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Toilet 14

toilet 14Durante le settimane più intense preferisco accantonare i romanzi che ho in lettura e passare a qualcosa di più rapido, come le raccolte di racconti. È uno dei motivi per cui ho preso la collezione completa dei Toilet, così da avere sempre qualcosa di buona qualità a disposizione. Non fa certo eccezione questo Toilet n.14, di appena un paio d’anni fa.

Devo dire anzi che mi sorprende in modo piacevole: nel corso dei vari numeri la qualità migliora sempre più, sia per quello che riguarda la selezione di racconti, sia per la cura editoriale, compreso il differente formato e le piccole modifiche nell’impaginazione.

Ma tornando al vero fulcro della pubblicazione, questo volume è permeato di una vena surreale che attraversa autori diversi e racconti distanti tra loro: da Susanna, che trovandosi in una situazione drammatica trova una via di fuga assurda, ma per questo ancora più efficace, ad Attratta dalle nuvole, la cui protagonista si stacca, letteralmente, dai problemi quotidiani per volare libera.

E ancora, A bussare controvento è un incontro rapido e fuggevole tra il pensiero razionale e il paranormale,  in cui a farla da padrone sono i fantasmi. Per gli appassionati delle storie di Lewis Carroll c’è anche una rivisitazione del paese delle meraviglie, Quando il cappellaio matto incontrò Alice, che racconta cosa succede dopo la fine delle due storie raccontate dal reverendo.

Non mancano gli affreschi della realtà così come la conosciamo, descritta con ferocia, come in Fenomenologia di Recoba, che parla di ambienti lavorativi moderni e tagliatori di teste, o presa nel suo lato comico, in Meglio di Sharon Stone, in cui amore e vergogna assumono un aspetto buffo, o ancora in un misto tra ricordi e presente, influenze e condizionamenti che vive la protagonista di Cosa dice Nunten-Fu.

Questo n.14 è una raccolta di livello sempre alto, con scritture anche se parecchio differenti l’una dall’altra tutte ugualmente godibili ed efficaci: ognuna infatti è perfetta per il proprio genere, da quelle sintetiche a quelle fintamente confuse, e per la propria materia.

Vi consiglio di procurarvelo, magari per leggerlo non solo “a seconda del bisogno”.

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Scritto da: Livia il 8 Febbraio 2010
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Se hai bisogno chiama, Carver

se hai bisogno, chiamaRaymond Carver aveva una penna discreta e sottile, come quelle siringhe tanto fini da non fare male in mano a un chirurgo zen. Molta gente della mia età avrà dimestichezza con Murakami Haruki (quello di Norwegian Wood per intenderci, o se preferite del recentissimo semi-bestseller Kafka sulla spiaggia), e qualcuno un po’ più grande avrà ben presente Cechov, che un tempo girava parecchio nei teatri (oggi un po’ meno, almeno a Roma).

Ecco, considerate che Murakami è un po’il Carver giapponese e che di Carver si dice sia il Cechov americano, e potrete tranquillamente prendere in mano i racconti raccolti da Minimum Fax in Se hai bisogno, chiama senza preoccuparvi di leggere prima qualcos’altro dello stesso autore. Mi direte: che problema c’è a cominciare con questo libro qui? In fondo è uscito da relativamente poco tempo, si presenta bene e non è molto lungo. Quale preoccupazione dovrei avere? Ebbene, un problema c’è: quelli raccolti nel volumetto sono scritti postumi. La storia è carina, e sta nella prefazione.

In sostanza l’editor-confidente-amica di Carver, dopo la sua morte, dice di aver discusso molto con gente varia (tra cui Murakami tra l’altro) sulla sofferenza che provoca la fine di un’esistenza poetica. Quanto può pesare sapere di non poter leggere più niente del nostro scrittore preferito?

Certo, si può ri-leggere, ma non è la stessa cosa. È un po’ come se ti morisse un amico, e nel caso suo è effettivamente così. Perciò pare che, nell’estremo tentativo che certa gente fa chiamando medium e ragazzini del sesto senso vari, si sia invasa la scrivania di Carver in cerca di lui, della sua voce, di quella penna discreta, per non rassegnarsi all’idea che fosse finita così. Quello che ne è stato cavato è uscito nel volumetto di cui parliamo.

Ora, non so se la storia sia vera o si tratti di una simpatica trovata per riuscire a spremere gli ultimi soldi da un autore estinto… però ne è valsa la pena! Continuando a leggere la prefazione si scopre che alcuni racconti erano stati scartati, che erano inediti per scelta e non per accidente, e che su tutti è stato comunque operato un editing. Tuttavia, vuoi perché l’editor era il suo, vuoi perché il più brutto racconto di un genio è sempre una figata, vuoi perché alla fine un sacco di gente morendo aveva chiesto di bruciare libri che poi hanno cambiato la storia della letteratura, Se hai bisogno, chiama è proprio venuto fuori bene.

Tra personaggi che più che esistere intuiscono loro stessi, tragedie esistenziali calmissime, da mezzogiorno domenicale, e vicende che paiono indirizzate verso epiloghi che poi non ci sono (Carver è un mago nello spiazzarti mettendo il traguardo un chilometro prima di quanto ti aspetti e facendoti capire solo così quello che veramente intendeva dirti), questi pochi, bellissimi racconti, chiudono felicemente la parabola artistica di un grande.

C’è l’ansia di un uomo in fuga, che si sfoga senza pathos spaccando tronchi ; un incontro tra vecchi amici composto di piccoli fastidi e disagi, la cui conclusione sposta di colpo il focus e illumina un orrore ben diverso; c’è il dubbio tra impossibilità e necessità rispetto al tentativo di rimanere vicini quando ci si perde di vista.

La lingua è piana, anche nella traduzione; la struttura serenamente sorprendente, sempre. Sembra che la prosa ci scorra attraverso come l’acqua in un tubo vuoto, lasciandoci solo umidi. Ma è la fregatura della siringa troppo sottile: tu non la senti, però il farmaco – il veleno? – è iniettato.

Insomma, il libro ci voleva. Anche perché la fine di Carver sembra scritta da Carver. Lui diceva di avere ancora tante cose da scrivere, e tanto tempo per scriverle: parlava di raccontare roba sulla pesca, non si capisce bene, ma di certo sembrava preludere a un epilogo ben più disteso. Invece è morto, così, senza preavviso, come finiscono i suoi racconti. Tu ti aspetti  almeno un suo ultimo scritto nuovo e invece ti trovi in mano i tesori che stavano appallottolati nel suo cestino.

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Scritto da: marzia il 27 Ottobre 2009
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Patty Diphusa, Almodovar

patty diphusaWarhol prese Edie Sedgwick e ne fece quel che voleva, fino allo sfinimento pur di renderla perfetta per sé. Pedro Almodovar le sue donne perfette ha cominciato a trovarle prima nella testa, poi nelle attrici con cui ha collaborato. Dalla sua testa nasce Patty Diphusa, simbolo e sintomo di un momento artistico mondiale che quasi soffoca sotto la valanga innovativa delle idee e le perversioni di Andrew Warhola.

Pedro Almodovar le sue le incarna in una bassa e tonica protagonista di film porno, scrittrice a tempo perso per riviste e soprattutto insonne. È fondamentale, dice Almodovar a Patty quando si lascia intervistare da lei (oh sì, maniacale), che la sua Diphusa non dorma mai, perché è alla continua ricerca. Di un senso, dell’amore, della soddisfazione a tutto tondo. D’altronde parliamo degli anni 80, dove la movida spagnola ti trascina e basta. Se non brilli, non ci sei. Non vali niente.

Patty incontra chiunque e racconta ogni cosa, è la diva del momento (un momento lungo la sua vita) e la reginetta delle sveltine nei bagni dei locali. È in continuo movimento e continua elaborazione cerebrale. Parla solo di quello che è superficiale come lei, eppure la somma di tutte le banalità di chi ha intorno, dei desideri comuni a tutta una generazione di wannabe, dei vizi segreti e invece raccontati in maniera così plateale scavano a fondo in un personaggio, nel suo autore, nel mondo che racconta. La superficialità diventa cosa dimenticata, e ci si ingroviglia in storie d’amore e scampi.

Così la protagonista si dimostra per quella che è, pagina dopo pagina: sicura di dove vuole arrivare, confusa su come farlo, disinibita, implacabile, inafferrabile. Come Madrid, la Madrid che si risveglia dopo Franco e mette da parte tutto per ballare in strada. Senza dimenticare, ma mettendo da parte come in un archivio chiuso a chiave, che sta bene oltre una porta chiusa a chiave, che è in una casa chiusa a chiave. Mentre la città e tutti i suoi abitanti sono in strada, e non vogliono dormire. Vogliono godersi anche il più semplice gesto di libertà, e lo fanno attraverso la trasgressione e lo svuotamento dei valori.

Per questo Patty è amata, dal primo momento in cui appare nelle riviste underground spagnole negli anni Ottanta, e continua ad essere amata a oltranza. Patty ha il coraggio di vivere come le conviene ma anche di rivelarsi per quella che è, attraverso lo stesso metodo del suo creatore: attraverso la scrittura. Una pubblicazione fissa su una rivista, dove l’io esagerato si promuove, si mostra, si analizza da lontano con una rilettura anche se veloce e infine si confessa, perdutamente, a chi ha letto le righe e tra le righe.

Questo libro però non offre in pasto a noi solo Patty, ma anche altre storie. Ognuna con un suo modo di essere e un suo motivo d’esistere. Il tutto senza veli, con citazionismo, e riferimenti filmici di altri livelli. Personalmente, a Pedro Almodovar, batto le mani anche in questa veste di scrittore.

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Scritto da: marzia il 14 Ottobre 2009
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Il Bar sotto il mare, Benni

Il bar sotto il mareQualche giorno fa qua su liblog ho condiviso con voi una divertente e mordace parabola di Stefano Benni sul saper scrivere, intitolata Il verme Disicio.

È contenuta in forse uno dei migliori libri dello scrittore, la raccolta di racconti Il Bar sotto il mare, uno dei libri che più ho amato nella mia adolescenza…e non solo in quella. La prima volta che l’ho letto era il 1992: ne sono certa, perché da sempre ho l’abitudine di firmare i libri con la data della prima lettura. All’epoca gli diedi tante e forsennate riletture e, a differenza di molte miei libri preferiti del periodo, non l’ho mai abbandonato del tutto.

E, sempre a differenza di molti altri, il piacere che provo a sfogliarlo non è mai diminuito. Con gli anni i gusti cambiano si sa, ma nel mio caso non è stato così per i racconti del fantomatico Bar sotto il Mare: un posto magico, sotto il pelo dell’acqua, dove gli avventori che vi si riuniscono ogni sera raccontano a turno delle storie.

Dire che il mio gusto è rimasto del tutto immutato non è però esatto, perché alcuni dei racconti che parecchi anni fa non apprezzavo affatto sono diventati in tempi recenti i miei preferiti, forse perché ora ho l’età per apprezzarne la sottile ironia. È il caso tra gli altri del diabolico Quando si ama davvero o della favola un po’ smaliziata Il destino sull’isola di San Lorenzo.

Così, se uno dei più amati, ora come allora, rimane Il più grande cuoco di Francia, mi diverto sempre, spesso ridendo di gusto, leggendo i divertenti racconti dello scombinato paese di Sompazzo: L’anno del tempo matto o Il Pornosabato dello Splendor, per citare due dei racconti probabilmente migliori di tutta la raccolta.

Non mancano nemmeno degli omaggi dello scrittore italiano a due classici generi letterari: il giallo e l’orrore con venature gotiche. Impossibile infatti non pensare a Agatha Christie e a H.P. Lovecraft leggendo Priscilla Mapple e il delitto della II C e Oleron. Omaggi presentati sempre con il divertimento in punta di penna, perché tale è lo stile di Benni.

In conclusione una gran bella antologia, da tenere non in fondo alla libreria ma a portata di mano per rileggere un racconto ogni tanto, quando si hanno cinque minuti e voglia di sorridere.

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Scritto da: Only il 14 Ottobre 2009
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La prova del 9: La sognatrice di Ostenda, Schmitt

La sognatrice di ostendaC’è una sorta di prova del nove che dimostra quanto inconfutabilmente piaccia ciò che si sta leggendo: non si guarda mai a che pagina finisca l’oggetto della nostra lettura. È ciò che può capitare con uno qualsiasi dei cinque racconti che compongono La sognatrice di Ostenda di Eric-Emmanuel Schmitt.

Il primo – che dà il titolo all’intera raccolta – ti prende con quell’alone di dubbio che avvolge il racconto di una vecchia dame colta, malata e scostante, dal carattere reso ruvido dagli anni e dalla solitudine; il racconto di un suo presunto e giovanile amore totale “da cui non ci si riprende mai”. Un amore letteralmente favoloso, totalizzante, nella passione, nella complice, spontanea, tacita intesa, nel sesso, pianificato e studiato come gli amanti fossero due vissuti seduttori settecenteschi.

Sarà vero? Credibile? O è soltanto un sogno, bello e pietoso per chi ascolta l’anziana signorina, viste anche l’esistenza che ha condotto finora e le sue attuali condizioni di salute. Per di più, a suo dire, questa storia d’amore l’ha vissuta col rampollo di una real casa in incognito, di cui non ha mai saputo il nome reale (qualsiasi senso diate a quest’ultimo aggettivo va bene). Per tutto il racconto, l’autore ci tiene emotivamente in equilibrio sull’esile spartiacque che divide sogno e (possibile, per quanto inverosimile) realtà fino allo scioglimento finale che è poesia pura.

Nel secondo racconto – Delitto perfetto – si può vedere quanto, con un po’ di fortuna, si possa premeditare e commettere l’assassinio del proprio marito (che si credeva di conoscere ma gli uomini, si sa, che mascalzoni!) uscirne assolti e vivere infelici e scontente perché… e lo lascio leggere a voi.

Il terzo – La guarigione – è ambientato all’ospedale la Salpêtrière visto che la protagonista femminile – un brutto anatroccolo – è un’infermiera. Un’infermiera che, con l’aiuto di un bel paziente gravemente ferito, prenderà progressivamente coscienza del proprio potere seduttivo e della propria femminilità, diventando un desiderabile e desiderato bellissimo cigno.

In Cattive letture vi è una certa dose di comicità e, per chi vuol vedercela, una bonaria satira ai romanzi commerciali che stravendono, velatamente anche al caso editoriale Il Codice Da Vinci di Dan Brown che tante polemiche e chiacchiere suscitò alcuni anni fa. Al termine però l’ilarità e l’umorismo prendono una piega noir, conseguenza del graduale predominare della fantasia sulla realtà attraverso la suggestione. È, in qualche maniera, speculare al Delitto perfetto, qui il delitto è preterintenzionale e, nonostante, sia comunque un triste evento, l’ironia non viene meno.

La donna col bouquet chiude il libro e l’autore lo racconta come un fatto di cui, parzialmente, è stato testimone. La vicenda è di una semplicità disarmante ma tale da assurgere la dignità del simbolo e della metafora sia della creatività artistica, sia della vita. Viene perfino citato Samuel Beckett e il suo Aspettando Godot.

Non penso ci sia altro da aggiungere. Si toglierebbe il piacere di leggere. Che è quello che mi auguro Eric-Emmanuel Schmitt voglia ancora continuare a darci in maniera tale da non indurci a vedere il numero dell’ultima pagina.

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Scritto da: sfranz il 10 Settembre 2009
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L’uomo che mi lava, Maran

L'uomo che mi lava – Valentina MaranUno degli argomenti di cui è più difficile scrivere è certamente il sesso; difficile perché scadere dall’erotismo alla pornografia, dalla sensualità alla volgarità, è questione di poche parole, sfumature di senso, scelte lessicali più o meno felici. Per questa mia prima incursione nel genere ho deciso di farmi indirizzare da chi ne sa più di me, e ho ricevuto, quindi, L’uomo che mi lava, di Valentina Maran.

Sono pochi racconti, tutti scritti in soggettiva, che esplorano vissuto o fantasie di una giovane donna particolarmente disinibita, cosciente del proprio corpo, della propria femminilità e della propria sessualità. Una donna normale, non eccessivamente bella o procace, non appariscente. Una donna comune.

Poco comuni sono i suoi rapporti con il sesso, che svela lungo un percorso accidentato. Il primo racconto, infatti, è un’iniziazione sia per la giovanissima protagonista sia per il lettore: è introduttivo e comincia a disporre gli elementi che saranno ricorrenti per tutto il testo. Triangoli, bisessualità, descrizioni minuziose, esplorazioni di territori taciuti, idee a volte disturbanti.

Da lì in poi è un dipanarsi di avventure, a volte meramente virtuali e a volte sin troppo materiali, con uomini appena conosciuti, o sconosciuti in modo irrevocabile, con donne più o meno esperte, con amanti che non hanno voglia d’essere di più. In qualche caso con i suoi stessi lettori, che la scrittrice immagina essere uomini. I temi si fanno spesso più cupi, pur restando ai margini di quel mondo fatto di ruoli, legacci, piccole e grandi perversioni.

Dopo la prima metà, però, la raccolta perde un po’ di smalto e comincia a diventare ripetitiva sia nei temi sia nel lessico. Lo stile è rapido, frasi essenziali che non lasciano spazio a dubbi, arricchimenti o esitazioni. La lingua tracima ogni tanto nel volgare, così come qualche racconto, che perde la misura e oltrepassa il piccolo segno di separazione di cui parlavo all’inizio. Si sente, comunque, che è scrittura di una donna, in grado di cogliere sfumature del pensiero femminile spesso nascoste.

Dati i contenuti e il linguaggio non è una lettura consigliata a tutti, ma solo a chi ama il genere e non è incline a scandalizzarsi. Come mio inizio m’ha lasciata un po’ perplessa, ma probabilmente perché non è – decisamente – il mio genere.

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Scritto da: Livia il 31 Agosto 2009
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Gli arancini di Montalbano, Camilleri

Gli arancini di montalbano – Andrea CamilleriMi accorgo con colpevolissimo ritardo di non aver mai parlato di uno dei miei autori favoriti dell’estate (ma che anche d’inverno ha un bel posto nel mio cuore), Andrea Camilleri, l’uomo che mi ha riavvicinata al giallo italiano. E dato che siamo in argomento estivo direi che si può iniziare dalla sua corposa  raccolta Gli arancini di Montalbano.

Su Camilleri sono già state scritte infinite pagine, da ammiratori e da detrattori, ma c’è un solo criterio, secondo me, davvero valido: mi piace. Mi piace l’uso della lingua, mi piace la caratterizzazione dei personaggi, mi piace la costruzione della trama. E non solo perché, essendo siciliana, capisco bene quello che scrive e descrive, ma soprattutto perché ha la stessa abilità della Christie nel creare arzigogoli che poi, in realtà, sciolti da lui sembrano semplicissimi.

Nei racconti, quasi tutti brevi, incontriamo gli stessi personaggi di sempre che, all’epoca della prima edizione di questa antologia (pubblicata anni fa, all’inizio della fortunata carriera di Montalbano), avevamo già imparato ad amare: Catarella, con la sua parlata caratteristica, Livia, la penelope lontana, Fazio, Augello e un corollario di personaggi minori sempre interessanti e ben descritti.

E, ovviamente, il nostro commissario, un misto di giustizia e umanità, Salvo Montalbano. Impossibile, leggendo il libro, non pensare agli adattamenti televisivi e all’interpretazione di Zingaretti; e un paio di questi racconti hanno avuto la loro trasposizione: Gli arancini di Montalbano e Il gatto e il cardellino.

Ma tra i miei preferiti invece c’è Pezzetti di spago assolutamente inutilizzabili, in cui il personaggio al centro della vicenda è tanto surreale da distogliere l’attenzione dalla trama poliziesca: è un ragioniere con l’ossessione del conservare tutto ciò che utilizza, e che ha una casa che sembra un archivio. Se vi sembra impossibile, beh, io una persona così l’ho conosciuta, con un cassetto pieno di pezzetti di spago di pochi cm.

Subito dopo Montalbano si rifiuta, metaracconto in cui compare – come un cameo alla Hitchcock – anche l’autore; la sua presenza, però, non è autocelebrativa, ma funzionale a chiudere la storia. E Sostiene Pessoa, più che una semplice citazione letteraria, che approfondisce l’etica del commissario.

La lingua è quella ormai diffusa anche tra tanti giovani siciliani: abbiamo scordato il nostro dialetto e non siamo capaci che di parlarne uno impreciso, meticcio d’italiano e siciliano (pur nelle sue mille forme); e lo stile, semplice ma non povero, tiene incollati al libro per tutte le sue oltre trecento pagine.

Se non l’avete già letto, eccovi un buon punto di partenza per affrontare il vasto universo di Montalbano.

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Scritto da: Livia il 24 Luglio 2009
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Toilet n.6

toilet 6Ormai di Toilet dovreste sapere molto. Ne ho parlato più d’una volta, ho parlato della casa editrice, ho scritto spesso di loro. Del resto è un buon lavoro, finora non mi ha mai delusa e, non ultimo, ha scovato talenti che poi sono approdati ad altri editori, a un pubblico più vasto. Così stavolta eccomi a parlarvi del Toilet n.6.

Come sempre i racconti attingono agli argomenti più disparati, con stili eterogenei, stavolta tarati un po’ più sul breve e quindi più adatti alla lettura da spiaggia. Non mi resta che dirvi quali sono i miei preferiti e perché.

Intanto è da questo numero che inizia la saga di Francesco Dimitri, con l’episodio Arrivano gli Ombrafiorita, che introduce la famiglia e ne traccia un po’ la storia attraverso i secoli; fino ad arrivare al gruppo di eredi scalcinati, che qui iniziano la loro avventura.

Sangue sul parquet, col suo titolo ingannevole, affronta i temi dell’adolescenza e delle difficoltà della crescita in una famiglia moderna da un’angolazione particolare; dal confronto fra due mondi e modi distanti di vivere la famiglia, infatti, risulta un bell’approfondimento sul tema dell’identità personale.

Per gli appassionati di Pulsatilla è in questo numero che si trova il suo esordio, col racconto Coppia conica, microstoria incentrata sulle esperienze di una giovane donna alle prese con riflessioni sulla propria esistenza (e non dirò di più, data la brevità del testo).

Poi, quasi alla fine del volume, una serie di racconti minimi – due o tre pagine al massimo – su temi impegnativi, raccontati in modo trasversale: il precariato,  l’infertilità, il suicidio, la violenza domestica.

Infine, degno di menzione il racconto L’uomo che non si fidava dei numeri che attraverso l’uso di tre punti di vista, tre narratori diversi, dipinge una scena che ha del quotidiano e dello straordinario al tempo stesso, ironica e un po’ nera.

Pur non essendo una lettura frivola, è un’antologia ottima per chi si vuole rilassare sotto l’ombrellone.

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Scritto da: Livia il 20 Luglio 2009
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Bambini, ragni e altri predatori, Baldini

Bambini, ragni e altri predatori – Eraldo BaldiniCon la lettura di Gotico rurale è iniziato un sodalizio tra me e i libri di Eraldo Baldini: probabilmente non mi fermerò prima di averli letti tutti, quindi preparatevi al fatto che potreste trovare qui su Liblog altre mie recensioni al riguardo in tempi brevi. Nonostante abbia nel frattempo letto anche Mal’aria (su cui forse prima o poi vi dirò la mia), ho deciso di tornare ai suoi racconti, a questo Bambini, ragni e altri predatori che considero il seguito ideale dell’altro da me recensito.

Le due raccolte hanno qualcosa, anzi molto in comune: torna la campagna come cornice di normalità da cui scaturisce l’orrore e tornano i bambini come punti focali dei racconti, il cui ruolo in questo palcoscenico letterario si evince già dal titolo.

Non può essere infatti un caso che le storie più belle della raccolta abbiano come artefici del male proprio coloro che in altra letteratura appaiono come l’emblema dell’innocenza: è ciò che accade nella Spiaggia privata o in Poi c’era l’uomo dagli occhi marci. I bambini sono protagonisti e comprimari anche nelle bellissime storie che sembrano fiabe moderne, ovviamente rilette in chiave orrifica perché è di Baldini che stiamo parlando: è il caso di Il Carognone, Gli amici di Sara o La croce del Drago.

Il terrore sembra nascondersi nella normalità come un cancro in un corpo sano e in alcuni suoi racconti questo è più vero che in altri: di certo è verissimo nei terrificanti Nebbia grigia e galline nere o Pesca grossa. Chiude il libro un racconto lungo, L’uccisore, che avrebbe anche potuto essere una storia a sé stante, allungando magari alcune passi forse un po’ troppo sbrigativi. Mi dispiace che ciò non sia successo, perché la struttura dello scritto mi è piaciuta in maniera particolare e a mio avviso avrebbe meritato maggior respiro.

Nel complesso, ho trovato la qualità di Bambini, ragni e altri predatori un po’ più altalenante di Gotico rurale, perché accanto agli ottimi racconti citati sopra ne ho trovati alcuni che mi hanno lasciato, per vari motivi, un po’ insoddisfatta. Ma forse, come sempre mi capita con gli scrittori che mi colpiscono in modo particolare, mi abituo bene e mi aspetto da loro sempre il massimo. E indubbiamente Eraldo Baldini mi ha colpito e continua a farlo man mano leggo i suoi lavori.

Per questo, anche con i suoi piccoli difetti, considero questo libro una raccolta imperdibile per chi ama spaventarsi, ma sul serio. Se volete sapere qualcosa di più sull’autore, sulle sue pubblicazioni e sugli incontri con i lettori, il suo sito internet, Eraldo Baldini, è ricco di informazioni e tenuto in costante aggiornamento.

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Scritto da: Only il 17 Giugno 2009
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Dai un bacio a chi vuoi tu, Marchetta

Dai un bacio a chi vuoi tu – Giusi MarchettaLunga vita a Terre di Mezzo!
Non solo mi piacciono i loro titoli e le loro iniziative, ma hanno anche permesso a Giusi Marchetta di esordire. Grazie ai sette racconti che compongono il suo libro, Dai un bacio a chi vuoi tu, l’autrice ha conquistato il Premio Calvino 2007.

I personaggi di Giusi un po’ combattono, un po’ si affidano al caso ma tutti, e dico tutti, sono al limite. Guardano giù e pensano che sotto non ci vogliono stare, che sono stanchi di essere quelli su cui viene puntato il dito alla fine della filastrocca. Dai un bacio a chi vuoi tu racconta storie che in cuor tuo vorresti far finire bene ma non puoi. Non puoi decidere tu per l’autrice, e ancor meno per il mondo.

Giusi Marchetta sa di cosa parla, è un’attenta osservatrice del mondo che ha intorno. Lo ripropone con dolcezza, per invogliarci ad andare avanti, ma non ci nasconde la violenza che si consuma negli animi dei suoi personaggi, né tantomeno quella che gira loro intorno. Spesso arriva addosso.

Con maturità quasi inaspettata, visto che è un libro d’esordio, Marchetta lascia a casa i fronzoli stilistici e si concentra su temi difficili, da denunciare. Una scrittura asciutta, una punta di cinismo, tanta e acuta ironia. Non c’è modo di sfuggire alle sue parole. Così come i personaggi non hanno modo di sfuggire alla loro condizione, ma non si arrendono. Si sforzano, si arrabbiano, si aggrappano a quel che possono ma non per questo hanno scampo. A certe cose non c’è scampo.

C’è chi taglia i capelli per scappare a un padre violento, chi odia i pedofili per sentirsi meno simile a loro, chi cerca di mettere da parte tutta la sua educazione orientale per farsi un po’ di spazio in questo nuovo mondo. Ma c’è abbastanza spazio per scappare, o anche solo per muoversi? Non è un libro che dà delle risposte, d’altronde non è un libro che fa domande facili.

Però Giusi si spiega, da brava professoressa, dimostrando che ogni sua storia meritava di prendere forma. Non c’è trascuratezza, nessuna fretta, solo un prodotto confezionato a pennello.

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Scritto da: marzia il 10 Giugno 2009
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