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La cosa più spaventosa letta oggi è la rubrica di Tullio de Mauro su Internazionale. Dice che l’80% degli italiani avrebbe un livello di alfabetizzazione scarsissimo o nullo.
Parliamo dell’aspetto politico di questo dato, al di là delle sue più ovvie ricadute culturali: un Paese in cui solo il 20% della popolazione sa leggere, scrivere e far di conto è un Paese in cui pochi eletti possono leggere un articolo di giornale e comprendere il significato di quello che hanno sotto gli occhi.
Un Paese dove le dinamiche politiche, economiche e sociali, anche le più basilari, non sono comprensibili, perché spesso divulgate mediante un supporto scritto, o in una forma che presuppone una conoscenza della espressione grafica.
In un Paese del genere la democrazia è costantemente a rischio, perché il voto si affida sull’opinione di chi non ha gli strumenti per formarsi un’opinione. Questo significa terreno fertile per il populismo e per l’autoritarismo.
Cose di cui avere paura, Ismaele
Oggi vi suggerisco di scaricare un ebook, o meglio un instant ebook nato dalla raccolta di domande del blog Rassegna stanca, raccolte in un volumetto dal titolo Caro Papi Natale (e l’adattamento a fumetti):
In questo libro ci sono 101 domande. Potevano essere molte di più. È stata fatta una selezione, talvolta arbitraria, lasciando non le più originali, le più incisive, le più ficcanti, le più pungenti, ma quelle più cliccate dai lettori del blog Rassegna Stanca, le faq preferite. [...]
Impreziosisce il libro un esclusivo intervento di Umberto Bossi, che ci regala cinque anni di sue esternazioni sul premier, quando Lega e Forza Italia erano su barricate diverse.
Infine, in appendice, ci sono le domande scomode di quattro importanti giornalisti: Vespa, Belpietro, Feltri e Minzolini.
[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]
Quando l’anno scorso Stephen King annunciò che il suo prossimo romanzo sarebbe stato un colosso di mille e rotte pagine l’accostamento immediato che in tutti noi Fedeli Lettori scattò automatico fu quello con altri due classici amatissimi e ipertrofici della produzione kinghiana: l’apocalittico L’ombra dello scorpione e il sontuoso It.
Inutile perciò sottolineare quanto l’attesa al varco per questa nuova fatica del Re fosse carica di aspettative. Dirò subito che questo ritorno alle proporzioni epiche di fatto non delude, anzi, ma il tempo è passato e se è vero che questo lavoro prende le mosse da un progetto abortito del 1976, allora provvisoriamente intitolato The cannibals, questo è Stephen King nel 2009, uno scrittore pessimista e incazzato, e The dome (Under the dome nell’originale) è quindi un romanzo assai diverso dai suoi predecessori.
La trama è presto detta: una piccola cittadina del Maine (Stephen torna a giocare in casa) si ritrova da un momento all’altro prigioniera di una barriera impenetrabile e trasparente, una misteriosa cupola (in inglese dome appunto) la taglia fuori da tutto il resto del mondo e la piccola comunità si ritrova isolata, in balia di se stessa e costretta ad affrontare oltre ai problemi materiali della situazione anche i propri ben più pericolosi demoni interiori.
Stilisticamente teso come una corda di violino, qui non c’è spazio per le divagazioni liriche e introspettive tanto care all’autore, l’atmosfera è programmaticamente claustrofobica e anche il lettore è costretto a confrontarsi con le miserie della natura umana che la situazione estrema porta ben presto a manifestarsi. Il primo riferimento immediato va a Il signore delle mosche di Golding, peraltro citato esplicitamente, ma King porta il tutto anche in molte altre direzioni, la sua messinscena narrativa è solo un pretesto per dare vita ad un’allegoria sull’uso del potere, sui comportamenti di massa, sulla demagogia della politica e della religione organizzata… in ultima analisi sui fianchi deboli della società americana e non solo. E peraltro inquietantemente attuali.
Spietato e pessimista, King ci parla di coraggio e viltà, di bene e male, di responsabilità individuale e dittatura, mettendoci di fronte all’orrore più grande, quello che sa celarsi nel fondo dell’animo di ognuno di noi. E nonostante tutto lo fa con un romanzo avvincente come pochi, un racconto corale dove le sorti dei molti protagonisti si intrecciano indissolubilmente fino a condurci ad un finale spiazzante ma fortemente simbolico.
Un finale che lascia spazio alla speranza naturalmente, altrimenti non sarebbe King, ma che comunque non fa sconti e lascia riflettere a lungo. Tullio Dobner, che come sempre ci traduce con passione e bravura il lavoro di King, ha detto che è un romanzo che si beve come una fresca aranciata d’estate… vero.
Sappiate solo che è un’aranciata un po’ amara. In alternativa potete sempre abbinarci un vigoroso Aglianico.
Come sapete se capitate anche solo saltuariamente su Liblog, non amo molto la scrittura sperimentale e ben di rado apro qualche libro di quel genere. Stavolta, però, spinta dalla fiducia nell’editore, i nostri amici Lavieri, e dalla copertina, ho deciso di provare un libro per me inconsueto, Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti.
Ora, se voleste leggere una recensione arzigogolata sui motivi della sperimentazione in letteratura e i suoi temi, ho quella giusta per voi; chiaramente non è la mia: preferisco dirvi, tutto sommato, “di che parla”.
È un libro per sua natura indefinibile: non appartiene alla categoria del romanzo, pur ricordandolo, per la sua frammentarietà, né si può collocare tra i racconti; è formato infatti da una serie di quadri narrativi che, di primo acchito, sembrano slegati.
L’incoerenza però è solo apparente, poiché Bortolotti rifiuta l’andamento lineare ed estrae pezzi saltuari, confondendo per il lettore la sequenza temporale dei fatti o delle riflessioni. Nonostante questa piccola difficoltà, compensata da una esatta numerazione degli spezzoni (per gli amanti dell’enigmistica), riesce ad affrescare con esattezza una certa fascia di ragazzi della nostra epoca.
Quelli che vivono la doppia vita, reale e virtuale, in parte arresi e pieni di un sentimento di inutilità, senza entusiasmi di sorta; attraversati dal quotidiano, immersi nel flusso e nella consuetudine a vivere, comprare, parlare, protestare formalmente ma superficialmente. Così bgmole, eve e le altre comparse che vengono evocate nei vari frammenti, investendo argomenti politici, culturali, economici.
“Nella certezza di essere dalla parte del torto, ci limitavamo a sollevare questioni di procedura, di buone maniere, nei confronti dello stato delle cose”: indubbiamente è così che io stessa (ammesso di averne la capacità) descriverei molti dei miei coetanei, e forse anche me.
Se sperimentale è il contenuto e la sua disposizione, non lo è lo stile, comprensibile e piacevolmente scorrevole; sarà forse per questo che ha superato la mia avversione naturale di cui dicevo all’inizio.
Ed è anche per questo che consiglio questo romanzo-non-romanzo a chi abbia voglia di leggere un testo inconsueto e i(pe)rreale.
I meccanismi dell’economia mi sono in massima parte ignoti; anzi, di solito mi mette in seria difficoltà ascoltare economisti che parlano tra loro o che cercano di spiegarmi concetti apparentemente lapalissiani, mentre i miei pensieri partono per la tangente al solo concetto di deregulation. Per fortuna La Morsa è scritto in modo abbastanza chiaro da essere comprensibile – non completamente, eh – persino a me.
In realtà non è un saggio puramente economico, ma piuttosto sulle relazioni che intercorrono tra economia, governo e terrorismo; economia politica, potremmo dire. E analizza nel dettaglio gli eventi che hanno portato al crollo l’economia occidentale, avviati proprio da coloro che degli stati occidentali erano a capo, politicamente e non solo.
Anche la Napoleoni, come molti prima di lei, passa in rassegna documenti, testimonianze e percorsi intorno all’11 settembre, spiegando in che modo fosse se non evitabile almeno completamente prevedibile; ma va oltre, incastrando tutti i fatti per comporre un puzzle di guerra egemonica e strumentale, che si rivela un vero e proprio boomerang per i suoi promotori.
Seguendo la sua ricostruzione ci rendiamo conto che è proprio la crociata occidentale a scatenare la controcrociata orientale, riproponendo a distanza di un millennio temi di aggressione e scontri di civiltà che si speravano ormai superati. La realtà però è ben nascosta dietro gli alibi e i discorsi ufficiali, ed è una realtà fatta di dominio economico e ricerca di libertà dei paesi in via di sviluppo, ragioni nemmeno poi tanto occulte per ogni tipo di conflitto.
Sono argomenti rimossi, taciuti o ignorati, l’uso delle banche, i finanziamenti illeciti, il riciclaggio di denaro; rimozione fatta per interesse e per comodo all’inizio, ma successivamente proseguita per nascondere colpe gravi delle varie amministrazioni. L’autrice considera anche attentamente gli strumenti utilizzati per rispondere alle prime avvisaglie del tracollo, compreso il famigerato Patrioct Act che, invece di stabilizzare o migliorare la situazione, accelera il declino del sistema economico americano. Insomma, c’è moltissimo materiale su cui riflettere,
Quanto c’è da sperare che questa lucida e documentata analisi possa cambiare qualcosa? Io questo non lo so dire, ma trovo necessaria la conoscenza, la pluralità di voci e di fonti, la possibilità di creare una propria coscienza; amara, ancora una volta, ma necessaria.
Riporto esattamente l’articolo sull’Unità online nelle pagine dedicate alla Cultura:
Einaudi non pubblica il Nobel Saramago
Einaudi non pubblicherà la traduzione italiana del prossimo libro di Josè Saramago, autore presente con ben 20 titoli nel catalogo della casa torinese. Lo sostiene il settimanale l’Espresso nel prossimo numero, in edicola domani, spiegando la decisione della casa editrice con il fatto che la nuova opera del Nobel portoghese contiene «giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario».
Il settimanale riporta poi alcuni brani del libro di Saramago: «Visto che sono pubblicato in Italia da Einaudi, di proprietà di Berlusconi, gli avrò fatto guadagnare – dice lo scrittore – qualche soldo». Soldi che, secondo lo scrittore, avrà usato «per pagarsi i sigari, supponendo che la corruzione non sia il suo unico vizio». Il sentimento degli italiani per il Cavaliere, continua Saramago nel brano incriminato, «è indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale». E ancora: «Nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?». E via così, compreso il paragone finale – rivela ancora il settimanale – tra Berlusconi e «un capo mafioso».
Il libro è uscito a fine aprile in Portogallo, patria dello scrittore, e in Spagna. Si intitola, nelle rispettive lingue, Il quaderno, come il blog che l’ottantasettenne Saramago tiene dall’anno scorso su Internet, ed è composto dai testi pubblicati sul web tra il settembre 2008 e il marzo 2009. L’edizione successiva doveva essere proprio quella italiana. Secondo l’Espresso il libro non pubblicato da Einaudi sarà invece edito da Bollati Boringhieri per fine anno.
La cosa che indigna e stupisce (ma nemmeno poi tanto) è il far passare in secondo piano il valore letterario e culturale di un’opera e di un autore che per decenni ci ha tenuto compagnia con scritti di altissimo spessore, che ha appassionato e avvinto. Il tutto perché “non è gradito” ad un uomo di potere. Da ora in poi ogni volta che avrò in mano un’edizione Einaudi mi chiederò sempre chi ne ha dato l’Imprimatur e che cosa si vuole che io sappia.
Bollati Boringhieri non solo ha fatto una scelta giusta, ma si è appena guadagnata, come casa editrice, una sostenitrice attiva.


In occasione della riedizione per Stampa alternativa del Processo agli Scorpioni della Tesanovic, ho posto qualche domanda direttamente all’autrice, per ricordare e capire meglio.
Cosa vuol dire, effettivamente, essere una Donna in nero?
Vuol dire essere parte di un gruppo pacifista femminista internazionale fondato nel 1988 in Israele, dalle donne israeliane e palestinesi contro la guerra fra i loro paesi. Poi è nato il secondo gruppo in Italia, contro la guerra nel Golfo, e il terzo gruppo in Serbia. Di recente i gruppi israeliano e serbo sono stati proposti per il premio pace Nobel per il lavoro pacifista che hanno svolto. Vi dico il principio originale pacifista attivista del nostro gruppo, che parte da Antigone: noi Donne in Nero siamo contro i militaristi in primo luogo, cioè i nostri governi, uomini… Quelli che in nome nostro e con i nostri mezzi attuano politiche aggressive militariste. Solo in secondo luogo siamo contro il militarismo dell’Altro. Il principio che dovrebbe funzionare dalla base è: se in ogni paese ci fossero delle forze attiviste che possono fermare il militarismo del proprio governo, le guerre sarebbero più difficili da gestire nel mondo.
Essere parte delle Donne in nero mi ha salvato moralmente e, perché no, materialmente (anche se spesso e volentieri era pericoloso), dalla decadenza storica in cui è caduto il mio paese.
Pensi che i crimini compiuti nell’ex Jugoslavia si possano ripetere ancora, altrove?
Certo, si stanno ripetendo proprio mentre stiamo parlando. Quello invece che è diventato più difficile da fare è commettere atrocità senza essere scoperti e giudicati: ormai esiste Internet, esistono i tribunali di guerra internazionali, c’è un precedente che codifica la banalità del male, come dice Hannah Arendt, il modello e le maniere dei genocidi, omicidi, ecc. La semplicità e non originalità dei meccanismi è sconvolgente. Oramai i crimini di guerra si potrebbero processare via Internet con i computer.
Quanto è stato difficile essere presenti in aula, durante il processo?
All’inizio emotivamente era molto difficile. Quasi non capivo cosa stesse succedendo dalle lacrime. Ma poi, man mano che andavamo avanti, non solo capivo tutto ma ero anche fiera di esserci, come testimone di una banalità del male “alla serba”. Lo rifarei in ogni momento ovunque. Infatti mi sto preparando a seguire il processo a Torino degli operai morti nelle fabbriche di asbesto. Le madri e i parenti testimoniano. L’assassino è assente, invisibile, il Gran capitale.
Può esserci giustizia in questi casi, nei casi in cui si compiano crimini contro l’umanità?
Non esiste una giustizia oggettiva in casi del genere. Ma esiste un senso di giustizia che dà molta soddisfazione, una volta che viene soddisfatto. Una volta che un crimine è commesso, il silenzio e la menzogna che lo coprono fanno male per tutta la vita. Invece, se questo non succede, se la verità viene fuori, i sopravvissuti hanno una ragione ad andare avanti con la loro vita. Vorrei credere che noi sopravvissuti siamo un numero più grande di quei morti e che siamo più forti degli assassini e dei criminali che li hanno commessi.
Cosa è possibile fare per evitare che questa sia una delle tante tragedie rimosse dalla Storia?
Possiamo fare tanto, ognuno nel proprio piccolo. Scrivere, parlarne, fare memoriali, fare delle leggi nuove, fare attivismo politico. Il genocidio di Bosnia non è stato ancora trattato bene, d altronde come altri genocidi al mondo. Ma questo è il mio, quindi me ne occupo di più. I sopravvissuti vivono ancora sul territorio e sotto il commando di coloro che hanno commesso il delitto. A volte vengono anche minacciati. Il nuovo governo cosiddetto democratico di Serbia non ammette il genocidio, né vuol dare un taglio netto con il passato. A volte mi sento impotente e disperata, ma poi, guardando in retrospettiva, non è vero che niente cambia: lentamente le istituzioni, le corti, la gente pian piano si accorgono del lavoro che piccoli gruppi ed individui fanno, e ne prendono atto facendo il loro dovere a proseguire il nostro lavoro. Io non desidero altro se non smettere di scrivere di genocidi e scrivere ad esempio sull’amore.
A chiunque voi chiediate di suggerirvi un libro che tratti di utopia, nove volte su dieci avrete in risposta La città del sole, di Tommaso Campanella, benché sia un libro scritto nell’era della controriforma (intorno al 1600) da un ergastolano.
Campanella infatti era un “rivoluzionario”; prima, per i suoi scritti, fu processato dall’inquisizione. Poi, per essere passato dalle parole ai fatti, cospirando contro il governo spagnolo perseguendo gli ideali di abolizione della proprietà e di creazione di una democrazia, fu incarcerato a vita.
E, nonostante l’ingiustizia che potremmo percepire, questa carcerazione ci ha regalato i suoi scritti migliori, in più di un campo, come appunto questa utopia politica ancora piacevole e interessante da leggere.
Come molti trattati dell’epoca si svolge in forma di dialogo, i cui personaggi sono un Cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri e Genovese, un semplice nocchiero. Beh, poi, dialogo è una definizione un po’ troppo rosea, diciamo che è un lungo monologo con una “spalla”, l’Ospitaliere, che mi ricorda la passività degli interlocutori socratici (dici bene, o Socrate).
In ogni caso per l’epoca il luogo immaginato da Campanella aveva una portata eversiva: beni in comune, studio diffuso delle arti e delle scienze, meritocrazia, abolizione del concetto di possesso, anche tra persone (fra’ Tommaso infatti si addentra persino nelle questioni sessuali della città-stato che descrive).
Ovviamente l’impianto filosofico è molto distante dalla sensibilità contemporanea, oscillando tra una forma di democrazia e la tirannide illuminata; ma stupisce quanta modernità riesca a inserirvi contestando gli usi del suo governo e della sua religione, esprimendo dubbi sull’aldilà e sul peccato originale, o in ultimo abbozzando una forma di parità tra sessi e dignità femminile.
La città del Sole (che non è qui l’astro ma un appellativo del governante) si basa sulla conoscenza unita alla teologia, all’astrologia declinata come scienza, al rispetto ottenuto senza coercizione, al sacrificio umano volontario. Non del tutto ideale, quindi, anche per non scontentare completamente i cattolici, colpiti con la critica all’avidità della Chiesa, ma indicati come detentori della vera fede.
Alla conclusione, forse per non inimicarsi troppo i suoi coevi, inserisce per dimostrarlo un breve intervento dell’Ospitaliere, un sofisma che non trova appoggio nel resto del trattato e che sembra inserito quasi di forza per contrastare molte parti dall’aspetto “pagano”.
Il libro è piccino, si legge velocemente e si rimugina a lungo, a volte seri, a volte sorridendo. Una nota di merito all’editore: le note sono a piè di pagina, esattamente dove dovrebbero essere per una rapida e precisa consultazione, e contrariamente all’uso invalso di metterle a fine capitolo o a fine libro addirittura, rendendo poco agevole la consultazione.