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Chiacchierando con Francesco Dimitri

In occasione dell’uscita del suo Alice nel paese della Vaporità abbiamo fatto qualche domanda a uno dei nostri italiani preferiti: Francesco Dimitri.

  • Domanda di partenza, per coloro che non ti hanno mai sentito nominare: ci fai un breve riassunto della tua “carriera” fino a questo momento? Quando hai cominciato?

Ho cominciato professionalmente nel 2004, quando ho pubblicato Comunismo Magico: un libro di nonfiction sui rapporti storici tra comunismo e mondo magico (niente di complottista: niente Segrete Occulte Verità Rivelate). Poi ho scritto altri tre saggi prima di passare alla narrativa. Alice nel Paese della Vaporità è il mio terzo romanzo.

  • Nelle brevi note biografiche che si trovano su di te è quasi sempre segnalata la tua predilezione per l’esoterismo. Nei tuoi libri ce n’è parecchio. Per te è una effettiva religione o solo un interesse?

Più che di esoterismo, parlo di magia (le note biografiche no, perchè ‘esoterismo’ suona più rispettabile). E la magia è un punto di vista sul mondo – anzi, su parecchi mondi diversi.

  • Perché hai scelto il genere fantastico, quando tutti sappiamo che in Italia si tratta di un genere bistrattato? Non sarebbe stato più facile puntare al mainstream?

Perchè io non vedo il mondo in modo mainstream. Non credo nella cosiddetta ‘realtà’: credo sia soltanto la forma di mito dominante. E quindi mi interessa cercare miti alternativi. E poi il fantastico mi diverte – e un libro che non diverte è un libro disonesto. A fare prediche sociali sono bravi tutti, a parlare dei drammi dell’adolescenza anche. Raccontare storie è un’altra cosa.

  • Parliamo di “Alice”. Dopo PAN, un’altra “rilettura”. So che, esattamente come per il precedente, i tuoi romanzi hanno ben poco in comune con i classici a cui fai riferimento, tuttavia non hai mai avuto paura di essere etichettato come “poco originale”?

Peter Pan e Alice erano due mie vecchie ossessioni, che ho usato come ‘muro’ per due partite di pelota mentale. Il risultato sono questi due libri. Possono piacere o no, ma dipende da loro, non dai loro antenati. Poi, gente che ti vuole etichettare ce n’è sempre, ma questo è vero qualsiasi cosa uno scriva, su qualsiasi argomento, in qualsiasi formato. Fa parte del gioco.

  • Hai uno stile incisivo e visionario. Hai dei modelli di riferimento? Se sì, quali?

Innanzitutto, grazie! Poi, modelli: molti. C’è Clive Barker, c’è John Fante, c’è l’immenso Joss Whedon (uno dei più grandi narratori viventi), c’è Bill Watterson, e sono solo i primi quattro che mi vengono, a bruciapelo. Il libro della mia vita è Il Signore degli Anelli, ma Tolkien non è neanche un modello, è… altro. Ho già detto Heinlein? Fammelo dire: Heinlein.

  • Uno dei punti di forza di “Alice” è la Vaporità e le percezioni mescolate che essa genera. Facciamo un giochino? Mi descrivi Francesco Dimitri attraverso la Vaporità? Quali suoni, immagini, sensazioni scatenerebbe in Alice?

Verrebbe colpita dalle note iniziali di Anarchy in the UK, che diventerebbero subito quelle di Che cossè l’amor. E le note danzerebbero con Alice, in mezzo all’odore di incenso e di un bosco quando ha piovuto. A quel punto lei capirebbe chi sono e avrebbe paura – perchè dal suo punto di vista io sono una creatura estranea, un mostro che arriva da un altro mondo, e che ha contribuito a darle vita. Non so come reagirebbe: spero niente di violento.

  • Qual è il personaggio di “Alice” a cui sei più affezionato? E perché?

Miyamoto. Perché credo che nessuno gli si affezionerà particolarmente, e questo me lo fa amare.

  • Londra è la città che ti ha adottato. Quella di andartene dall’Italia è stata una scelta obbligata (magari da questioni di studio o lavoro) o consapevole, date le prospettive non proprio soddisfacenti per noi giovani?

Del tutto consapevole. Non ne avevo bisogno, ne avevo voglia. Non fraintendermi, amo l’Italia, ma è diventata una gabbia. Un mondo volgare in cui in editoria si sbraita quanto nella TV del pomeriggio, e che ancora vive sotto l’ombra oscura di una cultura repressiva. Si respira brutta aria e, potendo, non c’è motivo per continuare a respirarla. Torno in Italia spesso e mi piace ogni volta, ho amici, e conosco professionisti seri. Ma sono molto contento di vivere altrove.

  • Parlando di personaggi, ce n’è uno che è entrato nel cuore dei lettori in modo particolare e costui è Dagon, lo sciamano-punk che abbiamo conosciuto in “La ragazza dei miei sogni” e ritrovato in “Pan”. Ci sarà mai una storia che o vedrà protagonista assoluto? Ma, soprattutto, Dagon ha un riferimento reale?

Certo che sì. Nella vita reale Dagon si fa chiamare… Azrael. È un mio vecchio amico, un musicista/mago molto famoso nel ‘giro’ che risponde al nome di Marco Visconti. La persona ‘reale’ è un modello per il personaggio ‘immaginario’, ma come ho già detto, non credo che tra la cosiddetta ‘realtà’ e il resto ci siano troppe differenze. E Dagon tornerà. In Alice c’è solo un cenno, ma tornerà eccome. C’è una storia molto più grande che poco a poco si sta intessendo…

  • So che sono trascorsi diversi anni dal “concepimento” di Alice nel paese della Vaporità. Immagino molte cose siano cambiate rispetto all’idea originale. Com’è cambiato nel frattempo il tuo modo di scrivere e di concepire questo mestiere?

Intanto è diventato un mestiere: quando ho finito la prima stesura di Alice non avevo ancora pubblicato niente. E poi ho acquisito una tecnica che ai tempi di quella stesura non avevo. Adesso sono più preparato, ma altrettanto appassionato. Il che è un punto di forza? Non per forza. Conciliare visioni e tecnica è uno degli aspetti più difficili, nel lavoro di uno scrittore.

  • Ti piace la forma del racconto breve? Quale pensi sia la “dimensione” ideale per i tuoi scritti?

Il racconto breve mi piace moltissimo e ogni tanto ne scrivo. Al momento mi sento più a mio agio con il romanzo: ho bisogno di far crescere i personaggi, di dare loro una sorta di serialità interna. Ma, in generale, credo che il punto sia trovare il giusto ritmo e il giusto formato per la storia che hai in testa. Dev’essere la storia a dirti ‘fai un racconto’, non tu a dire alla storia ‘adesso ti trasformo in un racconto’. Scrivere è un esercizio medianico.

  • Qualche saggio consiglio per un aspirante scrittore?

Diffidare dai saggi consigli: molto meglio i cattivi esempi. Non c’è altro modo per scrivere che scrivere. Manuali, corsi, tutto può aiutare, ma la scrittura è artigianato, è una roba che devi sapere fare, non di cui devi saper parlare. Una settimana di chiappe sulla sedia vale un anno intero di corsi Holden, e costa meno. E poi, la scrittura è come il sesso: un gentiluomo ne fa più che può, e ne parla meno che può.

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Scritto da: Elfo il 14 Maggio 2010
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Il segreto di Caspar Jacobi, Ongaro

Il segreto di Caspar Jacobi – Alberto OngaroNon parlerò mai abbastanza, e abbastanza bene, di Alberto Ongaro. Quando la libreria piange e ho voglia di leggere un bel romanzo, ben scritto, originale, avvincente, vado a cercare fra i suoi titoli qualcuno di quelli che non ho letto, sapendo che ben difficilmente ne sarò deluso. È successo così anche con Il segreto di Caspar Jacobi.

Ottimo racconto incentrato sul rapporto fra realtà e rappresentazione, fra vero e romanzesco, Il segreto ci presenta Ongaro ancora una volta alle prese con un gioco di specchi fra autore e personaggi, impegnato in una partita a scacchi col lettore che può ricordare per certi aspetti La taverna del Doge Loredan.

Il protagonista qui è Cipriano Parodi, un giovane scrittore veneziano che ha da poco pubblicato un romanzo d’avventura e che sembra essere all’inizio di una promettente carriera. Ma ben presto il destino ha in serbo per lui una svolta imprevedibile: quando Cipriano trova nella cassetta della posta una lettera di Caspar Jacobi, la sua vita è destinata a cambiare per sempre.

Jacobi è infatti uno scrittore di enorme successo, vive negli Stati Uniti, pubblica in tutto il mondo, vende milioni di copie. E invita Cipriano a New York per incontrarlo. Il perché è presto svelato: al giovane scrittore viene infatti chiesto di unirsi alla squadra di ghost writer che lavora per Caspar Jacobi, il quale, come un novello Dumas, è a capo di una “bottega” che produce incessantemente romanzi, commedie, sceneggiature, racconti, che archivia storie, trame, intrighi e personaggi, costruiti, ricostruiti e assemblati da una macchina creatrice implacabile.

Fra i due si crea ben presto un rapporto ricco di ambiguità e di contrasti, la figura di Caspar Jacobi è misteriosa e vampiresca, si ammanta di segreti che per Cipriano diventano poco a poco un’ossessione: la foto di una bellissima e sconosciuta moglie, un passato oscuro e impenetrabile celato dietro le poche righe di una biografia ufficiale, gli ineffabili legami che sembrano unire i due in un destino sempre più indissolubile.

Il meccanismo di scatole cinesi che Ongaro mette in scena è piuttosto abile; giocando col lettore come il gatto col topo l’autore ci mette di fronte agli ingranaggi scoperti del racconto, fino a condurci a un finale assolutamente spiazzante, tanto più soddisfacente quanto più nega e sconfessa le nostre attese tanto abilmente sobillate. La vittoria finale del narratore.

Da leggersi in scioltezza, con un assai romanzesco Recioto di Soave.

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Scritto da: tomtraubert il 5 Novembre 2009
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Patty Diphusa, Almodovar

patty diphusaWarhol prese Edie Sedgwick e ne fece quel che voleva, fino allo sfinimento pur di renderla perfetta per sé. Pedro Almodovar le sue donne perfette ha cominciato a trovarle prima nella testa, poi nelle attrici con cui ha collaborato. Dalla sua testa nasce Patty Diphusa, simbolo e sintomo di un momento artistico mondiale che quasi soffoca sotto la valanga innovativa delle idee e le perversioni di Andrew Warhola.

Pedro Almodovar le sue le incarna in una bassa e tonica protagonista di film porno, scrittrice a tempo perso per riviste e soprattutto insonne. È fondamentale, dice Almodovar a Patty quando si lascia intervistare da lei (oh sì, maniacale), che la sua Diphusa non dorma mai, perché è alla continua ricerca. Di un senso, dell’amore, della soddisfazione a tutto tondo. D’altronde parliamo degli anni 80, dove la movida spagnola ti trascina e basta. Se non brilli, non ci sei. Non vali niente.

Patty incontra chiunque e racconta ogni cosa, è la diva del momento (un momento lungo la sua vita) e la reginetta delle sveltine nei bagni dei locali. È in continuo movimento e continua elaborazione cerebrale. Parla solo di quello che è superficiale come lei, eppure la somma di tutte le banalità di chi ha intorno, dei desideri comuni a tutta una generazione di wannabe, dei vizi segreti e invece raccontati in maniera così plateale scavano a fondo in un personaggio, nel suo autore, nel mondo che racconta. La superficialità diventa cosa dimenticata, e ci si ingroviglia in storie d’amore e scampi.

Così la protagonista si dimostra per quella che è, pagina dopo pagina: sicura di dove vuole arrivare, confusa su come farlo, disinibita, implacabile, inafferrabile. Come Madrid, la Madrid che si risveglia dopo Franco e mette da parte tutto per ballare in strada. Senza dimenticare, ma mettendo da parte come in un archivio chiuso a chiave, che sta bene oltre una porta chiusa a chiave, che è in una casa chiusa a chiave. Mentre la città e tutti i suoi abitanti sono in strada, e non vogliono dormire. Vogliono godersi anche il più semplice gesto di libertà, e lo fanno attraverso la trasgressione e lo svuotamento dei valori.

Per questo Patty è amata, dal primo momento in cui appare nelle riviste underground spagnole negli anni Ottanta, e continua ad essere amata a oltranza. Patty ha il coraggio di vivere come le conviene ma anche di rivelarsi per quella che è, attraverso lo stesso metodo del suo creatore: attraverso la scrittura. Una pubblicazione fissa su una rivista, dove l’io esagerato si promuove, si mostra, si analizza da lontano con una rilettura anche se veloce e infine si confessa, perdutamente, a chi ha letto le righe e tra le righe.

Questo libro però non offre in pasto a noi solo Patty, ma anche altre storie. Ognuna con un suo modo di essere e un suo motivo d’esistere. Il tutto senza veli, con citazionismo, e riferimenti filmici di altri livelli. Personalmente, a Pedro Almodovar, batto le mani anche in questa veste di scrittore.

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Scritto da: marzia il 14 Ottobre 2009
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Non buttiamoci giù, Hornby

non buttiamoci giùCosa hanno in comune un presentatore televisivo molto famoso, una ragazza problematica e forse un po’ tocca, un giovane musicista fallito e una signora di mezza età con un figlio disabile? Probabilmente nulla, a parte che tutti loro, sconosciuti l’uno all’altro, scelgono lo stesso preciso momento per suicidarsi. Così, quasi con imbarazzo, si ritrovano, la sera di Capodanno, in cima a un palazzo londinese con l’intento di buttarsi di sotto…

In Non buttiamoci giù di Nick Hornby, i nostri non si butteranno e inizieranno invece un percorso collettivo verso il recupero delle loro vite allo sfacelo: un percorso casuale, assolutamente non premeditato, da alcuni di loro neppure voluto eppure, incredibilmente, terapeutico per tutti.

Non fatevi ingannare dal contesto drammatico della vicenda: lungi dall’essere un lacrimevole racconto di vite disperate, Non buttiamoci giù è piuttosto la vivace e brillante introspezione di quattro personalità molto particolari.

Così troviamo Martin, una volta ricco e famoso, caduto in disgrazia per un’avventura sessuale che gli è costata famiglia e carriera. Quasi sua coetanea, la timida Maureen ha vissuto una vita di ragazza madre con un figlio disabile che l’ha stremata, soprattutto nell’anima. È questo che un bel giorno la conduce sull’orlo di un cornicione.

Jesse è la figlia tutt’altro che accomodante di un politico, che sceglie di reagire a modo suo al dramma che ha segnato la sua famiglia. Per lei tutto è un gioco, anche il suicidio. JJ è un giovane americano ha visto fallire il sogno della sua vita: il suo gruppo musicale si è sciolto e la sua ragazza l’ha lasciato per un altro.

Nick Hornby sceglie di raccontarci la storia alternando i vari punti di vista dei protagonisti, introducendo ogni capitolo con il nome di colui che parlerà ai lettori. Il risultato è che cambia ogni volta sensibilmente il modo di scrivere, che seguirà inevitabilmente il flusso dei pensieri- a volte non coerente- del narratore.

Ma soprattutto, ne seguirà il lessico: esso diventerà per esempio scurrile e un po’ sgrammaticato, se parliamo di Jesse. Pomposo e a tratti artefatto, quando la palla passa a Martin. E così via via nel susseguirsi nella vicenda, tanto che introdotti un po’ nella lettura vi sarà facile capire chi parlerà anche senza leggere il titolo del capitolo.

Nonostante il tema all’apparenza deprimente, ve la consiglio come lettura in un momento no. Se temete di trovare buonismo e morale spicciola su quanto la vita sia preziosa, vi tranquillizzo: non ne troverete traccia. Piuttosto, avrete tra le mani una gran bella storia scritta ancora meglio e con tanto, tanto senso dell’umorismo. Che forse, di questi tempi, non è poi così poco.

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Scritto da: Only il 30 Settembre 2009
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Our blog story

Come sapete sono sempre a caccia di novità dalla rete. Frequentando il Writer’s Dream ho incrociato di nuovo il fondatore della casa editrice Las Vegas, Andrea Malabaila, stavolta alle prese con un progetto  di scrittura online: Our blog story. Dato che lo conosco gli ho chiesto di spiegarmi meglio di che si tratta:

Ecco com’è nata l’idea di Our Blog Story: io e Carlotta abbiamo cominciato a parlare di due personaggi immaginari, un lui e una lei che ci somigliavano un po’ ma neanche troppo. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello raccontare la loro storia in un blog, come se fossero persone reali: ovviamente a me toccava impersonare il ragazzo, e a lei la ragazza.

Il fatto è che quando si incrociano due menti deviate come le nostre, la realtà sembra sempre troppo stretta. Senza accorgercene avevamo posto le basi della nostra blog novel, anche se io sinceramente non sapevo nemmeno che cosa fosse, una blog novel. Carlotta mi ha spiegato che una blog novel, in pratica, è una storia suddivisa in brevi episodi che sfrutta le potenzialità dei blog (immediatezza, multimedialità e possibilità per i lettori di interagire e commentare).

Attualmente in Italia ce ne sono davvero pochissime. Poi abbiamo passato una serata solo per decidere i nomi dei nostri eroi. Jacopo? Tersilla? Virgilio? Alessia? Prima di arrivare a Sebastiano e Cosetta, abbiamo scartato almeno tremila possibilità.

Se qualcuno ci avesse visto in quel momento, probabilmente avrebbe ipotizzato che Carlotta era in dolce attesa – questo per farvi capire che tipi siamo. E così il 5 gennaio è iniziata l’avventura. Al momento siamo ancora nella fase di presentazione dei personaggi, ma più avanti vorremmo coinvolgere tanti altri autori (già pubblicati ed esordienti) per rendere corale la storia di Sebastiano e Cosetta.

Se poi il tutto avrà un minimo di successo e di seguito, è possibile che il progetto superi i confini del blog – magari con la creazione di pagine personali dei personaggi su MySpace o Facebook – e addirittura della virtualità. Ma di questo è presto per parlare.

Al momento vi basti sapere che Sebastiano e Cosetta non si conoscono ancora. E chissà come e quando si incontreranno…

Per amor di verità dico subito che mi ero proposta come cane, ma sono stata scartata… c’est la vie! Peccato, sarei stata un ottimo Bovaro del Bernese. Wof!

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Scritto da: Livia il 18 Gennaio 2009
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