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Franco Battiato è da sempre riconosciuto come il più mistico dei grandi cantautori italiani. La ricerca spirituale intrapresa fin dai primi anni 70 ha segnato un cammino artistico profondamente caratterizzato da tale costante tensione verso il trascendente.
Accanto al grande maestro di ironia e di citazioni avanguardiste che ha scritto album come La voce del padrone e L’imboscata, e successi da juke box per voci come Milva, Alice, Giuni Russo, che ha vinto Sanremo come autore, che ci ha fatto canticchiare sotto la doccia tanto i versi di un filosofo come Manlio Sgalambro quanto gli ombrelloni-oni-oni delle estati al mare, vi è l’ascetico autore di canzoni ispirate a stati di preghiera o di meditazione, titoli come L’ombra della luce, o L’oceano di silenzio, o di opere “classiche” dense di spiritualità come la Messa Arcaica o Genesi. Capace oltretutto di dissimulare precisi riferimenti esoterici anche in insospettabili canzoni (non canzonette però) pop.
È proprio questo aspetto del cantautore siciliano ad essere indagato in questo Battiato – Io chi sono?, libro-intervista curato da Daniele Bossari, il quale si cala nella parte proprio farebbe come un allievo che si accostasse a un grande guru.
E Bossari, che si dichiara in apertura interessato a sviluppare proprio gli argomenti spirituali e filosofici dell’opera di Battiato, si accosta a queste tematiche non certo elementari con visibile entusiasmo ma anche con una – peraltro dichiarata – conoscenza assai epidermica delle questioni.
Questo si riflette sul lavoro in maniera abbastanza evidente. Se da un lato l’allievo volenteroso si presenta documentato, sciorinando citazioni da testi ed autori di varia provenienza, e dall’altro il Maestro restituisce risposte spesso folgoranti e sintetiche ma altrettante volte tanto stimolanti quanto sibilline, il risultato finale, vista anche la brevità del tutto, forse eccessiva, è quello di una carrellata certo interessante ma anche assai poco esauriente.
Gli input lanciati sono molti e fanno balenare concetti non banali ma la trattazione rimane a livello più di suggestioni che di risposte approfondite. Peccato, perché il pensiero di Battiato non è mai scontato, e lascia intuire conoscenze certo molto più profonde di quelle accennate nel libro, ma sta di fatto che a conti fatti sono molte di più le righe uscite dalla penna di Bossari che quelle scaturite dalla voce di Franco. Si parla di Sacro, della ricerca di Dio, di reincarnazione, di meditazione, ma si resta in superficie.
La parte biografica è solo sfiorata anche se non mancano gli aneddoti quasi sempre gustosi che l’intervistato alterna a storie zen e a scambi di battute che non mancano di fare uscire, nonostante la stringatezza del tutto, la sua personalità magnetica. Sì perché malgrado i limiti già evidenziati il carisma di Battiato emerge ugualmente e riesce ad affascinare il lettore; certo, i conoscitori di vecchia data di Franco troveranno forse poco di nuovo in queste pagine, così come chi abbia già intrapreso la via di certe letture troverà ad attenderlo cose risapute.
Un lettore meno esperto della biografia battiatiana o che voglia accostarsi a un percorso di ricerca spirituale tuttavia potrebbe scoprire molte suggestioni in questo volumetto che, arricchito da alcuni testi di canzoni particolarmente attinenti alle tematiche in oggetto, risulta a tratti una lettura comunque affascinante che ben si adatta a una serata riflessiva. Fin troppo ovvio berci assieme un meditativo Passito di Pantelleria, ma per chi si sentisse particolarmente ascetico, anche acqua per questa volta va bene.
Nel volume Sufism and Jihad in Modern Senegal (ISBN: 9781580462686), il Professor Glover offre un interessante spaccato della storia del Senegal dal periodo pre-coloniale, all’amministrazione francese fino al raggiungimento di una maturità nazionale.
L’attenzione dello studioso è, principalmente, focalizzata ad individuare i modi in cui si siano sedimentate tra loro le influenze date dall’islam, dalle dottrine del sufismo, dai moti di jihad armata in rivolta contro lo strapotere delle autorità coloniali e contro quella visione distruttiva della conquista propria dell’Europa.
Elementi, questi, che hanno costituito, via via, i principali punti di forza per l’espansione della Murīdiyya non soltanto perché principale ordine sufi del Senegal ma anche per la capacità di farsi gruppo promotore e facilitatore di un vero è proprio processo di transizione verso lo stato “moderno”.
Lo stesso autore conia l’espressione “an indigenous form of modernity” per definire il ruolo attivo dell’ordine Murid del Senegal nella costituzione di un’ identità e nel farsi portavoce di una ideologia di riforma e rinascita della storia nazionale.
Glover chiarisce anche come il concetto di “modernità”, applicato alle culture non occidentali, soffra di una sorta di offuscamento e ideologizzazione persino tra gli studiosi, per cui vi è una tendenza a voler per forza leggere la cultura islamica solo attraverso i tratti negativi.
Volendo approcciare l’islam in maniera più “aperta”, è doveroso “correggere” la visione orientalista secondo cui il mondo islamico è stato da sempre refrattario alle innovazioni non partecipando a quella che consideriamo l’età moderna.
All’opposto, secondo Glover, l’esperienza del Senegal dimostrerebbe come l’ordine Murid abbia favorito proprio il cambiamento economico, sociale ed anche il quadro politico nazionale tanto che l’islam, attraverso il sufismo, ha fatto da collante per le radici di un’ intera collettività e da fattore di emancipazione dall’oppressione dell’epoca coloniale.
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[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]
Quando l’anno scorso Stephen King annunciò che il suo prossimo romanzo sarebbe stato un colosso di mille e rotte pagine l’accostamento immediato che in tutti noi Fedeli Lettori scattò automatico fu quello con altri due classici amatissimi e ipertrofici della produzione kinghiana: l’apocalittico L’ombra dello scorpione e il sontuoso It.
Inutile perciò sottolineare quanto l’attesa al varco per questa nuova fatica del Re fosse carica di aspettative. Dirò subito che questo ritorno alle proporzioni epiche di fatto non delude, anzi, ma il tempo è passato e se è vero che questo lavoro prende le mosse da un progetto abortito del 1976, allora provvisoriamente intitolato The cannibals, questo è Stephen King nel 2009, uno scrittore pessimista e incazzato, e The dome (Under the dome nell’originale) è quindi un romanzo assai diverso dai suoi predecessori.
La trama è presto detta: una piccola cittadina del Maine (Stephen torna a giocare in casa) si ritrova da un momento all’altro prigioniera di una barriera impenetrabile e trasparente, una misteriosa cupola (in inglese dome appunto) la taglia fuori da tutto il resto del mondo e la piccola comunità si ritrova isolata, in balia di se stessa e costretta ad affrontare oltre ai problemi materiali della situazione anche i propri ben più pericolosi demoni interiori.
Stilisticamente teso come una corda di violino, qui non c’è spazio per le divagazioni liriche e introspettive tanto care all’autore, l’atmosfera è programmaticamente claustrofobica e anche il lettore è costretto a confrontarsi con le miserie della natura umana che la situazione estrema porta ben presto a manifestarsi. Il primo riferimento immediato va a Il signore delle mosche di Golding, peraltro citato esplicitamente, ma King porta il tutto anche in molte altre direzioni, la sua messinscena narrativa è solo un pretesto per dare vita ad un’allegoria sull’uso del potere, sui comportamenti di massa, sulla demagogia della politica e della religione organizzata… in ultima analisi sui fianchi deboli della società americana e non solo. E peraltro inquietantemente attuali.
Spietato e pessimista, King ci parla di coraggio e viltà, di bene e male, di responsabilità individuale e dittatura, mettendoci di fronte all’orrore più grande, quello che sa celarsi nel fondo dell’animo di ognuno di noi. E nonostante tutto lo fa con un romanzo avvincente come pochi, un racconto corale dove le sorti dei molti protagonisti si intrecciano indissolubilmente fino a condurci ad un finale spiazzante ma fortemente simbolico.
Un finale che lascia spazio alla speranza naturalmente, altrimenti non sarebbe King, ma che comunque non fa sconti e lascia riflettere a lungo. Tullio Dobner, che come sempre ci traduce con passione e bravura il lavoro di King, ha detto che è un romanzo che si beve come una fresca aranciata d’estate… vero.
Sappiate solo che è un’aranciata un po’ amara. In alternativa potete sempre abbinarci un vigoroso Aglianico.
Se dico Avery Corman probabilmente non scateno in voi alcun ricordo, specialmente nei più giovani. Eppure Corman è l’autore di un romanzo che moltissimi conoscono o per averlo letto o per averne visto la famosa trasposizione cinematografica: Kramer contro Kramer. Quello che non tutti sanno è che è anche autore di commedie altrettanto significative, tra cui, appunto, Oh Dio.
Si tratta di un romanzo precedente (1971) al più famoso duello dei Kramer per l’affidamento del figlio, e di genere totalmente diverso: una riflessione, con tratti comici e scrittura leggera, sulla fede e la religione nei tempi moderni.
Tutto parte da un presupposto semplice quanto efficace: se Dio dovesse parlare ai giorni nostri, attraverso chi lo farebbe? E alla persona scelta, daremmo credito? Ebbene, secondo l’autore la scelta non potrebbe che ricadere su un giornalista (e penso che se fosse scritto oggi, a ben quarant’anni di distanza, si tratterebbe di un blogger).
Un giornalista dalla scrittura accattivante, scettico ma aperto a idee nuove, l’America pronta da un lato a internarlo e dall’altro a santificarlo in vita. Il loro rapporto comincia con le classiche manifestazioni inspiegabili, che per un uomo di fede sarebbero già dei segni e per il nostro protagonista sono semplici misteri buffi.
Così si arriva fino ad un’intervista, lunga e complessa, in cui Dio più che dettare nuove leggi o spiegare il senso dell’esistenza, si “rilassa” e si confida, raccontando quello che più gli fa piacere, ciò che lo preoccupa e anche le abitudini nel venire a visitare la sua creazione. Insomma, un’intervista per dire all’umanità “io ci sono ancora, abbiate fede”.
Ovviamente le conseguenze, superata l’incredulità iniziale, sono di grande mobilitazione internazionale, ma il romanzo non va mai in direzione del mistico, restando ancorato a una esposizione ironica e disincantata dei “difettucci” dell’uomo.
La scrittura è briosa, leggera e scorrevole, portando questo romanzo a livello di divertissement letterario, e non mi stupisce che anche da questo sia stato tratto un film, che sicuramente cercherò.
Purtroppo attualmente è fuori catalogo, ma spero lo ristampino presto: non è da tutti scrivere di argomenti tanto seri con umorismo raffinato.
Ne ho parlato già su Rivista Inutile, e approfitto della recensione odierna di Sfranz per riproporlo anche qui; ovviamente sto parlando del film tratto da un libro che sto cercando di procurarmi, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano; nel 2003, infatti, il regista Francois Dupeyron ha portato su grande schermo il delicatissimo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, conquistandomi.
Protagonisti di questo racconto di formazione in forma di favola sono un giovane ebreo, Momo, e l’anziano Monsieur Ibrahim, musulmano sufi che gestisce una bottega alla periferia di Parigi. L’incontro tra i due, quindi, non è soltanto un raffronto fra gioventù e vecchiaia ma anche una rappresentazione un po’ utopistica di incontro e amicizia fra religioni.
Anche se la religione a Momo non interessa affatto: è alle prese con l’ansia degli adolescenti, con il tumulto dei desideri, la battaglia fra amore mercenario e ricerca d’amore vero, le difficoltà familiari e la vita in un quartiere pittoresco. Non ha voglia, almeno in principio, di interrogarsi su altro.
Quando la tranquilla routine del ragazzo diventerà più complessa e gli eventi sembreranno soverchiarlo, Ibrahim lo prenderà sotto la propria ala, iniziandolo alla vita durante un viaggio sulla strada della memoria, costringendolo a interrogarsi lungo il percorso che riporterà il vecchio nella sua terra natia.
Il film, ambientato negli anni sessanta, scorre con studiata lentezza, appoggiandosi su immagini calde e piccoli aforismi tipici del sufismo. Memorabile la scena, ripresa da quasi tutti i trailer, in cui l’anziano insegna al giovane il sorriso come pratica di vita e che, nella sua estrema semplicità, comunica in modo immediato un approccio aperto alla vita.
Si fa notare la recitazione di Omar Sharif, misurata e tanto riuscita da far dimenticare l’attore in favore del personaggio. Anche il resto del cast se la cava bene, con caratterizzazioni nitide anche nei ruoli minori.
Un bel film, carico di dolcezza e di insegnamenti per una vita quotidiana felice. Da vedere quando si ha voglia di serenità e famiglia.
Probabilmente – considerati l’argomento e la vicenda narrata – verrebbe non a torto definito “romanzo di formazione”, e, in effetti, almeno in parte, lo è. Ma c’è dell’altro! La contrapposizione o, forse meglio, la giustapposizione tra due religioni (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano – nato come dramma nel ‘99, diventato romanzo nel 2001, da cui nel 2003 fu tratto un film con Omar Sharif – fa parte del cosiddetto Ciclo dell’invisibile che in vari testi tratta proprio delle varie religioni), l’Ebraica e la Musulmana nella “versione”, per così dire, mistica sufi.
La prima è incarnata nella cupa figura del padre del giovane protagonista Mosè, un avvocato abbandonato dalla moglie alla nascita di questo figlio col quale vive in un atmosfera altrettanto cupa e priva di curiosità, di entusiasmo per la vita e di slanci affettivi. Atmosfera di fallimento esistenziale – determinato da un inestinguibile senso di colpa, quello di essere sopravvissuto, al contrario dei propri genitori, alla deportazione Nazista – che lo porterà a vagheggiare un inesistente figlio perfetto – Popol – tutto il contrario del fratello Mosè, e a lasciare solo quest’ultimo e, infine a suicidarsi.
Mentre la religione musulmana è rappresentata dal Monsieur Ibrahim del titolo, un droghiere che tutti credono arabo (e che invece è turco) perché per gli ebrei del quartiere, arabo “vuol dire bottega aperta la notte e la domenica”. Mosè si affeziona a quest’uomo tranquillo e silenzioso che senza volergli spiegare in dettaglio cosa sia e perché ci sia il Mondo gli dà con semplicità, bonarietà e tolleranza quei suggerimenti che gli faranno comprendere come vivere in esso serenamente e con meraviglia. E il primo suggerimento è di provare a sorridere. Gli effetti sono pressoché immediati e sconvolgenti in quanto, in maniera del tutto inaspettata, il Mondo risponde positivamente ai suoi sorrisi.
Alla notizia del suicidio del padre, Mosè si farà legalmente adottare da Monsieur Ibrahim – che lo ha sempre chiamato Momo che è il diminutivo di Mohammed. Con questo nome si presenterà alla madre – che non lo riconosce – ritornata a cercarlo dopo tredici anni in occasione della morte dell’ex-marito. Fino ad allora (e anche per molto dopo) per questo ragazzo l’amore femminile è consistito e consisterà delle prestazioni a pagamento delle meretrici della casa d’appuntamenti di rue de Paradis.
Dopo un viaggio in macchina (nuova) verso il mare, nella nazione originaria di Monsieur Ibrahim, questi, una volta arrivato lì, muore per un incidente. Le ultime sue parole sono ancora serene e soddisfatte per ciò che gli dato la vita. Mosè/Momo – ormai musulmano – crescerà, troverà l’amore (gratuito); avrà dei figli e… e il resto non lo dico, andatevelo a leggere sennò che gusto ci sarebbe!
Una cosa, leggendo la narrativa di Schmitt mi ha colpito: le morti dei personaggi, salvo qualche eccezione, sono sempre improvvise come se, nell’economia del racconto, fungessero da espediente letterario per sbarazzarsi di un personaggio o per dare un termine alla narrazione stessa. Sarà un impressione… ma le agonie non son mai descritte. Il fatto è che Schmitt vuol sempre sottolineare l’amore per la vita e la fede nell’uomo; il suo messaggio, pur narrando anche di delitti e tradimenti, vuole rimanere pur sempre un messaggio d’ottimismo e di tolleranza. Certe sue affermazioni (non si dimentichi che la sua formazione è essenzialmente filosofica) possono suonare superficiali ed essere perciò criticabili.
Rimane il fatto (non passibile di critica) che i suoi libri sono belli ed è bello leggerlo. Riesce a infondere serenità, sorpresa e stupore.
Spesso si confonde la poesia con altro, e la prosa con poesia. Quando qualcosa ci suona bene in testa si pensa subito si tratti di poesia: non è così. Lo sa bene Angela Buccella, che la poesia la conosce e la scrive spesso, ma Leda non è quel caso. Lo ha detto spesso, le fa rabbia che il suo flusso continuo di pensieri, legate a doppio nodo ai pensieri più segreti della protagonista – io narrante – venga preso per poesia solo perché si prende delle libertà.
Leda, piccola dea, si prende la libertà di lasciare da parte le strutture classiche e tirare fuori tutto d’un fiato quello che vive. Senza punteggiatura, andando a capo quando lo sente.
Angela Buccella la asseconda e confeziona un romanzo completo, per quanto breve, con uno spaccato di vita e un amore viscerale che non mancano di portarci indietro e avanti nell’esistenza della protagonista.
C’è una traduzione che avviene ogni momento della narrazione, che non è solo quella da pensiero a parola scritta, ma anche da immagine a parola e viceversa. La lettura, rapida e incalzante dallo stile stesso, scorre come un fiume in piena senza tralasciare alcun dettaglio: intorno c’è ogni colore, ogni odore, ogni suono necessario a rivivere le rovine di quel cuore in corto.
Il suo unico bisogno è semplice come una filastrocca, è il bisogno d’amore. Lo cerca in maniera violenta, compassionevole talvolta, ma non si arrende. Cerca, e scava, e lo fa anche dentro sé stessa pur di sentirsi finalmente appagata. Ma è una ricerca estenuante, e forse non c’era bisogno di un libro a ricordarcelo.
Qui Angela Buccella smaschera il suo ultimo asso nella manica: oltre la forma elegante, la storia coinvolgente, l’autrice regala dei veri e propri momenti di intimità con la protagonista che potrebbero essere gli stessi che abbiamo con noi stessi. Angela è in grado di capire il lettore, e quindi il lettore di capire Leda, dando vita a un sodalizio che raccomando a chiunque.
È impossibile non innamorarsene, non augurare ogni bene a Leda, per la salvezza della sua anima dalla bruttezza del mondo.
Giorni fa mi è capitato di trovarmi sottomano un libro edito da Bompiani nell’ormai lontano 1983, sulla cui copertina campeggia il meraviglioso dipinto di Raffaello La Madonna della Seggiola. Ho iniziato a sfogliarlo e l’ho letto in tempo record. Per amore, solo per amore, di Pasquale Festa Campanile, ci narra la storia di un uomo e una donna vissuti oltre duemila anni fa in un minuscolo villaggio della Palestina.
Lui è un falegname bello, aitante, desiderato da tutte: ama più donne contemporaneamente, sfidando i dettami dell’epoca e le leggi di un dio severo, ma è anche capace di mostrare sensibilità fuori dal comune, onestà, gentilezza. Lei è la timida nipote di un giudice, poco più che bambina, ma splendente di una grazia che si riflette nel carattere puro e privo di ogni malizia.
I loro nomi sono Giuseppe e Maria.
Tra tante, il falegname sceglie proprio questa fanciulla, che ha conosciuto sin dalla tenera età, per farne la sua compagna di vita e lei lo ricambia con tutto il cuore. Ma all’apice del loro amore, accade un fatto increscioso e all’apparenza terribile: Maria resta incinta di un altro.
Comincia così per Giuseppe un duello tra mente e cuore che lo tormenta per tutta la vita: la battaglia tra il desiderio di abbandonarsi alla fiducia e all’amore e la razionalità che nega il miracolo di una immacolata concezione e si dibatte nella gelosia più feroce.
E tuttavia l’amore si impone e vince su tutto: il bambino che nasce viene chiamato Gesù.
Festa Campanile ci regala questa delicatissima storia narrandola attraverso gli occhi di Socrates, un greco che lavora per Giuseppe e finisce per diventarne amico e confidente. Questo sguardo razionale e disincantato evita all’autore i toni mistici e dona alla vicenda una concretezza che si può quasi toccare. Vi sono pagine di allegria, di amarezza, di poetica semplicità.
I personaggi sono trattati con grande rispetto canonico eppure emergono vivaci, da una narrazione piena di guizzi come nessuno si aspetta da una storia a sfondo religioso. Il perché è presto detto: come recita il titolo, la religione non entra in causa e la questione principale è l’amore.
Anche la figura di Gesù è delineata in modo originale, in quanto nella sua perfezione è reso, in un certo senso, distaccato e distante: contrasta, così, con l’umanità rappresentata da Giuseppe e Maria, che hanno i loro limiti e si dibattono in un groviglio di sentimenti.
Il linguaggio scelto è semplice e diretto, le descrizioni sono molto nitide. Anche la caratterizzazione dei personaggi secondari non manca di profondità e si aggiunge alla ricostruzione storica piuttosto dettagliata per creare un affresco coinvolgente della Palestina dell’epoca.
Per amore, solo per amore è un libro da non perdere anche se il vostro sentimento religioso è un po’ appannato (per non dire inesistente): io ho trovato tra queste pagine serenità e delicatezza di termini, leggerezza e tenerezza che di questi tempi sono merce fin troppo rara.
Ma riecco la mia proposta: dov’è lo Stato occidentale in cui anche gli atei godano di pieni diritti civili? O dov’è introdotto il concetto di «offesa verso l’ateismo» come punibile quanto attualmente quello di «offesa verso Dio»? (O forse entrambi aboliti!?) [...]
Siamo noi atei allora cittadini di seconda classe? Può darci addosso ogni funzionario in costume solo perché «tutto l’orientamento» non gli va bene? Dove sono le nostre scuole atee ufficialmente riconosciute? La nostra stampa atea? Dove la nostra, almeno una, emittente atea?
Arno Schmidt, Ateo?: Altroché!
Per noi cattolici dalla nascita è difficile comprendere le travagliate crisi che accompagnano e portano ad una conversione al Cattolicesimo.
Eh sì che, restando tra scrittori, nello scorso secolo – a memoria – abbiamo esempi illustri, il più illustre dei quali è forse quello di G.K. Chesterton (1874-1936) nel ‘22. Un altro cattolico ben noto era J.R.R. Tolkien (1892-1973).
Ecco questo libro del 1948 di Thomas Merton (1915-1968), La montagna dalle sette balze, già brillante professore di Letteratura Inglese alla newyorkese Columbia University, raccontare in circa cinquecento pagine tutto il suo cammino non solo nel farsi cristiano ma nel decidere di farsi monaco trappista. Uno stile scarno, asciutto e duro non privo di un certo fascino. Tutto da leggere, ammirare e rispettare.
Certo non è semplice (o forse sì in alcune circostanze) neanche comprendere come si possa rinunciare al mondo, perché farsi monaco trappista questo significa; non è farsi prete o frate e agire per servire Dio e il prossimo.
Farsi monaco trappista vuol dire entrare nel mondo contemplativo del Silenzio, del Lavoro, della Preghiera; perché l’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza fondato nel 1664 da Armand Jean Le Bouthillier De Rancé abate del monastero di Notre-Dame-de-la-Trappe – di qui il nome: trappisti – si basa principalmente sulla regola di San Benedetto.
Dopo questo, Thomas Merton scrisse altri libri sulla vita comtemplativa e monastica ma anche su altri argomenti. Scrisse anche poesie. Qualche titolo: Semi di contemplazione (1949), Le acque di Siloe (‘49), Nessun uomo è un’isola (1955).
Verso la fine degli anni ‘60 si occupò anche del monachesimo e della mistica orientale, titoli come Mistici e maestri zen (1967) e Lo zen e gli uccelli rapaci (1968) sono inequivocabili. Nel ‘68 incontrò anche il Dalai Lama che ebbe parole di grande stima nei suoi confronti.
Proprio durante il suo soggiorno in oriente, a Bangkok trovò la morte fulminato da un ventilatore difettoso. I soliti dietrologi in questa morte accidentale vollero vedere la longa mano dell’Agenzia (C.I.A.) visto il profondo influsso che ebbero le sue posizioni pacifiste, antirazziste e non violente sui gruppi laici che le condividevano.