Tutti gli articoli su parole

La prigione di Ojeda, Murphy

Scritto da: il 25.10.10 — 2 Commenti
La monotonia, la ripetitività, l'assuefazione a un certo lavoro per qualcuno sono motivi di frustrazione, per altri sono conforto e tranquillità, un modo di mantenere la vita in un binario sereno, prevedibile, sicuro. A quest'ultima categoria appartiene il protagonista di questo romanzo edito da Intermezzi, La prigione di Ojeda. Non tutti sono eroi, esploratori, capitani di ventura: alcuni sono semplici ragionieri, appagati da quello che fanno e senza alcuna pretesa di avere ruoli importanti per il resto del mondo. La felicità, in fin dei conti, non è fare qualcosa che ci dia orgoglio e senso di completezza, permettendoci di andare a dormire appagati? Per Ojeda la felicità è chiudere un foglio di conti nel modo corretto. Partendo da questo punto di vista ogni minima mutazione del nostro stato diventa una tragedia personale, anche nel caso di un evento positivo, come una promozione sul lavoro, un incarico di maggiore responsabilità e – si suppone – di maggiore gratificazione. Per chi ama la stabilità, per chi è un esecutore il comando diventa sgradito, difficile, soffocante. Così è per il nostro protagonista, che inizia a soffrire fino ad avere disturbi fisici. Da qui in poi non si riesce a distinguere tra ciò che vive solo nella sua mente e ciò che accade nel mondo esterno, mentre lui comincia a soffrire di un disturbo ossessivo che lo allontanerà progressivamente dagli affetti, dal lavoro e infine dal consesso umano. In questo turbine di pensieri, tic e minuziosità Ojeda si trasporta in un mondo claustrofobico, la prigione anticipata dal titolo, da cui non si vede l'uscita. Dapprima coi numeri, poi con le parole e infine nuovamente con i numeri Ojeda cerca di descrivere la realtà, con perfezione sempre maggiore, fino a conoscere ogni oggetto intimamente, non solo nel suo aspetto esteriore e fisico. E di oggetto in oggetto fa suo ...

Di “k”, di “bira” e…, Infaustweb

Scritto da: il 19.08.10 — 2 Commenti
Altri problemi, questi sì importanti, sono taciuti dai mass media e sconosciuti alla comunità. Povertà e insicurezza lessicale, irradiata dagli stessi giornali; la pressione della lingua del politicamente corretto, molto più invadente dell'inglese, irradiata dagli stessi giornali; difficoltà nella costruzione di un testo e nell'uso della punteggiatura, ecc. La realtà mediatica ci dice che è più spettacolare un SMS di una prova scritta d'italiano organizzata male. Ci dice che è preferibile scrivere di quanto siano brutte le parole inglesi che di quanto sia inefficace (e controproducente), per risolvere un problema culturale e sociale, usare omosessuale al posto di frocio, o operatore ecologico al posto di spazzino. Ci dice che k è brutto, ma non ci dice nulla di come si usa una virgola. Ma non mi sembra troppo idealistico avvertire che una politica linguistica dettata dalla spettacolarità e dal moralismo porta a mascherare i veri problemi culturali (e solo successivamente linguistici) di una comunità. Via Infaustweb

Parola di Elena Brescacin

Scritto da: il 01.10.09 — Comments Off
Sempre più spesso, ci si trova ad aver a che fare con documenti più o meno ufficiali o comunque a doverci confrontare con persone che utilizzano, in riferimento alla disabilità, delle parole definite “politicamente corrette”, come la classica “diversamente abile”, abbreviata poi in “diversabile”. Naturalmente però non si fa caso che, dicendo “politicamente corretto”, si dichiara automaticamente che quel termine è “corretto” (elegante) sulla carta, ma non è per nulla detto che lo sia nella realtà. In teoria, le intenzioni di chi ha inventato queste parole sono nobili: “non dare risalto alla condizione di svantaggio, vedere la cosa in modo positivo”. Il problema è: che cosa si intende per “non dare risalto”, per “vedere le cose belle”? Dove sta scritto che un disabile viva in un mondo talmente marcio da aver bisogno che gli altri gli facciano vedere le cose che LORO ritengono belle? Nessuno pensa che lui se le possa trovare anche da solo, non negando però le proprie difficoltà oggettive? Che bisogno c’è di nasconderci come gli struzzi, mettendo sotto la sabbia la testa ma lasciando il resto del corpo in bella vista? Elena Brescacin per ilmid
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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