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Il Libro dei Teschi, Silverberg

Scritto da: il 31.01.11 — 1 Commento
Ah, l'immortalità! Una chimera che l'uomo ha sempre ricercato, attraverso magia, misticismo e scienza, in tutti i modi possibili. Vivere per sempre, immutabili, cavalcando i secoli sempre in forma, senza invecchiamento, senza decadimento fisico. Su questa ricerca è imperniato Il Libro dei Teschi, romanzo di Silverberg non molto conosciuto. Quattro giovani americani, ognuno appartenente a una nicchia sociale ben distinta, si ritrovano a condividere gli anni del college e una scoperta che li porterà a compiere il viaggio "della vita". Un inizio un po' banale, se vogliamo, già visto e sentito, ma con sviluppi decisamente inaspettati. Si tratta infatti della ricerca dell'immortalità seguendo le indicazioni di un libro trovato da Eli, quello che, tra loro, possiamo identificare come l'intellettuale, stereotipicamente ebreo, solitario, smilzo. Il Libro dei Teschi infatti racconta loro del percorso e dei Misteri da percorrere per diventare immortali, recandosi in un monastero sperduto nel deserto americano. Sembrano esserci tutti gli elementi per un romanzo d'avventura, mentre invece è l'introspezione la chiave di tutto: ognuno di loro durante il viaggio esplorerà se stesso e le sue motivazioni, con un percorso di formazione dagli esiti niente affatto scontati. Oltre al nostro ebreo non potevano mancare gli altri stereotipi americani: Oliver, il ragazzone del Kansas, campagnolo e belloccio, ossessionato dalla perfezione e dalla rimozione di quegli aspetti di sé poco meno che virili; Timothy, aristocratico americano con i suoi atteggiamenti di noia ostentata e una vita già scritta per lui fatta di feste e country club; infine  Ned, poeta e omosessuale, con un disastro familiare alle spalle e mille segreti nella mente. Da subito però colpisce una condizione "speciale" in questo percorso: secondo il nono mistero due di loro diventeranno immortali e due dovranno morire, uno suicida e l'altro ucciso dai sopravvissuti. Su questa tensione si gioca la partita mentale tra i quattro. E dopo ...

L’Uccello del Sole, Smith

Scritto da: il 17.08.10 — 7 Commenti
Per molti anni, sbagliando, ho considerato Wilbur Smith solo come un autore di quelli che chiamo “best seller da supermercato”,  che si trovano anche nel reparto libri in sconto dell’Ipercoop senza brillare per particolare qualità del testo. Devo dire che la lettura del romanzo L’uccello del sole, edito dalla TEA (e trovato, questo sì, all’Ipercoop) mi ha fatto finalmente cambiare idea. La storia si ambienta in Botswana e si dipana su due livelli. L’archeologo Ben Kazin si trova nello stato africano per seguire le ricerche della mitica città di Opet per conto del miliardario, mecenate ed amico Louren Sturvesant. Aiutato dalla brillante studiosa Sally, di cui si innamora, Ben si avvicina alla scoperta della sua vita: i resti della città, dai quali si evincono le vicende che l’hanno portata all’ascesa e alla distruzione, inesorabilmente legate al destino del re Lannon Hycanus, del grande sacerdote Huy Ben Amon e della bellissima sacerdotessa Tanith. Immediatamente il lettore viene portato a ricollegare gli avvenimenti del presente con le vestigia del passato, la cui trama si svela nella seconda parte del libro in una sorta di “romanzo ombra” in cui si muovono coloro che sembrano le incarnazioni precedenti dei protagonisti. Il triangolo amoroso è funzionale ad approfondire la psicologia dei personaggi ed è motore di una serie di intrighi e misteri che tengono il lettore incollato alle pagine. Il rapporto di amicizia e rivalità tra i due personaggi principali Ben – gobbo, intelligente e sensibile – e Louren (bellissimo, ricchissimo, ma arrogante ed impulsivo) è anch’esso un punto di forza del romanzo per quanto riguarda lo sviluppo  della trama perché conferisce al testo una inaspettata profondità e serve a rendere poetica e struggente anche l’eco che se ne ha nel passato, quando il re ed il Grande Sacerdote arrivano quasi ad odiarsi per l’amore di una donna seppur meritevole ...

Parker Pyne indaga, Christie

Scritto da: il 05.07.10 — 3 Commenti
Nell'enorme produzione della Christie, fra coppie di investigatori, vecchie signore e detective pignoletti, c'è qualcuno che non ha mai avuto grande rilievo, ma che mi è tornato in mente guardando qualche puntata della serie americana The Mentalist: Parker Pyne, statistico in pensione. A metà tra il giallo e il rosa Parker Pyne indaga è una raccolta di racconti nettamente divisa in due: da un lato la risoluzione di problemi delle persone, nei primi racconti, dall'altro la soluzione di casi anche complessi di omicidio. Il protagonista, dopo aver passato l'intera vita a compilare statistiche, ha catalogato l'infelicità umana in cinque tipologie, che non illustra mai completamente: basandosi su questa tassonomia apre un'agenzia la cui pubblicità recita "Siete felici? Se la risposta è no, consultate Mr. Parker Pyne, Richmond Street, 17". I primi racconti sono incentrati proprio su questa ricerca della felicità: chi vuole un brivido nella sua vita, chi vuole vivere un amore travolgente, chi cerca alternative alla propria vita soffocante. Avvalendosi di diversi collaboratori a seconda del caso, Mr. Pyne non sembra poter fallire, anche se a volte capita qualche imprevisto sulla sua strada, effetti collaterali che non era possibile anticipare. La seconda metà del libro, invece, riprende la via del giallo, con misteri, omicidi, intrighi che accompagnano il nostro eroe appena esce fuori dall'ambito urbano: durante i suoi viaggi in oriente è fortunato come la famosa "signora Fletcher", a ogni passo muore qualcuno intorno a lui. Non c'è da temere, però: con la stessa sobrietà e professionalità con cui aveva risolto casi di cuori infranti e casalinghe annoiate, Parker Pyne risolve ogni tipo di delitto, per quanto arzigogolato o incomprensibile possa apparire. Di tutta la produzione della celeberrima giallista inglese, questo è forse il libro più leggero, grazie anche a trovate piuttosto simpatiche e alla presenza di un piccolo cameo, la scrittrice Ariadne Oliver, che ...

La tomba di ghiaccio, Berry – The Lo Re Report

Scritto da: il 19.04.10 — Comments Off
Col permesso dell'autore riporto dal blog The Lo Re Report delle considerazioni sui romanzi venuti dal freddo, scritte da Carlo Lo Re: Ghiaccio sulle dita, ghiaccio nella mente, ghiaccio nel suo sguardo assente (Robert Service, La ballata del blasfemo Bill) Non è un capolavoro La tomba di ghiaccio dell’americano Steve Berry, ma ha dei punti di forza. L’ambientazione (parzialmente) antartica, molti colpi di scena, una scrittura non piatta. La trama è semplice: nei primi anni ‘70 un sottomarino statunitense in avaria non viene soccorso e l’equipaggio viene lasciato morire. Decenni dopo il figlio del comandante, un ex agente dei servizi americani ormai congedatosi, decide di indagare i perché di tale cinica scelta da parte della US Navy e si ritrova in un vortice di intrighi ad altissimo livello. Sullo sfondo, la ricerca di una civiltà ancestrale sconosciuta. Berry non è nel gotha degli scrittori di action thriller e spy story. Non è Dan Brown, non è Ken Follett, non è Stephen King. Ma ha un suo zoccolo duro di lettori che apprezzeranno anche in questa prova la sua capacità di aprire finestre continue e tenere in piedi fino alla fine 3-4 sottoinsiemi narrativi tutti di un certo interesse. A tratti risulta un libro un po’ noioso e da metà in poi si inizia a sospettare che 550 pagine siano troppe (anche se ormai sembra quasi una misura standard per questo genere di romanzo), ma in conclusione tutti i fili si ricongiungono e non ci si pente di averlo iniziato. Steve Berry, La tomba di ghiaccio (The Charlemagne Pursuit, Random House, New York, 2008), Editrice Nord, Milano, 2009, pp. 551, euro 19.60.

Ogni cosa è illuminata, Foer

Scritto da: il 14.01.10 — 2 Commenti
L’altra sera mi stavo producendo in un indolente e piuttosto inutile zapping televisivo, nella speranza che mi inducesse ad andare a dormire, assecondando l’ora piuttosto avanzata della notte, quando fra i numerosi improbabili protagonisti della televisione notturna (a proposito: ma è possibile che i politici ci siano a tutte le ore, anche quando ci sono ormai in giro solo spogliarelliste e televenditori? Mah) ho visto tre volti conosciuti. E un cane. Chissà perché, prima ancora di riconoscere Elijah Wood avevo già riconosciuto i protagonisti del film. Film che non avevo mai visto. Però loro sì, li avevo già incontrati, in un bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata. Il film era quasi finito, quindi non so dirvi se sia bello o meno, ma bastò poco per farmi tornare alla mente con piacere il memorabile viaggio nello spazio e nel tempo narrato nel libro. Libro a più voci, a più registri, che comincia con uno che a leggerlo vi pare di sentire parlare Borat e finisce con alcune delle pagine più autenticamente toccanti che si possano leggere su una tragedia del passato. E sulla memoria. In breve, il libro racconta del viaggio di un giovane studente, un giovane ebreo americano che approda in Ucraina alla ricerca delle storie della sua famiglia, e in particolare di una donna che cinquant’anni prima avrebbe salvato suo nonno da un massacro nazista. Il viaggio lo vede accompagnato dal giovane Alex, da suo nonno, autista cieco dell’auto della “Viaggi Tradizione” e da una cagnetta. Ma come dicevo il romanzo si svolge anche nel passato di un piccolo villaggio ucraino, nella Trachimbrod del 1700, e poi negli anni della tragedia bellica. Questo dà modo a Foer di alternare almeno tre differenti registri, quello fortemente ironico, grottesco, leggero, dai risultati spesso esilaranti di Alex; quello favolistico, quasi surreale ...

Parola di Marco Mamone Capria

Scritto da: il 18.03.09 — 5 Commenti
Il libro di Ruesch racconta una storia che tutti dovrebbero conoscere su quello che chiama «il Kombinat Chi-Me-Vi» (cioè il complesso chimico-medico-vivisezionista). [...] Ruesch descrive ed esemplifica con grande chiarezza il fondamentale conflitto di interessi di un'industria che, da un lato, si presenta come ansiosa di curare la popolazione mondiale e migliorarne la qualità della vita, ma che d'altro lato deve la sua prosperità economica precisamente al perdurare e moltiplicarsi delle malattie. L'ideologia propagandata a tutti i livelli per rendere i cittadini sottomessi a questa logica di profitto ha molti aspetti e livelli: il corpo umano viene rappresentato come radicalmente difettoso e bisognoso del soccorso medico fin dalla più tenera infanzia (nella forma delle vaccinazioni obbligatorie) o addirittura fin dal parto; si offre la farmaceutica come la chiave di volta della salute umana, e la "ricerca medica" come sinonimo di progresso in campo sanitario, esaltandone i risultati in maniera irrealistica e ingannevole; la consapevolezza delle cause modificabili di molte tra le malattie più diffuse viene rimossa, inducendo i cittadini a pensare, falsamente, che non si possa far molto per evitare che si ammalino (per esempio di cancro), e che in sostanza si può solo tentare di curarli una volta ammalati; la nozione di prevenzione è quindi snaturata trasformandola in quella, ben diversa, di diagnosi precoce, sostenuta mediante campane di esami (radiografici, per esempio) per intere popolazioni; tali esami, di cui nei casi più pubblicizzati (seno, prostata) non è mai stato dimostrato un vantaggio netto per la collettività, creano un perenne e di per sé debilitante stato di incertezza sulla propria salute, e producono spesso esiti ambigui o distorti, con la conseguente progressione a esami più invasivi e rischiosi; solo in pochi dei casi in cui le cause delle malattie sono collegabili allo stile di vita individuale (fumo, sedentarietà, alcol, droghe) capita di sentire pubbliche esortazioni ...

La figlia dell’imperatrice, Ruesch

Scritto da: il 09.02.09 — 2 Commenti
Dalla storia controversa, L'imperatrice nuda fu pubblicato nel 1982 da Rizzoli e subito ritirato dal commercio per l'eco suscitata; adesso è possibile leggere un lavoro simile, arricchito e aggiornato, finalmente tradotto in Italia (solo nel 2006): La figlia dell'imperatrice, di Hans Ruesch, lo stesso autore. Finalmente perché l'Italia è stato l'ultimo paese in cui si è riuscita ad avere una coraggiosa edizione di questo saggio che miete premi e consensi, ma anche ostilità da parte di una delle lobby più potenti del mondo, l'industria del farmaco. Sin dalle prime pagine l'autore chiarisce il suo punto di vista sulla sperimentazione animale, avallandolo con decine di esempi semplici ed efficaci e utilizzando l'immensa casistica di farmaci testati, approvati e messi in commercio con effetti nocivi di gravissima entità. La differenza rispetto ai soliti paradigmi animalisti, seppure perfettamente condivisibili, è che Ruesch non discute di etica o massimi sistemi, ma di medicina, confutando, invece che il lato morale, l'aspetto scientifico degli esperimenti, che risultano insensati quando non addirittura grotteschi. Perché quasi tutti pensano "beh, su qualcuno si deve sperimentare, meglio su un animale che su un uomo". Concezione falsa, dato che gli animali, persino i primati, non hanno la nostra stessa fisiologia: fosse stato per la sperimentazione animale (su porcellini d'india, gatti, topi e scimmie), la pennicillina sarebbe oggi messa al bando come deleteria, e l'arsenico sarebbe un medicamento. Come può un vitello fornire un dato veritiero sugli effetti di una sostanza sugli umani? Il risultato di questo modo di fare "ricerca" è di avere comunque inconsapevoli cavie umane. Tant'è che i bugiardini chiedono esplicitamente di riportare qualunque effetto collaterale, in modo che la casa produttrice impari sulle cavie migliori quali possono essere gli esiti di certe sostanze sul nostro organismo. Colpisce che Ruesch faccia nomi e cognomi, fornendo cifre, date, dettagli medici, liste di medicine inefficaci e persino ...

Cerca su Google

Scritto da: il 26.10.08 — 2 Commenti
C'è un posto per tutte quelle domande che non oseremmo fare nemmeno al nostro migliore amico, un posto dove spesso trovi una risposta, anche strampalata, ai tuoi dubbi più strani. Si chiama Google. Erede di Altavista, di Virgilio e di tutti i vecchi motori di ricerca online. Ma spesso le ricerche sono esilaranti, sgrammaticate, assurde. Lo sanno bene i blogger che, tra le voci che possono controllare sulle proprie statistiche, accedono anche alle chiavi di ricerca utilizzate per arrivare ai loro siti. Ecco allora nascere CercaSuGoogle, un blog che raccoglie le più esilaranti, improbabili, improponibili domande degli utenti a google, e che prova a dare delle risposte, ovviamente irriverenti. Ogni post ha per titolo la chiave di ricerca, completa dei suoi errori ortografici, sintattici e/o morfologici, così come è stata inserita dall'utente; il testo invece è la risposta semiseria, quasi sempre all'altezza della chiave trascritta. Ne esce una specie di piccolo campionario di follie, goffaggini e sbagli davvero esilaranti. Il tutto condito da post sarcastici e taglienti, fatti di voli pindarici o sentenze lapidarie. Inoltre si può ovviamente contribuire inviando le proprie chiavi di ricerca, segnalando una googlesearch particolarmente strana o imbarazzante e vedendola pubblicata, insieme al link al proprio blog. Peccato che io non ne abbia di stravaganti!
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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