerlengo Sardina, di fronte al collegio cardinalizio, si dichiara preoccupato per la scomparsa de “Il Dolore delle rocce” di Michelangelo dalla chiesa di Istanbul.
Spaventato per la traumatica rivelazione, il professor Langdon si reca a Rennes le Chateau per scoprire la verita’ dietro “Lo Zerbino” di Bernini, che secondo il professor Langdon era un gran maestro del Polygen.

Esaminando “La Natività” di Alvise Spanò, il professor Langdon nota che la testa del toro ricorda lo stemma del Polygen: incredibile, la setta della massoneria aveva lasciato indizi sul fatto che San Giuseppe aveva ideato il bukkake.

Sbigottito per l’insopportabile rivelazione, Robert Langdon si reca a Rennes le Chateau per scoprire la verità dietro “Il Ratto del serraglio” di Michelangelo, che secondo il nostro eroe faceva parte del Priorato di Sion.

Esaminando “La Natività” di Bernini, il nostro eroe nota che la mano dell’aquila indica ad est: la confraternita dell’Ordo Templi Orientis aveva seminato in giro indizi sul fatto che Abramo era un sosia di Maradona.

Intanto l’uomo che ha ucciso Abdullah Linux, un odioso arabo, racconta l’accaduto al suo mandante, una figura in ombra nota soltanto con il nome di Giano.
Giano, divertito, proclama: “Dunque la setta del Polygen reclamerà la sua giusta vendetta!”
Grazie all’ultimo indizio trovato Robert si reca alla cattedrale di San Siro dove lo attende l’abnorme arabo. Dopo una lunga collutazione il nostro eroe neutralizza l’abnorme arabo, che si lascia sfuggire una importante rivelazione: Giano, il suo capo, è in realta’ l’arcivescovo Sardina.

Durante il confronto con Robert Langdon, rendendosi conto della sconfitta, l’arcivescovo Sardina si suicida. Il mondo è nuovamente salvo e anche la Chiesa che pero’ deve meditare sui suoi errori. Robert Langdon e Sophie Contursi si sposano per poi lasciarsi tragicamente qualche mese dopo.

Che ne dite, non è plausibile? Sbizzarritevi anche voi!

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Scritto da: Livia il 13 Novembre 2009
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Parola di Chiara Fattori

Io sono agnostica, ma da bambina ho fatto tutti i sacramenti e il catechismo, e mi piaceva anche. Mi piacevano le parabole. La Bibbia l’ho letta tutta e credo che sia un gran libro. Tra le parabole che ci insegnavano c’era quella dei “talenti”: solo chi fa fruttare i propri talenti, le propre capacità, andrà in Paradiso. Il padrone dà un talento ad ognuno dei suoi tre servi, il padrone è Dio e a tutti i suoi figli dà un talento.
Ora, se ognuno ha il suo talento, non tutti potranno avere quello dello scrittore, qualcuno ci avrà quello dell’insegnante, dell’elettricista o del sacerdote, ma qualcuno quello dello scrittore ce l’avrà!
Ecco che in America, se un ragazzo a diciotto anni pensa di averlo, questo talento, può andare all’università e imparare come si fa a farlo fruttare. In Italia no. In Italia il talento dello scrittore non è certificato, la capacità di scrivere non è una professionalità, la cultura non è una cosa di cui si può campare, non ha valore, non gli si dà valore.

Chiara Fattori, Il talento dello scrittore

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Scritto da: Livia il 4 Novembre 2009
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Parola di Cavazzoni

“Che cosa fa uno quando si dice che fa dell’arte? Beh, fa sempre delle cose un po’ sgangherate, perché in questo campo se uno impara il mestiere, allora meglio che smetta.”

Com’è che uno si mette a dipingere o a scrivere? cosa spera da questo l’umanità? E l’arte? questa parola così pomposa che promette un pezzo di eternità; forse dovrebbe essere piuttosto un’umile cosa, una forma tra le tante di maniacalità. Forse. Questo libro tratta di tali questioni: di come possa essere un guaio far carriera nell’arte, e di come al contrario sia benefica la libera attività di fantasticazione; di come un buon romanzo cresca come cresce il pattume; se gli angeli potrebbero essere dei romanzieri (ma sembra di no), e da dove prendono i critici la loro autorità (non si sa); del perché l’incendio sia il destino degli zombi e dei libri; dell’uso dei numeri in letteratura; e poi il comico, che cosa sia, detto qui per la prima volta comicamente, come tutto il libro d’altronde, che sarebbe un serio trattato di filosofia se non fosse un trattato comico.

Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni [via Pensieri spettinati]

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Scritto da: Livia il 30 Ottobre 2009
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Parola di Stefano Benni

Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con la preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”.

Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico.

Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba solo del verbo “elìcere”. Questo ragno si trova ormai solo in vecchi resti di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d’uso e i pochi esempi che compaiono sono decimati dal ragno.

Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocopio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L’apocopio succhia la e finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). nell’ottocento ne esistevano milioni di esemplari, ora la specie è quasi estinta.

Ma come dicevamo all’inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra, e mette quest’ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell’augurio del verme disicio.

Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo sappiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.

Stefano Benni, Il Verme Disicio

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Scritto da: Only il 9 Ottobre 2009
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Il Font: quale usare per inviare a un editore?

Immagine di Jim Hood (CC- by-sa)Eccolo lì, proprio davanti ai nostri occhi, il momento atteso è giunto. Abbiamo messo la parola fine al nostro libro e le ultime righe ci osservano dallo schermo coll’espressione dell’ “ora che si fa?”. E già, bisogna inviarlo per una valutazione e magari chissà che non venga “adottato”. Alcuni Editori accettano i file *.pdf via mail, altri non si dispiacciono di averci la scrivania invasa dal cartaceo (forse per accendere la stufetta d’inverno?).

Ma sorge un altro dubbio, oh cavalo lo mandiamo così con il font di default con cui lo abbiamo scritto oppure cambiamo? Che font sarà indicato per finalizzarlo? Inizia la fase del terrore psicologico e noi, nostri consiglieri di fiducia, cominciamo già a spararle sempre più grosse: vedi mai che per qualche strana legge scientifica se è vero che la scrittura e la personalità sono legate, allora forse il font ha le sue colpe? Forse, per le stesse regole, è possibile che nel carattere tipografico si manifesti la nostra creatività?

Ehm, direi che è il caso di scendere un attimo coi piedi per terra e riflettere. Quale sarà mai l’utilità pratica del font? Ma certo la lettura, trasportarci sopra, come una imbarcazione, il fiume della narrazione. Torniamo lettori un attimo, una delle cose più fastidiose per chi legge è quel qualcosa che distrae, magari proprio il carattere del testo che affatica a tal punto da far smettere la lettura, nonostante le buone intenzioni.

Certo, anche l’occhio vuole la sua parte ed un bel carattere sembra già un bel biglietto da visita, rispetto ad uno più da fumetto o da magazine. Io, ad esempio, ho un debole per i font con le grazie, ossia quelli della famiglia Serif, che si completano, alle estremità,  con delle belle terminazioni, o gambette, a punta. Su tutti però, i miei preferiti sono il Georgia [immagine di Jim Hood, CC by sa] ed il Goudy (Old Style), creato appunto dal prolifico Frederic W. Goudy.

Si, casualmente, entrambi iniziano per “g” ma differiscono molto tra loro anche se ad accomunarli v’è la loro alta leggibilità. Il Georgia è imparentato con il classicissimo  Times New Roman,  se ne differenzia principalmente per una accentuata rotondità e maggiore ampiezza, caratteristica che lo rende adatto sia per la stampa su carta che per l’uso a video. Il Goudy, nato nel 1916, ha una maggiore anzianità di servizio, se così si può dire, ed eleganza grafica ma  in proporzione al Georgia è più piccolo. Per capirci un corpo 11  del Georgia corrisponde per ampiezza ad un 14 del Goudy.

Tornando al nostro libro, conviene usare più font? Io, personalmente, direi di no. È vero che la scrittura è un fatto personale, anche quando si cristallizza nell’oggetto dell’altrui lettura, ma quella ribellione al modello di uniformità espressiva, che esiste in ogni autore, non deve far dimenticare che il libro non potrà mai essere un mezzo tutto privato, con un alfabeto nuovo ed incomprensibile. Così, anche per i suoi elementi esteriori, un libro dovrà conservare i suoi fattori di comunicazione senza che costituiscano distrazione per quanti sono chiamati a giudicare il nostro lavoro, così, se siamo partiti con il Georgia, continueremo ad utilizzarlo fino in fondo.

Ma c’è davvero il fondo di un libro? Uhm, per questa volta vi risparmio altre sciocchezze e, se sopravvivrò ai “gavettoni”, ci rileggeremo qui.

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Scritto da: hermansji il 18 Settembre 2009
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Scrittori in erba – da Giornalettismo

Oggi voglio condividere una parte di un paio di articoli davvero divertenti e interessanti pubblicati su Giornalettismo. Vi consiglio di leggere sia il primo sia il secondo perché nascondono delle vere chicche:

  • Il punto esclamativo è sempre uno e mai trino, a meno che non stiate facendo il lettering per Topolino.
  • Lo stesso vale per i punti interrogativi.
  • Può essere al limite tollerabile, se usato con parsimonia, il punto interrogativo + punto esclamativo (?!) ma ogni altra combinazione è tassativamente vietata.
  • No assoluto quindi a dodici punti interrogativi intervallati a gruppi di tre con un punto esclamativo (???!???!???!???!???!) per esprimere sorpresa mista a sgomento con una punta di perplessità e risentimento. Le espressioni e intonazioni vanno desunte dal contesto non dai vostri graffiti sul libro.
  • Provate inoltre a sfogliare un qualsiasi volume di un premio nobel per la letteratura. Vedete tutti questi punti esclamativi? Sarà un caso? Che cazzo c’avete da urlare?
  • I puntini di sospensione sono sempre in numero di tre. Non è assolutamente necessario che ogni pausa del discorso sia segnalata da puntini di sospensione. Esempio: “Mah… non so… tu che dici?… potremmo provare?”. Se siete indecisi su cosa far dire ai vostri personaggi fateli tacere.
  • Tra il soggetto e il verbo non ci va la fottuta virgola, non importa se mentre leggete fate una pausa. Lui, entrò nella stanza. Cazzo vuol dire?
  • Le virgole ci vanno quando ci vanno e non ci vanno quando non ci vanno. È quindi del tutto falso che ci vadano quando non ci vanno e che non ci vadano quando ci vanno.
  • Quando aprite le virgolette all’interno delle virgolette doppie mettete le virgolette singole. Evitate di aprire le virgolette all’interno delle virgolette singole, a meno che non stiate cercando di riprodurre un quadro di Escher.
  • Se non suona come italiano non è italiano.
  • Usare “esso”, “essa”, “ella” non vi farà sembrare più colti di quanto non siate.
  • “Egli” non è veramente un pronome, lo insegnano solo alle elementari e nel mondo reale si trova solo nei sussidiari.

Direi che è abbastanza per farvi capire il tenore della lettura. Vi consiglio vivamente di stampare i due articoli e tenerli sulla scrivania (o dovunque vi mettiate a scrivere): al di là dell’evidente ironia i consigli riportati sono effettivamente validi.

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Scritto da: Livia il 16 Settembre 2009
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