Tutti gli articoli su scrittori

Gli scrittori sono fatti così – La sindrome di Queneau

Gli scrittori, sono fatti tutti così. Difficilmente, ascoltano. Quasi mai fanno il tifo per scrittori che non siano loro stessi. Sono personaggi antipatici, in fondo, perché l’unica storia che ritengono degna di nota è quella che devono raccontare loro.

Anche al corso di scrittura creativa del mio amico, facevo finta di sentirmi uno come tanti e quando mi apostrofava gli dicevo: “Dai, Manuel, smettila di fare così, non sono uno scrittore vero”, ma in fondo mi sentivo diverso da tutti quelli che erano in quella stanza. Mi sentivo speciale, solo perché credevo che non ci fosse bisogno di contare le battute in un foglio, o scrivere qualcosa a tema, solo perché credevo che la scrittura è qualcosa che ti nasce dentro e che fa parte dei tuoi cromosomi, tipo il colore dei capelli o tipo la predisposizione per le cose. Mi sentivo diverso, e mi sentivo migliore degli altri.

La sindrome di Queneau 2, Sette per uno



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Scritto da: Livia il 13 Marzo 2010
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Come scrivere a un editore

Sono un po’ seccata, oggi. Ho passato già due ore (e almeno altrettante me ne toccheranno) a rispondere cortesemente a mail di persone ingenue, disinformate o maleducate. Ma invece di sfogarmi cercherò di dare alcune nozioni pratiche di come si scrive a un editore, approfondendo i temi di un vecchio post.

Partiamo dalle basi; sei, senti di essere, ritieni possibile definirti, nel tuo intimo ti ritieni uno scrittore. Hai finito, si suppone con grande cura, il tuo romanzo/racconto/silloge, e non vedi l’ora di condividere con il mondo i tuoi pensieri, sentimenti, esperimenti letterari. È questo il momento in cui si decide se sarai nel 97% dei cestinati o nel 3% dei letti (e da lì nello 0,5% dei pubblicati).

Devi sapere che in Italia gli scriventi sono un’infinità ma gli scrittori pochi. Quindi la tua mail sarà letta in sequenza insieme ad altre 40 o 60 mail per una selezione preventiva. Devi sapere anche che ciò che per te è un’esperienza unica, aver partorito un’opera, per chi si troverà a leggere sarà nulla più che un altro numero, il testo 237 di 2000. Considera che un editore piccolissimo, come me, riceve più di 500 testi al mese.

Come fare per darti qualche possibilità in più? Prima di tutto, conoscere il tuo possibile editore: trovare informazioni sulle linee editoriali al giorno d’oggi è facile; non pensare che per chi le riceve sia questione di un minuto capire se scartarti o no: stai usando il tempo di una persona che lavora, se non sei accurato lo usi male.  Quindi trova gli editori che potrebbero essere interessati e concentrati solo su quelli. Fatto questo dovrai costruire una bella mail; non avvantaggerà la tua opera in fase di valutazione, ma nella preselezione sicuramente sì.

L’oggetto della mail

Cerca di essere sintetico ma specifico. Usa la parola “valutazione” e non “proposta”: la proposta te la farà, eventualmente, l’editore. Poi cerca di condensare in una parola o due il genere: “romanzo fantasy”, “racconti horror”. Infine, metti il titolo, o una parte del titolo. Quindi, più o meno, “Valutazione romanzo gotico L’errore di Nani“. Questo è il tuo oggetto della mail. Ricorda di non usare mai il comando inoltra (o forward), è un segno di rispetto creare una mail unica per ogni editore, come io creo una mail unica di risposta per ogni scrittore.

Non lasciare il campo oggetto vuoto: non aiuta a identificare il tuo scritto o memorizzare il tuo nome. E come alias della tua mail non usare “puffolosbaciucchino@puffolandia.puff” ma qualcosa che faccia ricordare l’individuo, anche uno pseudonimo, ma che dia l’idea di un Nome e Cognome. Non scrivere “proposta editoriale” né “invio manoscritto”: sono indicazioni sbagliate e comunque generiche. Ti stupiresti di leggere quante siano le mail con questo oggetto che vengono ricevute quotidianamente.

Il testo della mail

Il testo deve essere sintetico e incisivo. Che sei uno scrittore non lo devi “dire” ma fare emergere dalla scelta delle parole e dalla costruzione dei periodi. Evita il burocratese e gli eccessivi formalismi, l’aggettivazione estrema e le auto-recensioni, evita anche di lodarti. Cerca di essere sincero il più possibile. Spiega perché ti sei rivolto a quell’editore (linea editoriale, condivisione dei principi, altro), due parole su chi sei e sul perché scrivi; il tutto senza essere vago: chi legge si accorge subito se è una mail preconfezionata e adatta a ogni editore possibile. Elenca gli allegati. Soprattutto leggi più volte il testo della mail e assicurati che non ci siano errori sintattici e, per quanto possibile, di battitura (siamo imperfetti, una lettera sbagliata può scappare a chiunque). Non proporre copertine o evoluzioni immaginarie del “libro”: non è il momento di stabilire se ne verrà tratto un musical.

Gli allegati

Nomina chiaramente gli allegati. Vietato scrivere “romanzo”, “inedito”, “sinossi”: come ti dicevo non c’è solo il tuo file e capita, spiacevolmente, che le sinossi si confondano fra loro nell’archivio mail. Se possibile tieni file separati per l’opera e per la presentazione. Lascia l’impaginazione in comodo formato A4, anche se ti piacerebbe dare la forma di libro al tuo testo: sarà più pratico stamparlo e, quindi, leggerlo. Usa un font standard e il colore nero, non appesantire di fronzoli, separatori, bordini e simili.

Bene, a questo punto hai fatto tutto il possibile. Magari non sarai pubblicato mai, ma sarai certo di aver messo la giusta attenzione e determinazione in quello che hai fatto.

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Scritto da: Livia il 4 Febbraio 2010
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Short story

Short story

Via Catepol

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Scritto da: Livia il 8 Novembre 2009
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Il segreto di Caspar Jacobi, Ongaro

Il segreto di Caspar Jacobi – Alberto OngaroNon parlerò mai abbastanza, e abbastanza bene, di Alberto Ongaro. Quando la libreria piange e ho voglia di leggere un bel romanzo, ben scritto, originale, avvincente, vado a cercare fra i suoi titoli qualcuno di quelli che non ho letto, sapendo che ben difficilmente ne sarò deluso. È successo così anche con Il segreto di Caspar Jacobi.

Ottimo racconto incentrato sul rapporto fra realtà e rappresentazione, fra vero e romanzesco, Il segreto ci presenta Ongaro ancora una volta alle prese con un gioco di specchi fra autore e personaggi, impegnato in una partita a scacchi col lettore che può ricordare per certi aspetti La taverna del Doge Loredan.

Il protagonista qui è Cipriano Parodi, un giovane scrittore veneziano che ha da poco pubblicato un romanzo d’avventura e che sembra essere all’inizio di una promettente carriera. Ma ben presto il destino ha in serbo per lui una svolta imprevedibile: quando Cipriano trova nella cassetta della posta una lettera di Caspar Jacobi, la sua vita è destinata a cambiare per sempre.

Jacobi è infatti uno scrittore di enorme successo, vive negli Stati Uniti, pubblica in tutto il mondo, vende milioni di copie. E invita Cipriano a New York per incontrarlo. Il perché è presto svelato: al giovane scrittore viene infatti chiesto di unirsi alla squadra di ghost writer che lavora per Caspar Jacobi, il quale, come un novello Dumas, è a capo di una “bottega” che produce incessantemente romanzi, commedie, sceneggiature, racconti, che archivia storie, trame, intrighi e personaggi, costruiti, ricostruiti e assemblati da una macchina creatrice implacabile.

Fra i due si crea ben presto un rapporto ricco di ambiguità e di contrasti, la figura di Caspar Jacobi è misteriosa e vampiresca, si ammanta di segreti che per Cipriano diventano poco a poco un’ossessione: la foto di una bellissima e sconosciuta moglie, un passato oscuro e impenetrabile celato dietro le poche righe di una biografia ufficiale, gli ineffabili legami che sembrano unire i due in un destino sempre più indissolubile.

Il meccanismo di scatole cinesi che Ongaro mette in scena è piuttosto abile; giocando col lettore come il gatto col topo l’autore ci mette di fronte agli ingranaggi scoperti del racconto, fino a condurci a un finale assolutamente spiazzante, tanto più soddisfacente quanto più nega e sconfessa le nostre attese tanto abilmente sobillate. La vittoria finale del narratore.

Da leggersi in scioltezza, con un assai romanzesco Recioto di Soave.

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Scritto da: tomtraubert il 5 Novembre 2009
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Che artista sei?

Che artista sei

Via Psiko, via Loldwell

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Scritto da: Livia il 25 Ottobre 2009
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L’ombra del vento, Zafòn

Ombra del ventoLi vedi in treno che tengono compagnia a sconosciuti. Ti scrutano a branchi numerosissimi dagli scaffali del supermarket, mentre tu stai cercando la Baffo Moretti in offerta speciale. Ti saltano addosso dalla tv all’ora del telegiornale, ti assalgono dal tuo social network di riferimento, dalle conversazioni degli amici e degli insospettabili. E tu non sai precisamente che dirne, ma sai che sei di fronte a un CFE, un Clamoroso Fenomeno Editoriale.

E allora un po’ t’incuriosisci, un po’ ti sale la diffidenza innata… mah sarà mica il solito bidone? Sarà mica come quando ho letto la Meyer che lo sapevo già prima che mi faceva schifo ma l’ho letta lo stesso? Sarà mica che non lo leggo ma tanto poi mi tocca vedere il film e dio sa cosa è meglio? E se invece è bravo? Ma di investire la somma non se ne parla, lo si legge a prestito da qualcuno (ché qualcuno prima o poi si trova) e poi si vede. Se ci si appassiona magari poi, nel caso, si comprano anche gli altri.

Ed è successo più o meno così per me con questo CFE di prim’ordine, L’ombra del vento, di Carlos Ruiz Zafòn, romanzo d’avventura si potrebbe dire vecchio stile, con personaggi dal volto sfigurato che si aggirano sinistri nella notte barcellonese, efferati delitti, storie d’amore, giovani protagonisti che si affacciano alla vita, storie di vendetta… e storie di libri.

Ora, questa recensione si rivolge ai quattro gatti che ancora non l’hanno letto, ovvero togliendo me ne resterebbero solo tre, ma tant’è. Dicevo, non entro più di tanto nella trama, dirò solo che al centro di questo romanzo c’è uno scrittore, o forse il suo fantasma, e i libri che ha lasciato dietro di sé.

C’è un ragazzo che seguendo le tracce di quei romanzi perduti scopre storie e verità sepolte, scopre soprattutto legami con la sua vita, vita che viene naturalmente sconvolta in maniera determinante oltre che, altrettanto ovviamente, messa a repentaglio. C’è una Barcellona del dopoguerra appena abbozzata ma sicuramente suggestiva a fare da inconsueto scenario. Ci sono infine anche ottimi comprimari, a dimostrazione dell’ottimo mestiere che Zafòn, che è anche sceneggiatore, evidentemente possiede.

Le premesse per una lettura appassionante ci sono insomma tutte e vengono rispettate. Il racconto prende ritmo e velocità poco a poco ma parte piano e diventa avvincente davvero solo nella seconda parte, quando i fili cominciano a essere tirati e Zafòn serra i ranghi e rende più compatta la narrazione.

Forse manca un po’ di personalità a livello stilistico, non c’è una scrittura particolarmente riconoscibile, ma credo ci sia quello che più conta e che spesso manca, una bella storia che si fa leggere (con uno scorrevole Morellino di Scansano) e anche ricordare. E non è poco.

P.S. Che qualcuno non se n’abbia a male, io comunque la Meyer non l’ho mai letta…

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Scritto da: tomtraubert il 25 Settembre 2009
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Le regole di Orwell per gli scrittori

Un po’ tutti gli scrittori hanno delle proprie regole per quanto attiene a “come si dovrebbe scrivere”. Oggi, grazie a Paperdoll, vedremo quelle di Orwell:

Regole di Orwell per scrittori

Tradotto in maniera rapida il significato è, più o meno:

  1. Se è possibile eliminare una parola, eliminala.
  2. Non usare una parola lunga quando ne basterebbe una corta.
  3. Non usare la forma passiva se puoi usare quella attiva.
  4. Evita parole straniere e tecniche.
  5. Non usare una metafora che hai già visto.
  6. Viola una qualunque di queste regole per evitare [di scrivere] qualcosa di eccentrico.

Io le trovo essenziali, specialmente l’ultima, che ha la capacità di dire in sintesi cosa rende uno scrittore unico. Le regole sono necessarie per chiunque voglia scrivere bene, ma non è l’attenersi a qualunque schema che crea il grande scrittore, quanto la capacità di bilanciare tutti gli elementi talmente bene da venire amato anche per quelli che, in un altro autore, sarebbero difetti.

La punteggiatura di Saramago, l’estremo barocco di Bufalino sono esempi di quanto pratiche “tecnicamente” non consigliate siano usate con tanta maestria da risultare i veri punti di forza della loro opera. Ma se si unissero ambedue le caratteristiche in un solo autore ho il sospetto – fortissimo – che non riuscirebbe ad avere un lettore diverso da sua madre.

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Scritto da: Livia il 2 Settembre 2009
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In morte dell’editor?

La settimana scorsa è scoppiata una polemica intorno alla figura dell’editor: da un lato chi ne ha tentato la demolizione, come Carla Benedetti, dall’altro chi ha cercato di fare chiarezza sulla categoria e sul tipo di figura di cui si parla, come Mario Baudino, nella sua chiacchierata con Laura Lepri. Pur non avendo la loro autorità in merito, voglio aggiungere qualche considerazione personale.

In questo dibattito è stupido cercare chi abbia torto e chi, invece, ragione: l’uno sostiene che l’editing sia appiattimento, l’altro che sia una necessità letteraria. Le posizioni contengono ambedue parti di verità, a mio parere.

Esiste l’editing di omologazione, quello che, sfrondando il testo di ogni tentativo di personalità letteraria, lo rende assimilabile, e quindi omogeneizzato al resto degli editi. Leggendo alcuni libri – o meglio, prodotti editoriali – si notano affinità che fanno pensare ad una stessa mano; e, nella gran parte dei casi, è così: un editor ha lasciato la sua personale impronta, modificando il testo come lui lo avrebbe scritto. Questo sostituirsi all’autore, guadagnarsi la ribalta, non è per me un modo di lavorare apprezzato: se proprio si ha il desiderio di intervenire così pesantemente in un’opera letteraria, sarebbe meglio scriverla da sé.

Poi esiste l’editing che rispetta il testo, per il quale è necessario molto tempo e molta dedizione: si legge il testo, si lavora sempre insieme all’autore, si cerca di capire cosa inceppa la comunicazione fra scrittore e lettore. Ed è l’autore che riscrive, dove necessario, non l’editor. L’editor indica, non suggerisce. Spiega, non corregge. Conosco pochissimi editor di questo stampo; è più pratico, più veloce sicuramente operare autonomamente i cambiamenti necessari. Ma non migliore.

Ha ragione chi dice che in Italia si fa troppo editing invasivo: con la mole di opere edite non potrebbe essere diversamente. Ha ragione chi dice che in Italia si fa troppo poco editing (rispettoso): troppo tempo e fatica da investire, e non tutti sono disposti a farlo, coi risultati che, come avrete notato, sono sotto gli occhi di tutti.

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Scritto da: Livia il 28 Luglio 2009
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Cercasi Alex – Our blog story

Vi ricordate di Sebastiano e Cosetta (e Cordelia, anche)? Ebbene, sono in cerca di compagnia, al momento, e più precisamente di qualcuno disposto a incarnare il siiiiimpaticissimo personaggio di Alex.

Per chi non lo ricordasse, Alex è amico di Sebastiano, oltre a fare da cantante per il gruppo meno famoso di tutti i tempi, i Banana Split. Dicono di lui che sia “carino, stronzo, un po’ scapestrato”. Ecco, serve qualcuno che sappia immedesimarsi in queste caratteristiche. Dalla pagina di richiesta ufficiale:

Una blognovel è una storia a più voci dove ogni blogger “adotta” un personaggio e lo muove all’interno della storia. Ci si deve immedesimare e avere la capacità di inserirsi in maniera coerente nella narrazione perché la trama è decisa dal succedersi degli interventi dei blogger.

E qui tocca a voi: scrivete un post secondo le indicazioni che vi saranno elencate sotto e presentate Alex ai lettori di Our Blog Story. Può partecipare chiunque: scrittori, non scrittori, scrittevoli, di qualsiasi razza, colore e provenienti da qualsiasi pianeta.

I requisiti per partecipare:

- Conoscere bene la storia e i personaggi di Our Blog Story.

- Scrivere un post di massimo 1300 caratteri, spazi inclusi in lingua italiana.

- Essere coerenti con la storia e gli altri personaggi.

- Essere grammaticalmente, sintatticamente, ortograficamente ineccepibili (o quanto meno decenti via).

- Inviarlo entro il 31 di luglio a quest’indirizzo: cosetta.neri@gmail.com

La giuria sarà composta da Andrea, Carlotta e Livia, le tre penne assidue del blog. Vi attendiamo numerosi ;)

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Scritto da: Livia il 11 Luglio 2009
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Questionario tecnico sullo scrivere

Da Francesco vengo a conoscenza di un bel questionario, proposto da Rivista sconosciuta a diversi scrittori italiani, che consta di poche, semplicissime domande. Le ripropongo a voi come piccolo svago estivo:

  1. Perché scrivi?
  2. Dove e quando scrivi?
  3. Michel Leiris diceva: “non avevo voglia di esercitare alcuna professione. Avevo voglia di scrivere”. Se non fossi uno scrittore, cosa avresti fatto nella vita?
  4. Occorre avere delle idee per scrivere?
  5. Mi piace pensare alla scrittura come una forma di artigianato, a qualcosa che si costruisce, si monta e smonta in continuazione. Cosa ne pensi?
  6. Erich Linder, il grande agente letterario, era solito dire: “un libro si vende come un dentifricio”. Cosa ne pensi di questa affermazione?
  7. Vladimir Nabokov a chi gli chiese che messaggio avessero i suoi romanzi, rispose più o meno così: “quale messaggio? Non sono mica un postino”. Sei d’accordo?

Tra quelli che hanno risposto merita la palma per me Francesco Dimitri, che dà esattamente il tipo di risposta che vorrei sentire dai miei autori. E le vostre risposte?

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Scritto da: Livia il 7 Luglio 2009
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