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Charles & the City – Perdersi a Londra, Dickens

Perdersi a Londra - Charles DickensEmotivamente presi degli eventi narrati, coinvolti nella psicologia dei personaggi, solo raramente ci rendiamo conto del grande, ben conosciuto ma, al contempo, anonimo palcoscenico dove i fatti raccontati accadono: la città. Ogni scrittore celebra la propria. Chi non accosta Joyce a Dublino? Sono celebri Simenon e la Parigi di Maigret ma anche di Hugo, la Milano di Giorgio Scerbanenco (1911-1969); e si potrebbe continuare.

In Perdersi a Londra vengono proposti due deliziosi scritti del grande Dickens (1812-1870). Il primo è un ricordo di un suo smarrirsi bambino di otto o nove anni nella City che, dopo un breve pianto, diventa – assieme al resto di Londra – scenario di meraviglie da conoscere, di incontri buffi anche se non sempre piacevoli, luogo in cui, senza perdersi d’animo, si può fare progetti di vita e di conoscenza. Dickens riesce a descrivere una Londra osservata e vissuta per qualche ora ancora con la sua l’innocenza infantile.

banner ibs Charles & the City   Perdersi a Londra, DickensNel secondo scritto seguiamo le peregrinazioni di un Dickens che, sofferente d’insonnia, si mette nei panni del solitario vagabondo in cerca di compagnia in una Londra notturna, compagnia che, volutamente, non cerca nei luoghi del Vizio e della Sventura ma proprio nelle strade, rivisitando nell’oscurità, e anche sotto la pioggia, un tessuto urbano a lui e a molti ben noto nelle ore diurne, ma che in quelle della notte svela dimensioni impensate e suscita pensieri e riflessioni inusuali, specialmente dopo che anche l’ultimo ubriaco tiratardi se n’è andato.

È  una Londra spettrale popolata di fantasmatici relitti (e/o derelitti) umani evocati dal pensiero o incontrati realmente, come il barbone impaurito o l’uomo del polpettone. Circa un secolo dopo “passeggiando per le strade di Londra” (del 1930, in: The Death of the Moth and Other Essays, 1942) Virginia Woolf (1882-1941) darà una descrizione delle vie, e dei luoghi non notturni ma al tramonto quasi da soggettiva cinematografica; luoghi e percorsi che susciteranno in lei pensieri e riflessioni ben diversi benché qualche gusto per l’insolito accomuni i due scrittori. Le riflessioni della Woolf a tratti richiamano tematiche pirandelliane. Mentre alcuni pensieri del nottambulo Dickens mostrano come, all’epoca, fosse già presente un certo interesse per la “parte oscura” dell’essere umano.

Il vagabondare di Dickens ricorda piuttosto il secondo capitolo del racconto di Oscar Wilde (1854-1900) Lord Arthur Savile’s Crime (1891) quando il lord protagonista, dopo aver costretto il chiromante a rivelargli il proprio destino, percorre una Londra notturna degradata e segnata come lui da un fato assurdo e inutile. Ma, sempre restando in tema e paesaggio, che dire di quella sbilenca quanto introvabile (forse inesistente e presumibilmente parigina) rue d’Auseil descritta e vissuta dallo studente di metafisica così affascinato dalla “musica di Erich Zann” (1921) di quel noto nottambulo solitario di Providence, H.P. Lovecraft (1890-1937)?

Molto diversa da quella di Dickens c’è una descrizione di una metropoli che merita senz’altro ricordo e menzione: è la Los Angeles di Raymond Chandler (1888-1959) nel Lungo addio (The Long Goodbye, 1953) quando Marlowe, tornato a casa alla fine di una giornata tosta, sorseggiando “una buona dose di whisky”, si affaccia alla finestra e contempla la città; il suo frastuono, le sirene dei pompieri e della Polizia che solo raramente s’interrompono. “Laggiù, nella notte intessuta di mille delitti, individui morivano, venivano mutilati, tagliuzzati da schegge di vetro; altri individui venivano percossi, derubati, strangolati, altri ancora erano affamati, ammalati, annoiati, disperati, tormentati dalla solitudine, o dal rimorso… Una città non peggiore delle altre, una città perduta e corrotta e colma di vacuità”.  Citarla tutta sarebbe troppo lungo. Andatevela a leggere. È alla fine del 38° capitolo.

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Scritto da: sfranz il 17 Febbraio 2009
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Japanese Gardens, Nitschke

Japanese gardens, Gunter nitschke, fotografia, taschenQualche tempo fa, per il venticinquesimo anniversario, la Taschen, famosa casa editrice dedicata alla fotografia, all’arte ed al design, ha deciso di ripubblicare a prezzi decisamente contenuti alcuni dei suoi magnifici volumi illustrati.

Così anche Japanese Gardens, un ottimo libro che coniuga saggi e grandi fotografie, ha avuto la sua riedizione, a pochi anni dalla prima pubblicazione. Come chiaramente espresso dal titolo, l’argomento è il giardino nelle sue varie forme, pietra, acqua e vegetazione.

Del resto nell’arcipelago nipponico il giardinaggio non è un hobby ma una vera espressione di arte e spiritualità, un impiego in grado di elevare lo spirito, un modo per conciliare umanità e natura; è un’attività quindi vissuta con grande rispetto e preparazione.

Con una carrellata dei vari stili e delle epoche, il testo ci introduce alla lettura delle immagini scattate in alcuni dei più bei giardini giapponesi. Purtroppo la parte testuale è interamente in inglese, quindi non perfettamente ed universalmente fruibile, benché sia davvero interessante.

Le immagini sono meno di quante legittimamente potremmo aspettare, dato il grande spazio concesso al commento, ma senza quest’ultimo sarebbe solo una sterile sequenza, indecifrabile per l’occhio occidentale, non abituato a cogliere le stesse sfumature espressive dei nipponici.

La stampa è piuttosto accurata e anche la qualità della carta è buona, sebbene non eccelsa, ma questo forse proprio per l’esigenza di un prezzo adatto al grande pubblico, appena una decina di euro per quasi 240 pagine di volume illustrato.

Consigliato come primo approccio ed ispirazione per un bel viaggio in Giappone, alla scoperta di arte e natura.

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Scritto da: Livia il 13 Novembre 2008
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