Dite la verità: tante volte siete in imbarazzo nel dover usare nomi stranieri, ma anche termini italiani inconsueti, perché non sapete quale sia l’esatta pronuncia. Io per prima tante volte non so scegliere il giusto accento, e radio e tv non sono di grande aiuto – si veda il caso KGB e Schumacher – col marasma di errori. Non siete soli.
In nostro aiuto viene un ottimo sito, Come si pronuncia, composto da un team di italiani che danno l’esatta pronuncia di vocaboli dubbi; ecco cosa dice la loro home page:
Comesipronuncia.it mette ordine nella grande confusione fonetica che regna in Italia. Gente comune e professionisti della comunicazione si affidano all’intuito o alle reminiscenze scolastiche per citare nomi e termini stranieri che infarciscono quotidianamente l’attualità.
Risultato? Queste pronunce, anche se sbagliate, diventano “ufficiali” perché convalidate da radio e televisione. Con un click puoi ascoltare la corretta articolazione dei suoni e verificare lo spelling esatto dei nomi comuni e propri messi a disposizione degli utenti.
Si sopravvive anche con un Financial Times mal pronunciato o un Frankfurter Allgemeine Zeitung scritto approssimativamente, ma se ci vuole così poco per evitare una figuraccia, perché non approfittarne?
Allora, come si dice Chuck Palahniuk?
Io amo molto la d eufonica, ovvero la d aggiunta ad una congiunzione o preposizione che incontri una vocale nella parola seguente. Trovo sappia dare armonia a frasi di dubbia sonorità e, se ben utilizzata, risolvere molte cacofonie. Se ben utilizzata, però.
Ci sono distinte teorie sul suo uso, una che propende per la semplificazione e una che tende a preservare la funzione primigenia.
La prima postula che si debba introdurre la d solo nel caso in cui siano in contatto due identiche vocali: e con e, a con a, et similia. Ne consegue che secondo questa teoria sia migliore “e anche” rispetto alla forma più conosciuta “ed anche”.
La seconda teoria si basa proprio sul motivo per cui la d eufonica nasce: evitare di pronunciare frasi cacofoniche. Per cui ogni volta che leggendo ci troviamo davanti ad una sonorità dubbia (a una o ad una?) il criterio per l’inserimento della d è la sua utilità nel rendere la frase più gradevole.
Nonostante l’Accademia della crusca consigli il primo modo, da sempre io propendo per il secondo: la d eufonica non dovrebbe avere regole restrittive ma essere applicata ogni qualvolta si renda necessaria, onde permettere alle proposizioni di scorrere in modo piacevole.
Ovviamente l’orrore fonetico può essere causato anche da un eccesso di D eufonica, che non andrebbe mai usata in caso di ripetizioni di sillabe: “ed educazione”, “od odio”, “ad adempiere” sono sequenze insopportabili.
Resta come unico criterio di discernimento quindi, come spesso accade, il buonsenso, o se preferite il buongusto. E l’utile trucco di leggere ad alta voce il passaggio incriminato, per capire come possa suonare meglio.
Di solito mi occupo di lingua italiana, il venerdì. Ma poiché alcuni “barbarismi” sono entrati nell’uso comune, meglio sapere come si scrivano e come si pronuncino.
La tendenza italiana è infatti quella di assimilare ogni parola straniera alla parlata anglofona, che già in Italia è di per sé difettosa. Non sto qui a perorare la causa di quanti vorrebbero una traduzione per ogni termine straniero, un adattamento linguistico o un neologismo equivalente.
Trovo che quando è possibile, ovviamente, si debba preferire la forma italiana, ma trovo anacronistico e anche depauperante per una lingua viva come l’italiano cercare obbligatoriamente delle traduzioni forzate. Voglio anzi ricordare qui che la lingua italiana è creditrice di numerosi prestiti agli stranieri, molti più di quanti ne abbia ricevuti.
Oggi ne voglio affrontare due particolarmente dubbie: privacy e stage.
Privasi o pràivasi? Ormai è attestata la seconda forma, più universalmente diffusa, anche se la prima dizione è ben lungi dall’essere scorretta ed è anzi largamente diffusa proprio in Inghilterra. Io opto per la seconda perché credo che in certi casi ci si debba adattare alla forma più conosciuta, per essere compresi ovunque.
- Stage, internship o apprendistato.
Eccola qui, terrore perfino dei telegiornali. Stage è parola francese, e come tale va pronunciata stàj (perdonate, non riesco ad inserire la trascrizione fonetica); il suo corrispettivo inglese è internship, che corrisponde alla forma italiana tirocinio o apprendistato. Se qualcuno vi dovesse dire “sto facendo uno steig (pronuncia all’inglese)”, chiedetegli da quanto si applica alla falegnameria: avrebbe appena detto infatti che sta costruendo un palcoscenico. Purtroppo in Italia è una forma particolarmente diffusa, benché in paesi ben più anglofoni si preferisca la pronuncia francese.