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Non so se sia l’età, l’essere siciliana, l’aver letto il suo nome ogni giorno sull’aula dell’università per diverso tempo, ma la storia di Peppino Impastato è una di quelle che, pur essendosi conclusa un paio d’anni prima della mia nascita, conosco piuttosto bene. È la storia di un mondo che ancora esiste, fatto da scelte irrazionali per favorire altrui interessi, di persone che tacciono e che si comprano, una storia che piacerebbe poter sradicare.
Non so dirvi quanto mi abbia fatto piacere, quindi, che dei miei amici mi abbiano fatto scoprire il volumetto Peppino Impastato, un giullare contro la mafia scritto da Marco Rizzo e illustrato da Lelio Bonaccorso, edito da Becco Giallo.
Potrebbe apparire la storia di una sconfitta: l’aeroporto contro cui si batteva è lì, pericoloso quanto basta – e se avete mai volato, di notte e magari con un po’ di brutto tempo, atterrando a Palermo, sapete di che parlo – tardivamente intitolato a chi ha sacrificato l’esistenza (sia in vita sia in morte) alla lotta alla mafia. E la sua morte per un certo periodo fu considerata “l’incidente occorso a un terrorista”, nulla più. Tuttavia non è così.
È un racconto che illustra il coraggio, la possibilità di andare contro, consapevoli dei rischi che si corrono: non è pazzia o incoscienza, ma l’eroismo di combattere una battaglia sicuramente persa, ma che non per questo non deve essere combattuta. E Onda pazza tuttora ha dato i suoi frutti, ha fatto parlare e ha lasciato un’eredità a chi ancora oggi vorrebbe cambiare la terra in cui vive.
Il libro si compone di più parti: una breve introduzione, il fumetto vero e proprio, cronologia dei fatti e interviste a chi ha condiviso con Impastato ideali, paure, libertà. La parte illustrata, il cuore del libro, non segue l’ordine dei fatti, che attraverso il lunghissimo processo sono stati resi ampiamente pubblici, ma un ordine più emotivo, in cui l’infanzia è un intermezzo che mostra lati del carattere già in germe presenti.
Inizia e finisce allo stesso modo, con la vittoria, anche questa tardiva, della giustizia, con la riabilitazione della sua persona, non un terrorista ma un eroe, e attraverso la delicatezza espressiva dei disegni di Bonaccorso e l’accurato lavoro documentale di Rizzo emerge un uomo che ignora le sue paure per fare ciò che ritiene più giusto e tentare di portare il concetto di legalità dove vige un moderno vassallaggio.
Vi consiglio una lettura integrale, anche delle interviste e di tutti gli approfondimenti, utili a capire il contesto, e del glossario, utile a capire il testo; scoprirete lati che le cronache non possono illuminare, ma che un tratto e poche parole possono evidenziare in una sola tavola.

Dite la verità: tante volte siete in imbarazzo nel dover usare nomi stranieri, ma anche termini italiani inconsueti, perché non sapete quale sia l’esatta pronuncia. Io per prima tante volte non so scegliere il giusto accento, e radio e tv non sono di grande aiuto – si veda il caso KGB e Schumacher – col marasma di errori. Non siete soli.
In nostro aiuto viene un ottimo sito, Come si pronuncia, composto da un team di italiani che danno l’esatta pronuncia di vocaboli dubbi; ecco cosa dice la loro home page:
Comesipronuncia.it mette ordine nella grande confusione fonetica che regna in Italia. Gente comune e professionisti della comunicazione si affidano all’intuito o alle reminiscenze scolastiche per citare nomi e termini stranieri che infarciscono quotidianamente l’attualità.
Risultato? Queste pronunce, anche se sbagliate, diventano “ufficiali” perché convalidate da radio e televisione. Con un click puoi ascoltare la corretta articolazione dei suoni e verificare lo spelling esatto dei nomi comuni e propri messi a disposizione degli utenti.
Si sopravvive anche con un Financial Times mal pronunciato o un Frankfurter Allgemeine Zeitung scritto approssimativamente, ma se ci vuole così poco per evitare una figuraccia, perché non approfittarne?
Allora, come si dice Chuck Palahniuk?
Non ho letto nulla di Faletti, finora. Niente snobismo, in questo: non è capitato, tutto qui. Però di recente ho letto spesso qualcosa su Faletti. E l’impressione è che il titolo del suo ultimo romanzo si riferisca proprio all’autore: Io sono Dio, infatti, è la sensazione che emerge dall’articolo apparso sulla Stampa di qualche giorno fa.
La sequenza degli avvenimenti è questa: una lettera di Eleonora Andretta a Severgnini il 22 luglio, un intervento di Franca Cavagnoli il 3 agosto, poi un articolo sul Giornale, del 5 agosto, intitolato “Mister Giorgio Faletti, tu vuo’ fa’ l’americano“; e la replica di Andretta via radio.
La lettera da cui tutto parte è una lettera perplessa, che espone un dubbio legittimo, e l’intervento di Franca Cavagnoli è una semplice analisi; eppure il tam tam online ha distorto queste due opinioni facendole diventare un’accusa, per la precisione quella di non scrivere da sé i propri libri e di avere un ghostwriter. Non c’è nemmeno lontanamente un accenno a quest’ipotesi, nei due interventi delle signore.
Quello che più sconcerta è la risposta di Faletti, però. Maleducata, supponente, autoritaria. Invece di discutere del piano letterario, magari specificando il motivo di una scelta stilistica che, in quanto tale, è sempre opinabile da parte del pubblico, il nostro “Autore” si assegna la A maiuscola e si permette di ironizzare sulla vita privata e muovere accuse risibili.
“Laureata in Questo e Quello e insegnante di Quell’altro e Altro ancora”, “polemica balneare”, “da questa risibile querelle estiva e premestruale”, “censori animati da uno spirito che gli inglesi indicano con la parola envy” sono solo alcune delle chicche che riserva ai suoi presunti “detrattori”. Che non sono altro che suoi lettori dubbiosi, persone che hanno comprato il libro e lo hanno trovato quantomeno strano.
Ricapitolando il Faletti-pensiero: se io ho un dubbio e mi permetto di sollevarlo all’autore sarà il mio mestruo e non la mia competenza a farmi parlare, le qualifiche sono orpelli inutili e qualunque critica, anche blanda, è frutto di invidia. Ah, dimenticavo: vendere 12 milioni di copie, stando ai dati dell’editore, ti permette di essere al di sopra di tutti, anche dei lettori, e autorizza qualunque (caduta di) stile.
Tradurre premi nobel non dà il diritto di ritenersi esperti di traduzioni e letteratura, no. Scrivere thriller commerciali invece può mettere chiunque sul piedistallo più alto della Letteratura. Con la L maiuscola, eh.
Chi si ricorda di Mario Marenco? Ricordarsi di Mario Marenco significa ricordarsi di un pugno di trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno fatto storia, da Alto Gradimento a L’altra domenica fino a Indietro tutta, e di una serie di personaggi surreali nati dalla mente contorta di questo architetto foggiano, designer di successo e a tempo perso attore, autore, scrittore, performer.
Il cuaderno delle poesie, scritto proprio così con la c, uscì nel 1988 a seguito dell’enorme fortuna televisiva di Indietro tutta, uno dei geniali programmi notturni partoriti dalla mente di Renzo Arbore cui il nostro prendeva parte, ed è esattamente ciò che il titolo fa presupporre, ovvero una raccolta di poesie demenziali.
Dove per demenziale ci si deve proprio attenere a una definizione che ne dà Roberto Freak Antoni: “ciò che è assurdo, bizzarro, evidentemente non plausibile, non eroico, non colto, non istituzionale, anche cialtrone e ridicolo”. E caratterizzato quindi da un uso quasi dadaistico della lingua, da neologismi, da ironia, da una malinconia surreale che si fa sberleffo allo specchio. E anche da qualche colpo di genio.
Alcune di queste poesie sono divertenti, altre sono stranianti, certe lasciano intravedere una profonda tristezza vista attraverso lo specchio deformante del delirio in rima.
Imperdibili insomma. Soprattutto per motivi affettivi, questo è certo, per chi sorride ricordandosi del professor Aristogitone, di Riccardino Lamarmora, di Ramengo e così via.
Ora siccome tanto questo libro non è che lo trovate in giro, perché ce l’ho io e altri quattro gatti, ve ne trascrivo una e vi saluto. Non è che sia la più bella, nemmeno la più divertente, ma è convenientemente breve per la mia pigrizia di dattilografo. E se vi capitasse mai fra le mani un libro di Mario Marenco beveteci un Cabernet, ma di quelli da osteria.
IL SEMAFORO
Tu sei un semaforo
Tutti veniamo da te
Ci fermiamo e ti guardiamo
Tu ci guardi col tuo occhio rosso
Tu ci guardi col tuo occhio verde
Tu ci guardi col tuo occhio giallo
E noi diciamo mannaggia
La notte rimani solo al crocicchio
E non chiudi occhio
Tu vai avanti a forza di volontà
Il giorno dopo sei ancora là
Tranquillo e tutti si arrabbiano.
Quante ne vedi quante ne senti
Tu non perdi la calma
Io ti ammiro
Ma certe volte non capisco come fai
A non mandare tutto a quel paese
O semaforo.
D’estate, complice il sole giaguaro e la stanchezza accumulata, molti, me compresa, si concedono letture più leggere, sconfinando nel frivolo. E mi chiedo perché non dovremmo, in fondo leggere non è un dovere, ed alternare estrema serietà al puro svago non fa male a nessuno.
Una lettura disimpegnata ma non per questo meno gradevole potrebbe essere Un posto nel mondo, di quel Fabio Volo che un po’ tutti conoscete sia attraverso la tv che la radio. Per fortuna non il solito personaggio famoso che non riesce a scrivere due righe in croce. Non il prossimo Proust, ma un intrattenitore di discreta bravura.
Volo ha il pregio di affrontare i temi della sua generazione, quindi di parlare di ciò che conosce. Sono in fondo temi che attraversano i tempi moderni, stabilità e alea, relazioni, progetti, e quel tanto di insicurezza cui siamo abituati. Particolarmente riuscita la metafora iniziale che paragona la vita al tram, e che rende in sintesi l’idea di incasellamento della realtà moderna.
Attraverso il protagonista e gli altri personaggi Volo dà voce ad una inquietudine diffusa, alla sensazione di insoddisfazione costante dei trentenni adolescenti italiani. Non ai bamboccioni ministeriali, ma a quelli che non sanno più perché devono tirare la carretta anche se la carretta si muove da sola.
Michele, voce narrante, è la rappresentazione del tipo umano più diffuso, incastrato in un quotidiano tranquillizzante, in una stabilità che da un lato placa le ansie e dall’altro alimenta le frustrazioni. Finché non decide di compiere il viaggio che, da molto lontano, lo porterà all’interno di sé, per riemergere differente alla sua vita.
Il romanzo presenta molti difetti della narrazione in prima persona che tanto va di moda, quindi eccessi di descrizione sentimentale e grandi monologhi, ma con una lingua semplice e condivisa. Forse un po’ stereotipata a tratti, ed eccessiva nei dialoghi quando pretende di fare filosofia, ma per il resto liscia e piana.
Una lettura leggera di qualche ora per lasciarsi andare e guardare ai propri sogni. Senza la pretesa di cambiare il mondo o arrivare a riflessioni esistenziali.