Tutti gli articoli su processo

Intervista a Jasmina Tesanovic – Processo agli Scorpioni

Processo%20agli%20Scorpioni Intervista a Jasmina Tesanovic – Processo agli ScorpioniProcesso agli Scorpioni - Jasmina Tesanovic

In occasione della riedizione per Stampa alternativa del Processo agli Scorpioni della Tesanovic, ho posto qualche domanda direttamente all’autrice, per ricordare e capire meglio.

Cosa vuol dire, effettivamente, essere una Donna in nero?

Vuol dire essere parte di un gruppo pacifista femminista internazionale fondato nel 1988 in Israele, dalle donne israeliane e palestinesi contro la guerra fra i loro paesi. Poi è nato il secondo gruppo in Italia, contro la guerra nel Golfo, e il terzo gruppo in Serbia. Di recente i gruppi israeliano e serbo sono stati proposti per il premio pace Nobel per il lavoro pacifista che hanno svolto. Vi dico il principio originale pacifista attivista del nostro gruppo, che parte da Antigone: noi Donne in Nero siamo contro i militaristi in primo luogo, cioè i nostri governi, uomini… Quelli che in nome nostro e con i nostri mezzi attuano politiche aggressive militariste. Solo in secondo luogo siamo contro il militarismo dell’Altro. Il principio che dovrebbe funzionare dalla base è: se in ogni paese ci fossero delle forze attiviste che possono fermare il militarismo del proprio governo, le guerre sarebbero più difficili da gestire nel mondo.
Essere parte delle Donne in nero mi ha salvato moralmente e, perché no, materialmente (anche se spesso e volentieri era pericoloso), dalla decadenza storica in cui è caduto il mio paese.

Pensi che i crimini compiuti nell’ex Jugoslavia si possano ripetere ancora, altrove?

Certo, si stanno ripetendo proprio mentre stiamo parlando. Quello invece che è diventato più difficile da fare è commettere atrocità senza essere scoperti e giudicati: ormai esiste Internet, esistono i tribunali di guerra internazionali, c’è un precedente che codifica la banalità del male, come dice Hannah Arendt, il modello e le maniere dei genocidi, omicidi, ecc. La semplicità e non originalità dei meccanismi è sconvolgente. Oramai i crimini di guerra si potrebbero processare via Internet con i computer.

Quanto è stato difficile essere presenti in aula, durante il processo?

All’inizio emotivamente era molto difficile. Quasi non capivo cosa stesse succedendo dalle lacrime. Ma poi, man mano che andavamo avanti, non solo capivo tutto ma ero anche fiera di esserci, come testimone di una banalità del male “alla serba”. Lo rifarei in ogni momento ovunque. Infatti mi sto preparando a seguire il processo a Torino degli operai morti nelle fabbriche di asbesto. Le madri e i parenti testimoniano. L’assassino è assente, invisibile, il Gran capitale.

Può esserci giustizia in questi casi, nei casi in cui si compiano crimini contro l’umanità?

Non esiste una giustizia oggettiva in casi del genere. Ma esiste un senso di giustizia che dà molta soddisfazione, una volta che viene soddisfatto. Una volta che un crimine è commesso, il silenzio e la menzogna che lo coprono fanno male per tutta la vita. Invece, se questo non succede, se la verità viene fuori, i sopravvissuti hanno una ragione ad andare avanti con la loro vita. Vorrei credere che noi sopravvissuti siamo un numero più grande di quei morti e che siamo più forti degli assassini e dei criminali che li hanno commessi.

Cosa è possibile fare per evitare che questa sia una delle tante tragedie rimosse dalla Storia?

Possiamo fare tanto, ognuno nel proprio piccolo. Scrivere, parlarne, fare memoriali, fare delle leggi nuove, fare attivismo politico. Il genocidio di Bosnia non è stato ancora trattato bene, d altronde come altri genocidi al mondo. Ma questo è il mio, quindi me ne occupo di più. I sopravvissuti vivono ancora sul territorio e sotto il commando di coloro che hanno commesso il delitto. A volte vengono anche minacciati. Il nuovo governo cosiddetto democratico di Serbia non ammette il genocidio, né vuol dare un taglio netto con il passato. A volte mi sento impotente e disperata, ma poi, guardando in retrospettiva, non è vero che niente cambia: lentamente le istituzioni, le corti, la gente pian piano si accorgono del lavoro che piccoli gruppi ed individui fanno, e ne prendono atto facendo il loro dovere a proseguire il nostro lavoro. Io non desidero altro se non smettere di scrivere di genocidi e scrivere ad esempio sull’amore.

blogdo small
Scritto da: Livia il 20 Aprile 2009
0 rss

Il processo di Frine, Scarfoglio

processo di frine, edoardo scarfoglioDi recente ho riscoperto un autore ormai quasi obliato, coevo di D’Annunzio ma senza la stessa fama; Scarfoglio infatti è un nome che non molti conoscono, né si conosce il suo bel romanzo breve (o racconto lungo) Il processo di Frine.

Eppure trovo sia molto più moderno di quanto la sua radice ottocentesca lasci pensare: il processo, un racconto comparso originariamente nel 1883 all’interno di una raccolta omonima, ha una lingua vivace, un argomento che potrebbe essere contemporaneo e che si riflette anche sullo stile.

L’argomento è una cronaca giudiziaria: il colpevole si conosce dal principio, il delitto ha già la sua soluzione e non c’è alcuna necessità investigativa; è più una analisi che chiameremmo al giorno d’oggi sociologica, uno scorcio del funzionamento delle nostre aule processuali.

Veniamo in contatto quindi con l’umanità che gravitava, e nelle realtà paesane ancora gravita, intorno al tribunale: l’avvocato, i giudici, il parroco, i curiosi, nonché alla nostra Frine, che stavolta si chiama Mariantonia.

La vicenda richiama dal titolo quella della classicità greca, in cui una donna accusata di empietà, Frine appunto, viene giudicata dall’areopago e difesa con metodi oratori piuttosto teatrali (e non dirò di più sul processo per non togliervi il piacere di scoprirlo da voi).

La differenza immediata è sia il tipo di crimine, sia la dichiarazione di colpevolezza dell’accusata, che in un caso si professa innocente e nell’altro è rea confessa; mentre poi la Frine classica attiene alla politica, la vicenda della seconda è più passionale.

La scrittura, come annunciavo, è moderna, mista di ottimo italiano e dialetto strettissimo, quasi indecifrabile, semplice e descrittiva, di ampio respiro. Lo stile alterna una varietà di registri, da quello più elevato al più umile, per tener conto degli aspetti differenti dei vari personaggi.

Quel che potremmo definire una lettura attuale, in un’epoca di processi mediatici, da scoprire (o riscoprire) sorridendo di quanto, in fondo, non cambino molto i costumi.

blogdo small
Scritto da: Livia il 10 Novembre 2008
0 rss

Un requiem per il romanzo giallo, Dürrenmatt

In questo libro son raccolti due romanzi brevi, – La promessa – (1958), e La panne (1956) – e un radiodramma, Sera d’Autunno (1957). Sono testi che ben introducono – a chi non avesse già avuto modo di conoscerlo – lo scrittore (nonché drammaturgo e pittore) svizzero di lingua tedesca Friedrich Dürrenmatt (1921-1990).

Nel primo – a cui, non senza ragione, l’Autore volle mettere come sottotitolo Un requiem per il romanzo giallo – è narrata una vicenda esemplare per dimostrare l’assunto secondo il quale gli scrittori di romanzi polizieschi tradizionali (“a enigma”) costruiscono storie poco credibili e poco aderenti alla realtà anche se la ferrea logica deduttiva dell’investigatore di turno le può far apparire affascinanti e perfette. Ma “con la logica ci si accosta soltanto parzialmente alla verità”, figuriamoci alla Giustizia!

L’elemento da cui non si può prescindere (e da cui gli autori di polizieschi spesso e volentieri, al contrario, prescindono) è il Caso. E, va da sé, che solo per caso, alla fine, quando tutti i giochi dell’indagine sono ormai conclusi, si verrà a conoscere come si erano realmente svolti i fatti in una storiaccia di infanticidio a sfondo sessuale che ha visto anche la morte in carcere di un imputato innocente.

Quand’anche la sete di verità è paga, non sarà affatto consolatoria. Partendo dall’argomento di questo romanzo, Dürrenmatt, in collaborazione col regista Ladislao Vajda, scrisse la sceneggiatura del Mostro di Mägendorf. In un poscritto tuttavia, precisa che il romanzo breve fu poi completamente riscritto per dare ad esso il taglio e le intenzioni che attualmente ha. Più recentemente (2001) Sean Penn s’è liberamente ispirato a La promessa realizzando un film con Mickey Rourke, Jack Nicolson e Vanessa Redgrave.

In La panne, viene mostrato come la verità non sia altro che un’interpretazione della realtà; interpretazione che può risultare credibile e reale se chi la espone ha il potere e il riconoscimento sociali: tre anziani pensionati, ex magistrati e un boia anche lui in pensione, si divertono a “giocare” alle professioni che han esercitato per molti anni: un ex Pubblico Ministero accusa, un ex Avvocato Difensore difende e un ex Giudice emette la sentenza nel rifacimento di processi storici o inventati che si svolge nel corso di lunghissime cene al cui confronto il cenone di San Silvestro e il pranzo natalizio sono delle ottime opportunità per far dieta.

Una sera Il Caso (anche qui il Caso – una banale auto in panne) vuole che – in quest’allegra atmosfera conviviale – a partecipare al gioco nel ruolo d’imputato, càpiti un rappresentante di commercio, un uomo semplice con le proprie bontà ma anche con le proprie meschinità.

Si divertirà davvero da morire in questa che definirà La più bella serata della mia vita – che è anche il titolo del film che Ettore Scola liberamente trasse nel ‘72 da questo breve romanzo e che vede il personaggio principale impersonato da un attore a noi tanto caro, che ci aveva però abituato a vederlo recitare in contesti e situazioni assai meno drammatici: Alberto Sordi.

Qui sia la situazione, sia i personaggi ricordano Kafka, Pirandello e gli autori del Teatro dell’Assurdo (Beckett, Jonesco). L’allegro processo-farsa dà il destro a Dürrenmatt anche per fare un reale processo alla situazione sociale ed economica della Svizzera di quel tempo: benestante, per bene e inevitabilmente ipocrita.

Il radiodramma Sera d’Autunno. Commedia utopistica sulla fenomenologia dello scrittore ha una perfetta geometria circolare-ricorsiva, il finale cioè coincide con l’inizio e sul tavolo vengono affrontati temi come il rapporto tra Autore (sempre di romanzi polizieschi) e lettore, Autore e gusto del pubblico, realtà vissuta e finzione letteraria.

Altri Autori vengono in mente leggendo questo testo: il monologo iniziale non può non ricordare quell’Our Town (La piccola città) che nel ‘38 valse a Thorton Wilder (1897-1975) il secondo Premio Pulitzer (il primo lo vinse nel ‘28 per il romanzo Il ponte di San Luis Rey). E in un punto (quando si elogia la perfetta costruzione degli omicidi) fa rammentare quel On Murder Considered as one of the Fine Arts (L’Assassinio come una delle Belle Arti, 1827) del De Quincey (1785-1859), tradotto in Italiano (da firme come Massimo Bontempelli) e ristampato anche recentissimamente.

Tornando a Dürrenmatt, sono tre belle letture per l’estate; al mare o, meglio, considerata l’ambientazione svizzera, al lago o ai monti. Non dimenticate di farvi controllare l’auto prima di partire. Non si sa mai.

blogdo small
Scritto da: sfranz il 12 Agosto 2008
0 rss

Processo agli scorpioni, Tesanovic

Copertina @XII-onlineA tutti noi piace la sensazione di essere persone impegnate, attente al mondo, sensibili alle tragedie. Salvo poi leggere un libro come Processo agli scorpioni e scoprire in un istante la propria cecità e ignoranza. La guerra alle porte di casa nostra, il tentato genocidio, la pulizia etnica è confinata ai ricordi dell’olocausto nazista.

Invece è stata, è ancora, accanto a noi, nella penisola balcanica squassata da anni di guerra e massacro. Ho letto con estremo interesse anche l’introduzione, acuta e scritta con una semplicità disarmante, un valido aiuto per la lettura e la comprensione del libro.

Jasmina Tesanovic è una delle Donne in Nero che hanno seguito direttamente il processo, entrando quindi nella cerchia dei privilegiati che hanno accesso diretto alla Storia, e decidendo poi di raccontarcela dal suo personale punto di vista. Differente perché è una scrittrice serba, quindi vicina, vicinissima alle etnie in discussione.

Emerge ancora una volta, come per la Arendt, la banalità di questo male, l’assenza di spiegazioni complesse, il fare becero e disumano dei promotori della barbarie. Volti di vicini di casa, a volte di amici, che ritengono giusto, normale, perfino eroico avere torturato, ucciso e filmato.

Emerge anche l’incapacità dei tribunali di guerra di fare giustizia. L’impressione è che il torto non si possa riparare, e che i criminali, ancora una volta, abbiano la meglio sulle loro vittime anche dopo averle uccise.

C’è poco da dire, su questo documentario al limite tra il racconto e il saggio: c’è da leggere e scoprire fino a che punto le parole Legge, Giustizia, Pace, possano diventare vuote.

blogdo small
Scritto da: Livia il 7 Luglio 2008
0 rss