***Avvertenza: questo libro è già stato recensito da Tom Traubert: ma poiché la lettura è un processo creativo, ritengo che sia non solo utile ma anche piacevole vedere lo stesso libro con occhi diversi. Livia***
Ci sono libri la cui portata letteraria è tale da mettere in difficoltà, credo, non soltanto il critico esperto ma anche il più modesto recensore. Le Memorie di Adriano (1951) di Marguerite Yourcenar (1903-1987) è proprio uno di quelli.
È senz'altro un capolavoro ma non è poi così semplice spiegare perché lo sia a chi deve ancora leggerlo. La situazione è nota: l'imperatore Adriano (al secolo Publio Elio Traiano Adriano, 76-138 d.C.), vecchio, malato e prossimo alla fine (una volta tanto non violenta come quella di tanti suoi predecessori), racconta in una lettera a Marco Aurelio la propria vita: “la meditazione scritta d'un malato che dà udienza ai ricordi”.
E questo gli offre l'opportunità per riflessioni davvero acute, al punto da domandarsi se quello che si sta leggendo sia un romanzo (storico? filosofico?, politico?), un saggio, una biografia o che altro; e uno dei motivi per cui merita l'appellativo di capolavoro sta probabilmente nella capacità dell'autrice di far convivere e amalgamare i vari generi in un'armonia frutto dello stile scritturale al contempo semplice e raffinato, talvolta poetico.
La carriera del protagonista, la sua ascesa politica e militare e il suo stesso modo di governare ed essere Imperatore, son tutti informati da un'educazione greca che lo portano ad un equilibrio, ad un amore per la cultura e il bello probabilmente assenti in altri imperatori. “Humanitas, Felicitas, Libertas: queste belle parole incise sulle monete del mio regno, non le ho inventate io” e, tuttavia, son le tre parole-chiave che muovono e guidano sin dall'inizio della sua “amministrazione”, i suoi desideri e le sue riforme.
Dalle sue considerazioni sulle leggi, il modo di ...