Ci racconti il percorso di “Esbat”? Sappiamo che nasce come fan fiction di una nota serie giapponese. È stato difficoltoso il passaggio dal racconto scritto per il “fandom” a romanzo fruibile da un pubblico più ampio?
È stato più che altro laborioso nella revisione, così come sta avvenendo ora per il secondo libro. Quando si scrive una fan fiction si lavora a puntate, come nei feuilleton. Ma così facendo chi scrive rischia sia di perdere qualche raccordo, sia, soprattutto, di eccedere in effetti speciali e virtuosismi che possono appesantire la storia nel momento in cui viene letta di seguito. Comunque sì, Esbat nasce come fan fiction e poi, attraverso i contatti di uno dei lettori, arriva a un agente, e quindi a Feltrinelli. In pochissime parole.
Essere considerata una “ficwriter” a volte assume un significato negativo, come se questo sottobosco letterario fosse da considerarsi di serie B. Tu rappresenti un poco la riscossa di molti autori che vengono penalizzati da questa etichetta. Qual è la tua opinione in proposito?
Non voglio rappresentare nulla, per carità! Scherzi a parte: è verissimo quello che dici. Esiste un pregiudizio molto pesante e sgradevole nei confronti del fandom, che lo considera come un luogo “ormonoso”, uno sfogo per adolescenti. C’è anche una componente simile, ma al di là degli intenti, il fandom è un luogo di produzione di testi. A volte, di splendidi testi.
Qual è il personaggio di “Esbat” a cui sei più affezionata? Perché?
La Sensei. Perché è una “cattiva”, e mi piaceva raccontare il lato oscuro di un personaggio femminile: distruggere le sue false certezze e scavare nella sua anima. Spero che, oltre alla condanna, i lettori provino anche pietà per lei. E un po’ di amore.
Dopo essere diventata una scrittrice “pubblicata su carta stampata” la tua vita ha subito qualche cambiamento?
Sì e no. Sicuramente c’è un maggior senso di responsabilità quando scrivo, sicuramente c’è una maggiore esposizione, ma non mi sento diversa. Non ho mai pensato che uno scrittore fosse migliore degli altri. Anzi…
Se dovessi convincermi a comprare “Esbat” ( ah ah non preoccuparti, io già ce l’ho…) che cosa mi diresti?
Oh mamma. Direi: immagina che quello che scrivi esista davvero, in un mondo di cui non hai la più pallida cognizione. Immagina che tu possa interferire con quel mondo. Voltati. Non noti qualcosa di strano alla tua finestra?
So che stai lavorando ad un seguito che si intitola “Sopdet”. Puoi darci qualche anticipazione?
Sopdet è molto più complesso e ambizioso di Esbat. Ti dico solo che valgono alcuni dei meccanismi del primo libro, ma che l’ambientazione è tutta (quasi) italiana. Ma in tre diversi momenti della nostra storia.
Della non vasta produzione di Jane Austen, autrice inglese vissuta a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, Orgoglio e pregiudizio è senz’altro il titolo più famoso, e non a torto. Nonostante abbia letto e riletto tutti i libri dell’autrice, non posso che trovarmi d’accordo con la fama che accompagna questo che è un classico della letterattura inglese ed eleggerlo indiscutibilmente come il suo capolavoro.
La trama apparentemente non si discosta da quello che è il marchio di fabbrica austeniano: la campagna inglese della borghesia benestante a cui la stessa autrice apparteneva fa da sfondo a delicate storie romantiche, con il lieto fine dietro l’angolo. Eppure qui la penna di Jane Austen era all’apice della sua forma, mentre creava i personaggi probabilmente migliori di tutta la sua produzione.
Lei, che rimase nubile per tutta la vita, in Orgoglio e Pregiudizio, mettendo in campo la signora Bennet, una madre un po’ vanesia e sciocca la cui ragione di vita è di trovare dei mariti per le cinque figlie, con malizia prende in giro la società del suo tempo che vedeva come unico destino per le fanciulle un matrimonio ben riuscito.
Vari sono gli accadimenti a cui assistiamo nel corso della vicenda e che porteranno a diversi matrimoni in casa Bennet prima della parola fine, ma tutti sono figli dei due sentimenti che danno il titolo al romanzo e che sono i veri motori di tutta la vicenda.
È l’orgoglio quello che guida Darcy, ricco ed avvenente scapolo, quando si ritrova suo malgrado innamorato di Elizabeth Bennet. Fraintendendo completamente la personalità della ragazza e considerandosi perciò superiore a lei sotto vari aspetti, le farà una dichiarazione d’amore così densa di amor proprio da farsi respingere con ferocia dalla ragazza. È pregiudizio ancora quello di Darcy, che spinge l’amico Bingley a lasciare Jane Bennet, convintosi, dopo aver ascoltato uno sproloquio della signora Bennet, che la ragazza sia solo a caccia dei soldi del giovane.
È orgoglio anche quello ferito di Elizabeth dalla prima dichiarazione di Darcy, che è troppo intelligente per non comprendere quanto l’atteggiamento vanesio della madre e delle sorelle più piccole non danneggi lei e Jane. E proprio da qui ha origine il suo pregiudizio verso Darcy, che la porterà a fraintendere del tutto il carattere dell’uomo, esattamente come Darcy aveva frainteso il suo.
Accanto ai due primi attori, anche i – riusciti – personaggi secondari finiranno a volte vittima delle stesse emozioni contrastanti, che creeranno non pochi equivoci.
Con maestria Jane Austen ci farà vedere che il lieto fine attenderà anche i personaggi di questo romanzo, ma non prima che essi abbiano ingoiato il loro orgoglio e superato i loro pregiudizi.
Se amate i romanzi romantici fatti di pizzi e trine, resterete incantati da questo classico che dopo due secoli ancora non ha perso un briciolo del suo charme.