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[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso saggio, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]
La fisica dei supereroi prima che come libro nasce come seminario per matricole: era il 2001 quando il professor James Kakalios, insegnante di fisica dell’università del Minnesota, tenne per la prima volta il suo corso dal titolo “Tutto ciò che so sulla scienza l’ho imparato dai fumetti”.
Fu la sua risposta alla richiesta dell’università di rendere le lezioni introduttive per i nuovi studenti originali e interessanti: appassionato collezionista di fumetti da quando era ragazzino, Kakalios decise di attingere a piene mani dai supereroi dei più famosi Comics americani per cambiare, almeno dal suo punto di vista, il modo per insegnare i principi basilari della fisica.
Premetto che non amo molto la materia, ma ADORO i supereroi. Ed è questo che mi ha spinto a comprare questo libro, un po’ come si può essere spinti a scegliere una scatola di cioccolatini dalla confezione scintillante.
La sorpresa, almeno per quello che mi riguarda, è che tolto l’involucro dorato, anche il cioccolato non si è rivelato affatto male! Un po’ mi aspettavo, lo confesso, che il supereroe venisse utilizzato come specchietto per allodole: un veloce riferimento e via, c’è la scusa per propinarci pagine a pagine di formule.
Invece non è affatto così:i supereroi vengono citati continuamente, perché sono loro lo strumento diretto con cui vengono spiegate le più importanti leggi della fisica. E..sorpresa! La lettura non è affatto noiosa.
Perché Superman può sollevare un camion? Come funzionano le ragnatele di Spiderman? Quanta energia serve a Flash per correre a velocità sovrumana? Come fa L’uomo Ghiaccio degli X-Men a mandare sottozero l’atmosfera?
Gli esempi sono facili e calzanti, lo stile molto piacevole e colloquiale, i riferimenti ai fumetti, dai Marvel ai DC, sono numerosi e continui.
Kakalios si rivolge a chi i fumetti li ama ma per farsi capire da tutti, introduce ogni supereroe con una sua breve storia, nel caso il libro capitasse tra le mani a chi non è proprio cresciuto a pane e comics.
Il libro piacerà a chi, come me, non ha sempre voglia di vedere il lato pratico della vita, perché, come spiega il professore nelle prime pagine: “nel corso dei decenni gli insegnanti hanno creato un arsenale di scenari eccessivamente stilizzati, tra cui movimenti di proiettili, pesi su carrucole o masse che oscillano su molle. (…) Gli studenti inevitabilmente si lamentano: quando mai queste cose mi serviranno nella vita reale?(…) È interessante che, ogniqualvolta in una lezione cito degli esempi legati ai supereroi dei fumetti, gli studenti non si chiedono mai quando quelle cose torneranno utili nella vita reale.”.
Ecco, io appartengo a quel genere lì… a chi rabbrividiva al liceo, al pensiero delle carrucole e delle masse, ma va in visibilio da sempre davanti a una calzamaglia (rossa e blu, chiaramente).
Se mi assomigliate un po’, e siete anche voi curiosi tanto quanto basta, questo libro vi piacerà. E vi stupirà.
Se però avete una persona cara che è una vera mente matematica ma nutre un’insana e non tanto segreta passione per i fumetti… ecco, questo potrebbe essere il regalo perfetto per lui o per lei nel prossimo Natale.
Di Isaac Asimov, (1920-1992), personalmente non mi ha mai attratto più di tanto la produzione fantascientifica e giallistica. Al contrario, dell’Asimov divulgatore e saggista scientifico, ho dei ricordi strabilianti. Di sera, prima di dormire e, quindi, stanco della giornata, riuscii a leggere in originale Inglese The Collapsing Unierse (Il collasso dell’Universo, 1977), intorno alle duecento pagine, e, non solo lo capii linguisticamente (guardai sul dizionario soltanto un lemma: to pinpoint = localizzare con precisione – su carte geografiche o mappe), ma ne compresi pure le spiegazioni scientifiche le quali – pur essendo scritte con scopi divulgativi – mi dette l’impressione che, non per questa ragione, tralasciassero volutamente dettagli anche piuttosto complicati; si capirà che, per me, di formazione e studi non certo scientifici, riuscire a capire ed apprezzare anche nei particolari questi argomenti di Astrofisica fu davvero sorprendente. Divenne così il mio autore preferito per quanto riguardava la divulgazione scientifica.
Di suo – dopo averlo tenuto per anni e anni nello scaffale – mi son deciso a leggere Il cervello umano del ‘63, tradotto per la prima volta nel nostro paese nel ‘70 e comparso in edizione tascabile nel 1983.
Anche qui, sorprende non soltanto la padronanza della materia trattata ma anche quella – saldissima – della lingua: mi ha sempre meravigliato la sua capacità di partire da un argomento che non ha nulla a che fare con quello dichiarato nel titolo, da questo lontano anni luce, per poi, ragionamento dopo ragionamento, domanda retorica dopo domanda retorica, arrivarci con una logica che non fa una grinza.
Per esempio, Asimov introduce questo suo libro che non tratta soltanto del cervello umano ma anche dei meccanismi biochimici di altri organi del nostro corpo, come il pancreas, la tiroide, le ghiandole surrenali, l’ipofisi…, iniziando a parlare del marinaio scozzese Alexander Selkirk che, agli inizi del XVIII secolo, visse un’avventura di naufrago volontario in un isola deserta, avventura che pochi anni più tardi ispirò allo scrittore inglese Daniel Defoe (1660-1731) il suo famoso Robinson Crusoe (1718). Ora, cosa c’entri Selkirk con gli ormoni e gli enzimi e gli amminoacidi, la corteccia cerebrale, i nervi cranici, solo Asimov lo sa e sa trovare una qualche relazione tra l’uno e gli altri. E come se io, per parlarvi del Dracula di Bram Stoker cominciassi illustrando le tecniche del ricamo a uncinetto (tecniche ben inteso che io non conosco).
Con questo testo – che, da riferimenti vari sembra essere la continuazione di un altro, Il corpo umano dello stesso anno, l’autore ci porta in un viaggio (scientifico non fantascientifico come in Viaggio allucinante – Fantastic Voyage – del ‘66 considerato una novelization del film omonimo nonostante il libro fosse uscito sei mesi prima del film) che attraversa alcuni organi del corpo, il cervello, ovviamente, e tutti quelli ad esso correlati come, ad esempio gli organi che presiedono ai cinque sensi.
E tutto è descritto nei minimi particolari, sia del punto di vista anatomico che da quello più propriamente fisiologico. Ciò non bastasse, ad ulteriore chiarimento, di ogni termine nuovo (o anche già noto) al lettore viene data l’etimologia greca o latina e magari anche il nome comune (se c’è). E non è finita: mentre s’imparano o si precisano molte cose su i vari organi e e le loro funzioni, con l’occasione viene anche fatta una storia della medicina e della ricerca scientifiche (lo sapevate, per esempio che, nel 1846, a coniare il termine anestesia fu un medico americano molto noto ai suoi tempi ma che viene a tutt’oggi ricordato nella Storia della Letteratura Americana per la sua produzione poetica: Oliver Wendell Holmes Sr. – 1809-1894? In ambiente medico anticipò nel ‘43 le intuizioni di Semmelweis – 1818-1865 – sulle cause della febbre puerperale Perché ne parlo? Che c’entra con questioni letterarie? Su Semmelweis ci fece la tesi di laurea un grande della letteratura francese del XX secolo: non vi dico chi, e vi lascio sulla corda) nonché brevi accenni delle malattie provocate dal malfunzionamento di un dato organo o parte di esso ad esempio: cosa funziona male e dove precisamente quando si dice che qualcuno ha il morbo di Parkinson o la corea di Huntington?
Che malattia si intende con esattezza quando famigliarmente si parla di “ballo di San Vito” (e come ha preso questa denominazione)? Da cosa è provocata l’epilessia? Quali e quanti tipi di manifestazioni ha? E quanti tipi di schizofrenia ci sono? Altre cose interessanti e curiose: quale parte del cervello veniva nell’antichità identificato come “terzo occhio” (e perché)? E in quale parte del cervello risiede il piacere? Contemporaneamente, vengono sempre fatti riferimenti – il più delle volte nient’affatto superficiali – all’evoluzione degli esseri viventi e dell’uomo; che rapporto c’è, ancora, per esempio, tra grandezza del cervello e sviluppo dell’intelligenza?
Da ultimo vengono affrontati quegli argomenti che oggi verrebbero definiti “di frontiera”, riguardanti i comportamenti superiori dell’essere umano e ciò che lo differenzia dalle bestie: il linguaggio articolato e la capacità di memoria a lungo termine. E, parlando appunto di memoria la tendenza già iniziata a quell’epoca di vedere il cervello come un elaboratore di informazioni e di contemplare la possibilità di riprodurlo pervenendo alla cosiddetta “Intelligenza Artificiale”. Ma questa è un’altra storia che procederà con altri nomi di noti scienziati come John Searle e Marvin Minsky.
Il volume è naturalmente datato. E lo si nota quando Asimov parla dell’EEG (ElettroEncefaloGramma) come sistema per osservare l’attività elettrica cerebrale: attualmente si può disporre di altri strumenti ben più potenti (TAC, Tomografia Assiale Computerizzata). Ciò nonostante la lettura rimane affascinante, piacevole e sorprendentemente ricca di dettagli. Di divulgatori scientifici viventi ce ne sono più di qualcuno e anche molto bravi ed avvincenti; ma pari ad Isaac Asimov per correttezza scientifica, efficacia e capacità d’intrattenimento, temo che egli sia stato e sia unico e insuperato.
La bellezza del Teatro, come forma e genere letterari, sta nel fatto che, con la sua oralità gestualità ed espressività, in maniera simile alla Musica, riporta la parola alla sua originale, umana potenza comunicativa ed evocativa. Anche altri generi letterari – come la prosa e la poesia – hanno questa potenza, naturalmente, ma, per esser compresi appieno, hanno bisogno di una mediazione intellettuale di cui il Teatro può e fa del tutto a meno. Non solo, ma anche se al dramma anziché assistervi in sala se ne legge il testo, più che nella prosa e nella poesia (soprattutto se quest’ultima è epica), si nota come venga esaltato quell’aspetto primario della lingua che è l’aspetto pragmatico, quello che crea e “fa accadere” gli eventi, guida e modifica i pensieri dei parlanti.
Quanto detto ben si può riscontrare in questo dramma del 1993 di Eric-Emmanuel Schmitt (1960), Il visitatore, in cui in una sera assai agitata, mentre a Vienna scorrazzano soldati nazisti in cerca di ebrei, nel proprio famoso studio, all’ebreo professor Sigmund Freud (1856-1939), in preda all’ansia perché la figlia Anna è stata arrestata dalla Gestapo (fatto realmente accaduto), compare davanti un elegante quanto misterioso individuo che dice di non avere alcuna identità.
Pur inizialmente alquanto seccato, Freud ne è incuriosito via via che la conversazione tra i due, invece di terminare frettolosamente, prende consistenza e continua. Chi potrà mai essere? Uno squilibrato in cerca di cure? Un mitomane? Il prof. Freud viene a sapere che effettivamente un degente è fuggito dal vicino manicomio. Sarà certamente lui che è tanto malato da voler far credere di essere Dio.
Come fa, però, a sapere certe cose? E, soprattutto, come fa a dire (o pre-dire) il futuro dell’anziano scienziato? Il libro che questi scriverà prima di morire il 23 Sett… anche questo sembra sapere lo strano visitatore. La situazione sembra ingarbugliarsi ancor di più allorché, più tardi, Freud viene informato che…
Magistralmente costruito e svolto sul filo dell’ambiguità, il colloquio tra l’ateo padre della Psicanalisi e questo visitatore tocca tematiche filosofiche e teologiche piuttosto impegnative. Ma lo fa con un garbo quanto mai inusitato. Il che rende piacevolissima e coinvolgente la lettura della pièce. Non sarà l’unica volta che Eric-Emmanuel Schmitt affronta temi religiosi.
Dedicherà un intero ciclo alle varie religioni (Buddista, Ebraica, Islamica, Cristiana e Buddista zen) – il Ciclo dell’invisibile – in vari suoi romanzi e racconti. Tutti da leggere, e non solo questi in particolare. Eric-Emmanuel Schmitt – francese nonostante il cognome – è uno scrittore, saggista drammaturgo e regista che, con una parola inglese potremmo definire addictive, che crea dipendenza come una droga.
Ma droghe come la poesia (non necessariamente in versi) e la bellezza che egli ci offre con signorilità e complicità e talvolta ironia non fanno male, anzi, anche se ci si assuefa e se ne vuole sempre di più.
Quello che vi consiglio oggi è un libro perfetto da leggersi – non solo – in vacanza, ma anche una piccola perla del filone cyberpunk ad opera del padre stesso del genere, William Gibson.
Luce Virtuale è ambientato in un futuro non troppo lontano (il libro è del 1993) dove lo sviluppo tecnico-scientifico non sembra affatto aver migliorato le cose. La trama ruota intorno ad un paio di avveniristici occhiali per la realtà virtuale che contengono un segreto per cui una misteriosa multinazionale è disposta ad uccidere chiunque. A cominciare dai due protagonisti: Chevette Washington, orfana, abitante del ponte e messaggera, che li ha rubati per ripicca, e Barry Rydell ex-poliziotto, ex-poliziotto nei guai, ex guardia di sicurezza che ha avuto l’incarico di ritrovarli.
Come nella maggior parte delle opere di questo filone (e di Gibson in particolare) l’ambientazione è preminente sulla trama. L’autore presenta al lettore una visione del futuro dove buona parte delle paranoie odierne si sono avverate: multinazionali strapotenti, periferie sempre più ampie e degradate, proliferazione di sette e culti vari, fuga nella realtà virtuale e, soprattutto, la constatazione che la scienza non risolverà tutti i problemi. Nonostante tutto questa non è un’opera pessimistica: la gente si adatta e cerca di vivere al meglio, magari dandosi una mano vicendevolmente come avviene per i poveri che vivono sopra il ponte…
Lo stile della narrazione è sintetico e volutamente impreciso, come se a raccontare la storia fosse qualcuno che non riesce mai a trovare le parole giuste e ha problemi con quella cosa degli scrittori, quella che si dice una cosa per un’altra ma si capisce lo stesso… metafora? Ciò rende la lettura più divertente e gradevolmente leggera anche durante le riflessioni più tetre.
Vale la pena leggere Luce Virtuale per la sua disincantata visione del futuro (sia positiva che negativa), per la simpatia dei personaggi e per la usa narrazione ironica ed allegra. Gli appassionati del genere non possono farselo scappare, gli altri lo troveranno un buono svago sotto la luce (non virtuale spero) del sole d’estate.
Le cento grandi invenzioni del mondo. Ovvero laddove la mente dell’uomo ha ideato oggetti che nei casi più elementari ci hanno semplificato la vita, a volte ce l’hanno salvata, spesso hanno cambiato il corso dell’umanità.
Il giornalista newyorkese Tom Philbin ci presenta il suo personale elenco in questo bel libro, edito da Hobby&Work, partendo da un principio che afferma nella prefazione: non si parlerà nello scritto di scoperte, cioè di qualcosa che esisteva già in natura e l’uomo ha solo imparato a usare a proprio favore (quindi non troverete traccia del fuoco o della penicillina, ad esempio), ma di quegli oggetti che sono nati grazie all’inventiva e alla passione per la ricerca di uomini geniali.
Il libro è diviso in cento capitoli, uno per invenzione, e già scorrendo l’indice possiamo avere delle sorprese. Accanto infatti a quegli strumenti che ci aspettiamo di trovare, perché la loro importanza nella nostra vita è intuitiva per chiunque, troviamo anche quelle invenzioni che forse non ci verrebbero in mente di primo acchito, ma la cui portata storica è stata senz’altro indubbia: o perché hanno cambiato il modo in cui nel Mondo si svolgeva una determinata economia, o perché hanno trasformato la Medicina, o perché ci hanno reso capaci di imprese impensabili prima del loro avvento.
Così, accanto alla bicicletta, alla ruota, al telefono, all’automobile o alla stampa, della cui importanza ci rendiamo conto ogni giorno, figurano in campo medico l’incubatrice, l’anestesia o lo stetoscopio, che al giorno d’oggi ci paiono quasi banali ma il cui avvento contribuì a salvare molte vite. E che dire dell’aratro, del motore a scoppio o del treno a vapore, che cambiarono per sempre il modo di lavorare dei nostri avi? O come dimenticare la bussola e le vele, che resero possibile l’esplorazione lungo i grandi oceani e le conseguenti scoperte? O quanti di noi hanno mai pensato che senza la nascita dell’acciaio non esisterebbero molte meraviglie architettoniche del XX secolo?
Ma la classifica non dimentica neanche le invenzioni che hanno cambiato il corso della storia compiendo stragi, come la bomba atomica, che si rivelò al mondo nel modo tragico che tutti noi conosciamo.
Il grande pregio del libro di Tom Philbin è che racconta tutto questo in modo non tedioso ma anzi, con poche pagine dedicate a ogni invenzione sintetizza la storia che ci sta dietro facendosi capire e apprezzare dai digiuni di scienza e dai profani sull’argomento.
Io, che pur non amo molto le materie scientifiche, l’ho apprezzato proprio per questo e lo consiglio a chiunque è dotato di innata curiosità ma non ama i libri rigorosamente da “addetti ai lavori” (sapete ad esempio come e perché nacque il premio Nobel? Nel libro troverete la storia tra gli altri di Alfred Nobel, inventore di… no, non ve lo dico per non rovinarvi troppo la lettura!).
Confessate: avete talvolta smarrito un guanto (o calzino) per poi ritrovarlo in un posto improbabile? Avete pensato che il rubinetto sia posseduto da uno spirito dispettoso che si diverte a torturarvi, facendo scendere qualche sporadica goccia solo per turbare il vostro sonno? Se è così non potete perdervi il Manuale degli oggetti ribelli, di Pablo Prestifilippo.
Il titolo non lascia spazio a dubbi: è un catalogo illustrato di quelle specie animate, oggetti con una personalità anche forte, che fanno parte della nostra vita quotidiana in silenzio, senza farci notare la loro vitalità. E che generano con le loro trovate l’impressione di avere a che fare con mostri, alieni o fantasmi (o tutte e tre le cose insieme).
La variopinta fauna dei nostri oggetti comuni trova spazio nella quarantina di pagine del volumetto; a occuparsi di questa inconsueta tassonomia è il professor Aristitole, scienziato e curioso, che dopo anni di studi ed esplorazioni casalinghe riesce a risolvere i misteri più astrusi, persino quelli delle macchie d’umidità.
L’impostazione è quella consueta della casa editrice Orecchio Acerbo: illustrazioni a tutto campo che impegnano le pagine coi loro colori; da una parte le testimonianze di chi ha smarrito il consorte per poi ritrovarlo in luoghi insospettati, credendolo rapito dagli ufo, dall’altra la spiegazione del baldo professor Tito. Come sempre anche la veste estetica, dalla carta alla scelta della copertina, si dimostra accuratissima.
Le immagini di Prestifilippo hanno un’aria lievemente retrò, rassicurante e familiare, ma al contempo accattivante e divertente; non a caso è un autore rubato al mondo della pubblicità e della comunicazione, che sa concentrare quindi in pochi tratti un piccolo cosmo e renderlo “appetibile”. Tutto, insomma, concorre all’idea di trovarsi fra le mani un piccolo libro d’arte.
Un manuale moderno dedicato ai ragazzi di oggi, ma con un’attenzione particolare anche ai ragazzi di una volta. E che sarebbe meglio leggere insieme, per scoprire Tutta la verità sulle belve feroci che ci spiano nelle nostre case.
Complesso è il primo termine che mi viene in mente dovendo parlare di Scritti ‘patafisici di Alfred Jarry; complesso ma leggibile, in una sintesi difficile da immaginare, abituati come siamo a correlare strettamente i concetti di complesso e complicato.
Complesso ma non complicato, dunque: non si presta di sicuro a una lettura veloce, e alcune parti sono volutamente ostiche, ma superato lo smarrimento iniziale scivola via pagina dopo pagina, sorprendente, assurdo e scoppiettante.
Inizia con delle divagazioni filosofiche su una Macchina per osservare il Tempo, sulla sua costruzione e sui concetti intorno ai quali ruoterebbe il meccanismo, per procedere poi con una dissertazione piuttosto dotta sull’Essere e vivere. Poi il tono cambia, e iniziano gli scritti più ludici: si gioca con gli argomenti, rovesciandoli e stravolgendoli, ma anche con la lingua.
Ma cos’è dunque questa ‘patafisica? La ‘patafisica (e la grafia porta volutamente l’apostrofo) è la scienza delle eccezioni, e interpreta il reale per assurdo; è filosofia, per molta parte, ma è anche teatro e divertimento, nonsense e non ovvio. Secondo le parole di Jarry stesso è “la scienza di ciò che si aggiunge alla metafisica, sia in essa sia fuori di essa, estendendosi così ampiamente al di là di questa quanto questa al di là della fisica”.
Si sarebbe portati a pensarla come una scienza pedante, bacchettona e barbuta; invece l’ironia dell’autore traspare da ogni scelta lessicale, e sembra farsi beffe delle sue stesse teorie, confutandole a priori nella sua premessa, chiave di volta per capire e approcciarsi alla lettura. E per non prendersi o prenderlo troppo sul serio.
I temi sono quelli che, con approccio più tradizionale, hanno trattato poi i grandi – e famosi – della letteratura, da Borges a Pessoa. Ma la scrittura di Jarry, quella è il punto di partenza e l’ispirazione per tanti autori altrettanto geniali – Queneau, per citarne uno che tutti conoscono.
Un plauso a
uepunti edizioni, che ha recuperato un testo – un autore – fondamentale per la migliore scrittura novecentesca, che ha posto le basi per tutta la mia letteratura preferita. E un attestato di stima per Elena Paul, che ha avuto l’onere di rendere in italiano una silloge così intraducibile.
Non è una lettura da spiaggia, ma la consiglio a tutti gli appassionati dell’Oulipo e della scrittura densa e brillante.
Un libro illustrato, un’anteprima in uscita tra pochissimi giorni, un racconto unico da un autore inaspettato. Questo e molto altro è Grand Central Terminal, scritto da Leo Szilard e interpretato magnificamente da GiPi. Szilard non sarà noto come Einstein ma è uno scienziato dal “multiforme ignegno”, tanto da essere stato eminente fisico e altrettanto esperto biologo, nonché uno scrittore niente affatto male.
E qui occorre una breve premessa: Szilard, fra i padri dell’atomica, si oppose con forza all’uso della stessa contro il Giappone, ma la Storia ci dice chiaramente che non fu ascoltato, né lui né i molti altri della sua stessa opinione. Da questa sua sconfitta prende avvio invece la sua carriera come scrittore e, più direttamente, questo racconto.
La storia si regge su due se: cosa pensereste della terra se, come studiosi, veniste a visitarla e se, inoltre, fosse totalmente deserta e lievemente radioattiva? Quali congetture vi verrebbero in mente sulla vita degli abitanti, verso quali teorie vi spingereste? I nostri eroi, alieni, come avrete capito, sono alle prese proprio con questi quesiti.
Atterrati in una New York post conflitto atomico, interrogheranno luoghi, simboli e oggetti per cercare di comporre un quadro scientifico che possa spiegare la totale assenza di forme di vita, di qualunque ordine e specie. Dalle monete ai quadri, tutto entrerà a far parte del loro studio.
La scrittura è elementare, pulita, e si lascia andare di tanto in tanto per farci sorridere, ma sempre con quel retrogusto amaro dato dalla rappresentazione degli aspetti più grotteschi dell’umanità. Colpisce perché non è necessaria una grande sospensione dell’incredulità: gli eventi che l’autore descrive, sebbene fantascientifici, entrano nel campo di quelli probabili, oltre che possibili.
Le illustrazioni che accompagnano il testo hanno un che di amaro anch’esse e al contempo onirico, sia nella scelta delle forme sia in quella del colore: è come un’altra traduzione, stavolta da scrittura a immagine. Non avrei saputo pensare un accostamento parola-immagine più perfetto e armonico.
Da leggere agli adulti, questa favola al contrario.
Come saremmo se, ancora all’età in cui si comincia a profilare l’adolescenza, con la mente fresca che comincia a scalpitare, un mentore decidesse di aiutarci a porre (e porci) le domande giuste? Il mondo di Sofia, di Jostein Gaarder, in fondo, si può condensare in quest’unica domanda. Che è poi, come direbbe Kundera, una di quelle che meritano davvero d’essere poste.
Jostein Gaarder compie con la filosofia l’operazione che Guedi successivamente applicherà alla matematica: renderla avvincente, formativa e divertente trasformandola in un’avventura adolescenziale in forma di mistero. Un intrigo senza delitto, una storia con più storie al suo interno, personaggi paralleli, tutto potrebbe sembrare tranne che un testo divulgativo.
Le parti più prettamente filosofiche e saggistiche infatti sono abilmente inframezzate alla narrazione, in piccole dosi e con un linguaggio a portata di adolescente. Sofia sta per compiere gli anni, infatti, e appena un mese prima di quella data comincia a ricevere delle lettere inspiegabili. Non sono affrancate, a volte constano di una sola frase, altre volte contengono lunghi racconti, a volte non sono neppure indirizzate a lei.
Ogni volta, però, portano con sé delle domande, anzi le domande, quelle che distinguono l’uomo come essere razionale (direi solo potenzialmente razionale). Alle domande contenute nei plichi corrispondono anche molte questioni che coinvolgono invece la vita quotidiana di Sofia, e della misteriosa Hilde: in che modo sono collegate le due ragazze? Chi porta i plichi e, soprattutto, chi li scrive?
Utilizzando un espediente così semplice Gaarder affronta l’intera storia del pensiero filosofico occidentale, dalle prime, importanti, domande sull’origine del mondo e sul sé, fino ai pensatori più recenti, per quanto complessi da riassumere e rendere fruibili. Provate a spiegare Freud a un dodicenne: questo è il tipo di difficoltà con cui l’autore si confronta, uscendone vincitore.
Sì, perché nonostante l’argomento serio e intrinsecamente difficile, la sua affabulazione, la capacità di creare piccoli inattesi colpi di scena e costruire un intreccio giallistico di prim’ordine (senza cadavere, ma pur sempre giallo) tengono sempre alta la curiosità, la voglia di voltare pagina. Inoltre riesce nel difficile compito di adeguare di volta in volta la scrittura alla nuova consapevolezza della protagonista, al suo avanzare nella trama e nella conoscenza.
Lo stile del professore è quello che avrei voluto per i miei insegnanti di filosofia, sempre lineare, scherzoso, lieve, ad alleggerire il peso dei concetti che esprime; e rileggendo il libro – ché di rilettura si tratta, stavolta – ancora una volta mi sono lasciata catturare e mi sono immedesimata nel personaggio, a più di dieci anni di distanza (forse sono cresciutella per immedesimarmi in una ragazzina, ma tant’è).
È un libro che attraverso le domande apre la mente, consigliato ai ragazzi per accostarsi a una materia troppo spesso resa austera, e agli adulti per rispolverare in allegria conoscenze che talvolta sono solo nozioni.
Dalla storia controversa, L’imperatrice nuda fu pubblicato nel 1982 da Rizzoli e subito ritirato dal commercio per l’eco suscitata; adesso è possibile leggere un lavoro simile, arricchito e aggiornato, finalmente tradotto in Italia (solo nel 2006): La figlia dell’imperatrice, di Hans Ruesch, lo stesso autore.
Finalmente perché l’Italia è stato l’ultimo paese in cui si è riuscita ad avere una coraggiosa edizione di questo saggio che miete premi e consensi, ma anche ostilità da parte di una delle lobby più potenti del mondo, l’industria del farmaco.
Sin dalle prime pagine l’autore chiarisce il suo punto di vista sulla sperimentazione animale, avallandolo con decine di esempi semplici ed efficaci e utilizzando l’immensa casistica di farmaci testati, approvati e messi in commercio con effetti nocivi di gravissima entità.
La differenza rispetto ai soliti paradigmi animalisti, seppure perfettamente condivisibili, è che Ruesch non discute di etica o massimi sistemi, ma di medicina, confutando, invece che il lato morale, l’aspetto scientifico degli esperimenti, che risultano insensati quando non addirittura grotteschi. Perché quasi tutti pensano “beh, su qualcuno si deve sperimentare, meglio su un animale che su un uomo”.
Concezione falsa, dato che gli animali, persino i primati, non hanno la nostra stessa fisiologia: fosse stato per la sperimentazione animale (su porcellini d’india, gatti, topi e scimmie), la pennicillina sarebbe oggi messa al bando come deleteria, e l’arsenico sarebbe un medicamento. Come può un vitello fornire un dato veritiero sugli effetti di una sostanza sugli umani?
Il risultato di questo modo di fare “ricerca” è di avere comunque inconsapevoli cavie umane. Tant’è che i bugiardini chiedono esplicitamente di riportare qualunque effetto collaterale, in modo che la casa produttrice impari sulle cavie migliori quali possono essere gli esiti di certe sostanze sul nostro organismo.
Colpisce che Ruesch faccia nomi e cognomi, fornendo cifre, date, dettagli medici, liste di medicine inefficaci e persino dannose. E ancora che riporti decine di testimonianze mediche che smentiscono l’equazione medicina=salute. E che metta in evidenza il ruolo del Casato Rockefeller e dei suoi enti apparentemente filantropici con le maggiori organizzazioni mediche vivisettrici.
Inoltre Ruesch attacca con solide basi scientifiche e statistiche la falsa percezione che le malattie siano sconfitte dalle moderne scoperte mediche, o comunque stiano regredendo. Scomoda sicuramente, la sua posizione, e per questo ancora più ammirevole.
Si legge come un romanzo, nonostante la corposa documentazione e le citazioni, che dovremmo sperare di fantascienza, mentre è, purtroppo, un saggio molto chiaro e argomentato. Non lo troverete facilmente in giro, ma sicuramente è reperibile negli store online.
Da leggere, perché, come dice Ruesch, le guerre prima o poi finiscono, le malattie mai.