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La Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria si è svolta, come ogni anno, a Roma. Uno sopra l’altro, a farsi largo tra la gente e gli stand al Palazzo dei Congressi, all’EUR. Lì c’ero anch’io. Con delle superga gialle impossibili da ignorare se guardi per terra, un po’ sporche in punte perché, nel caos, qualcuno prima o poi ti calpesta. Sì, c’ero anche io e sono andata a conoscere e rubare del tempo ad alcuni editori, piccoli e medi per eccellenza. Sono editori con cui Liblog ha collaborato in passato, o per i quali abbiamo avuto come gruppo un occhio di riguardo, perché a noi piacciono le cose belle, e le cose belle bisogna farle conoscere.
Quello che ho cercato di fare, con questi brevi incontri, è un tentativo di presentarveli discretamente, e lasciare che siate voi a capire perché li amiamo tanto. Ed ecco a voi il primo.

È una fortuna che Ilaria Mazzeo sappia essere così delicata, perché la storia che ha scelto di raccontare sarebbe capace di stringere il cuore a chiunque. Ho voluto che ad accennarmi la trama fosse la stessa autrice, prima ancora di affidarmi alla quarta di copertina, e mi ha convinta, subito. Sono appena un centinaio di pagine, ci si districa facilmente di momento narrativo in nuovo capitolo. Il silenzio perfetto aleggia durante tutta la narrazione, come un’incombenza e anche come unica scappatoia.
Ginevra, protagonista e narratrice, è ordinata, corretta, volenterosa. Ma si sa, è alle brave persone che di solito crolla il mondo addosso. La scomparsa del fratello è un gradino troppo alto da riuscire a salire sola, un nuovo amore si offre come appoggio per superare l’ostacolo ma non basta, e non è mai sicuro. Non c’è niente di sicuro all’infuori di noi stessi, quando dobbiamo sciogliere nodi così grandi. Ginevra ha solo Ginevra, e un grande lavoro da fare su sé stessa per sopravvivere, prima, e tornare a vivere come possibile.
Ilaria Mazzeo è di Pistoia ma Roma oramai la conosce, quanto basta da fare in modo che la sua Ginevra ci si muova con discrezione, semplicità, e quella camminata di chi – e cito – sembra sapere sempre dove sta andando.
La struttura è semplice, consente di lasciare il libro e riprenderlo in mano quand’è il momento (la storia richiede una certa attenzione al dettaglio, la lettura ho preferita relegarla a un momento di quiete e consiglio vivamente il prossimo di fare altrettanto) e il linguaggio scivola di parola in parola come in una lunga discesa innevata.
L’autrice è capace di rendere tangibili i personaggi che ci presenta, attraverso descrizioni più o meno dettagliate, ma soprattutto sfruttando un effetto immediato di slittamento del lettore nei panni della protagonista della storia, o quantomeno – ritengo – rivelandosi in grado di scatenare un vivo interesse nei confronti della vicenda (meglio dire, forse, delle vicende) vissuta attraverso Ginevra, che diviene quindi catalizzatore oltre che io narrante.
La scrittura è lineare, scarna e, mantenendo la capacità di dare enfasi alle parole, Ilaria non pecca mai di retorica gratuita o pomposi monologhi interiori inutili. Qualità, ad oggi, rarissima.
Quando intorno a me c’è chi magnifica un autore (diciamo a livelli da fan) mi trovo sempre in difficoltà e procrastino la lettura il più possibile: ho paura di non trovare il libro così interessante come mi è stato descritto e di deludere chi mi è caro. Per questa volta mi sono salvata, perché non è difficile apprezzare Francesco Dimitri, e leggendo La ragazza dei miei sogni posso dire al suo fan che è davvero talentuoso, questo coetaneo immaginauta.
Uno dei punti di forza, quando si scrive una storia dell’orrore, è riuscire a evocare sensazioni raggelanti da ambientazioni tutto sommato conosciute, illuminare le piccole cose quotidiane da un’angolazione misteriosa e oscura. Dimitri ci riesce benissimo, trasformando Roma in un perfetto scenario per il suo incubo.
Il protagonista, infatti, vive e lavora lì, nella più banale tranquillità delle sue occupazioni, famiglia, studio, lavoro. Forse è una vita un po’ sfigata, senza veri rapporti umani – esclusa la sorellina di appena sette anni – e permeata di grande goffaggine, un amore non corrisposto e un po’ di sfruttamento da chi gli sta intorno. Decisamente un personaggio con cui identificarsi poco, almeno all’inizio.
Man mano che la narrazione procede ci ritroviamo invischiati nei suoi sogni e nel loro realizzarsi: l’incontro con una ragazza meravigliosa che ha occhi solo per lui, le coincidenze e le casualità che sembrano complottare per la sua felicità e una quantità di piccoli inspiegabili eventi. Il tutto, però, comincia ad assumere un aspetto sinistro finché una serie di morti non porterà il nostro protagonista a dubitare della propria sanità mentale e ad accettare la presenza di un mondo magico che si interseca con la realtà che conosce.
L’autore riesce a rendere moderna e credibile la figura del mago e a raccontare il tutto con uno stile pulito, essenziale: non c’è posto per il barocco nella sua scrittura. È solo la grande abilità narrativa a rendere l’atmosfera gotica e creare suspense, ma soprattutto a dare credibilità a ciò che, per sua natura, non ne ha. La lettura procede spedita e la curiosità fa andare al galoppo, specialmente nell’ultima parte, anche se – vi avviso – non tutti gli enigmi avranno soluzione.
Un buon libro per chi non crede al caso e al “troppo bello per essere vero”. E per chi diffida del fantastico: sarà una piacevole sorpresa.
Esattamente trent’anni fa usciva per la Biblioteca Umoristica Mondadori Più bello di così si muore, di Antonio Amurri. Ho ripensato a questo divertente romanzo umoristico non a caso, in questi giorni in cui la parola trans è diventata all’improvviso la più usata in telegiornali e quotidiani, giorni in cui anche le nostre nonne stanno diventando esperte e dissertano amabilmente sulle differenze fra viados e transessuali.
Questo libro invece racconta una storia di quando la chirurgia estetica era ancora agli albori, o era comunque meno accessibile, e di quando per i viali delle città auto insospettabili potevano fermarsi a raccogliere, al massimo, un travestito.
E il travestito in questione è il protagonista del romanzo, Spartaco, un bel ragazzo romano di borgata, aspirante attore, aspirante fotomodello, aspirante tutto, squattrinatamente sposato da due anni con l’altrettanto borgatara Amelia. Per fare fronte alla situazione economica disastrosa e alle insoddisfazioni della moglie Spartaco, in breve, viene spinto dai suoi familiari stessi alla ben remunerata carriera in oggetto, ma la sera del “debutto” è anche la sera in cui Spartaco incontra Nereo, un ricco quanto ingenuo quarantenne che se ne innamora perdutamente e questo ovviamente da il la a una commedia degli equivoci narrata col consueto garbo di Amurri e con un umorismo non greve ma che fortunatamente non conosceva ancora l’incubo del politically correct.
Tra considerazioni divertenti sul tema “a chi può interessare andare con un travestito”, spruzzate di critica sociale (la famiglia che si vende per i propri sogni di benessere posticcio) e scorci gustosi di una Roma e di un’Italia dove poco, pochissimo, è cambiato (al massimo si è un pochino aggiornato), Più bello di così si muore si fa leggere ancora oggi col sorriso sulle labbra.
Il libro poi aveva i meccanismi perfetti della commedia all’italiana, tant’è vero che ne fu tratto un film, diretto da Pasquale Festa Campanile e interpretato da un Enrico Montesano che, se non era esattamente il ritratto della bionda bellezza efebica descritta su pagina, era però all’epoca uno degli attori più in luce dello star system nostrano. Il successo del film fece sì che il libro avesse anche un seguito, fatto infrequente nella narrativa italiana, intitolato Dimmi di zì.
Ovviamente anche questo romanzo è introvabilissimo, ma se avete la fortuna di incapparvi, in qualche bancarella o in qualche biblioteca, è consigliato, magari accompagnato dalla vivacità di un Raboso, a tutti gli amanti dell’umorismo su carta.
Tengo molto a pubblicizzare un’iniziativa di Round Robin che si ripete nel tempo e a cui potrete aderire anche durante Più libri più liberi a Roma:
UN LIBRO TI FA EVADERE – Torna la raccolta in fiera di libri nuovi e usati da destinare alle biblioteche delle carceri.
Porta un libro da regalare ai detenuti presso il nostro stand A27! Donando in questo modo un libro ai reclusi si ottiene inoltre il diritto di acquistare un titolo a scelta dal nostro catalogo godendo del 50% di sconto.
Un libro ti fa evadere è un’iniziativa volta a promuovere la lettura e la cultura nelle carceri, e si pone come obiettivo quello di donare libri (nuovi o usati) alle biblioteche degli istituti penitenziari, e/o di crearne di nuove laddove queste non fossero presenti.
La convenzione è già attiva con l’Istituto Penitenziario di Paola (CS) e con la Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli (NA) per i quali sono stati già raccolti oltre 400 titoli.
Aderite numerosi!
Due eventi in concomitanza, da sabato 5 fino a martedì 8 dicembre, uno a Roma l’altro a Milano: Più libri più liberi e il Salone del libro usato.
La prima manifestazion, a Roma, per tutti quelli che vogliono avvicinarsi al mondo della piccola e media editoria, stando sempre attenti, come dicevo l’anno scorso, al fatto che ci sono sia editori sia stampatori,; il mio consiglio personale è sempre di incoraggiare i primi e saltare i secondi, le vostre letture ne gioveranno e anche il sistema dell’editoria italiana.
Il secondo evento, a Milano, per chi è a caccia di libri fuori commercio, antichi o rari. Se cercate la chicca o il libro che avevate letto da piccoli e mai più ristampato, questo è il posto che fa per voi.
I dettagli sono qui per Roma e qui per Milano, buone letture!
Con un titolo così, e una copertina “evidente”, non potevo non farmi attirare da questo romanzo fuori dagli schemi, Milingo contro tutti. È stato un modo per conoscere una nuova casa editrice e cambiare orizzonte di lettura, ma soprattutto è stata una sorpresa: è uno dei migliori incipit che abbia letto quest’anno, frizzante, intrigante, ben scritto.
Filippo Anniballi scrive da molto, ma è al suo primo romanzo (edito da Ad est dell’equatore) e si cimenta con la vita disordinata e improbabile di Filippo Sanzini in una Roma più onirica che reale, un misto tra l’allucinazione da droghe e un’immaginazione un po’ paranoica.
La narrazione è fatta di flussi continui raccolti in macrocapitoli, ognuno con una funzione precisa e con titoli che fanno già capire il tono generale: “Heidi tra incesto ed eroinomania” è il primo, quello che introduce il protagonista e la sua sregolata attività mentale, iniziando a descrivere una routine quotidiana con comparse che si fatica a collocare tra immaginario e reale.
Il personaggio principale è a tutti gli effetti un narratore inaffidabile, uno da cui non si sa mai se si ottiene la verità o un parto di una mente contorta e obnubilata da sostanze psicotrope di ogni tipo; di più, un cinico, uno che ironizza – talvolta un po’ acido – su tutto e su tutti.
Subito dopo la presentazione del nostro uomo inizia il romanzo vero e proprio, con un incarico da thriller classico: ritrovare la ragazza smarrita all’estero e ricondurla sana e salva dai suoi genitori in attesa. Ma nulla in questa storia è normale o tipico, a partire dalla ragazza che, invece di essere la solita bellezza perfetta è, a sentire Filippo, “un cesso”. La ricerca di Priscilla Maruscini è il motore di una nuova azione, spostata stavolta a Londra, e di nuove follie.
Quasi dimenticavo il Milingo del titolo: beh, sappiate che il famoso Monsignore esorcista, ovviamente rivisitato dalla fantasia allucinata di Sanzini, ricopre un ruolo tutt’altro che marginale e sarà fondamentale specialmente nella frenetica azione conclusiva. Di più sulla trama non posso e non voglio dirvi, per non rovinarvi i piccoli colpi di scena disseminati lungo il testo.
Il romanzo è una continua iperbole, psichedelico come già preannunciato dal colore della copertina e dal tono dell’immagine. La scrittura ricorre spessissimo a metafore, ben congegnate e inusuali, deliranti quanto il protagonista, metafore funzionali a far entrare il lettore nella sua mente. Lo stile è scoppiettante, con pagine che passano da un argomento all’altro senza tuttavia dare l’impressione di incoerenza.
Un ottimo avvio, per Anniballi, e una lettura piacevole per conoscere Ad est dell’equatore.
Vi segnalo oggi un corso organizzato da Oblique studio (per tornare su un tema discusso già qui e qui):
Il corso di scrittura non creativa (Snc) non insegna a scrivere narrativa perché sarebbe impossibile.
Lo scopo è piuttosto migliorare la sensibilità degli allievi nei confronti della forma e del contenuto di uno scritto.
Ci si concentrerà sulle caratteristiche essenziali della scrittura che funziona: efficacia, densità, controllo della complessità, chiarezza del messaggio, livelli e stratificazione della comunicazione.
I punti di partenza sono l’ascolto, la lettura critica e la voglia di migliorare un testo.
Il punto di forza del corso è il corpus delle esercitazioni e le correzioni delle stesse effettuate sia collettivamente sia e soprattutto individualmente con la possibilità di impostare percorsi di miglioramento specifici.
Il corso si rivolge a tutti coloro che vogliono migliorare la propria scrittura dal punto di vista della consapevolezza dei propri mezzi.
Gli autori i cui testi saranno oggetto di casi di studio sono: Borges, Manganelli, Kundera, Wilson, Calvino, Calasso.
Il costo è potrebbe sembrare alto, ma sono dieci giorni di intense lezioni. E partono dall’ottimo principio che è bene studiare i migliori scrittori moderni, la struttura, lo stile, per poi eventualmente scrivere qualcosa di proprio.
Se devo essere sincera, quando ho iniziato la lettura di Pan le premesse non erano delle migliori: il libro mi è stato regalato da un’amica a cui non è piaciuto affatto e lo considerava uno spreco di spazio. Detta così, potrebbe sembrare una lettura catastrofica ma per quel che mi riguarda è il contrario. Anzi, mi spingerò a dire che, nel panorama fantastico italiano, la voce di Francesco Dimitri è quella che fino a questo momento mi ha convinta di più.
Pan è un nome che dovrebbe essere familiare sia agli appassionati di letteratura infantile sia agli esperti di mitologia greca: ai primi ricorderà certamente il celeberrimo Peter, il bambino che non voleva crescere le cui avventure ci sono state narrate da James Barrie; ai secondi verrà in mente, invece, il satiro chiamato “Fauno” dai romani, un dio minore al seguito di Dioniso, capace di scatenare i sensi degli esseri umani e privarli di ogni vergogna e forma di controllo.
Nel Pan di Dimitri, edito da Marsilio, c’è un po’ di entrambi. La storia richiama, infatti, gran parte dei personaggi del romanzo di Barrie: i tre fratelli Wendy, Giovanni e Michele, la fata Tincker Bell, i Bambini Perduti ed i pirati che si muovono e si scontrano sullo sfondo di Roma anziché di Londra. Esiste anche un’Isolachenoncè, un luogo di magia e mistero dove solo i bambini e i moribondi riescono ad andare.
Naturalmente, ci sono anche Peter ed Uncino, gli eterni rivali, ed è nella loro lotta che l’autore inserisce l’elemento mitologico trasformandoli in due antiche divinità: Pan, il dio dello sconvolgimento sensuale, e Greyface, la sua nemesi, colui che, in nome dell’ordine e della repressione, persegue il fine dell’annichilimento totale della razza umana.
Paganesimo e fiaba si fondono in un gioco di equilibrio che a Dimitri riesce assai bene: è ottima e interessante, infatti, la sua caratterizzazione degli Aspetti, ovvero i luoghi in cui ogni spirito può muoversi ed agire. Per lo scrittore ce ne sono tre: la Carne (cioè la nostra realtà), l’Incanto e il Sogno.
I personaggi principali sono circondati da un numero incalcolabile di spiriti, antichi come quello del fiume Tevere o nuovi come Asfalto e Metropolitana: questi elementi vanno a formare il corpo ed il cuore della Madre Città, Roma, a cui l’autore dedica più volte il suo pensiero, considerandola fonte di Sogni ed Incanto. Proprio per l’ambientazione mi è venuto spontaneo definire tra me e me Francesco Dimitri come l’antiMoccia, e nel dirlo penso di fargli un grande complimento.
Nella descrizione degli spiriti della città, inoltre, ho ritrovato un’eco di American Gods di Neil Gaiman e, anche se non penso che si tratti di un omaggio voluto, la spinta narrativa verso il Meraviglioso mi sembra comune ai due scrittori. Per questo, sono decisa a tenere d’occhio questo giovane autore: seguo il suo blog e sono ansiosa di leggere la sua prossima fatica, Alice, sperando che mantenga le promesse, caso in cui ci troveremmo davanti – finalmente – ad un ragazzo in grado di non farci rimpiangere la narrativa fantastica straniera.
Da oggi e per i mesi estivi la pagina eventi sarà più scarna: i grandi eventi letterari riprendono infatti tutti a settembre, mentre luglio e agosto sono lasciati più allo svago e al dolce far nulla. Beh, comunque abbiamo i nostri libri da spiaggia, no?
- da sabato 27 giugno – Roma
Alle 18 di oggi, con l’inaugurazione a Piazza del popolo, si apre Roma si libra, la festa dell’editoria romana, al suo primo appuntamento. Promossa dalla Federlazio, con il Patrocinio dell’Unesco e del Ministero dei Beni Culturali, per nove giorni animerà la vita culturale romana con esposizioni e appuntamenti.
- sabato 4 luglio – Settimo Milanese (MI)
Anche quest’anno il XII+LTN Party si terrà a Palazzo Granaio, a partire dalle 21 per proseguire fino a esaurimento eventi: si svolgeranno durante la festa le premiazioni dei concorsi Circo Massimo 2009, INarratori 2008, Rondò Veneziano e l’ultima edizione del NeroPremio. Il tutto condito con buona musica, ottima compagnia, scherzi crudeli, birra e cibarie a volontà.