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Sì, è proprio il pittore Paul Gauguin (1848-1903) e Noa-Noa (la “profumata”) è il suo diario dei periodi trascorsi nelle isole di mari del sud a Tahiti dove era giunto nel 1891 e con una breve parentesi di nuovo in Francia vi si stabilirà definitivamente nel ‘95.
Di questo diario in questo libro vengono presentati alcuni brani, i più poetici, quelli che descrivono luoghi, usi, costumi e gente, come ce li immaginiamo convenzionalmente noi: posti incantati e incantevoli perché incontaminati, costumi innocentemente disinibiti, persone spontaneamente allegre, gentili e amiche. E, in effetti, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quei luoghi, quelle usanze, quelle popolazioni maore erano proprio così e, Gauguin, era uno dei pochi europei che abitavano quelle isole. Inoltre, non è difficile figurarsi, cosa potessero significare per un pittore ch’era stato anche impressionista, quei colori, quei paesaggi, quei tramonti, quei chiar di luna.
Paul Gauguin, pittore geniale iniziatore del cosiddetto cloisonnisme, e, come ci è famigliarmente tipica la figura del genio, sregolato e spesso in bolletta, così dicono le sue lettere all’amico pittore Daniel De Monfreid che seguono le note di Noa-Noa. Gauguin, che chiede denaro (che gli spetta), fa conti, offre addirittura specie di “abbonamenti” ai suoi quadri…
Per non parlare della vita sentimentale: i costumi così liberi gli permettono una vita che sarebbe stata considerata assai riprovevole in Europa (dove, da parecchio tempo, a Copenaghen aveva lasciato la moglie e i figli); già nell’aprile del ‘96 – a 48 anni – scrive: “con 100 franchi al mese viviamo io e la mia donna, una ragazzina di tredici anni e mezzo: non è molto, non vi pare?”; con i criteri della morale attuale sarebbe ritenuto e arrestato come pedofilo. Nel novembre dello stesso anno: “Sarò presto padre di un meticcio; la mia ragazza si è decisa a stamparlo.”
Evidentemente era una giovane dalle decisioni rapide. Ma, oltre a questo, c’è il lavoro e la malattia, la ferita al piede che lo consumerà sempre di più. E, per quanto belli e accoglienti siano i luoghi e le genti, con l’andar degli anni la solitudine, la lontananza dall’Europa si faranno sentire sempre di più: “Sono nel più assoluto isolamento.” (maggio 1902).
E poi, nelle note di Avant et après, che “non è un libro”, la sua vicenda con Van Gogh (1853-1890). Su invito/richiesta di quest’ultimo, nell’autunno del 1888 i due coabitano e lavorano ad Arles in Provenza. Due caratteri forti: entrambi impulsivi ma uno sa dominarsi e l’altro no; uno, pur nel genio, sa vivere con un e in un certo ordine: l’altro no; uno, pur sregolato e tutt’altro che flemmatico, ha la testa a posto: l’altro no: è folle, non sa nemmeno coordinare i pensieri né le parole per esprimerli.
E, per di più, ha impulsi violenti. Omicidi: una sera, uscito da solo per cercare di rilassarsi dopo una giornata non certo tranquilla: “Avevo quasi attraversato piazza Hugo, quando avvertii alle mie spalle quei passi brevi, rapidi, a sbalzi, a me ben noti. Mi voltai proprio nell’attimo in cui Vincent si precipitava su di me con un rasoio aperto in mano.” Poi a casa, quella sera, una scena da film splatter: sangue, sangue, sangue per tutta la piccola abitazione; e Van Gogh che si era mozzato l’orecchio e, quando ne aveva avuto la forza, era sceso al vicino bordello per donarlo alla tenutaria: “come ricordo”.
Questa era la follia di Vincent.
Oltre che dipingere, a quanto pare, Gauguin sa anche raccontare! Se si pensa che queste non sono righe di una storia inventata ma, purtroppo, vera e vissuta (anche se alcuni storici sostengono che l’episodio dell’orecchio mozzato si sia svolto diversamente). Certo, il suo lavoro primario era la pittura, tuttavia i suoi testi, specialmente (ma non solo) Noa-Noa, rimangono suggestivi e poetici. Da leggersi, se ne trovate una ristampa.
Romanzo del 2002, tutto sommato di una certa complessità, con qualche eco letterario piuttosto impegnativo. Un po’ surrealista anche se la vicenda narrata in prima persona, pone una questione assai attuale e tutt’altro che leggera: quella dell’Arte “costruita”, risultante non tanto dalla profondità concettuale di ciò che l’Artista ha voluto esprimere (o denunciare), quanto piuttosto dalla sua capacità di manipolare, d’influenzare i mass media.
Detto in parole povere, se so farmi la giusta pubblicità e mantenere vivo l’interesse dei media su di me e le mie opere (che piacciano o no, non ha alcuna importanza), sarò un grande, indiscusso Artista. È il caso di uno dei protagonisti dal nome quanto mai emblematico: Zeus-Peter Lama, pittore e scultore, il quale offre al protagonista (il narratore che colloca gli avvenimenti vent’anni prima), Tazio Firelli – disperato, letteralmente sull’orlo del precipizio del suicidio, una vita “nuova”, piena di successo e di ammirazione nei suoi confronti.
Lui – fratello, a parer suo, insignificante e, diciamo, esteticamente fallito dei bellissimi e, per questo, famosissimi gemelli Rienzi ed Enzo Firelli che tra contratti pubblicitari e cinematografici conducono da anni una vita ricca di tutto, soldi, fama e glamour che molti dei loro ammiratori vorrebbero vivere – accetta conquistato dall’ascendente del grande pittore non comprendendo bene, tuttavia, le intenzioni di quest’ultimo che, con un’operazione che va ben oltre la chirurgia plastica e fa pensare al wellsiano Dottor Moreau (L’isola del Dottor Moreau, 1896), rende Tazio di fatto un opera d’Arte.
E qui si ha un altro facile rimando: Tadzio (differisce di una sola lettera) è il giovane della cui bellezza s’innamora Aschenbach in Morte a Venezia (1912) di Thomas Mann (1875-1955; e vedi anche il film di Luchino Visconti del 1971). La sua vita precedente viene del tutto cancellata inscenando persino un suo finto funerale (con morto vero, però che, alla fine, sarà la sua salvezza). Morto Tazio, dovrà rinascere come opera d’Arte (vivente) non solo con connotati del tutto nuovi ma anche con un nome altrettanto nuovo e significativo tenendo conto del suo Creatore, Zeus-Peter Lama: Adam Bis. (È evidente la tematica del demoniaco Creatore e non aggiungo altro).
Esser belli può anche far comodo in talune situazioni e compagnie, ed esser ammirato come opera d’Arte può inizialmente far piacere quand’anche comporti delle scomodità e delle fatiche onerose. Ma, neanche tanto a lungo andare, spersonalizza, svuota, rende privi di scrupoli e coscienza, trasforma in oggetti da esposizione ed, eventuale, vendita. Disumanizza. E qui vengono (ripro)poste tematiche sulla funzione dell’Arte, la sua utilità, la sua Moralità già affrontate alla fine dell’Ottocento dall’Estetismo: si pensi soltanto al Ritratto di Dorian Gray (1891).
È col casuale incontro con Hannibal, un anziano quanto sconosciuto pittore cieco (non dalla nascita) – il quale, pur con tale menomazione, continua a dipingere grazie all’assidua assistenza della figlia Fiona (di cui, ricambiato, Adam s’innamora) – che la nostra opera d’Arte comincerà la lenta riconquista della propria identità e della propria umanità. E verrà svelata anche la caducità della “grande” arte di Zeus-Peter Lama le cui sculture viventi inizieranno dopo non molto a… perdere i pezzi, rivelando così quanto quell’arte fosse davvero, di nome e di fatto, tutta una montatura. Mentre verrà riconosciuta l’arte di Hannibal (che diverrà il suocero di Adam), un’Arte priva di facili e frettolose ambizioni, venuta dal cuore, e, come tale, reale e duratura.
Un’ultima nota in chiusura. Il tema e l’espediente narrativo della cecità che “vede oltre” cose che altri non vedono e dell’artista che fa comprendere la bellezza – propria, interiore e del mondo circostante - a chi – pur vedente – non se ne era ancora accorto, che qui troviamo nel rapporto Hannibal-Adam, la si ritroverà nel racconto La guarigione contenuto in La sognatrice di Ostenda del 2007.
In questo racconto, l’infermiera brutto-anatroccolo viene iniziata alla vita e ad aver una sicura autostima proprio da un paziente, fotografo, che per un incidente è momentaneamente e, poi, purtroppo, definitivamente, privo della vista. Più che un espediente, sembra essere un topos narrativo tipico di Schmitt. Che continua a piacere proprio per questo saper trasmettere un incrollabile ottimismo e buona disponibilità verso la vita che deriva proprio dalla bellezza di questa che egli con la sua Arte sa comunicarci E di Artisti come lui non sa il Mondo quanto ne ha bisogno.
In questo blog mi è già capitato di dire due parole su un certo Alberto Savinio alias De Chirico-ma-non-Giorgio (per chi non capisse, consiglio uno sguardo indietro). Ebbene si dà il caso che questo signore, che forse non per caso fu detto “insieme a Pirandello, il più grande del nostro Novecento” da un altro signore che si chiama Leonardo Sciascia, ne abbia scritti diversi di capolavori.
Per restare sulla cresta dell’onda retrò-chic ho pensato di spendere un altro paio di parole su un altro capolavoro. Si chiama Tragedia dell’Infanzia e l’ha ristampato Adelphi qualche anno fa.
Cominciamo col dire che è un romanzo e… no anzi, momento, in realtà è che sembra un romanzo. Più che altro è una specie di mosaico di frammenti, accumulati dal 1919 (l’amico Savinio aveva 28 anni, per capirci) agli anni ‘40 e poi magicamente andati tutti a finire al posto giusto, a disegnare una trama che sembra messa insieme in un istante solo e una serie di fantasmagorie da far rizzare i capelli al vostro psicanalista.
Lo si scopre dalla bella nota finale di Tinterri, che disfa il puzzle come chirurgo e dà un’idea di come la ricerca dello spontaneo, del fanciullesco, dell’istintivo non sia per nulla un percorso da poco. Già, perché come spesso accade con il fratello del grande Giorgio (sempre De Chirico, s’intende), qui parliamo di memoria, di forma dell’informe e coscienza dell’incosciente, di – naturalmente – infanzia.
Il bambino (anzi, sé stesso da bambino) è il personaggio-mondo da cui esplodono le migliori pagine di Savinio. E il bimbo di questo libro è speciale, aristocratico eppure molesto, un po’ greco, un po’ italiano, un po’ tedesco come la sua tata, piccolino eppure mosso da appetiti innominabili. I suoi amici, quelli che a lui sembrano amici ma che poi, magari per un nonnulla, diventano mostri spietati, sono divinità e creature mitologiche nascoste negli ordinari esseri che popolano la Grecia contemporanea.
C’è il canarino Leonida, catturato per capriccio e poi lasciato andare come un ferro rovente; Diamandi, lo strano servitore che parla con il fuoco e produce magie naturali, il cui sonno è un’esperienza visiva clamorosa per gli occhi disabituati alla morte del giovanotto; e poi c’è la Dea, l’ambiguo e rutilante femminino che compare sul palco del teatro “Lanarà” e poi esonda. E dilagando come un uragano si porta il ragazzino sul fondo del mare, apparendo come un manichino meccanico in acque amniotiche, mostrando un’aurora desolante in cui rimangono sulla spiaggia solamente i giocattoli abbandonati dagli uomini e da cui partono gli argonauti, un’altra volta, in cerca non si sa bene di cosa.
Vi ho messo paura? Lasciate stare tutte queste chiacchiere allora, e fatevi un giro su google in cerca dei quadri di Savinio. Tragedia dell’Infanzia è una specie di piccolo museo delle sue opere a cavallo degli anni ‘30. Condito con colpi di genio (il medico strillone, prima mito e poi odioso rompiscatole; il tappeto del salotto che si anima per ghermire i piedini; la strana comparsa di un Apollo femmina) e un meraviglioso stile maturo.
Se poi siete appassionati potete anche godervi l’appendice con “sul dorso del centauro”, un ipotetico prosieguo della storia ricostruito da vari appunti, per lo più ritrovati sul dorso di volantini pubblicitari. Una specie di contenuto extra, con l’avventura del bambino alla ricerca della cima del monte Pelio (il Pelione, quello di Achille, che stava proprio davanti alle finestre di casa De Chirico) dove per i nostalgici più sbarazzini entrerà in scena un inedito Chirone…
Prendi un romanzo che hai sentito all’università e che si intitola: Infanzia di Nivasio Dolcemare. Ok, e chi è questo Nivasio Dolcemare? Beh, bisognerebbe sapere innanzitutto chi è l’autore, Alberto Savinio. Già, ma per saperlo si dovrebbe passare per i nomi di Albert Sauvin e prima ancora di Andrea De Chirico. Un momento… non si chiamava Gorgio? Eh sì, ma il famoso pittore metafisico aveva un fratello (Andrea, appunto) e che fratello!
Uno che a dodici anni si è diplomato in pianoforte, una decina d’anni dopo è stato indicato da Apollinaire come padre della pittura surrealista e negli ultimi quindici è passato di penna in penna tra i critici contemporanei che vedono in lui una delle vette della letteratura italiana del Novecento. Uno che, insieme al fratello, è nato in Grecia figlio di italiani, è cresciuto in Germania ed ha studiato in Francia.
Si è scelto la nazionalità Italiana andando in guerra, e ha voluto far di testa sua anche col nome. Alberto Savinio, più che uno pseudonimo, è il suo nome più vero (tanto che ha passato il cognome ai figli) e l’ha preso a prestito da un tale Sauvin poligrafo francese. Poligrafo come lui insomma, che con una penna in mano è stato poeta, drammaturgo, critico musicale e di pittura, giornalista e romanziere.
Vita intrigante? E allora l’infanzia di questo Nivasio (capito il gioco di anagramma?) va proprio letta, perché quella di Nivasio altro non è che l’infanzia di Savinio, di Andrea De Chirico e, in ultima analisi, anche la nostra. È difficile fare di un lungo racconto autobiografico sulla propria fanciullezza un’immagine nitida e sincera fino all’imbarazzo della fanciullezza tout court.
Savinio ci riesce, e se agli appassionati di Novecento piacerà scoprire dettagli da pettegolezzo sugli anni ad Atene della famiglia De Chirico (chi abbia insegnato il tedesco al giovane Savinio, come siano state clamorosamente licenziate tutte le cameriere passate per la casa o chi abbia iniziato al sesso due dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi), agli amanti della buona letteratura in genere basterà seguire le disordinate tappe d’iniziazione del protagonista alla vita (l’abbandono del vasino perché “sono un uomo, devo bastare a me stesso”, i primi sigari stordenti come droghe pesanti, la visione del primo piede femminile “tremendo strumento di lussuria”) per rimanere soddisfatti, e magari stupiti nel non aver letto di questo autore nel manuale di liceo.
Per tutto il libro si rincorrono giochi di parole e allusioni, divinità greche pezzenti e quarantenni, note a piè di pagina che sono aforismi fulminanti (“La città morta, occorre dirlo?, non è in versi. Ma per la contessa Minciaki, per la signora Trigliona, per il commendator Visanio, per i miliardi di contesse Minciaki, signore Triglione e commendatori Visani sparsi per il mondo, versi, poesia e noia sono sinonimi).
Tra un episodio scabroso di scoperta di sé e una tragicomica digressione su strambi figuri di contorno all’adolescenza di Nivasio, il ritratto della Grecia d’inizio secolo, insieme solare e stracciona, goffa e mitologica, nobile e di terzo mondo, è impagabile. Alla fine della storia, quando un inquietantissimo incontro tronca l’infanzia come un fulmine a ciel sereno, rimangono da leggere anche due raccontini e una serie di frammenti tagliati dal romanzo (tutti brani che Savinio voleva pubblicati in coda alla storia principale, nessuna aggiunta posticcia) in cui l’Ellade la fa da padrona e che, secondo le intenzioni dell’autore, servono a permettere a chi legge di non distaccarsi bruscamente con l’arrivo della fine da quei personaggi e da quella scrittura che per qualche ora gli ha tenuto compagnia.
È tutto spiegato nella densa postfazione, arricchita dal carteggio di Savinio con Mondadori nel corso della pubblicazione. Non basta per convincervi a leggerlo? Beh, allora sappiate che nelle prime pagine, dopo aver descritto con dovizia di zuccherosi particolari la “infame princesse” di pizzo e tulle con cui lo costringevano a vestirsi da piccolissimo, Nivasio Dolcemare (o Alberto Savinio, o Andrea De Chirico, come vi piace) dice di aver desiderato a lungo di fare il prete. Perchè i preti mettono quell’abito lungo e nero, pieno di bottoncini, il cui rassicurante fascino segreto e chiuso è incomprensibile per chi non ha presente come l’infanzia sia “severa, colma di fato, e ben più venerabile della vecchiaia”.
Di recente ho ricevuto un regalo – un libro, chiaramente – da parte di una persona che mi conosce abbastanza bene; è Leggere, una raccolta di aforismi e immagini che riguardano, appunto, la lettura.
Frammenti di pensiero di Rex Stout, che non sa decidersi tra il piacere della scrittura e quello della lettura, frasi accompagnate da immagini come la fotografia della scultura La leggitrice, di Pietro Magni: il volumetto è pieno di interessanti scoperte artistiche, non solo letterarie.
Più di cento citazioni e più di cento immagini, per la maggior parte dipinti, che illustrano l’atto del leggere, nella maggior parte dei casi solitario; e le raffigurazioni coprono l’arco di almeno sei secoli, segno che la parola scritta ha sempre avuto un posto di rilievo nell’immaginario degli artisti.
Non tutti i toni della raccolta, curata da Stefano Zuffi per Electa, sono sempre seri; ogni tanto, per puro divertimento, sono inserite citazioni da autori più leggeri, come una delle mie favorite (ne ho persino una maglietta!): “Al di fuori del cane il libro è il miglior amico dell’uomo; dentro il cane fa troppo buio per leggere”, che non poteva appartenere ad altri che a Groucho Marx.
Un excursus completo, da Seneca a Gandhi, da Marziale ad Asimov, per lasciarsi coinvolgere e confrontarsi col pensiero di artisti della parola e della tela su quello che, per chi legge il libro, di sicuro è più che un saltuario passatempo. Il tutto in una splendida veste grafica, sia per la cura estetica sia per l’oggetto in sé, raffinato ed elegante.
Un libro da consultare, da sfogliare e, perché no, da regalare a chi già è contagiato dal piacere della lettura, ma anche a chi, per ora, lo rifugge: chissà che non scocchi la scintilla.
Come mamma di prole numerosa conosco a menadito gli autori per l’infanzia, e non vi nascondo che il mio sogno segreto sia quello di entrare a far parte di questa olimpica categoria. Una delle mie, anzi della nostre, firme preferite è senz’altro quella di Roberto Piumini, varesino di adozione e per questo per me ancora più caro. Di questa deliziosa penna notissima a bambini e ragazzi oggi vi presento un libro un po’ datato, pubblicato nel 1987, e che ha fatto sognare già un paio di generazioni di giovani lettori: Lo Stralisco.
Non è propriamente un libro per l’infanzia. È piuttosto un romanzo breve, o meglio ancora un ampio racconto destinato agli adolescenti, pubblico al quale Piumini, vincitore di una delle prime edizioni del premio Chiara nel 1991, ha indirizzato parecchia della sua vasta produzione.
La vicenda narrata ha come protagonista un pittore paesaggista, Sakumat, a cui un burban – una figura di governatore importante – affida un compito molto delicato: affrescare gli interni delle tre stanze del palazzo dove alloggia suo figlio. Fra il bambino Madurer, affetto da una malattia incurabile per cui gli è vietato esporsi alla luce del sole e il pittore si instaurerà un’amicizia intensa nella quale si affiancherà, gentilmente, il padre.
Il bambino, la cui fantasia fervida suggerisce i soggetti della raffigurazione, si fa dipingere dall’amico pittore il mondo che ha conosciuto solamente nelle pagine dei suoi libri: pascoli, prati, mari, montagne, pianure, boschi di cedri, farfalle, uccelli variopinti e ancora mille animali diversi.
Madurer vive questo suo mondo per la prima volta attraverso i colori della pittura e sceglie da sé, in un sommo impeto di ispirazione, le tinte del prato che sarà per lui il luogo del dolce, definitivo riposo.
È un libro struggente, Lo Stralisco, dove un’amicizia singolare illumina una piccola vita larvale e le suggerisce il suo significato. Ed è attuale più che mai il suo insegnamento: dove l’esistenza parrebbe esprimersi con dei grossi limiti, con la preclusione della normalità di poter vedere, sentire, toccare e respirare, un sentimento di dedizione da una parte, e di discenza muta dall’altra sublimano la crisalide e preparano il terreno alla felicità ultraterrena.
Attraverso le pagine scorrevolissime e ad un tempo intense di Piumini, per mezzo della sua sapiente cesellatura dove le parole sono luminose ed evocano tavolozze cangianti il lettore è accompagnato in una dimensione sospesa. Tante sono le metafore indimenticabili del libro: il tempo che si fa pennello di luci sempre più soffuse; la morte vista come un prato che si addormenta di una stanchezza felice; il risveglio nel giardino gioioso e paradisiaco – topos etimologico tanto caro alla letteratura classica; la vita stessa attraverso il gioco comune dell’ispirazione e della pittura.
È un libro incantevole e senza tempo, Lo Stralisco, che sa commuovere lettori di ogni età e disposizione intellettuale e che non finirebbe mai di ricominciare a leggere.