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Come scrivere a un editore

Sono un po’ seccata, oggi. Ho passato già due ore (e almeno altrettante me ne toccheranno) a rispondere cortesemente a mail di persone ingenue, disinformate o maleducate. Ma invece di sfogarmi cercherò di dare alcune nozioni pratiche di come si scrive a un editore, approfondendo i temi di un vecchio post.

Partiamo dalle basi; sei, senti di essere, ritieni possibile definirti, nel tuo intimo ti ritieni uno scrittore. Hai finito, si suppone con grande cura, il tuo romanzo/racconto/silloge, e non vedi l’ora di condividere con il mondo i tuoi pensieri, sentimenti, esperimenti letterari. È questo il momento in cui si decide se sarai nel 97% dei cestinati o nel 3% dei letti (e da lì nello 0,5% dei pubblicati).

Devi sapere che in Italia gli scriventi sono un’infinità ma gli scrittori pochi. Quindi la tua mail sarà letta in sequenza insieme ad altre 40 o 60 mail per una selezione preventiva. Devi sapere anche che ciò che per te è un’esperienza unica, aver partorito un’opera, per chi si troverà a leggere sarà nulla più che un altro numero, il testo 237 di 2000. Considera che un editore piccolissimo, come me, riceve più di 500 testi al mese.

Come fare per darti qualche possibilità in più? Prima di tutto, conoscere il tuo possibile editore: trovare informazioni sulle linee editoriali al giorno d’oggi è facile; non pensare che per chi le riceve sia questione di un minuto capire se scartarti o no: stai usando il tempo di una persona che lavora, se non sei accurato lo usi male.  Quindi trova gli editori che potrebbero essere interessati e concentrati solo su quelli. Fatto questo dovrai costruire una bella mail; non avvantaggerà la tua opera in fase di valutazione, ma nella preselezione sicuramente sì.

L’oggetto della mail

Cerca di essere sintetico ma specifico. Usa la parola “valutazione” e non “proposta”: la proposta te la farà, eventualmente, l’editore. Poi cerca di condensare in una parola o due il genere: “romanzo fantasy”, “racconti horror”. Infine, metti il titolo, o una parte del titolo. Quindi, più o meno, “Valutazione romanzo gotico L’errore di Nani“. Questo è il tuo oggetto della mail. Ricorda di non usare mai il comando inoltra (o forward), è un segno di rispetto creare una mail unica per ogni editore, come io creo una mail unica di risposta per ogni scrittore.

Non lasciare il campo oggetto vuoto: non aiuta a identificare il tuo scritto o memorizzare il tuo nome. E come alias della tua mail non usare “puffolosbaciucchino@puffolandia.puff” ma qualcosa che faccia ricordare l’individuo, anche uno pseudonimo, ma che dia l’idea di un Nome e Cognome. Non scrivere “proposta editoriale” né “invio manoscritto”: sono indicazioni sbagliate e comunque generiche. Ti stupiresti di leggere quante siano le mail con questo oggetto che vengono ricevute quotidianamente.

Il testo della mail

Il testo deve essere sintetico e incisivo. Che sei uno scrittore non lo devi “dire” ma fare emergere dalla scelta delle parole e dalla costruzione dei periodi. Evita il burocratese e gli eccessivi formalismi, l’aggettivazione estrema e le auto-recensioni, evita anche di lodarti. Cerca di essere sincero il più possibile. Spiega perché ti sei rivolto a quell’editore (linea editoriale, condivisione dei principi, altro), due parole su chi sei e sul perché scrivi; il tutto senza essere vago: chi legge si accorge subito se è una mail preconfezionata e adatta a ogni editore possibile. Elenca gli allegati. Soprattutto leggi più volte il testo della mail e assicurati che non ci siano errori sintattici e, per quanto possibile, di battitura (siamo imperfetti, una lettera sbagliata può scappare a chiunque). Non proporre copertine o evoluzioni immaginarie del “libro”: non è il momento di stabilire se ne verrà tratto un musical.

Gli allegati

Nomina chiaramente gli allegati. Vietato scrivere “romanzo”, “inedito”, “sinossi”: come ti dicevo non c’è solo il tuo file e capita, spiacevolmente, che le sinossi si confondano fra loro nell’archivio mail. Se possibile tieni file separati per l’opera e per la presentazione. Lascia l’impaginazione in comodo formato A4, anche se ti piacerebbe dare la forma di libro al tuo testo: sarà più pratico stamparlo e, quindi, leggerlo. Usa un font standard e il colore nero, non appesantire di fronzoli, separatori, bordini e simili.

Bene, a questo punto hai fatto tutto il possibile. Magari non sarai pubblicato mai, ma sarai certo di aver messo la giusta attenzione e determinazione in quello che hai fatto.

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Scritto da: Livia il 4 Febbraio 2010
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Come il lupo, Baldini

[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]come il lupo

Dopo aver recensito qua su Liblog due sue raccolte di racconti torno a parlare, come promesso, di Eraldo Baldini e lo faccio con il romanzo Come il lupo: abbandonate le cupe campagne emiliane che sono state il centro tragico delle novelle di Gotico Rurale e Bambini, ragni e altri predatori, l’autore ci conduce in luoghi impervi e, scopriremo, altrettanto insidiosi.

Siamo sulle montagne del centro Italia, dove fino agli anni cinquanta del secolo scorso vivevano e prosperavano i lupi.

La vicenda centrale del libro si svolge proprio nel secondo dopoguerra, ma la storia ha inizio molto tempo prima: nel 1651 un gruppo di briganti che caccia i lupi sulle montagne del casentino finisce dentro un incubo, uno di quelli senza via di uscita.

Tre secoli dopo la guardia forestale Nazario, che si è rifugiato sugli stessi boschi in fuga da una tragedia personale che non riesce a superare, scopre per caso delle vecchie ossa sepolte a ridosso di una piccola valle nascosta tra i monti, dove si coltiva un ottimo e ricercatissimo vino.

I poveri resti non sembrano impensierire i carabinieri della zona , che cercano di chiudere le indagini quanto prima. Ma Nazario non ci sta, il suo istinto gli dice che c’è sotto qualcosa di strano e cerca delle risposte nella piccola e rigogliosa comunità che prospera grazie ai proventi delle vigne.

Come molte collettività isolate, anche questa è atipica e chiusa in sé stessa. Gli abitanti vivono secondo leggi tutte loro e di fatto riconoscono una sola autorità, quella di una vecchia matriarca che sembra dotata di poteri molto particolari.

Nonna Vera e la sua gente diventano quasi un’ossessione per Nazario, che non riesce a stare lontano da Valchiusa e dai numerosi interrogativi che nasconde. Anche perché c’è Elisa, la sua bambina, rimasta in pianura con i nonni, che durante le crisi epilettiche di cui soffre ha inspiegabili visioni legate alla misteriosa valle e ai fatti di sangue che forse sono avvenuti in essa. Che legame c’è tra tra lei e Vera? E tra gli abitanti della Valle e le vecchie ossa trovate da Nazario?

Non definirei questo libro di Baldini un vero e proprio horror, non dopo aver letto i suoi racconti che fanno spaventare, e sul serio. Questo è piuttosto un thriller con venature mistiche, una punta appena accennata di nero, che non fa fare i balzi sulla sedia dalla paura ma che si fa apprezzare per altre qualità.

La lettura non annoia, lo stile è come sempre impeccabile e la vicenda, anche se si risolve senza grandi colpi di scena finali, risulta ben narrata.

Il punto di forza di Baldini rimane a mio parere il saper dar vita a ambientazioni decisamente affascinanti e anche qua non fa eccezione: ci introduce nel mondo un po’ claustrofobico delle comunità montane dell’Italia di appena sessant’anni fa, piccoli centri che rimanevano isolati dal resto del mondo alla prima nevicata e per diversi mesi, imparando a regolarsi di conseguenza.

Da far leggere  a chi ritiene che sono negli Stati Uniti sappiano scrivere dei romanzi mistery di livello. Per farlo ricredere.

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Scritto da: Only il 27 Gennaio 2010
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I lunghi inverni del cuore, Ethan Frome, Wharton

ethan fromeÈ difficile parlar d’amore! Descrivere ogni minima e più lieve sensazione che può condurre alla nascita di un sentimento e di un desiderio appagati o, al contrario purtroppo, illusori. Oppure impossibili; non di rado, alla fine, anche tragici, beffardamente tragici.

Edith Wharton (1862-1937) è una di quelle scrittrici che sa fare benissimo proprio questo.

Ethan Frome è un uomo di mezza età ora. Salvo che per una breve giovanile parentesi per motivi di studio, ha sempre vissuto nella fattoria paterna, un po’ isolata a qualche miglio da Starkfield, Massachusetts, un paesino di montagna dove tutti si conoscono e gli inverni sono lunghi e la neve e il ghiaccio sembrano sempiterni. I suoi magri proventi economici gli derivano dal mulino e dal legname.

Parla poco, sorride poco e quel poco per cui lo si vede in paese è per fare qualche commissione, il più delle volte per la moglie Zeena (Zenobia), un’ipocondriaca dalla fibra e dalla volontà fortissime. L’io narrante, che si è trovato casualmente a Starkfield per lavoro, da vari paesani ha sentito la storia triste e dolorosa di quest’uomo il cui aspetto l’ha colpito fin dalla prima volta che lo ha visto. Ha anche occasione di conoscerlo e frequentarlo personalmente e avuto modo di capire come sia veramente andata prima dell’”incidente” ventiquattr’anni orsono. Incidente che, tra l’altro, ha menomato Ethan ad un fianco.

E qui s’inserisce la bravura della Wharton nel descrivere e raccontare ciò che si diceva all’inizio: l’amore che, timidamente, nasce pian piano tra Ethan e Mattie Silver, una parente più o meno lontana di Zeena, venuta a Starkfield per aiutarla, visto che lei è sempre più stanca e malata e le faccende domestiche le sono ogni giorno più pesanti (ma, inaspettatamente, in certi momenti, si “sente meglio” e, col progredire della lettura, si ha sempre più la sensazione che ci sia del metodo nella sua ipocondria).

È un amore di quelli impensati, che colora i monotoni e scuri giorni della misera vita di Ethan; un amore che gli dà quella semplice tenerezza e gaiezza e serenità che egli ben raramente ha provato nella sua esistenza; un amore che dà forma ai suoi sogni di fuga dal suo lugubre, immutabile quotidiano e gli fa intravvedere una vita migliore, resa emotivamente più viva dallo spontaneo calore umano dimostratogli da Mattie. Vorrebbero fuggire ma…

Ma, si sa, i sogni muoiono all’alba e, nel caso di Ethan e Mattie, anche la sera prima. La realtà è ben altra. Difficile se non impossibile da cambiare o solo distaccarsi da essa.

Oltre alle efficaci capacità narrative e descrittive degli ambienti e delle atmosfere, in questo romanzo del 1911, la Wharton dimostra anche una notevole maestria nel costruire l’intera storia e nel maneggiare i piani temporali, dell’oggi, dei fatti accaduti ventiquattro anni prima, dell’anno di permanenza di Mattie nella fattoria dei Frome e dei pochi giorni in cui tutto si rivela e precipita. E, in più, sembra anticipare di tre anni il concetto di paralysis che troveremo nei Dubliners di Joyce usciti nel 1914.

Parlando di Ethan Frome, un paesano dice al narratore: “Forse è stato a Starkfield troppi inverni. I migliori se ne vanno.” E lui non se n’è potuto andare. E poi c’è stato l’”incidente” che ha posto una pietra sopra a tutto. Ethan Frome è ancora lì a trascorrere i lunghi inverni di Starkfield, Massachusetts, i lunghi inverni del suo cuore.

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Scritto da: sfranz il 15 Gennaio 2010
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Piccolo romanzo anticipatore , Metropolis, Von Harbou

Metropolis Piccolo romanzo anticipatore , Metropolis, Von HarbouIl tema è noto, l’autrice – Thea Von Harbou (1988-1954) – probabilmente molto meno, il titolo assai di più, visto il film che da questo romanzo della moglie – pubblicato nel 1912 – trasse nel 1927 il marito, il noto regista austriaco Fritz Lang (1890-1976). Il tema noto di Metropolis è quello degli sfruttati e degli sfruttatori senza scrupoli il cui scopo e arricchirsi e di comandare in maniera assoluta creando in questo modo, un sistema solo apparentemente perfetto e immutabile, in realtà alienante e disperato, nel quale viene inserito in modo assai enfatizzato l’aspetto tecnologico, non tanto elettronico quanto meccanico: gli “dei” da adorare e che han creato, fanno funzionare e mantengono questo sistema e questa grande città – Metropolis, appunto – sono le Macchine alla cui guida e controllo vi è il temutissimo e potentissimo Joh Fredersen. I lavoratori – che ricordano un po’ i Morlocks della Wellsiana The Time Machine (1895) – abitano nella cosiddetta Città dei Morti, nel sottosuolo.

Cosa può succedere in un simile sfondo e con simili premesse? Di tutto, verrebbe da pensare e dire. Ma non occorre riflettere molto per comprendere che, in fondo, gli eventi che possono accadere sono in sé limitati sia nel numero che nel genere. Può succedere che a) i lavoratori oppressi si ribellano e, dopo alterne vicende, riescono ad instaurare un diverso ordine sociale a loro più favorevole; b) i lavoratori oppressi si ribellano ma non riescono nel loro intento e, così, dopo varie prove fallimentari, tutto ritorna alla situazione iniziale; c) cosa improbabile (ma non impossibile), gli oppressori si rendono conto del loro operato sino ad ora a dir poco discutibile, si ravvedono e mutano consapevolmente l’ordine sociale tanto da renderlo qualitativamente più vivibile da parte dei lavoratori e moralmente più accettabile da parte loro.

Si è detto che quest’ultima opzione è improbabile benché non impossibile. E non lo è se – come di fatto avviene – s’inseriscono degli elementi personali e sentimentali e, perché no, anche religiosi. Qui non vi è infatti il solito capopopolo che arringa i lavoratori e, facendo prender loro coscienza, li incita alla ribellione… o almeno non vi è solo questo. Chi per primo (o quasi) si rende conto della situazione alienante non è il solito operaio sfruttato bensì il figlio dello spietato sfruttatore: Freder Fredersen che s’innamora, corrisposto, del capopopolo che, lungi dall’avere le sembianze irsute, paffute e baffute alla Peppone, ha quelle miti e graziose di una bella ragazza, Maria, che più che arringare i lavoratori, come si è detto, cerca d’infondere in loro la Speranza per un compromesso, per l’arrivo di un Mediatore tra loro e gli oppressori.

Il nome Maria non sembra affatto essere una scelta puramente casuale. Ma non finisce qui: se il dittatore e governatore delle Macchine è John Fredersen, lui non ne è l’inventore; l’inventore è un tal Rotwang uno uomo che ormai da anni vive appartato – in perenne, ossessivo, delirante ricordo della defunta donna amata – in una casa quasi magica, senz’altro buia, labirintica, misteriosa; un uomo tanto strano e bizzarro quanto geniale che in passato ha avuto rapporti non molto piacevoli con Fredersen e che, per questa ragione, gli porta rancore.

Per sviare le intenzioni ribelli del giovane Freder verso il padre (che tenterà di uccidere) e verso la Società, Rotwang inventa una sosia meccanica di Maria che, ovviamente, non si comporta come la Maria originale, anzi si comporta da vero quanto tradizionale capopopolo, istigando la folla alla ribellione violenta, instillando così seri dubbi nell’innamorato che non la riconosce più. Sarà lei che causerà la fine di Metropolis, delle Macchine. Ma in questa apocalittica distruzione non sarà sola poiché c’è chi la permetterà, cedendo ad impensati moti del cuore. E, nella fine, ciò segnerà un nuovo inizio.

Quello della Donna Artificiale – ginoide, per la precisione, anche se si preferisce il temine più generale e conosciuto androide, che fu coniato ventisei anni prima di Metropolis dallo scrittore francese Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889), il cui romanzo più noto è L’Ève future del 1886 – non era un tema nuovo nel panorama ottocentesco. L’Ève future è certamente l’esempio più eclatante, ma ci sono dei precedenti illustri, basti pensare a quell’Olimpia del famoso racconto L’uomo della sabbia di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776-1822), pubblicato nel 1815. (E che dire di quel magistrale racconto del nostro Landolfi -1908-1979 – La moglie di Gogol (più o meno del 1942 se non ricordo male)? E, dato che ci siamo, menzioniamo pure anche Il grande ritratto (1960) di Dino Buzzati – 1906-1972).

In fondo, Metropolis è un romanzo semplice nella trama e nelle situazioni. Anche la simbologia è facile da capire: gli oppressori che comandano col pugno di ferro, gli oppressi che subiscono rassegnati e intimamente scontenti, la Religione che tuona contro i maligni, l’inganno, l’Amore e la fede in un auspicabile cambiamento.

Lo stile non è privo di una certa retorica immaginifica che, pur esaltando le situazioni e gli stati d’animo dei protagonisti, talvolta non rende sciolta e immediata la comprensione del testo. È forse il modo in cui si scriveva agli inizi del ‘900.

Metropolis è certamente, sotto il profilo della narrativa fantascientifica, un romanzo anticipatore; oltre al tema della Donna Artificiale, c’è anche quello, già nel titolo, della Grande Città: immensa, disumana, alienante anche se viva e desiderosa di dare un’impressione di un meccanismo perfetto a prova di malfunzionamento, regolato da macchine scevre da passioni umane.

Metropolis della Von Harbou è, altresì, una curiosità per bibliofili e cinefili, il tempo per leggerlo non è in ogni caso mal speso.

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Scritto da: sfranz il 8 Gennaio 2010
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Marked, Cast e Cast

Marked – CastMarked, di primo acchito, ricorda un po’ Harry Potter e le sue (dis)avventure: la nostra protagonista, Zoey, è una giovane liceale normalissima, con una vita non esattamente felice, una famiglia a pezzi e il disperato bisogno di sentirsi accettata e parte integrante di un gruppo che un giorno viene marchiata da un Ricercatore di vampiri, costringendola a lasciare la sua scuola per la Casa della Notte, la scuola speciale per vampiri.

La peculiarità del vampirismo nel mondo costruito dalle due autrici – madre e figlia – è che non si diventa vampiri per il morso di un altro vampiro: la trasformazione avviene biologicamente durante lo sviluppo dell’adolescenza.

È una cosa normale, tant’è che la trasformazione è una cosa che si studia nei comuni licei, nelle ore di biologia; nonostante ciò, e nonostante il fatto che molti attori di successo siano vampiri, la maggioranza delle persone vede i vampiri come mostri – e la mentore di Zoey, la somma sacerdotessa della Casa della Notte ne attribuisce la colpa a Dracula di Stoker.

Non tutti coloro che iniziano la trasformazione riesce a portarla a termine: uno su dieci muore prima di aver raggiunto l’ultimo anno della scuola.

Zoey, tuttavia, non è una vampira come tutte le altre: la dea venerata dai vampiri, Nyx, la sceglie come suoi “occhi e orecchi” sulla Terra. Questa scelta, dovuta al fatto che Zoey è di sangue cherokee e ha in sé un miscuglio di antico e moderno, la porta ad avere dei poteri fuori dall’ordinario e ad essere la naturale rivale di Afrodite, la candidata a divenire la nuova somma sacerdotessa della Casa della Notte. Pensate a Draco Malfoy al femminile, con una buona dose di libertinaggine in più e avrete un ritratto molto simile di questo personaggio.

Il libro è scritto in prima persona ed è narrato dalla viva voce di Zoey: il linguaggio è colloquiale, fresco, infarcito del gergo giovanile ed è aderentissimo al carattere e all’età della protagonista.

Marked è stata una lettura molto piacevole:  scorre velocemente, ha un ritmo incalzante, uno stile spesso ironico e dei buoni personaggi che, anche se non del tutto originali, sanno coinvolgere e creare una certa empatia. Se c’è una cosa che può risollevare anche il più stereotipato dei romanzi è una scrittura avvincente, e le due Cast ne hanno pieno possesso.

La storia si conclude con diversi punti interrogativi e con molte zone d’ombra sull’universo dei vampiri, che scopriamo mano a mano assieme a Zoey: non c’è da stupirsi, visto che ho scoperto che i libri saranno in totale sette. Chi ha detto Harry Potter? :D

In definitiva, nonostante non sia del tutto originale e appartenga a un filone super sfruttato (o forse proprio per questo) Marked è un libro che si divora in pochi giorni, molto gradevole e che dà una ventata di freschezza a un genere che sta lentamente sommergendosi nelle stesse storie.

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Scritto da: ayame il 12 Dicembre 2009
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Le menzogne della notte, Bufalino

Le menzogne della notte – Gesualdo BufalinoGesualdo Bufalino, siciliano di Comiso, approdò al romanzo già sessantunenne, nel 1981, con il romanzo intitolato Diceria dell’untore,un’opera d’esordio che ebbe notevole fortuna di critica e di pubblico, dopo essersi dedicato per anni all’insegnamento, alla poesia e alle traduzioni. Tuttavia dopo quel clamoroso debutto seguirono numerosi lavori letterari, uno dei quali è il prodigioso meccanismo narrativo intitolato Le menzogne della notte.

Ambientato in una prigione abbarbicata su di un isolotto in mezzo al mare, in una sorta di “Risorgimento borbonico” appena sbozzato da pochi accenni storici, il romanzo racconta dell’ultima notte di quattro personaggi, quattro condannati a morte accusati di cospirazione ai danni de Re cui viene proposta una via di salvezza: rivelare il nome del capo della congiura, semplicemente scrivendolo su un pezzo di carta da introdurre in un’urna. Ciascun condannato avrebbe introdotto un foglio, o col nome o senza, ma sarebbe bastata la pur anonima delazione di uno solo per garantire la salvezza di tutti.

I quattro, uno studente, un soldato, un poeta e un barone, passano la notte assieme a un frate, anch’esso prigioniero e condannato, che propone loro di trasformare la veglia in una sorta di Decamerone, in cui ognuno porti un racconto di se e della propria esistenza, qualcosa da consegnare alla storia o all’ultimo ricordo prima della lama del boia, fino all’alba fatale che decreterà il destino di tutti.

I quattro racconti così tratteggiano altrettante storie, sospese fra vero e verosimile, ma il gioco fra verità e menzogna è sottile e pervade le esistenze dei condannati così come l’intero romanzo, abilmente costruito come un gioco di specchi ingannatori, fino a condurre il lettore al sorprendente finale.

Centocinquanta pagine appena, folgoranti, scritte con la prosa raffinatissima ed elegante di Bufalino, capace di dare vita ad una sorta di giallo filosofico, un thriller metafisico fortemente simbolico dove il moltiplicarsi delle maschere va ben oltre il semplice disvelarsi dell’identità del cospiratore, che si cela sotto il nome di Padreterno, e fa di questo romanzo un labirinto letterario ambizioso ed avvincente come pochi.

Uno di quei rari romanzi che si bevono tutti d’un fiato ma che sarebbero da assaporare parola per parola… come un buon vino isolano, non necessariamente siciliano… un ottimo Cannonau per esempio.

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Scritto da: tomtraubert il 11 Dicembre 2009
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The dome, King

[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]

the domeQuando l’anno scorso Stephen King annunciò che il suo prossimo romanzo sarebbe stato un colosso di mille e rotte pagine l’accostamento immediato che in tutti noi Fedeli Lettori scattò automatico fu quello con altri due classici amatissimi e ipertrofici della produzione kinghiana: l’apocalittico L’ombra dello scorpione e il sontuoso It.

Inutile perciò sottolineare quanto l’attesa al varco per questa nuova fatica del Re fosse carica di aspettative. Dirò subito che questo ritorno alle proporzioni epiche di fatto non delude, anzi, ma il tempo è passato e se è vero che questo lavoro prende le mosse da un progetto abortito del 1976, allora provvisoriamente intitolato The cannibals, questo è Stephen King nel 2009, uno scrittore pessimista e incazzato, e The dome (Under the dome nell’originale) è quindi un romanzo assai diverso dai suoi predecessori.

La trama è presto detta: una piccola cittadina del Maine (Stephen torna a giocare in casa) si ritrova da un momento all’altro prigioniera di una barriera impenetrabile e trasparente, una misteriosa cupola (in inglese dome appunto) la taglia fuori da tutto il resto del mondo e la piccola comunità si ritrova isolata, in balia di se stessa e costretta ad affrontare oltre ai problemi materiali della situazione anche i propri ben più pericolosi demoni interiori.

Stilisticamente teso come una corda di violino, qui non c’è spazio per le divagazioni liriche e introspettive tanto care all’autore, l’atmosfera è programmaticamente claustrofobica e anche il lettore è costretto a confrontarsi con le miserie della natura umana che la situazione estrema porta ben presto a manifestarsi. Il primo riferimento immediato va a Il signore delle mosche di Golding, peraltro citato esplicitamente, ma King porta il tutto anche in molte altre direzioni, la sua messinscena narrativa è solo un pretesto per dare vita ad un’allegoria sull’uso del potere, sui comportamenti di massa, sulla demagogia della politica e della religione organizzata… in ultima analisi sui fianchi deboli della società americana e non solo. E peraltro inquietantemente attuali.

Spietato e pessimista, King ci parla di coraggio e viltà, di bene e male, di responsabilità individuale e dittatura, mettendoci di fronte all’orrore più grande, quello che sa celarsi nel fondo dell’animo di ognuno di noi. E nonostante tutto lo fa con un romanzo avvincente come pochi, un racconto corale dove le sorti dei molti protagonisti si intrecciano indissolubilmente fino a condurci ad un finale spiazzante ma fortemente simbolico.

Un finale che lascia spazio alla speranza naturalmente, altrimenti non sarebbe King, ma che comunque non fa sconti e lascia riflettere a lungo. Tullio Dobner, che come sempre ci traduce con passione e bravura il lavoro di King, ha detto che è un romanzo che si beve come una fresca aranciata d’estate… vero.

Sappiate solo che è un’aranciata un po’ amara. In alternativa potete sempre abbinarci un vigoroso Aglianico.

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Scritto da: tomtraubert il 26 Novembre 2009
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Io volevo Ringo Starr, Pasquini

io volevo ringo starr - PasquiniNell’underground fiorentino c’è gruppo emergente che suona un buon rock: The Smugness parola che in inglese sta per “mediocrità soddisfatta di sé”, vanagloria. Al microfono Tommy Boyler, pieno di sensibilità e romanticismo. Alla batteria Mejer, nella musica e nella vita anticonformista e sperimentatore.

Al basso Gabo, problematico ma solido punto di riferimento. E alla chitarra Vanni, sempre perso nei suoi pensieri, diviso tra storia e filosofia, tra Gavrilo Princip e Arthur Schopenhauer. Vanni che ci racconta i sogni, le paure, l’amore, la vita e la morte di un gruppo di giovani musicisti di provincia. Vanni che in quattro quarti ci fa sentire la musica della sua esistenza…

La trama di Io volevo Ringo Starr di per sé non è nulla di speciale: le vicende di un gruppo di amici che hanno formato una band e che suonano dove capita in attesa di una buona occasione. Una storia normale che ha come protagonisti ragazzi come tanti, nei quali in molti si riconosceranno.

La parte preminente del romanzo sono le riflessioni del protagonista su ciò che è attorno a lui e dentro di lui. In maniera ora ironica ora filosofica Vanni, racconta la sua visione della storia, della volontà (come la intendeva Schopenhauer), dell’amore, della vita e, soprattutto, della musica. La musica vista come mezzo per elevarsi oltre la mediocrità auto-compiaciuta (Smugness) tipica della nostra società.

Il romanzo di Daniele Pasquini scorre gradevole e veloce come una bella musica, tranne che in alcuni punti, dove rallenta in complesse elucubrazioni simili ad alcuni assolo di chitarra (per restare in tema). Io volevo Ringo Starr è un’opera matura e riflessiva sulla musica e la vita e, perciò, la consiglio a persone mature e/o amanti della buona musica.

Per inciso io sono immaturo e musicalmente ignorante, però il libro mi è piaciuto

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Scritto da: Axel Raven il 19 Novembre 2009
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In Villa, Maugham

in villaIn Villa è una di quelle chicche che finiscono in libreria quando una casa editrice come Adelphi decide di avviare la pubblicazione dell’opera completa di un autore di qualche decennio fa: ci si ritrova così tra le mani titoli poco conosciuti, magari mai editi prima che si rivelano della autentiche sorprese.

Per fortuna (almeno mia, perché è un scrittore che amo molto) nei piani della celebre casa editrice è finito anche William Somerset Maugham, ed è così che, accanto alle sue opere più famose delle quali la ristampa non è mai cessata, nel 1999 è apparso in Italia questo piccolo romanzo di oltre cinquant’anni prima.

Siamo a Firenze e Maugham utilizza uno schema che si ripete, preciso, in tanta letteratura anglosassone del periodo: abbiamo un gruppo di inglesi che coltiva chiuso come un’ostrica le sue abitudini d’oltremanica e abbiamo gli italiani e l’Italia. Entrambi come sempre sullo sfondo, sfuggenti come tutti i personaggi di puro contorno: nel caso dei primi relegati al solito ruolo di domestici o simili, in ogni caso di sottoposti, con buona pace di qualsiasi spirito di uguaglianza tra i popoli e nel caso della seconda… assurta al ruolo di probabile, vera indiziata.

Eh sì, perché il clima della nostra penisola, notoriamente molto diverso da quello della Gran Bretagna, sembra agire sugli inglesi minando il caratteristico aplomb: agli entusiasti ammiratori di Camera con Vista di Forster sa di già sentito, lo so, ma è quello che accade con molta classe anche in questo romanzo, non con tale evidenza e, in ogni caso, con sviluppi completamente diversi.

Così, nella Villa signorile che dà il titolo al romanzo, le cui terrazze guardano sulla cupola del Duomo di Firenze, un’estate calda e afosa sembra liberare delle inibizioni, rompere alcuni equilibri e consumarsi in un atto d’amore e poi di sangue che cambierà per sempre il corso della vita della giovane e bellissima Mary.

Un libro breve, dall’aspetto lezioso ma che più o meno a metà si rivelerà tutt’altro; allora lo definirete in vari modi, di sicuro non una lettura leggera, non fosse altro per l’atmosfera da tragedia greca che aleggia nella Villa e, soprattutto, nell’animo della non così prevedibile protagonista.

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Scritto da: Only il 18 Novembre 2009
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Il segreto di Caspar Jacobi, Ongaro

Il segreto di Caspar Jacobi – Alberto OngaroNon parlerò mai abbastanza, e abbastanza bene, di Alberto Ongaro. Quando la libreria piange e ho voglia di leggere un bel romanzo, ben scritto, originale, avvincente, vado a cercare fra i suoi titoli qualcuno di quelli che non ho letto, sapendo che ben difficilmente ne sarò deluso. È successo così anche con Il segreto di Caspar Jacobi.

Ottimo racconto incentrato sul rapporto fra realtà e rappresentazione, fra vero e romanzesco, Il segreto ci presenta Ongaro ancora una volta alle prese con un gioco di specchi fra autore e personaggi, impegnato in una partita a scacchi col lettore che può ricordare per certi aspetti La taverna del Doge Loredan.

Il protagonista qui è Cipriano Parodi, un giovane scrittore veneziano che ha da poco pubblicato un romanzo d’avventura e che sembra essere all’inizio di una promettente carriera. Ma ben presto il destino ha in serbo per lui una svolta imprevedibile: quando Cipriano trova nella cassetta della posta una lettera di Caspar Jacobi, la sua vita è destinata a cambiare per sempre.

Jacobi è infatti uno scrittore di enorme successo, vive negli Stati Uniti, pubblica in tutto il mondo, vende milioni di copie. E invita Cipriano a New York per incontrarlo. Il perché è presto svelato: al giovane scrittore viene infatti chiesto di unirsi alla squadra di ghost writer che lavora per Caspar Jacobi, il quale, come un novello Dumas, è a capo di una “bottega” che produce incessantemente romanzi, commedie, sceneggiature, racconti, che archivia storie, trame, intrighi e personaggi, costruiti, ricostruiti e assemblati da una macchina creatrice implacabile.

Fra i due si crea ben presto un rapporto ricco di ambiguità e di contrasti, la figura di Caspar Jacobi è misteriosa e vampiresca, si ammanta di segreti che per Cipriano diventano poco a poco un’ossessione: la foto di una bellissima e sconosciuta moglie, un passato oscuro e impenetrabile celato dietro le poche righe di una biografia ufficiale, gli ineffabili legami che sembrano unire i due in un destino sempre più indissolubile.

Il meccanismo di scatole cinesi che Ongaro mette in scena è piuttosto abile; giocando col lettore come il gatto col topo l’autore ci mette di fronte agli ingranaggi scoperti del racconto, fino a condurci a un finale assolutamente spiazzante, tanto più soddisfacente quanto più nega e sconfessa le nostre attese tanto abilmente sobillate. La vittoria finale del narratore.

Da leggersi in scioltezza, con un assai romanzesco Recioto di Soave.

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Scritto da: tomtraubert il 5 Novembre 2009
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