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Spesso gli esseri umani ci stupiscono per le loro trovate ingegnose, ma più spesso ancora per quelle assurde; tra queste anche un certo numero di associazioni, consorzi e simili che non si capisce bene cosa facciano in realtà. Fino a quando Paolo Albani non ha deciso di farne un elenco abbastanza esaustivo nel suo Dizionario degli istituti anomali nel mondo.
Organizzato in sezioni a seconda del tipo di istituto (accademie, fondazioni, musei, società e così via), il saggio raccoglie i casi più singolari di associazioni umane, sia fisicamente esistenti sia create dalla fantasia degli scrittori, fornendo la descrizione delle attività insieme a estratti della storia di ognuna.
Si viene così a scoprire di un Istituto dell’Aeropatatina, che si è seriamente occupato di provare le proprietà aerodinamiche delle patatine compiendo per anni ricerche scientifiche. Insomma, una cosa da annali dell’Improbable research, con tanto di acceleratore di Pringles.
O ancora, sempre meglio, l’interessantissima Ditta Lalande, che con i suoi reparti standardizzati aveva creato una filiera per la produzione industriale del romanzo, con i reparti trame, personaggi, accidenti e figure di collegamento. Curiosamente buona parte dei lavoratori citati sono donne.
Quali siano reali e quali immaginarie, di queste società, è difficile a dirsi: un po’ per le fonti da cui attinge l’autore, un po’ per la voglia di pensare che le azioni umane siano sempre coerenti e organizzate, è difficile credere che alcuni gruppi possano esistere concretamente. Ciononostante è divertente leggerli tutti ed esplorare quanto le persone possano stupirci, alcuni con la loro estrema ironia e portata farsesca, altri con la loro serietà, altrettanto estrema e farsesca.
Poco da dire sulla scrittura, che è lineare e analitica come dovrebbe. Un po’ farraginosa, invece, la divisione tra i vari enti, tante volte non chiarissima e con rimandi interni leggermente caotici: da un dizionario mi aspettavo una struttura più chiara e uniforme.
Un buon elenco da spulciare per capire che, per quanto strampalata sia un’idea, qualcuno ha già fatto di peggio.
Non avevo mai letto un libro sulla mafia perché generalmente preferisco letture più allegre. Ma, dato che di recente se ne parla poco, penso che sia importante essere aggiornati. Per questa ragione ho iniziato la lettura del Riflesso della mafia di Riccardo Castagneti e devo dire che non mi ero sbagliato: qui non c’è niente da ridere…
L’autore traccia in questo libro, della collana Fuori Rotta di Round Robin, una breve storia di ciò che è avvenuto dalle stragi di Capaci e via D’Amelio sino a oggi. La cronaca è sottolineata dalle parole di tre protagonisti della lotta alla mafia: Gian Carlo Caselli, Rita Borsellino e il politico Francesco Forgione.
Caselli racconta della sua esperienza a Palermo: l’operazione Vespri Siciliani, le leggi antimafia, i primi successi. Si sofferma sulle ingiuste accuse dei giornalisti e sul clima di ostilità della politica nei suoi confronti. Rita Borsellino esprime la sua amarezza per l’occasione mancata e la sua incrollabile speranza di giustizia. Francesco Forgione racconta la sua piccola battaglia per liberare la politica dalla corruzione e le sue conseguenti disavventure giudiziarie.
L’ultimo capitolo, quello a parer mio più interessante, analizza ciò che emerge da varie sentenze. Si delinea un quadro desolante della situazione: la mafia è di nuovo tornata nell’ombra, continua i suoi traffici, ed i suoi affari con imprenditori compiacenti; a coprirla, più che la solita omertà, è la mancanza di interesse dello Stato e dei cittadini.
Questa breve opera è di sicuro meritoria per il suo contenuto informativo e la sua implicita richiesta di mantenere alta l’attenzione. Devo constatare, però, che non è un’opera adatta a tutti: il linguaggio tende ad essere troppo tecnico, quasi da aula giudiziaria. Manca anche di contraddittorio alle varie accuse (sentenze a parte), ma c’è da dire che questo può essere riscontrato facilmente su svariati media.
In definitiva consiglio Il Riflesso della mafia a chi vuole veramente informarsi sul problema e gli consiglio, inoltre, di usare questo libro come punto di partenza per più approfondite ricerche. Più se ne sa, meglio è!
Va detto subito che se cercaste Storia del “giallo” italiano di Rambelli, uscito nel ‘79 e, a quanto ne so, mai più ripubblicato o ristampato, difficilmente lo trovereste in libreria. Ed è sinceramente un peccato, visto che, seppur inevitabilmente datato, rimane un testo cardine per tutti coloro che vogliono studiare – sotto il profilo letterario e del costume – il nascere e l’evolversi del genere poliziesco nel nostro Paese.
Il libro – pur documentatissimo e con molte note a piè di pagina – è tutt’altro che noioso. Si apre con l’inaugurazione a Milano il 16 settembre del 1929 di una libreria mondadoriana in cui, venne per la prima volta presentata una collana di libri polizieschi che, successivamente diverranno per antonomasia e per il colore delle copertine i “libri gialli”. Nomi come Alessandro Varaldo – vero poligrafo poiché, tra le tante cose che scrisse ci sono anche romanzi d’impronta “gialla” e del poliziesco italiano è il riconosciuto primo autore – o Tito A. Spagnol, o Armando Comez o Arturo Lanocita, Ezio d’Errico (1892-1972) o Augusto de Angelis (1888-1944), Franco Enna e, forse un po’ meno, Giorgio Scerbanenco (1911-1969), al lettor giovane non diranno probabilmente nulla.
Eppure questi (ed altri che qui non menziono, non per scarso rispetto ma per lasciare ai lettori il piacere di scoprirli e per non fare di questa recensione una sorta di elenco telefonico) furono gli autori che contribuirono alla travagliata nascita del romanzo poliziesco italiano. Nascita travagliata e, rispetto ad altre nazioni, tardiva perché questo genere di narrativa ebbe sempre serie difficoltà nel definirsi propriamente e nel distinguersi nettamente da altri generi popolari quali il romanzo d’avventura, per esempio, o il feuilleton.
Molti scrittori che pubblicarono nel decennio ‘30-’40 dello scorso secolo erano incapaci di resistere alla tentazione di influenze naturaliste e anche veriste, ignote alla pura narrazione dell’indagine che porta alla soluzione di un caso che era la caratteristica precipua del romanzo-enigma di provenienza britannica che, a cominciare dai famosi racconti di Poe con Dupin e ratificato da Conan Doyle con Shelock Holmes e, in quegli anni, da S.S. Van Dine, Agatha Christie e Dorothy Leigh Sayers (tanto per far qualche nome senz’altro più conosciuto) era il modello da seguire – almeno in Europa – per chiunque volesse scrivere “gialli”.
Popolo, come spesso si dice, di Poeti, Santi e Navigatori, gli Autori italiani mal si trovavano nel inventarsi detective stories all’inglese e i loro eroi se non certamente Santi e men che meno Navigatori, almeno in qualche modo o misura, Poeti dovevano pur esserlo. Ed ecco allora Ezio D’Errico, volendo intenzionalmente continuare il poliziesco alla Maigret (che, nel ‘34, Simenon – 1903-1989 – aveva temporaneamente abbandonato), col suo commissario Richard, che gira per Parigi e risolve i casi studiando gli ambienti per lo più derelitti e malinconici dove il misfatto delittuoso è maturato; e Augusto De Angelis col suo commissario De Vincenzi (magistralmente portato in TV dal grande Paolo Stoppa nel ‘74 e nel ‘77) che spiega i moventi meditando e studiando Freud o Franco Enna che scopre gli assassini col ripiegarsi nella propria interiorità dei suoi investigatori spesso tali a causa di improvvise circostanze e, comunque, loro malgrado. Franco Enna scrisse tra l’altro anche testi di Fantascienza.
Ma il poliziesco era sgradito al Fascismo che vedeva pretestuosamente in esso un genere che avrebbe potuto compromettere la “sanità” morale del giovane fascista. Non si dimentichi, inoltre, che la maggioranza dei giallisti era anglosassone e, in quanto tale, a quel tempo, di per sé pericolosa e nemica. A Mussolini non bastò che un fatto di cronaca, una rapina in villa nella quale erano implicati dei giovani, per confermare il timore di possibile cattivo influsso di questo tipo di storie sulla gioventù e firmare, nell’estate del ‘41, un decreto che, di fatto, chiudeva la nota collana della mondadoriana . “Il Giallo Mondadori” tornerà in edicola nell’aprile del ‘46. Rimasero tuttavia due case editrici, la Sonzogno e la Nerbini, ad avere delle collane in cui venivano pubblicati anche romanzi polizieschi. E si ebbero anche Autori di Regime.
Nel secondo dopoguerra, a farla da padroni furono gli Autori americani. Arrivò in Italia tutto la produzione, per forza di cose non nuovissima, la cui divulgazione il Fascismo aveva osteggiato e impedito. Gli scrittori italiani del genere non piacevano e venivano preferiti quelli statunitensi e Inglesi sia vecchio stile (poliziesco classico a enigma), sia nuovo stile (nuovo per modo di dire, per il pubblico italiano visto c’hera nato negli anni Venti), quelli dell’Hard Boiled novel. Hammet, Chandler, Cheyney e Spillane. Per aggirare l’ostacolo e seguire l’andazzo, praticamente tutti gli scrittori italiani assunsero pseudonimi stranieri e produssero romanzi con vicende e ambientazioni statunitensi: era la condicio sine qua nonper poter pubblicare.
Alcuni passarono al noir, ossia inventavano storie in cui il protagonista non era l’investigatore (privato o istituzionale) di turno, bensì colui che di quest’ultimo di solito era la preda o, comunque colui che si veniva a trovare in una situazione in cui la Giustizia (con la G maiuscola) mal si adattava al sua caso ed era, perciò, costretto ad agire altrimenti. Ai lettori questo non provocava crisi di coscienza. Specialmente per i ceti più popolari, le Forze dell’Ordine sempre avevano suscitato se non proprio odio, almeno una malcelata diffidenza e, quindi, un eroe più o meno simile a Robin Hood od Arsenio Lupin o, in ogni caso, ingiustamente braccato poteva anche andar bene. Ed entusiasmare.
E poi, nel ‘66 venne Giorgio Scerbanenco. A dir la verità aveva cominciato già dal ‘40 con un poliziotto dall’improbabile nome di Arturo Jelling operante in un altrettanto alquanto improbabile Boston. E aveva continuato – lo sapevate? – scrivendo romanzi “rosa”. Ma ora toccava al personaggio che gli diede la notorietà: Duca Lamberti, medico radiato dall’Albo per aver praticato l’eutanasia su di un’anziana signora ma che collabora con la Polizia. E ciò che appare maturo e indispensabile è lo sfondo urbano, la Milano nera, violenta, corrotta, ipocrita.
L’aveva capito G.K. Chesterton sin dal 1901 quando, in The Defendant fra le varie “difese”, in quella riservata alla detective story, scriveva che “A rude, popular literature of the romantic possibilities of the modern city was bound to arise. It has arisen in the popular detective stories, as rough and refreshing as the ballads of Robin Hood.” [“Una rozza letteratura popolare delle potenzialità fantastiche della città moderna era destinata a sorgere. Ed è sorta, fresca e ingenua come una ballata di Robin Hood, con la detective story.” la traduzione è tratta dall'antologia di saggi sul romanzo poliziesco La trama del delitto. Teoria e analisi del racconto poliziesco ISBN 8873800963]. Naturalmente, anche altri, come D’Errico e De Angelis, avevano compreso l’importanza della città ma rimaneva in loro un certo provincialismo più o meno palese che con Scerbanenco scompare del tutto.
Fa bene a far notare Rambelli che il romanzo poliziesco si evolve e muta contestualmente all’evolversi e al mutare della società; anche perché, come genere, molto si avvale dei reali fatti di cronaca. Non a caso, gli Autori son spesso giornalisti. Laddove succedono rapimenti, attentati, scandali politici, rivolte di piazza, c’è poco posto per il raffinato detective alla Philo Vance che – di estrazione borghese – di un mondo borghese (se non alto borghese) ricomponeva l’equilibrio infranto da un inaspettato delitto. Questa figura di poliziotto viene necessariamente meno; come meno viene anche quella del detective “duro” alla Marlowe. Anzi, il poliziotto di questi tempi può non lavorare da solo: non sempre, ma spesso deve lavorare in squadra. La sua figura viene quantomai ridimensionata e, anche di grado, da commissario passa a sergente come l’Antonio Sarti di Loriano Macchiavelli.
Grandi scrittori come Leonardo Sciascia (1921-1989) s’interessarono al dibattito mai completamente sopito fin dagli anni Trenta sul romanzo poliziesco, le sue origini (dal romanzo gotico, passando necessariamente per Poe e venendo ratificato col positivismo tardo ottocentesco) ma, soprattutto sul suo rapporto col lettore.
Sono anche interessanti gli sviluppi della politica editoriale per il “giallo” italiano. Risultava difficile che se ne potesse fare una serie con uscite a scadenza fissa (settimanale, mensile o altro); in parte perché gli editori non potevano contare su un ampio numero di scrittori seriali e. per lo più, per il fatto che gli scrittori italiani tendevano (o aspiravano) sempre al letterario che col romanzo poliziesco è raro possa convivere (Quer pasticciaccio dell’ing. Gadda – 1957 – evidentemente, è un’eccezione). Si vede che, diversamente da Simenon, gli scrittori nostrani non ebbero la fortuna di ricevere consigli dalla grande e popolarissima Colette (1873-1954) che, restituendogli alcuni racconti di genere letterario, appunto, esortò il giovane scrittore belga in questi termini: “Niente letteratura, ragazzo mio! Tolga tutta la letteratura e vedrà che funzionerà”.
Funzionò.
L’impiego di un linguaggio parlato, e poi scritto, rappresenta in effetti un’estensione formdabile delle possibilità di stoccaggio della nostra memoria, la quale, grazie a ciò, è in condizione di uscir fuori dai limiti fisici del nostro corpo per depositarsi sia in altre memorie, sia nelle biblioteche. [...] Atlan
La memoria, alla quale attinge la storia, che a sua volta la alimenta, mira a salvare il passato soltanto per servire al presente e al futuro. Si deve fare in modo che la memoria collettiva serva alla liberazione, e non all’asservimento, degli uomini.
Jacques Le Goff, Memoria
Tirature (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori/ il Saggiatore) è un volume a cadenza annuale a cura di Vittorio Spinazzola. Pubblicato a partire dal 1991, Tirature ogni anno si occupa di un diverso genere letterario (nel 2006 Il romanzo d’amore, il giallo nel 2007), ma comprende anche sezioni con articoli che spaziano dall’analisi del mercato editoriale italiano dell’anno appena trascorso, a riflessioni che hanno per oggetto i dati sulla lettura nazionali ed esteri, oltre a riflessioni su specifici argomenti di natura non strettamente professionale, fungendo da osservatorio privilegiato sui “casi” letterari e offrendone una lettura attenta e mai banale.
L’edizione del 2008, dedicata al mondo dei comics, è sottotitolata L’immaginario a fumetti, ed è l’occasione per fare il punto sullo stato del fumetto in Italia, che, da qualche anno a questa parte, ha raggiunto, agli occhi della cultura ufficiale, un livello di considerazione impensabile fino a poco tempo fa.
I brevi saggi de L’immaginario a fumetti hanno per oggetto, tra gli altri, alcuni degli eroi più noti del panorama italiano come: Corto Maltese, Tex Willer, Dylan Dog, Diabolik e Valentina. Spicca la presenza di Altan, creatore di due personaggi amatissimi come la simpatica e tenera cagnolina Pimpa e il caustico ed occhialuto Cipputi.
Dispiace non vedere citati autori del calibro di Igort, Toffolo e Gipi, quest’ultimo in verità chiamato in causa, ma non nella sezione dedicata esplicitamente al fumetto, ed è l’ormai beatificato Pazienza a tenere alta la bandiera di un fumetto d’autore, ma ancora lontano dal pubblico di massa. La scelta di attenersi a un canone unanimemente accettato è probabilmente dettata dalla volontà di dare un taglio di carattere storico agli scritti, che ripercorrono le vicende (editoriali e non) di personaggi centrali nelle alterne vicende del fumetto italiano.
Cambiando argomento, molto interessanti sono alcuni articoli dedicati alla narrativa contemporanea, in particolar modo Broken italian, letteratura migrante, che si occupa, per l’appunto, della scrittura «broken Italian», ossia di chi è nato all’estero, ma migrato in Italia scrive nella nostra lingua, oppure delle seconde generazioni, divise tra la cultura dei padri e quella del contesto in cui si trovano a crescere.
Alle prime due sezioni dedicate una al fumetto e l’altra alla narrativa (intitolata Gli autori), ne seguono altre più specificatamente professionali, ma altrettanto interessanti: Gli editori, I Lettori e Mondo Libro 2007.
Per concludere eccomi, una volta tanto, dare i numeri: 24milioni sono gli italiani che hanno letto almeno un libro nel 2007, 3,2milioni coloro i quali ne leggono uno al mese, +0,9 l’incremento delle vendite di libri nel nostro Paese rispetto all’anno precedente.
Queste e altre cifre sono contenute nel Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2008, presentato alla Fiera del Libro di Francoforte, e disponibile in sintesi sul sito dell’ AIE.
Tra le case editrici che si occupano di libri fotografici la Taschen ha di certo un posto di rilievo, e la serie prodotta per il 25 anniversario, riedizioni a prezzi accessibili, è un buon modo per avere bei libri a prezzi contenuti. In questa serie è stato ripubblicato anche Japanese Prints, la cui prima versione risale al 1994.
Come il titolo suggerisce è una raccolta di stampe nipponiche, appartenenti a varie epoche, corredata da saggi, sia di autori giapponesi sia di inglesi, che spiegano i temi, i motivi, le figure presenti nell’arte pittorica giapponese.
Distante da noi e dai nostri usi figurativi come poche altre, la cultura giapponese ha prodotto migliaia di opere d’arte pressoché incomprensibili per l’occidente, immagini stilizzate e cromaticamente irreali, posture simboliche, paesaggi mai visti.
Il volume è suddiviso in tre sezioni, la prima dedicata all’Ukiyo-e, pictures of the floating world, nelle sue varianti monocromatiche o coloratissime, la seconda ai temi della pittura, con interessanti parallelismi tra i giapponesi e Vincent Van Gogh, Gustav Klimt ed Henri de Toulouse-Lautrec, e la terza a una sequenza di stampe e al loro commento.
La selezione delle immagini permette di scoprire altri artisti oltre il noto Hokusai, e, di quest’ultimo, altre opere che non siano La grande onda. I testi sono di grande interesse e dettagli, pur se di difficile lettura: alla difficoltà di leggere in inglese si aggiunge la difficoltà intrinseca di afferrare concetti culturalmente agli antipodi.
Fortunatamente i saggi sono corredati da un buon glossario (sì, anche quello in inglese), che spiega con pochi tratti i termini evidenziati in corsivo nei testi; inoltre il curatore inserisce un’appendice con cenni biografici degli artisti citati o rappresentati nel libro.
La stampa è molto accurata, così come è buona la qualità della carta; come nel precedente volume di questa serie non si tratta di un livello eccelso, sicuramente per l’esigenza di mantenere un prezzo basso, adatto al grande pubblico (circa otto euro per un libro illustrato di duecento pagine).
Un volume per appassionati, denso e inaspettatamente chiaro.
Molti in Italia hanno la passione per la scrittura e molti per l’editoria. A chi volesse approcciarsi ad uno dei due mestieri vengono spesso dati consigli balzani, mentre la miglior cosa da fare, per orientarsi, è studiare i testi fondamentali. Per l’editoria questo si concretizza nel Codice dell’Editore di Achille Ormezzano.
Ormai è un’edizione vecchiotta, che andrebbe riveduta, ampliata e corretta per includere tutte le attuali istanze ed esigenze dell’editoria e gli aggiornamenti delle leggi in materia, molto cambiate negli ultimi anni, ma è il mattone, in senso lato e materiale, su cui poggiare per capire il mestiere dell’editore.
Vero è che l’esperienza si acquisisce sul campo, quotidianamente, e che uno stage in casa editrice è sicuramente più valido e più utile di mille pagine a parlarne, ma svolgerlo con un buon bagaglio culturale specifico aiuta a integrarsi nelle dinamiche di redazione molto più in fretta, traendo così il massimo profitto dal periodo di tirocinio.
Il saggio (ma anche contemporaneamente manuale) è organizzato in corposi capitoli che trattano gli aspetti normativi e tecnici di una impresa editoriale. Chiaramente manca tutta la parte del Creative Commons e del Copyleft, inoltre è stata modificata una parte delle leggi sul deposito legale e sui registri di pubblicità, ma la trattazione è esaustiva e dettagliata, e basta solo, come detto, integrarla con le disposizioni più nuove. Infine tutta la parte economica è da aggiornare poiché ancora in lire, come da aggiornare è il tariffario ISBN; le formule di calcolo dei codici ISBN ed EAN però restano invariate, così come le percentuali e i modelli contrattuali.
I tre tipi di editoria (giornalistica, scolastico/scientifica e varia) sono esplorati nelle loro peculiarità e nei loro specifici adempimenti di settore, affrontati in capitoli lunghi e distinti. Sono espresse in modo molto chiaro anche le distinzioni tra piccoli, medi e grandi editori in base al numero dei dipendenti ed al fatturato annuo.
Il linguaggio utilizzato è molto semplice, didascalico quasi, per smorzare un po’ la difficoltà intrinseca alla comprensione delle varie leggi riportate. Le spiegazioni sono accurate, anche se non ci sono esempi a supporto; del resto è un manuale tecnico, non divulgativo, dedicato a chiunque si approcci alla materia per studio o per approfondimento.
Consigliato per iniziare a comprendere il MME (ormai l’ho detto troppe volte: il Magico Mondo dell’Editoria).
È bene dirlo subito: è un libro che lessi molti anni fa, d’estate. Mi entusiasmò a tal punto che lo studiai proprio, Perché mi aprì delle prospettive di lettura di cui mai avevo sospettato l’esistenza.
Daniele Barbieri, infatti, in questo suo saggio, I linguaggi del fumetto, analizza il fumetto non soltanto in sé, come prodotto grafico, prendendo in esame gli strumenti e le tecniche per realizzare il segno e il disegno ma rapportandolo poi con altre arti visive e non.
In ogni caso e modo, narrative quali la fotografia, il cinema, la poesia e la musica, il teatro. Il fumetto prende un po’ da tutte queste espressioni artistiche con cui l’uomo sostanzialmente narra, racconta.
Una delle differenze più richieste è proprio quella tra illustrazione e fumetto:la prima si limita a mostrare una scena di una storia, il secondo quella storia la racconta, con tutti i trucchi e gli espedienti necessari per dare fisicità al sonoro, alla parola, allo stesso movimento e, direi quasi, al pensiero. Questi sono I linguaggi del fumetto.
Dopo la lettura di questo libro, i fumetti – specialmente quelli d’autore (ma non solo) – appaiono sotto una luce nuova, si è più preparati per apprezzarli avendo acquisito gli strumenti e la consapevolezza per comprenderli meglio; comprendere meglio la tecnica narrativa ma anche quella grafica che la rende più o meno intensamente efficace. Per comprendere, al contempo, anche lo stile che caratterizza un autore.
Pur essendo un saggio che affronta questioni sovente piuttosto tecniche, I linguaggi del fumetto, è esposto in uno stile comprensibilissimo e piacevole. Non saprei se sia stato ristampato o l’autore ne abbia scritto un’edizione più aggiornata. E’ in ogni caso da leggere da parte degli appassionati di fumetti e non.
Qualche tempo fa, per il venticinquesimo anniversario, la Taschen, famosa casa editrice dedicata alla fotografia, all’arte ed al design, ha deciso di ripubblicare a prezzi decisamente contenuti alcuni dei suoi magnifici volumi illustrati.
Così anche Japanese Gardens, un ottimo libro che coniuga saggi e grandi fotografie, ha avuto la sua riedizione, a pochi anni dalla prima pubblicazione. Come chiaramente espresso dal titolo, l’argomento è il giardino nelle sue varie forme, pietra, acqua e vegetazione.
Del resto nell’arcipelago nipponico il giardinaggio non è un hobby ma una vera espressione di arte e spiritualità, un impiego in grado di elevare lo spirito, un modo per conciliare umanità e natura; è un’attività quindi vissuta con grande rispetto e preparazione.
Con una carrellata dei vari stili e delle epoche, il testo ci introduce alla lettura delle immagini scattate in alcuni dei più bei giardini giapponesi. Purtroppo la parte testuale è interamente in inglese, quindi non perfettamente ed universalmente fruibile, benché sia davvero interessante.
Le immagini sono meno di quante legittimamente potremmo aspettare, dato il grande spazio concesso al commento, ma senza quest’ultimo sarebbe solo una sterile sequenza, indecifrabile per l’occhio occidentale, non abituato a cogliere le stesse sfumature espressive dei nipponici.
La stampa è piuttosto accurata e anche la qualità della carta è buona, sebbene non eccelsa, ma questo forse proprio per l’esigenza di un prezzo adatto al grande pubblico, appena una decina di euro per quasi 240 pagine di volume illustrato.
Consigliato come primo approccio ed ispirazione per un bel viaggio in Giappone, alla scoperta di arte e natura.