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Riporto testualmente una nota diffusa tramite Facebook dalle biblioteche sarde:
Una ROAD MAP per le biblioteche sarde
Prima giornata di sciopero dei bibliotecari della Sardegna
La promozione della pubblica lettura è ritenuta da tutti uno dei servizi sociali fondamentali, tanto più importante ed essenziale in territori come la Sardegna da sempre costretti a soffrire marginalità e ritardi.
Le Biblioteche sarde sono da sempre l’esempio di ciò che si può efficacemente offrire ai cittadini nel campo dell’informazione, della cultura, della formazione continua, della diffusione dei servizi telematici e delle nuove tecnologie.
Ciononostante, noi bibliotecari dobbiamo con rammarico constatare che la nostra azione e il nostro lavoro non hanno assunto presso i legislatori e le istituzioni pubbliche di riferimento un carattere strutturale, vale a dire, precisamente configurato e riconosciuto; siamo perciò costretti a segnalare ancora una volta con forza i problemi che attanagliano il nostro settore e di conseguenza il nostro stesso futuro lavorativo.
Da oltre 22 anni il 60% delle Biblioteche, il 100% dei Sistemi bibliotecari cioè gran parte dei servizi di gestione e catalogazione sono in affidamento ad operatori privati organizzati in cooperative e società; dopo tutto questo tempo sarebbe stato doveroso che l’azione e il lavoro nostro e delle nostre società, assumesse un impianto istituzionale adeguato; al contrario, questa realtà, invece di essere valorizzata, promossa, riconosciuta, dopo un ventennio assume sempre più carattere provvisorio
Negli ultimi cinque anni e con un crescendo di ritardi ed improvvisazione, il settore è stato condizionato dal punto di vista legislativo ed economico da troppe proroghe e da continui ritardi nei pagamenti; dieci gli atti di rinvio parziale adottati dal 2004 ad oggi dalla Regione Sardegna: il numero evidenzia, da solo, in modo emblematico, il peso sopportato dai lavoratori e oggi peraltro divenuto insostenibile.
La legislatura appena iniziata non sembra essere nata sotto diversi auspici:
- la Legge finanziaria 2009 aveva letteralmente dimenticato lo stanziamento riguardante i progetti delle biblioteche per gli anni 2009, 2010, 2011, 2012.
- il recente “Collegato” (D.L. 32/A Art. 9 c. 5), preannunciato come risolutivo, ha “riparato” appena alla dimenticanza precedente ma non ha voluto neanche prendere in considerazione i nuovi maggiori costi derivanti dall’applicazione del CCNL Federculture per non parlare della surrettizia modifica dell’art.21 della L.R. 14/2006 che introduce e prefigura (forse in contrapposizione a noi) un ruolo del volontariato nel settore culturale.
Eppure basterebbe, sarebbe bastato poco per risolvere tale situazione; sarebbe bastato riconoscere alle aziende il loro ruolo di soggetti creatori di valore aggiunto; il loro ruolo fondamentale nell’organizzazione e nella gestione delle risorse umane, tutto quello cioè che in questi anni è stato fatto ed ha portato al sistema bibliotecario regionale che oggi conosciamo ed apprezziamo e di conseguenza, una volta per tutte, provvedere all’erogazione di equi, giusti e certi finanziamenti.
Le crisi ricorrenti del settore ruotano invece da anni intorno ad una grande anomalia: il legislatore pretende di far funzionare il comparto delle biblioteche senza nessun riconoscimento dei costi aziendali, ma remunerando il solo costo del lavoro (peraltro in base a tariffe ormai da anni arretrate).
Paradossalmente non è in gioco una partita di tipo economico; quello che chiediamo corrisponde infatti al costo di poche centinaia di metri di marciapiede. E’ in gioco un principio, un tabù che politici, amministratori, funzionari non hanno inteso finora superare quasi che nella vita normale ci si possa permettere di entrare in un qualsiasi esercizio commerciale e pretendere di pagare i prodotti al solo prezzo di costo.
La situazione appare irrimediabilmente complicata; tutte le diseconomie del settore sono state puntualmente scaricate sulle cooperative; la competitività è completamente esaurita; a rischio vi sono le aziende e i lavoratori.
Per tutte queste ragioni non sembri eccessivo evocare una road map per le biblioteche sarde; chiedere un immediato e definitivo confronto tra le parti (Consiglio e Giunta regionale, Enti locali, cooperative e lavoratori) è per noi un obiettivo irrinunciabile.
Quanto detto vale per dichiarare lo stato di agitazione del settore che vedrà una prima giornata di mobilitazione il giorno 1 ottobre a Cagliari (Ore 10,00 Sala della Società Umanitaria in Viale Trieste 118).
Cooperativa Ampsicora – S. Vero Milis
Cooperativa Agorà – Cagliari
Cooperativa Comes – Sassari
Società Tesauro – Cagliari
Cooperativa La Lettura – Oristano
Cooperativa Il Frontespizio – Cagliari
Cooperativa SCILA – Carbonia
Cooperativa Lilith – Carbonia
Cooperativa Athena – Tempio
Cooperativa Gli Scapigliati – Cabras
Cooperativa Aleph – Cagliari
Cooperativa Il Libro – Sassari
Società Oleaster – Baunei
Cooperativa Liberos95 – Ozieri
Cooperativa servizi bibliotecari – Nuoro
Buddusò servizi – Buddusò
Gentile Assessore
Sedici cooperative e società occupate nella gestione di Biblioteche ed Archivi della Sardegna hanno deciso di proclamare una giornata di mobilitazione per il prossimo 1 ottobre. La nostra iniziativa non vuole avere carattere polemico ne nasconde risvolti di tipo politico.
Con questo spirito la invitiamo a partecipare ed intervenire al dibattito che si terrà il giorno 1 ottobre alle ore 10.00 presso la Sala della Società Umanitaria in Via Trieste, 118 a Cagliari. Il documento che alleghiamo spiega sufficientemente le ragioni del disagio che oltre trecento lavoratori vivono oramai da troppo tempo. Noi confidiamo nel suo interessamento e sulla sua presenza.
21 settembre 2009
Cooperativa Ampsicora – S. Vero Milis
Cooperativa Agorà – Cagliari
Cooperativa Comes – Sassari
Società Tesauro – Cagliari
Cooperativa La Lettura – Oristano
Cooperativa Il Frontespizio – Cagliari
Cooperativa SCILA – Carbonia
Cooperativa Lilith – Carbonia
Cooperativa Athena – Tempio
Cooperativa Gli Scapigliati – Cabras
Cooperativa Aleph – Cagliari
Cooperativa Il Libro – Sassari
Società Oleaster – Baunei
Cooperativa Liberos95 – Ozieri
Cooperativa servizi bibliotecari – Nuoro
Buddusò servizi – Buddusò
A volte i libri prendono ispirazione dalla realtà tanto da essere più che verosimili, da sfiorare il sospetto che di finzione resti ben poco. Così è anche per questo primo thriller di Aìsara, I partigiani del genoma di Lisa Corimbi, ambientato nel presente e in luoghi conosciuti.
La Sardegna, infatti, fa da sfondo a una vicenda intricata e intrigante, in cui non mancano tutti gli elementi tipici del genere: cospirazioni, gruppi segreti, multinazionali, rapimenti e omicidi a sangue freddo.
Stefano Reali è un uomo scomodo, un giornalista-segugio che non si ferma mai alle apparenze e, da vero “mastino”, si aggrappa anche al più piccolo indizio per cercare di arrivare alla verità, per quanto nascosta o pericolosa possa essere. Gli è costata già, questa sua attitudine, un trasferimento (declassante) mentre svolgeva un’inchiesta, e gli costerà anche di più questa volta.
La vicenda prende avvio da una serie di rapimenti sospetti, diversi dalla norma: i rapiti infatti vengono liberati con gravi malattie che non avevano mai manifestato. E nello stesso periodo la Sardegna è la regione del progetto pilota di mappatura del genoma umano e gli scienziati ne celebrano il buon andamento. Non ci vorrà molto per mettere in correlazione le due cose.
Attraverso un’esistenza materiale e una puramente virtuale Stefano arriverà a scoprire, insieme ai suoi compagni di ricerca, cosa si cela dietro a questi eventi. Non vi dico di più, per non guastarvi la sorpresa di una lettura avvincente.
Quello che è evidente, però, è la verosimiglianza assoluta dei comportamenti e delle situazioni: dai responsabili della stampa, ottusi o asserviti quando non collusi con il potere, che tacciono per convenienza, alla segretezza del progetto pilota che effettivamente esiste in Sardegna e di cui ogni tanto viene pubblicato qualche risultato ma, sostanzialmente, nulla è dato sapere.
Il tutto narrato con una scrittura diretta e semplice, anche se inizialmente con qualche ridondanza, e uno stile sobrio. Quello che ci vuole, insomma, per raccontare una storia che di complesso ha già la trama e lo svolgimento dell’azione.
Chissà che, in fondo, non contenga più di un briciolo di verità. Indicato per tutti gli amanti del genere ma anche per chi volesse conoscere di più la cultura sarda moderna.
Segnalo un’interessante iniziativa culturale di fine estate, che inizierà martedì 2 settembre a Quartu, sul lungomare: nello stabilimento balneare Bikini si terrà la manifestazione La biblioteca va al mare, un evento che servirà a promuovere e diffondere la lettura. L’attività prevede lettura e prestito di libri quotidiani, incontri con autori e proposte letterarie, “sotto l’ombrellone”. Maggiori dettagli qui.
Sta per terminare il festival della letteratura o, per essere più precisi il festival di lettere in musica da periferia Passaggi per il bosco, organizzato e promosso dal Centro Studi Opìfice. Vi riporto il programma di queste ultime tre giornate: se siete a Cagliari non potete mancare!
Venerdì 24 luglio2009
h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Gianfranco Franchi, Monteverde (Castelvecchi) – introducono Paolo Mascheri e Simone Belfiori
h. 21.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Buffet a 10 euro: prenotazione obbligatoria.
h. 22.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Pino Cabras, Strategie per una guerra mondiale – Dall’11 Settembre al delitto Bhutto (Aìsara) – introduce il Gruppo Opìfice
h. 23.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: Gianluca Morozzi, Colui che gli dei vogliono distruggere (Guanda) – introducono Andrea Mascia e Roberta Ragona
h. 24.00 :: IS PAULIS – Serdiana :: BauBauSetteTer. Cagnolini in omaggio a John Fante da E il cagnolino rise (Tespi editore) :: di e con Simone Rossi, Vanni Santoni, Gianluca Liguori, Andrea Coffami, Decimo Cirenaica
Sabato 25 luglio2009
h. 19.00 :: LIBRERIA MIELEAMARO – Cagliari :: Gianluca Morozzi, Colui che gli dei vogliono distruggere (Guanda) – introducono Andrea Mascia e Vanni Santoni
h. 21.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Erwin de Greef, Per il resto chiedete a Pennac (Coniglio editore) – introducono Fabio Medda e Aventino Loi
h. 22.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Perdas de Fogu. Dalla periferia dell’impero a un romanzo collettivo – Piergiorgio Pulisci, Michele Ledda, Giovanni Curreli
h. 23.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Quali modi diversi di fare Rete: opìfice – finzioni – sic – scrittori precari – mama sabot – megachip
h. 24.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Reading Sottovoce da Racconti di periferie09 a cura di Gruppo Opìfice
Domenica 26 luglio2009
h. 20.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: I dialoghi nel cinema muto: che ne dite di un film?
h. 22.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: Reading Sottovoce da Racconti di periferie09 a cura di Gruppo Opìfice
h. 23.00 :: VILLA BIRMANO SEURAT – Sinnai :: quartetto ionta j
Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora:
Mi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora.
Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia.
D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero.
Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più sembra di percorrerli. Torino, come la Sardegna, sulla pagina diventa lingua, è una città tradotta in scrittura.
D’altronde la Sardegna che si è tentati di mettere al centro della questione parlando di questo libro, in questo libro non c’è. L’isola popolata da esili spettri di maschilità (gli unici uomini consistenti sono esecrabili o adolescenti) e clamorose donne nuragiche (le uniche femmine negative o deboli sono le madri biologiche) non esiste, e il paese di Soreni, significativamente, non appartiene a nessuna cartina. Non si tratta della classica fantatoponomastica discreta o… beh… paracula, e non credo sia un caso che l’autrice si sia già espressa contro chi parla di luoghi inventati spacciandoli per reali. Il caso qui è diverso.
La gran parte degli avvenimenti, infatti, si svolgono geograficamente in Michela Murgia e poco distante da lei, che si è conservata, evidentemente, soggetto abitato e teatro di vicende fino al maggio scorso. In effetti la qualità dell’atto letterario è quella dell’estroflessione senza pornografia emotiva, del parto. Come già detto, dell’esordio conclusivo, della ghigliottina al cordone, del contatto tra principio ed epilogo. E parlo di tecnica, di lingua, di significante, non di una trama che, in questo senso, potrebbe ruotare sull’amore (inizio di ogni bene) e la morte (fine di ogni male) solo accidentalmente. La storia è raggiunta e modellata dell’eco della scrittura, non il contrario.
È incredibile l’alchimia scientifica tra accessibilità e letterarietà, una cosa non da poco oggi, nella stagione della fighetteria autoesiliantesi dal mercato. Lungo tutto il romanzo non si dà quartiere a cali qualitativi, eppure spesso viene da ridere (gustosissimo l’umorismo allusivo del primo capitolo, che è un gioiellino di per sé). C’è una strana e felicissima vena pop che sembra incredibilmente al suo posto in un libro che potrebbe tranquillamente starsene sullo scaffale Adelphi.
L’isola della Murgia infatti è epica e fantasy (nel senso più nobile, postsurreale), l’unico mare che c’è compare in una mente e somiglia a quello degli elfi di Tolkien, agognato e finale, ossessivo. E certi flash analettici a fine paragrafo (“allora pensava ancora che Tzia Bonaria di mestiere facesse la sarta”, “Fu meglio.”, “il tempo ci sarebbe stato”) come la costruzione avvincente che porta lentamente la protagonista insieme a chi legge a scoprire la vera identità dell’accabadora (purtroppo in parte sventata dalla pur necessaria quarta di copertina, ma chi se ne frega) fanno pensare a Stephen King, che tra l’altro spesso mette bimbi e anziani, unici depositari di una vista nitida, di fronte all’orrore (o a generarlo).
Tornando a bomba, insomma, parliamo di un libro allucinante, che come ogni opera d’arte sembra prodotto di natura, tanto incapace di semplificare da risultare semplicissimo (e mai didascalico, come nel finale, allusivo e da applauso) nell’interrogarsi sulla maternità, sull’appartenenza, sull’opportunità o meno di stare al mondo come si è. E parliamo (cioè, ne parlo io e mi prendo la responsabilità di questa idea) di un esordio.
Considerando questo, parliamo di un affronto bello e buono a chi ha presente come funziona la storia della letteratura. Di un miracolo, di una cosa che normalmente non si può fare. Dietro queste pagine c’è il mistero di certa produzione letteraria, che nasce evidentemente da un’umanità predisposta fisiologicamente. È un libro che sembra un classico. E c’è da sperare che il termine ‘capolavoro’ lo metta in testa ad un lavoro ancora lungo e da venire.
Oggi doveva esserci un bel post sulla grammatica, ma c’è una notizia più urgente, che ha bisogno di essere diffusa: è infatti a rischio il Festival di Gavoi, un evento che coinvolge ogni anno editori e lettori in gran numero. Ed ecco un po’ di documentazione, messa a disposizione direttamente dalla pagina di Facebook:
Quando un progetto culturale nasce sano, quando sta in piedi per volontà di una comunità e di un piccolo esercito di volontari che lo fanno per passione, quando genera un indotto che restituisce al territorio tre volte tanto il suo investimento e quando è capace di darsi continuità di senso fuori dai confini scivolosi dell’evento spettacolare, uno si aspetta che questo progetto sia immune dal rischio di essere messo in discussione per ragioni che esulano da quelle per cui è sorto.
Sembra che per Gavoi non sia così, e dai giornali di questi ultimi giorni ve ne sarete accorti tutti. La Regione non ha finora manifestato l’intento di sostenere il percorso del festival, e questo, almeno per l’edizione di quest’anno, ne mette seriamente a repentaglio la realizzazione. Ci siamo dati due giorni ancora – fino al 28 maggio – per prendere la decisione definitiva in base a quelle che saranno le risposte istituzionali. Speriamo dopo quella data di potervi dare notizie confortanti, ma nel frattempo vi chiediamo di sostenerci con forme visibili di solidarietà, quelle che ognuno riterrà più vicine alla sua sensibilità.
Questo è l’indirizzo email dell’assessore alla cultura, dottoressa Lucia Baire: pi.assessore@regione.sardegna.it
Questi sono alcuni degli articoli su cosa sta succedendo:
Circolava da qualche settimana la voce che il Festival di Gavoi quest’anno potesse saltare. Ieri a fare esplodere il caso è stato, con una nota fatta arrivare alle redazioni dei giornali, il presidente della provincia di Nuoro, Roberto Deriu: «Non permetteremo che il “L’isola delle storie” non venga realizzato a causa dell’incompetenza della Regione, che, pur trovandosi di fronte ad un evento che ha ormai una cadenza fissa ed annuale, non riesce a dare una risposta ordinaria e a permettere alla macchina organizzativa di mettersi in moto». «Chiederò al consiglio provinciale – prosegue Deriu – di superare le comprensibili difficoltà derivanti dalla evidentemente diversa disponibilità finanziaria rispetto alla Regione e di trovare nel bilancio della Provincia i 180 mila euro necessari per tutelare questa nostra eccellenza culturale, questo miracolo che ci proietta in Europa e nel mondo. Quella stessa Regione che ne permise la nascita, con un atto firmato dall’allora assessore alla programmazione Ugo Cappellacci, ora per lungaggini e inefficienze ne mette in pericolo l’esistenza: ci muoveremo immediatamente per dare le certezze necessarie perché il Festival sia realizzato».
Contattata dalla «Nuova» per telefono, l’assessore alla Cultura Maria Lucia Baire replica a Deriu con una dichiarazione stringatissima: «Mi sembra una polemica senza fondamento. Tutte le iniziative culturali valide già in atto nei diversi territori saranno da noi sostenute». Più tardi, con una nota affidata all’Ansa, Baire fa riferimento alla legge regionale 14 del 2006, che regola i finanziamenti ai festival, e precisa che «non sono ancora operative le direttive che regolamentano questo settore». «Nonostante ciò, si è provveduto – osserva l’assessore – al regolare svolgimento de Sa Die de Sa Sardigna, alla partecipazione a Monumenti aperti, alla Fiera del libro di Torino, alla Fiera di Macomer e al sostegno economico in favore degli editori, con una recente delibera della giunta.
Io ho in evidenza sul mio tavolo il caso Gavoi e, pur essendo favorevole alla libera espressione democratica di tutti, ritengo vane e inutili le polemiche. Se la legge ci confermerà che dobbiamo dare il nostro contributo a Gavoi e se non ci saranno condizioni ad altri interessi strumentali, tutto potrà essere risolto nei prossimi giorni». Interviene anche Marcello Fois, presidente dell’associazione che organizza il Festival: «Al momento le cose stanno che, siccome dalla Regione ancora non sono arrivate le lettere d’intenti che ci occorrono come garanzia per ottenere i fidi, le banche, per darci i soldi, chiedono che sia io a garantire con i miei beni personali. E’ evidente che non ho molte strade davanti. E se il problema, politico, sono io, se il presidente Cappellacci ce l’ha con me per come mi sono schierato nella campagna elettorale, non ho problemi a mettermi da parte. A questo punto, anche se il Festival dovesse farsi, il primo giorno mi dimetterò pubblicamente, ovviamente spiegando perché lo faccio».
Fois ringrazia Deriu: «Compie un gesto di sensibilità nei confronti di un progetto come quello di Gavoi. Un gesto che ha un chiaro significato politico. Ma vorrei esprimere riconoscenza anche al deputato del Pdl Bruno Murgia, che in queste settimane difficili ha cercato di aiutarci, senza grandi risultati. Con Cappellacci non sono riuscito a parlare. Ho trattato con il suo segretario, Giovanni Follesa». E Fois legge, al telefono, una recente email spedita a Follesa: «Caro Giovanni, provo a spiegarti come stanno le cose dal punto di vista dell’organizzazione di Gavoi, ti prego di non prenderla come pressione ma come dato di fatto che sono sicuro capisci per esperienza. Dunque, in questa stagione nel corso delle cinque edizioni precedenti del festival di Gavoi, la prima delle quali ti ricordo finanziata dalla Giunta Masala, noi eravamo in possesso di un impegno da parte della Regione che ci garantiva di fronte alle banche le quali ci accordavano fidi per avviare tutte le pratiche utili per costruire l’evento. Quest’anno ciò non è successo, avete avuto problemi. Le banche a questo punto mi chiedono di garantire con i miei beni personali per la concessione dei fidi e io, onestamente, non me la sento. Specialmente trattandosi di un’iniziativa a cui mi dedico gratuitamente non posso certo espormi. L’unica alternativa che vedo, se non abbiamo al più presto certezze da voi, è quella di fermare le macchine, dimettermi dalla presidenza dell’Associazione, e mettermi al lavoro per riuscire a costruire, magari fra un anno, un festival, sempre a Gavoi, senza l’ausilio dei fondi pubblici. Capisco lo sforzo che anche tu stai facendo, ma purtroppo i tempi per noi sono strettissimi, il 2 luglio è dietro l’angolo. Mi illudevo che avreste trovato anche per noi la stessa via scorrevole che vi ha permesso di finanziare la Fiera di Macomer. Non do retta alle voci che dicono che far piano e come non far niente né a sedicenti organizzatori di eventi che vanno dicendo che lietamente siete orientati a “fare il culo a Gavoi” (nomi e cognomi di persona). Io sono persona tranquilla, ma non inerme. E, ti ripeto, se il problema sono io, basta che me lo diciate e mi metto da parte, l’importante è che non buttiate alle ortiche un’esperienza tra le più prestigiose per la Sardegna in questo momento».
La stessa preoccupazione, non buttare alle ortiche il Festival, ce l’ha il sindaco di Gavoi, Salvatore Lai: «Sarebbe un fatto gravissimo se saltasse tutto. Nelle scorse settimane abbiamo fatto di tutto per convincere la Regione ad accelerare le procedure. Ci muoveremo d’intesa con il presidente Deriu. Già da domani, chiederò un incontro con il governatore e rivolgerò per telegramma un appello a tutti i consiglieri provinciali, ai capi gruppo in consiglio regionale e agli stessi membri della giunta Cappellacci perché non facciamo morire il Festival. Se non si arriverà subito ad una soluzione, potrei prendere decisioni clamorose». Il sindaco non lo dice, ma non è escluso che pensi alle dimissioni. (Costantino Cossu, per La Nuova Sardegna).
e anche
http://giornaleonline.unionesarda.ilsole24ore.com/Articolo.aspx?Data=20090525&Categ=5&Voce=1&IdArticolo=2352364
La scrittura imitativa si può svolgere in più d’un modo, assumendo di volta in volta un valore differente: se nascosta genera solitamente una reazione di fastidio, in chi ne identifica l’origine; se palese, invece, stimola il lettore al confronto fra l’imitatore e l’imitato. Così, in questo ricettario della narrativa, Scrittori à la carte di Gustavo Pratt (chiunque egli sia), la sfida è fra i migliori autori sardi e uno scrittore che ha preferito l’anonimato.
È una decisione comprensibile: in un testo che dichiaratamente omaggia molti scrittori, la scelta di mostrarsi attraverso il filtro dello pseudonimo è, forse, l’unica possibile per lasciare il campo, racconto per racconto, all’abilità nel ricreare le strutture narrative altrui. E inoltre mette addosso un po’ di curiosità in più, che non guasta mai.
Io non conosco tutti e diciotto gli scrittori rappresentati, ma posso dire con tranquillità che, per quelli che conosco, la somiglianza è perfetta non solo per la scrittura in sé, traguardo facile in alcuni casi, ma anche per la selezione degli argomenti e dei punti di vista da cui raccontare. Prendete, ad esempio, la Ferruzzi: sarebbe difficile distinguere il testo di Pratt da uno dei suoi, trovandoli affiancati.
Così il volume è ricettario in un doppio senso: un senso proprio, poiché ogni racconto fa leva su una ricetta, che sia spiegata o appena accennata nel testo; ma anche un senso metaforico, in cui gli scrittori sono ingredienti necessari alla composizione e all’equilibrio dell’antologia fittizia. Ancora più piacevole poter inserire questo libro tra quelli che rivalutano il rapporto col cibo, il grande assente della letteratura (pochi autori lo fanno: quanta misura ci vuole per narrarne!).
Ovviamente non è possibile applicare un criterio di uniformità allo stile e alla scrittura; la raccolta è organizzata in modo da privilegiare le differenze e le alternanze di stili quanto più è possibile. Si passa repentinamente da scritture oniriche a scritture jazzistiche, contemplando un panorama vasto di possibilità tutte italiane. Quest’assenza di uniformità è il miglior testimone della bravura di Pratt nel centrare il suo obiettivo: non è possibile individuare il suo proprio stile al di sotto della varietà.
Come libro è atipico anche rispetto al suo editore: è la prima volta che un volume di Aìsara si fa portatore sano di sardità, sia pur in modo così giocoso e lieve. La cura editoriale è, invece, quella consueta di questo editore, uno standard molto alto, stavolta con una marcia in più: le immagini che accompagnano i testi, illustrazioni molto belle di Giorgio Podda.
Onore al merito: uno dei pochi casi in cui divertissement dell’autore e del lettore coincidono. Vediamo se Tom ci fornisce il giusto abbinamento tra le ricette e il vino, da gustarsi in tutta calma secondo le proprie preferenze gastronomiche e di scrittura. Per parte mia, vi consiglio il Tonno al calvadòs, Morin, possibilmente.
Non vi lasciate fuorviare quando vi diranno che la Ferruzzi scrive come la Nothomb, che il suo Ineffabili teste d’uovo somiglia a Orwell. Io l’ho fatto e ho sbagliato, perché la Ferruzzi, pur trattando argomenti “affini”, ha uno stile tutto suo, particolare, pulito, sorprendente. Veramente notevole.
Anche perché di cloni non si sente proprio il bisogno, le scritture imitative non hanno forza, cosa che invece questo romanzo ha in abbondanza. La scrittura qui è moderna, tagliente e a volte cruda, la costruzione è un continuo contrappunto di voci interiori ed esteriori, detto e pensato, che diverte mentre fustiga, parlando dell’altrove, il nostro mondo e tempo.
La storia infatti è ambientata in un mondo che si intuisce contemporaneo ma dissimile, una ucronia appena accennata che fa da contorno ad un duello tra intelligenze; un mondo comunque vagamente distopico, indesiderabile ma anche piuttosto normale.
La distopia però è quasi pretestuosa: è vero che nella realtà non esiste un sistema statale di repressione della cosiddetta “intelligenza eversiva”, ma è anche vero che la nostra società impone pesanti sanzioni a tutti coloro che non sono “allineati”.
I personaggi sono caricaturali, tirati al massimo nei loro difetti; durante la Settimana Lavorativa si intrecciano matrone, giullari, servi, arrivisti, ognuno volto a trarre il massimo vantaggio personale dalla situazione in cui si sono forzatamente trovati. Solo la protagonista, Erma, è al di sopra, ha un obiettivo, uno solo, da cui non si lascia distogliere.
In virtù di questo suo fine riesce a non farsi toccare, corrompere, lusingare, si mantiene salda e distaccata, assaporando ogni giorno il suo sforzo, spesso dal sapore amaro. fino allo scioglimento, che, personalmente, mi ha colto alla sprovvista. Mi ha ricordato l’abilità della Christie nel disseminare indizi e lasciare che il lettore si inganni da sé, giunga a conclusioni legittime ma false, colpendolo poi con la verità. Avevo colto i passaggi fondamentali della trama, ma non era in quello la sorpresa.
Consigliato a tutti i lettori che, come me, amano le distopie, e le autrici innovative e schiette.