Tutti gli articoli su scienza

Sulla scena del mistero, Bagnasco, Ferrero e Mautino

Scritto da: il 29.11.10 — Comments Off
***Disclaimer: nonostante riguardi un saggio questa recensione oscillerà tra il serio e il faceto, nello spirito degli indagatori di mysteri*** Se "antiche civiltà scomparse" e "misteri" nella stessa frase vi fanno pensare a Vulvia, la pregevole parodia di Guzzanti, più che ai vari Giacobbo e Ruggeri, forse di questo libro non avete bisogno (anche se probabilmente avrete voglia di leggerlo). Sulla scena del mistero infatti non è certo una puntata di Voyager, ma un saggio sul metodo scientifico, come illustra benissimo il sottotitolo "Guida scientifica all'indagine dei fenomeni inspiegabili". Scritto da tre membri del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, il saggio prende spunto dai mysteri (ovvero i fenomeni inspiegabili di natura non scientifica) che ormai più o meno tutte le trasmissioni propalano insieme a teorie tanto strampalate quanto per noi potrebbe essere la spiegazione del fulmine data da un antico greco. Chi di voi, cambiando canale – spero –, non è mai incappato in un teschio di cristallo, o in un geroglifico raffigurante un alieno? Prima o poi tutti abbiamo visto qualche spezzone di queste trasmissioni, alcuni di noi armati di sano scetticismo o anche ironia, altri invece accettando acriticamente le varie ipotesi. Questo manuale fornisce gli strumenti per indagare questo tipo di mysteri, per fornire una spiegazione logica e razionale, alla quale in gran parte saremmo anche potuti arrivare da soli. È questo infatti il succo della demistificazione, verificare le varie ipotesi e formularne di nuove, scientifiche, a partire da strumenti logici semplici e con tecniche replicabili: oltre al famosissimo rasoio di Ockham occorre ricordare anche il meno conosciuto Imperativo Categorico di Hyman. In alcuni casi si tratta anche di tentare di replicare il fenomeno a partire da componenti semplici, come per il sangue duplicato di San Gennaro o per i cerchi nel grano, e suppongo che ...

Il mito dell’alchimia e l’alchimia asiatica, Eliade

Scritto da: il 28.10.10 — Comments Off
In questo libro di poco più di un centinaio di pagine, Il mito dell'alchimia e l'alchimia asiatica, si possono trovare due bei saggi del grande studioso rumeno Mircea Eliade (1907-1986). Due bei saggi sull'alchimia vista nella prospettiva della Storia delle religioni. E con essi, Eliade conferisce all'argomento serietà e dignità accademiche e non solo. Dir ciò, inoltre, non significa affatto che il suo stile sia quanto mai pedante, pesante e noioso: certo, ci son molte note a piè di pagina ma questo va a intralciare ben poco una prosa elegante, essenziale e chiara. L'autore, nel primo dei due saggi spiega come sia nato e come si sia caratterizzato il fenomeno della pratica dell'Alchimia., corpo di antiche conoscenze e pratiche che viene scoperto in un dato periodo che poi va in "letargo" e che, successivamente, nei secoli viene riscoperto e si conforma in qualche modo anche allo spirito dei tempi. Eliade sottolinea più volte un aspetto dell'Alchimia: quello spirituale. Infatti, benché eminentemente pratica, quel progetto e quel fine di voler trasmutare in oro il vile metallo non aveva né ha mai ebbe un significato del tutto letterale. Il processo era sempre quello di un ritorno alle incorrotte origini, una continua purificazione attraverso vari stadi e stati materiali fino a quelle per poter poi assumere uno splendore incontaminato e reale e ormai non più influenzabile e, quindi, immortale. Tutto ciò è una metafora spirituale che rasenta se non proprio si giustappone al misticismo. È ben l'autore lo fa notare quando, illustrando l'alchimia cinese scrive: L'alchimia è stata, e resta, una tecnica spirituale attraverso cui l'uomo può assimilare le virtù che reggono l'esistenza e perseguire l'immortalità. L'Elixir di lunga vita non è altro che l'immortalità, fine di tutte le tecniche mistiche di ogni epoca e luogo. L'alchimista alla ricerca dell'Elixir è più simile al mistico che cerca ...

La bellezza della banalità: Paura della matematica, Cameron

Scritto da: il 02.09.10 — Comments Off
In Paura della matematica, diviso in due parti – la prima costituita da un unico racconto, Il ricordo del mondo, scritto nel 2008, mentre la seconda da altri sei già presenti nella raccolta In un modo o nell'altro dell'86 –, ritroviamo la consueta eleganza che contraddistingue gli scritti di Peter Cameron. E anche, naturalmente, la sua poetica. Cameron ci dipinge coi colori pastello del quotidiano scorci (o squarci) di vita che però non hanno la pretesa di essere grandi moments of being o epiphanies rivelatori di chissà cosa: sono episodi di vita di gente comune, a guardarli bene di una banalità sconcertante. Eppure proprio per questo li sentiamo vicini. Possono piuttosto esserci situazioni o personaggi aventi un qualcosa di eccentrico, inusitato, mai, comunque, molto marcato. Ecco allora il padre, nel primo e più recente racconto, che, ora in fin di vita, vuole rivedere per l'ultima volta il figlio ormai adulto che aveva abbandonato molti anni prima alla morte della moglie, per raccontargli un episodio che, nel suo delirio di malato terminale, sembra avere tutte le caratteristiche dell'onirico e del fantastico al punto da suggerire al figlio una constatazione quasi filosofica. O il ragazzo protagonista del primo racconto della seconda parte, Memorial Day, che, dopo il rapido risposarsi della madre divorziata, decide di non esprimersi più verbalmente e comunica soltanto intrattenendo una fitta corrispondenza con i carcerati. Capita spesso che i protagonisti, voci narranti (tutti questi racconti sono narrati in prima persona) oltre a una storia propria, siano testimoni di una storia o situazione vissuta il più delle volte da famigliari anche piuttosto stretti che, al termine della lettura, ci si rende conto esser quella più importante della loro. E un modo di narrare – che potremmo chiamare side telling, narrazione laterale, ossia parlo di me e dei fatti miei ma con essi ...

Due in uno! Io sono leggenda (I Vampiri) e Io sono Helen Driscoll, Matheson

Scritto da: il 19.03.10 — 8 Commenti
Per metterli su Anobii vado a ripescare questi due libri di Richard Matheson (1926) che sapevo di avere e aver letto ormai parecchi anni fa. Ne ho un buon ricordo. Mi piace questo autore e quando mi tornano in mente i titoli dei suoi romanzi che ho letto (I vampiri – vecchio titolo con cui era stato tradotto I am Legend del '54, cui ha dato rinnovata notorietà il film del 2007 con Will Smith – ma ce n'erano stati degli altri tratti più o meno liberamente da questo testo) mi stupisco sempre del taglio originale che Matheson ha saputo dare a vecchie tematiche del romanzo horror o del soprannaturale. Con I am Legend rielaborava il tema del vampirismo mentre con Io sono Helen Driscoll (del 1958: titolo originale A Stir of Echoes) il tema rielaborato è quello, anch'esso ben noto, dei fantasmi e del soprannaturale. Verrebbe da chiedersi: che cosa di nuovo e originale ci si può inventare sia per il vampirismo che per il genere Storie di Fantasmi senza scadere in una più o meno accettabile variazione sul tema (appunto)? È questo che Matheson è riuscito a fare. E in modo tutto sommato semplice attualizzando la vicenda e rendendola credibile per l'epoca di uscita dei due libri. Ciò che provoca il vampirismo in Io sono leggenda, è un batterio: già questo rende “scientifico” un argomento che fino ad allora era di pertinenza della Religione se non dell'Antropologia (se interessa, si veda a questo proposito l'ottimo e esaustivo saggio di Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula, Oscar Saggi n°517). Lo tornerà a trattare Stephen King con Le notti di Salem nel '75, ma lo farà in maniera più tradizionale. Vero è che alcuni scienziati hanno ipotizzato le “possibili” malattie di cui potevano (o possono) esser stati affetti i vampiri. La più accreditata ...

La fisica dei supereroi, Kakalios

Scritto da: il 02.12.09 — 4 Commenti
[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso saggio, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista] La fisica dei supereroi prima che come libro nasce come seminario per matricole: era il 2001 quando il professor James Kakalios, insegnante di fisica dell'università del Minnesota, tenne per la prima volta il suo corso dal titolo “Tutto ciò che so sulla scienza l'ho imparato dai fumetti”. Fu la sua risposta alla richiesta dell'università di rendere le lezioni introduttive per i nuovi studenti originali e interessanti: appassionato collezionista di fumetti da quando era ragazzino, Kakalios decise di attingere a piene mani dai supereroi dei più famosi Comics americani per cambiare, almeno dal suo punto di vista, il modo per insegnare i principi basilari della fisica. Premetto che non amo molto la materia, ma ADORO i supereroi. Ed è questo che mi ha spinto a comprare questo libro, un po' come si può essere spinti a scegliere una scatola di cioccolatini dalla confezione scintillante. La sorpresa, almeno per quello che mi riguarda, è che tolto l'involucro dorato, anche il cioccolato non si è rivelato affatto male! Un po' mi aspettavo, lo confesso, che il supereroe venisse utilizzato come specchietto per allodole: un veloce riferimento e via, c'è la scusa per propinarci pagine a pagine di formule. Invece non è affatto così:i supereroi vengono citati continuamente, perché sono loro lo strumento diretto con cui vengono spiegate le più importanti leggi della fisica. E..sorpresa! La lettura non è affatto noiosa. Perché Superman può sollevare un camion? Come funzionano le ragnatele di Spiderman? Quanta energia serve a Flash per correre a velocità sovrumana? Come fa L'uomo Ghiaccio degli X-Men a mandare sottozero l'atmosfera? Gli esempi sono facili e calzanti, lo stile molto piacevole e colloquiale, i riferimenti ai fumetti, dai Marvel ai DC, sono numerosi e continui. Kakalios si rivolge ...

Il cervello umano, Asimov

Scritto da: il 15.10.09 — 4 Commenti
Di Isaac Asimov, (1920-1992), personalmente non mi ha mai attratto più di tanto la produzione fantascientifica e giallistica. Al contrario, dell'Asimov divulgatore e saggista scientifico, ho dei ricordi strabilianti. Di sera, prima di dormire e, quindi, stanco della giornata, riuscii a leggere in originale Inglese The Collapsing Unierse (Il collasso dell'Universo, 1977), intorno alle duecento pagine, e, non solo lo capii linguisticamente (guardai sul dizionario soltanto un lemma: to pinpoint = localizzare con precisione – su carte geografiche o mappe), ma ne compresi pure le spiegazioni scientifiche le quali – pur essendo scritte con scopi divulgativi – mi dette l'impressione che, non per questa ragione, tralasciassero volutamente dettagli anche piuttosto complicati; si capirà che, per me, di formazione e studi non certo scientifici, riuscire a capire ed apprezzare anche nei particolari questi argomenti di Astrofisica fu davvero sorprendente. Divenne così il mio autore preferito per quanto riguardava la divulgazione scientifica. Di suo – dopo averlo tenuto per anni e anni nello scaffale – mi son deciso a leggere Il cervello umano del '63, tradotto per la prima volta nel nostro paese nel '70 e comparso in edizione tascabile nel 1983. Anche qui, sorprende non soltanto la padronanza della materia trattata ma anche quella – saldissima – della lingua: mi ha sempre meravigliato la sua capacità di partire da un argomento che non ha nulla a che fare con quello dichiarato nel titolo, da questo lontano anni luce, per poi, ragionamento dopo ragionamento, domanda retorica dopo domanda retorica, arrivarci con una logica che non fa una grinza. Per esempio, Asimov introduce questo suo libro che non tratta soltanto del cervello umano ma anche dei meccanismi biochimici di altri organi del nostro corpo, come il pancreas, la tiroide, le ghiandole surrenali, l'ipofisi..., iniziando a parlare del marinaio scozzese Alexander Selkirk che, agli inizi del XVIII ...

Il Grande Ateo: Il visitatore, Schmitt

Scritto da: il 17.09.09 — 5 Commenti
La bellezza del Teatro, come forma e genere letterari, sta nel fatto che, con la sua oralità gestualità ed espressività, in maniera simile alla Musica, riporta la parola alla sua originale, umana potenza comunicativa ed evocativa. Anche altri generi letterari – come la prosa e la poesia – hanno questa potenza, naturalmente, ma, per esser compresi appieno, hanno bisogno di una mediazione intellettuale di cui il Teatro può e fa del tutto a meno. Non solo, ma anche se al dramma anziché assistervi in sala se ne legge il testo, più che nella prosa e nella poesia (soprattutto se quest'ultima è epica), si nota come venga esaltato quell'aspetto primario della lingua che è l'aspetto pragmatico, quello che crea e “fa accadere” gli eventi, guida e modifica i pensieri dei parlanti. Quanto detto ben si può riscontrare in questo dramma del 1993 di Eric-Emmanuel Schmitt (1960), Il visitatore, in cui in una sera assai agitata, mentre a Vienna scorrazzano soldati nazisti in cerca di ebrei, nel proprio famoso studio, all'ebreo professor Sigmund Freud (1856-1939), in preda all'ansia perché la figlia Anna è stata arrestata dalla Gestapo (fatto realmente accaduto), compare davanti un elegante quanto misterioso individuo che dice di non avere alcuna identità. Pur inizialmente alquanto seccato, Freud ne è incuriosito via via che la conversazione tra i due, invece di terminare frettolosamente, prende consistenza e continua. Chi potrà mai essere? Uno squilibrato in cerca di cure? Un mitomane? Il prof. Freud viene a sapere che effettivamente un degente è fuggito dal vicino manicomio. Sarà certamente lui che è tanto malato da voler far credere di essere Dio. Come fa, però, a sapere certe cose? E, soprattutto, come fa a dire (o pre-dire) il futuro dell'anziano scienziato? Il libro che questi scriverà prima di morire il 23 Sett... anche questo sembra sapere lo strano ...

Luce virtuale, Gibson

Scritto da: il 27.08.09 — 2 Commenti
Quello che vi consiglio oggi è un libro perfetto da leggersi – non solo – in vacanza, ma anche una piccola perla del filone cyberpunk ad opera del padre stesso del genere, William Gibson. Luce Virtuale è ambientato in un futuro non troppo lontano (il libro è del 1993) dove lo sviluppo tecnico-scientifico non sembra affatto aver migliorato le cose. La trama ruota intorno ad un paio di avveniristici occhiali per la realtà virtuale che contengono un segreto per cui una misteriosa multinazionale è disposta ad uccidere chiunque. A cominciare dai due protagonisti: Chevette Washington, orfana, abitante del ponte e messaggera, che li ha rubati per ripicca, e Barry Rydell ex-poliziotto, ex-poliziotto nei guai, ex guardia di sicurezza che ha avuto l’incarico di ritrovarli. Come nella maggior parte delle opere di questo filone (e di Gibson in particolare) l’ambientazione è preminente sulla trama. L’autore presenta al lettore una visione del futuro dove buona parte delle paranoie odierne si sono avverate: multinazionali strapotenti, periferie sempre più ampie e degradate, proliferazione di sette e culti vari, fuga nella realtà virtuale e, soprattutto, la constatazione che la scienza non risolverà tutti i problemi. Nonostante tutto questa non è un’opera pessimistica: la gente si adatta e cerca di vivere al meglio, magari dandosi una mano vicendevolmente come avviene per i poveri che vivono sopra il ponte… Lo stile della narrazione è sintetico e volutamente impreciso, come se a raccontare la storia fosse qualcuno che non riesce mai a trovare le parole giuste e ha problemi con quella cosa degli scrittori, quella che si dice una cosa per un’altra ma  si capisce lo stesso… metafora? Ciò rende la lettura più divertente e gradevolmente leggera anche durante le riflessioni più tetre. Vale la pena leggere Luce Virtuale per la sua disincantata visione del futuro (sia positiva che negativa), per la ...

Le 100 grandi invenzioni, Philbin

Scritto da: il 29.07.09 — 4 Commenti
Le cento grandi invenzioni del mondo. Ovvero laddove la mente dell'uomo ha ideato oggetti che nei casi più elementari ci hanno semplificato la vita, a volte ce l'hanno salvata, spesso hanno cambiato il corso dell'umanità. Il giornalista newyorkese Tom Philbin ci presenta il suo personale elenco in questo bel libro, edito da Hobby&Work, partendo da un principio che afferma nella prefazione: non si parlerà nello scritto di scoperte, cioè di qualcosa che esisteva già in natura e l'uomo ha solo imparato a usare a proprio favore (quindi non troverete traccia del fuoco o della penicillina, ad esempio), ma di quegli oggetti che sono nati grazie all'inventiva e alla passione per la ricerca di uomini geniali. Il libro è diviso in cento capitoli, uno per invenzione, e già scorrendo l'indice possiamo avere delle sorprese. Accanto infatti a quegli strumenti che ci aspettiamo di trovare, perché la loro importanza nella nostra vita è intuitiva per chiunque, troviamo anche quelle invenzioni che forse non ci verrebbero in mente di primo acchito, ma la cui portata storica è stata senz'altro indubbia: o perché hanno cambiato il modo in cui nel Mondo si svolgeva una determinata economia, o perché hanno trasformato la Medicina, o perché ci hanno reso capaci di imprese impensabili prima del loro avvento. Così, accanto alla bicicletta, alla ruota, al telefono, all'automobile o alla stampa, della cui importanza ci rendiamo conto ogni giorno, figurano in campo medico l'incubatrice, l'anestesia o lo stetoscopio, che al giorno d'oggi ci paiono quasi banali ma il cui avvento contribuì a salvare molte vite. E che dire dell'aratro, del motore a scoppio o del treno a vapore, che cambiarono per sempre il modo di lavorare dei nostri avi? O come dimenticare la bussola e le vele, che resero possibile l'esplorazione lungo i grandi oceani e le conseguenti scoperte? O quanti ...

Manuale degli oggetti ribelli, Prestifilippo

Scritto da: il 13.07.09 — 4 Commenti
Confessate: avete talvolta smarrito un guanto (o calzino) per poi ritrovarlo in un posto improbabile? Avete pensato che il rubinetto sia posseduto da uno spirito dispettoso che si diverte a torturarvi, facendo scendere qualche sporadica goccia solo per turbare il vostro sonno? Se è così non potete perdervi il Manuale degli oggetti ribelli, di Pablo Prestifilippo. Il titolo non lascia spazio a dubbi: è un catalogo illustrato di quelle specie animate, oggetti con una personalità anche forte, che fanno parte della nostra vita quotidiana in silenzio, senza farci notare la loro vitalità. E che generano con le loro trovate l'impressione di avere a che fare con mostri, alieni o fantasmi (o tutte e tre le cose insieme). La variopinta fauna dei nostri oggetti comuni trova spazio nella quarantina di pagine del volumetto; a occuparsi di questa inconsueta tassonomia è il professor Aristitole,  scienziato e curioso, che dopo anni di studi ed esplorazioni casalinghe riesce a risolvere i misteri più astrusi, persino quelli delle macchie d'umidità. L'impostazione è quella consueta della casa editrice Orecchio Acerbo: illustrazioni a tutto campo che impegnano le pagine coi loro colori; da una parte le testimonianze di chi ha smarrito il consorte per poi ritrovarlo in luoghi insospettati, credendolo rapito dagli ufo,  dall’altra la spiegazione del baldo professor Tito. Come sempre anche la veste estetica, dalla carta alla scelta della copertina, si dimostra accuratissima. Le immagini di Prestifilippo hanno un’aria lievemente retrò, rassicurante e familiare, ma al contempo accattivante e divertente; non a caso è un autore rubato al mondo della pubblicità e della comunicazione, che sa concentrare quindi in pochi tratti un piccolo cosmo e renderlo “appetibile”. Tutto, insomma, concorre all'idea di trovarsi fra le mani un piccolo libro d'arte. Un manuale moderno dedicato ai ragazzi di oggi, ma con un'attenzione particolare anche ai ragazzi di una volta. E che ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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