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Toilet 14

toilet 14Durante le settimane più intense preferisco accantonare i romanzi che ho in lettura e passare a qualcosa di più rapido, come le raccolte di racconti. È uno dei motivi per cui ho preso la collezione completa dei Toilet, così da avere sempre qualcosa di buona qualità a disposizione. Non fa certo eccezione questo Toilet n.14, di appena un paio d’anni fa.

Devo dire anzi che mi sorprende in modo piacevole: nel corso dei vari numeri la qualità migliora sempre più, sia per quello che riguarda la selezione di racconti, sia per la cura editoriale, compreso il differente formato e le piccole modifiche nell’impaginazione.

Ma tornando al vero fulcro della pubblicazione, questo volume è permeato di una vena surreale che attraversa autori diversi e racconti distanti tra loro: da Susanna, che trovandosi in una situazione drammatica trova una via di fuga assurda, ma per questo ancora più efficace, ad Attratta dalle nuvole, la cui protagonista si stacca, letteralmente, dai problemi quotidiani per volare libera.

E ancora, A bussare controvento è un incontro rapido e fuggevole tra il pensiero razionale e il paranormale,  in cui a farla da padrone sono i fantasmi. Per gli appassionati delle storie di Lewis Carroll c’è anche una rivisitazione del paese delle meraviglie, Quando il cappellaio matto incontrò Alice, che racconta cosa succede dopo la fine delle due storie raccontate dal reverendo.

Non mancano gli affreschi della realtà così come la conosciamo, descritta con ferocia, come in Fenomenologia di Recoba, che parla di ambienti lavorativi moderni e tagliatori di teste, o presa nel suo lato comico, in Meglio di Sharon Stone, in cui amore e vergogna assumono un aspetto buffo, o ancora in un misto tra ricordi e presente, influenze e condizionamenti che vive la protagonista di Cosa dice Nunten-Fu.

Questo n.14 è una raccolta di livello sempre alto, con scritture anche se parecchio differenti l’una dall’altra tutte ugualmente godibili ed efficaci: ognuna infatti è perfetta per il proprio genere, da quelle sintetiche a quelle fintamente confuse, e per la propria materia.

Vi consiglio di procurarvelo, magari per leggerlo non solo “a seconda del bisogno”.

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Scritto da: Livia il 8 Febbraio 2010
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Ritorno a Bassavilla, Arona

ritorno a bassavilla Ritorno a Bassavilla, AronaPochi giorni fa ne ho parlato su Rivista inutile, ma vorrei tornare anche qui su un libro letto di recente, a metà tra saggio e racconto, Ritorno a Bassavilla di Danilo Arona. Già dal titolo le associazioni mentali mi hanno portata a ricordare un altro Ritorno molto amato, quello al mondo nuovo di Huxley come integrazione e valutazione del suo capolavoro.

Non è un’associazione casuale; anche Arona, infatti, ritorna sui temi e nei luoghi delle sue Cronache di Bassavilla, rielaborando, chiosando, aggiungendo annotazioni e considerazioni, pur utilizzando un registro da racconto gotico. Un po’ come un’escursione con guida di Bassavilla e dei suoi dintorni, Bassavilla che effettivamente è  Alessandria e la sua provincia, ma che funge anche da rappresentante di tanti paesaggi italiani infusi di brivido e stranezza.

L’autore, narrando spesso in presa diretta episodi della sua vita, racconta i misteri di pianura, di nebbie e fantasmi, alternando toni estremamente seri e toni canzonatori, dando l’impressione, in alcuni momenti, di volersi prendere gioco delle paure che lui stesso ci ha instillate, o dell’uomo nero che ci portiamo già dentro prima che si manifesti.

Per chi ha all’incirca la mia età il rimando è allo Zio Tibia, la voce che ci guidava nella scoperta dell’incubo e dell’orrore, spaventoso ma attraente al tempo stesso; in questo caso, però, si tratta di un delizioso gioco al gatto col topo con il lettore, una sfida all’incredulità.

Attraverso episodi tratti dalla cronaca o dalla storia locale, folclore, credenze popolari, estratti di vita vissuta Arona ci trasporta in un mondo di horror quotidiano, sempre presente ma mai esplicito: basta cambiare un po’ le luci alla realtà perché il lato tenebroso riesca a emergere, no?

Lo stile che usa è quello di chi racconta le favole nere intorno al fuoco, inserendo il dubbio in un tono rassicurante, senza dover ricorrere a forzature. Del resto la paura più autentica è quella che proiettiamo noi sugli eventi ordinari, e questo lo scrittore l’ha compreso più che bene.

Da leggere in una giornata nebbiosa e solitaria, per lasciarsi trasportare dalla suggestione, in una delle mille Bassavilla d’Italia.

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Scritto da: Livia il 1 Febbraio 2010
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Come il lupo, Baldini

[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]come il lupo

Dopo aver recensito qua su Liblog due sue raccolte di racconti torno a parlare, come promesso, di Eraldo Baldini e lo faccio con il romanzo Come il lupo: abbandonate le cupe campagne emiliane che sono state il centro tragico delle novelle di Gotico Rurale e Bambini, ragni e altri predatori, l’autore ci conduce in luoghi impervi e, scopriremo, altrettanto insidiosi.

Siamo sulle montagne del centro Italia, dove fino agli anni cinquanta del secolo scorso vivevano e prosperavano i lupi.

La vicenda centrale del libro si svolge proprio nel secondo dopoguerra, ma la storia ha inizio molto tempo prima: nel 1651 un gruppo di briganti che caccia i lupi sulle montagne del casentino finisce dentro un incubo, uno di quelli senza via di uscita.

Tre secoli dopo la guardia forestale Nazario, che si è rifugiato sugli stessi boschi in fuga da una tragedia personale che non riesce a superare, scopre per caso delle vecchie ossa sepolte a ridosso di una piccola valle nascosta tra i monti, dove si coltiva un ottimo e ricercatissimo vino.

I poveri resti non sembrano impensierire i carabinieri della zona , che cercano di chiudere le indagini quanto prima. Ma Nazario non ci sta, il suo istinto gli dice che c’è sotto qualcosa di strano e cerca delle risposte nella piccola e rigogliosa comunità che prospera grazie ai proventi delle vigne.

Come molte collettività isolate, anche questa è atipica e chiusa in sé stessa. Gli abitanti vivono secondo leggi tutte loro e di fatto riconoscono una sola autorità, quella di una vecchia matriarca che sembra dotata di poteri molto particolari.

Nonna Vera e la sua gente diventano quasi un’ossessione per Nazario, che non riesce a stare lontano da Valchiusa e dai numerosi interrogativi che nasconde. Anche perché c’è Elisa, la sua bambina, rimasta in pianura con i nonni, che durante le crisi epilettiche di cui soffre ha inspiegabili visioni legate alla misteriosa valle e ai fatti di sangue che forse sono avvenuti in essa. Che legame c’è tra tra lei e Vera? E tra gli abitanti della Valle e le vecchie ossa trovate da Nazario?

Non definirei questo libro di Baldini un vero e proprio horror, non dopo aver letto i suoi racconti che fanno spaventare, e sul serio. Questo è piuttosto un thriller con venature mistiche, una punta appena accennata di nero, che non fa fare i balzi sulla sedia dalla paura ma che si fa apprezzare per altre qualità.

La lettura non annoia, lo stile è come sempre impeccabile e la vicenda, anche se si risolve senza grandi colpi di scena finali, risulta ben narrata.

Il punto di forza di Baldini rimane a mio parere il saper dar vita a ambientazioni decisamente affascinanti e anche qua non fa eccezione: ci introduce nel mondo un po’ claustrofobico delle comunità montane dell’Italia di appena sessant’anni fa, piccoli centri che rimanevano isolati dal resto del mondo alla prima nevicata e per diversi mesi, imparando a regolarsi di conseguenza.

Da far leggere  a chi ritiene che sono negli Stati Uniti sappiano scrivere dei romanzi mistery di livello. Per farlo ricredere.

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Scritto da: Only il 27 Gennaio 2010
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Concorso Effequ Wants You!

Un’opportunità di vedere pubblicati i vostri racconti? Ve la mette a disposizione Effequ, per una raccolta programmata per questo 2010. Il racconto dovrà essere inviato entro il 24 aprile e non dovrà superare le 15.000 battute, in più dovranno essere ispirati a fatti di cronaca che la stessa editrice indica. Trovate i dettagli sul sito e qui un piccolo stralcio:

Metteremo insieme storie del nostro Paese, storie sognanti o cupe, salvifiche e realiste. Cerchiamo scritture che compiano il proprio dovere civile andando anche al di là del reportage puro e semplice, e che siano capaci – partendo dalla semplice registrazione di quanto in basso sia arrivato in Italia il livello di tolleranza civile – di un ritorno all’invenzione e alla beffa, al dramma e alla commedia.

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Scritto da: Livia il 23 Gennaio 2010
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Microcenturie

Un breve post dedicato a una new entry del blogroll di Liblog, Microcenturie, interessante progetto aperto a cui chiunque abbia una storia lunga una pagina può contribuire, ma si può anche semplicemente decidere di stampare e “smarrire” una centuria perché venga ritrovata, letta o dimenticata. Ecco cosa scrivono:

Racconti che edificano mondi minimi di una sola pagina, universi fatti di storie interstiziali: nascono in rete per essere poi stampati e smarriti lungo i viali, sugli autobus, nelle tasche dei passanti, nascosti ma in attesa di svelamento.
Parole come matrici delle cose, anche in pagine di carta, scritte e seminate a far bastione e contrafforte al mondo, per disegnare una nuova cartografia del reale e dell’irreale.
Fiumi che scompaiono dopo un breve corso, ma continuano un viaggio carsico che rispunta chissà dove, chissà quando.
Romanzi in atto unico, dispersi per essere ritrovati e per far giungere altri fin qui, a raccontare ancora e far esistere sempre nuovi mondi.

Scrittori e lettori, allora, fatevi sotto!

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Scritto da: Livia il 18 Gennaio 2010
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Racconti fantastici, Tarchetti

Racconti fantastici – TarchettiQuel che colpisce di questi Racconti fantastici dello scapigliato Iginio Ugo Tarchetti (1841-1869), è – ai giorni nostri, dopo più di un secolo – non tanto la fabula quanto lo stile. O, ancora più precisamente, la grafia delle parole, grafia che sarebbe per noi sbagliata: traccie, treccie, leggiero, enimma. Eppure, a pochi anni dall’unità d’Italia, l’Italiano corrente, accettabile e pubblicabile era questo.

Quanto alla maniera di costruire i racconti è anch’essa ottocentesca: iniziano con quelle che potrebbero essere conclusioni e poi vi è la narrazione vera e propria dei fatti, a volte realmente vissuti dal protagonista che li racconta in prima persona, spesso scritti in terza persona ma con una chiosa, al termine, che solleva il narratore da qualsivoglia responsabilità: “così i fatti mi son stati raccontati e, fedelmente, così io ve li racconto”.

Quanto alla fabula, riconosco che può esser difficile individuare argomenti, fatti e trame originali per quanto l’immaginazione possa spaziare nei territori del fantastico, poiché rimangono pur sempre i limiti imposti dalla credibilità che regolano la nostra disponibilità al famoso “suspension of disbelief” di S.T. Coleridge.

E, tutto ben considerato, i racconti son ancora leggibili e apprezzabili, e una certa meraviglia riescono ancora a suscitarla (non fosse quest’Italiano antico), nonostante il gusto del Novecento e quello dei quest’inizio di millennio, siano ormai troppo lontani e diversi da quelli del secondo Ottocento.

Il Fato, il soprannaturale che fa capolino nelle nostre vite, personaggi segnati fin dalla nascita da un ineludibile destino (che ha influssi deleteri in quello altrui), sogni che guidano i nostri giorni, sedute spiritiche e fantasmi che vengono in ora tarda ma con fare rispettoso a riprendersi quello che apparteneva loro in vita (così da non turbare più di tanto la nostra), folli ossessioni che portano all’omicidio, spiriti gentili oltraggiati, entrano in corpi per reclamar giustizia, filtri d’amore che in realtà son elisir di lunga vita, sono questi i temi trattati dal nostro autore.

Tarchetti che con Carlo Dossi (1849-1910), Emilio Praga (1839-1863) i fratelli Arrigo (1842-1918) e Camillo (1836-1914) Boito e Giovanni Faldella (1846- 1928) (come lui piemontese) diedero vita al movimento degli scapigliati i quali mostravano e denunciavano una certa insofferenza contro il conformismo borghese e liberale la celebrazione della Storia e pretendevano una pacifica “immaginazione al potere”, ideali e aspirazioni non molto diversi, dopotutto, da quelle di giovani della (più o meno) loro stessa età, vissuti circa un secolo dopo.

Quando mi ritrovo queste similitudini se non proprio ricorsi storici, mi vien sempre in mente quel verso ungarettiano (dalla Pietà del 1928) secondo cui l’uomo non è che un “monotono universo”. Prendiamo quel che di buono c’è in questo universo. Tarchetti compreso!

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Scritto da: sfranz il 13 Novembre 2009
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Se hai bisogno chiama, Carver

se hai bisogno, chiamaRaymond Carver aveva una penna discreta e sottile, come quelle siringhe tanto fini da non fare male in mano a un chirurgo zen. Molta gente della mia età avrà dimestichezza con Murakami Haruki (quello di Norwegian Wood per intenderci, o se preferite del recentissimo semi-bestseller Kafka sulla spiaggia), e qualcuno un po’ più grande avrà ben presente Cechov, che un tempo girava parecchio nei teatri (oggi un po’ meno, almeno a Roma).

Ecco, considerate che Murakami è un po’il Carver giapponese e che di Carver si dice sia il Cechov americano, e potrete tranquillamente prendere in mano i racconti raccolti da Minimum Fax in Se hai bisogno, chiama senza preoccuparvi di leggere prima qualcos’altro dello stesso autore. Mi direte: che problema c’è a cominciare con questo libro qui? In fondo è uscito da relativamente poco tempo, si presenta bene e non è molto lungo. Quale preoccupazione dovrei avere? Ebbene, un problema c’è: quelli raccolti nel volumetto sono scritti postumi. La storia è carina, e sta nella prefazione.

In sostanza l’editor-confidente-amica di Carver, dopo la sua morte, dice di aver discusso molto con gente varia (tra cui Murakami tra l’altro) sulla sofferenza che provoca la fine di un’esistenza poetica. Quanto può pesare sapere di non poter leggere più niente del nostro scrittore preferito?

Certo, si può ri-leggere, ma non è la stessa cosa. È un po’ come se ti morisse un amico, e nel caso suo è effettivamente così. Perciò pare che, nell’estremo tentativo che certa gente fa chiamando medium e ragazzini del sesto senso vari, si sia invasa la scrivania di Carver in cerca di lui, della sua voce, di quella penna discreta, per non rassegnarsi all’idea che fosse finita così. Quello che ne è stato cavato è uscito nel volumetto di cui parliamo.

Ora, non so se la storia sia vera o si tratti di una simpatica trovata per riuscire a spremere gli ultimi soldi da un autore estinto… però ne è valsa la pena! Continuando a leggere la prefazione si scopre che alcuni racconti erano stati scartati, che erano inediti per scelta e non per accidente, e che su tutti è stato comunque operato un editing. Tuttavia, vuoi perché l’editor era il suo, vuoi perché il più brutto racconto di un genio è sempre una figata, vuoi perché alla fine un sacco di gente morendo aveva chiesto di bruciare libri che poi hanno cambiato la storia della letteratura, Se hai bisogno, chiama è proprio venuto fuori bene.

Tra personaggi che più che esistere intuiscono loro stessi, tragedie esistenziali calmissime, da mezzogiorno domenicale, e vicende che paiono indirizzate verso epiloghi che poi non ci sono (Carver è un mago nello spiazzarti mettendo il traguardo un chilometro prima di quanto ti aspetti e facendoti capire solo così quello che veramente intendeva dirti), questi pochi, bellissimi racconti, chiudono felicemente la parabola artistica di un grande.

C’è l’ansia di un uomo in fuga, che si sfoga senza pathos spaccando tronchi ; un incontro tra vecchi amici composto di piccoli fastidi e disagi, la cui conclusione sposta di colpo il focus e illumina un orrore ben diverso; c’è il dubbio tra impossibilità e necessità rispetto al tentativo di rimanere vicini quando ci si perde di vista.

La lingua è piana, anche nella traduzione; la struttura serenamente sorprendente, sempre. Sembra che la prosa ci scorra attraverso come l’acqua in un tubo vuoto, lasciandoci solo umidi. Ma è la fregatura della siringa troppo sottile: tu non la senti, però il farmaco – il veleno? – è iniettato.

Insomma, il libro ci voleva. Anche perché la fine di Carver sembra scritta da Carver. Lui diceva di avere ancora tante cose da scrivere, e tanto tempo per scriverle: parlava di raccontare roba sulla pesca, non si capisce bene, ma di certo sembrava preludere a un epilogo ben più disteso. Invece è morto, così, senza preavviso, come finiscono i suoi racconti. Tu ti aspetti  almeno un suo ultimo scritto nuovo e invece ti trovi in mano i tesori che stavano appallottolati nel suo cestino.

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Scritto da: marzia il 27 Ottobre 2009
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Premio Giulio Verne 2010

Un nuovo premio letterario, dedicato ai cultori della fantascienza, si affaccia nel già affollato panorama dei concorsi in Italia: è il Premio Giulio Verne, associato alla manifestazione LevanteCon a Bari. Il concorso, indetto dall’Associazione Culturale “Giulio Verne” insieme ad alcuni Enti Patrocinanti è completamente gratuito e il primo premio è un riconoscimento in denaro di 500 euro.

Ecco alcuni estratti del bando, disponibile sul sito:

Luogo di assegnazione: Manifestazione nazionale “Levante Con” Bari marzo 2010
Modalità di partecipazione: la partecipazione alle selezioni è aperta ad autori di ogni età e ovunque residenti che abbiano composto racconti a tema fantascientifico e in lingua italiana. Sono ammessi esclusivamente racconti, massimo uno per partecipante, mai pubblicati.
Non possono partecipare: i membri della Giuria, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado ed i loro collaboratori. I membri del Consiglio Direttivo dell’Associazione Giulio Verne, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado ed i loro collaboratori. I membri della Comitato Organizzatore della LevanteCon, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado ed i loro collaboratori. I responsabili delle società sponsorizzatrici, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado. Coloro i quali hanno collaborato alla stesura del suddetto bando, i loro coniugi e parenti fino al secondo grado
Quota di partecipazione: non é richiesta nessuna quota di partecipazione né tassa di iscrizione.

Il concorso scade il 31 dicembre, affrettatevi!

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Scritto da: Livia il 24 Ottobre 2009
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Patty Diphusa, Almodovar

patty diphusaWarhol prese Edie Sedgwick e ne fece quel che voleva, fino allo sfinimento pur di renderla perfetta per sé. Pedro Almodovar le sue donne perfette ha cominciato a trovarle prima nella testa, poi nelle attrici con cui ha collaborato. Dalla sua testa nasce Patty Diphusa, simbolo e sintomo di un momento artistico mondiale che quasi soffoca sotto la valanga innovativa delle idee e le perversioni di Andrew Warhola.

Pedro Almodovar le sue le incarna in una bassa e tonica protagonista di film porno, scrittrice a tempo perso per riviste e soprattutto insonne. È fondamentale, dice Almodovar a Patty quando si lascia intervistare da lei (oh sì, maniacale), che la sua Diphusa non dorma mai, perché è alla continua ricerca. Di un senso, dell’amore, della soddisfazione a tutto tondo. D’altronde parliamo degli anni 80, dove la movida spagnola ti trascina e basta. Se non brilli, non ci sei. Non vali niente.

Patty incontra chiunque e racconta ogni cosa, è la diva del momento (un momento lungo la sua vita) e la reginetta delle sveltine nei bagni dei locali. È in continuo movimento e continua elaborazione cerebrale. Parla solo di quello che è superficiale come lei, eppure la somma di tutte le banalità di chi ha intorno, dei desideri comuni a tutta una generazione di wannabe, dei vizi segreti e invece raccontati in maniera così plateale scavano a fondo in un personaggio, nel suo autore, nel mondo che racconta. La superficialità diventa cosa dimenticata, e ci si ingroviglia in storie d’amore e scampi.

Così la protagonista si dimostra per quella che è, pagina dopo pagina: sicura di dove vuole arrivare, confusa su come farlo, disinibita, implacabile, inafferrabile. Come Madrid, la Madrid che si risveglia dopo Franco e mette da parte tutto per ballare in strada. Senza dimenticare, ma mettendo da parte come in un archivio chiuso a chiave, che sta bene oltre una porta chiusa a chiave, che è in una casa chiusa a chiave. Mentre la città e tutti i suoi abitanti sono in strada, e non vogliono dormire. Vogliono godersi anche il più semplice gesto di libertà, e lo fanno attraverso la trasgressione e lo svuotamento dei valori.

Per questo Patty è amata, dal primo momento in cui appare nelle riviste underground spagnole negli anni Ottanta, e continua ad essere amata a oltranza. Patty ha il coraggio di vivere come le conviene ma anche di rivelarsi per quella che è, attraverso lo stesso metodo del suo creatore: attraverso la scrittura. Una pubblicazione fissa su una rivista, dove l’io esagerato si promuove, si mostra, si analizza da lontano con una rilettura anche se veloce e infine si confessa, perdutamente, a chi ha letto le righe e tra le righe.

Questo libro però non offre in pasto a noi solo Patty, ma anche altre storie. Ognuna con un suo modo di essere e un suo motivo d’esistere. Il tutto senza veli, con citazionismo, e riferimenti filmici di altri livelli. Personalmente, a Pedro Almodovar, batto le mani anche in questa veste di scrittore.

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Scritto da: marzia il 14 Ottobre 2009
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Il Bar sotto il mare, Benni

Il bar sotto il mareQualche giorno fa qua su liblog ho condiviso con voi una divertente e mordace parabola di Stefano Benni sul saper scrivere, intitolata Il verme Disicio.

È contenuta in forse uno dei migliori libri dello scrittore, la raccolta di racconti Il Bar sotto il mare, uno dei libri che più ho amato nella mia adolescenza…e non solo in quella. La prima volta che l’ho letto era il 1992: ne sono certa, perché da sempre ho l’abitudine di firmare i libri con la data della prima lettura. All’epoca gli diedi tante e forsennate riletture e, a differenza di molte miei libri preferiti del periodo, non l’ho mai abbandonato del tutto.

E, sempre a differenza di molti altri, il piacere che provo a sfogliarlo non è mai diminuito. Con gli anni i gusti cambiano si sa, ma nel mio caso non è stato così per i racconti del fantomatico Bar sotto il Mare: un posto magico, sotto il pelo dell’acqua, dove gli avventori che vi si riuniscono ogni sera raccontano a turno delle storie.

Dire che il mio gusto è rimasto del tutto immutato non è però esatto, perché alcuni dei racconti che parecchi anni fa non apprezzavo affatto sono diventati in tempi recenti i miei preferiti, forse perché ora ho l’età per apprezzarne la sottile ironia. È il caso tra gli altri del diabolico Quando si ama davvero o della favola un po’ smaliziata Il destino sull’isola di San Lorenzo.

Così, se uno dei più amati, ora come allora, rimane Il più grande cuoco di Francia, mi diverto sempre, spesso ridendo di gusto, leggendo i divertenti racconti dello scombinato paese di Sompazzo: L’anno del tempo matto o Il Pornosabato dello Splendor, per citare due dei racconti probabilmente migliori di tutta la raccolta.

Non mancano nemmeno degli omaggi dello scrittore italiano a due classici generi letterari: il giallo e l’orrore con venature gotiche. Impossibile infatti non pensare a Agatha Christie e a H.P. Lovecraft leggendo Priscilla Mapple e il delitto della II C e Oleron. Omaggi presentati sempre con il divertimento in punta di penna, perché tale è lo stile di Benni.

In conclusione una gran bella antologia, da tenere non in fondo alla libreria ma a portata di mano per rileggere un racconto ogni tanto, quando si hanno cinque minuti e voglia di sorridere.

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Scritto da: Only il 14 Ottobre 2009
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