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Val più la pratica, De Benedetti

Val più la pratica - Andrea De BenedettiQuando ho letto la presentazione del libro, ammetto di esserne stata un poco stizzita: Val più la pratica veniva annunciato come un attacco contro “l’esercito [...] che presidia a colpi di penna rossa la frontiera che separa l’italiano buono da quello cattivo“. Considerandomi parte di quell’esercito mi sono sentita chiamare in causa, ho preso il libro e l’ho iniziato subito.

Mi sbagliavo. Su me stessa più che altro: ho scoperto infatti che sono molto più tollerante dei neo-crusc descritti dall’autore, Andrea De Benedetti, e che uso molto meno rigore di quanto non voglia credere. I post di grammatica infatti, a ben guardare, sono fatti con lo stesso approccio di tutti gli altri: consigliare (e magari migliorare un po’ il mio lavoro!); e sebbene a volte possa essere pedante, specie nell’uso del congiuntivo, non arrivo agli eccessi descritti da De Benedetti.

Quella che dipinge, nella sua grammatica immorale, è una tendenza che tutti possiamo osservare: essere integralisti sulle questioni linguistiche, tentare di preservare un lessico e una forma antichi, utili più nella teoria che nella vituperata pratica. E ridimensiona anche gli allarmismi inutili sulla morte dell’italiano, che, a suo dire, non si è mai parlato e scritto tanto.

Non c’è però nessuna difesa appassionata delle abbreviazioni o delle grafie semplificate; De Benedetti tiene a precisare che po’ va scritto con l’apostrofo e che una corretta ortografia è sempre la base da cui partire. Ma ci ricorda che non esiste solo la forma Soggetto – Verbo – Complemento, e che spesso si dovrebbe parlare di analisi il-logica.

I capitoli sono articolati secondo una complessità crescente, dal che polivalente fino all’analisi delle parti del discorso, affrontando così tutte le occorrenze più contestate dai difensori della lingua italiana e mettendo in evidenza che la grammatica non è normativa ma descrittiva, che la lingua è flessibile e viva. E che l’uso vince la norma.

Nonostante sia un saggio l’uso della lingua e del narratore lo rendono scorrevole e divertente: costellato di episodi e considerazioni personali, sembra ribadire anche con lo stile che l’italiano dipende dal suo parlante (o scrivente, in questo caso).

Da leggere, da insegnare a scuola, da inculcare nelle teste di ogni professore, da prendere come un pancake, al posto della crusca.

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Scritto da: Livia il 16 Luglio 2009
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Parola di Andrea De Benedetti

Non so voi, ma il correttore ortografico del mio programma di videoscrittura a volte si comporta in modo strano. Anziché limitarsi, come sarebbe suo dovere, a segnalare, ed eventualmente a sterminare, gli errori di battitura, mostra atteggiamenti piuttosto pedanti – mi verrebbe da dire perbenisti – verso i miei scritti, come se a ispirarne le azioni fosse qualcosa di simile a una coscienza e non un comunissimo software. Ho scoperto ad esempio che non gli piacciono le parolacce, e che per questa ragione le sottolinea tutte in rosso, come gli errori di ortografia. Non distingue, il correttore, le parolacce grevi e sboccate da quelle innocue e leggere. Per lui sono tutte moralmente riprovevoli, e sono arrivato a convincermi che, per quanto cerchi di usarle con garbo e moderazione, sotto sotto mi consideri un maleducato.

Andrea De Benedetti, Val più la pratica

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Scritto da: Livia il 8 Luglio 2009
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Grammatica di base per tutti – univerbazione

Ci sono parole che nascono dall’unione simbiotica di altri termini, che, col passare del tempo, non riescono più a separarsi. Basti pensare ad eccome, malessere, carovita, che nascono come forme disgiunte e che ormai non vengono affatto utilizzate nella loro grafia originaria: è l’univerbazione.

A ben pensarci l’univerbazione è all’origine anche dei nostri avverbi più comuni, quelli che terminano in -mente; dall’origine latina (ablativo assoluto in funzione di complemento di modo) si sono formati per l’abitudine a pronunciarli sempre insieme, tanto da non poter più distinguere le due parti che costituivano il complemento. L’italiano poi ne ha derivato la regola di unire l’aggettivo al suffisso -mente, e così abbiamo gioiosamente, affettuosamente e la pletora di avverbi in mente che tutti conosciamo.

Di recente alcune parole di uso comune cominciano a vedersi sempre più spesso in una grafia unica, come a posto e va bene che, raddoppiando una lettera, diventano apposto e vabbene; vediamo cosa ne pensa l’Accademia della crusca:

A volte,  si può percepire come voce composta di unità separate quella che è invece (ormai) una parola unica a tutti gli effetti, come davanti (non d’avanti) o al contrario come parola unica quello che è ancora una sequenza di parole autonome (più che altro, o a posto locuzione aggettivale e avverbiale che, diversamente da apposta non ammette univerbazione). Ci sono casi in netta evoluzione verso l’univerbazione, anche se ancora non accettati dalla norma, come vabbene di cui si può verificare su Internet la frequenza della scrizione unita, specie quando (e forse bisognerebbe che fosse solo in questi casi) ha valore di avverbio di affermazione (nel senso di “d’accordo”).

Sono invece decisamente inaccettabili all’oscuro (forma corretta), che non può essere confuso con allo scuro, segno di un’errata percezione dei confini di parola; e sotto forma, un sintagma graficamente e concettualmente ben distinto, cristallizzato nella locuzione preposizionale sotto forma di.

Mentre di solito mi trovo perfettamente d’accordo con l’Accademia, devo dire che questa volta mi sento titubante: perché non valutare anche la possibilità di univerbare a posto, dato che è una tendenza molto diffusa? Voi che ne pensate?

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Scritto da: Livia il 5 Maggio 2009
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Bartezzaghi e l’apostrofo perduto

Bartezzaghi è un cognome che si commenta da sé, come ho più volte detto; e anche questa volta si conferma più che degna del mio platonicissimo amore, con un nuovo articolo di Stefano Bartezzaghi, che scrive l’epitaffio dell’apostrofo.

[...] anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo una questione di apostrofi. I media di scrittura hanno in antipatia tutto ciò che esorbita dal carattere alfabetico, e così sms, e. mail e indirizzi di siti web pullulano di “cè” anziché “c’è”; di “pò” anziché “po’”; di “mò vengo” o “a mò di…” anziché “mo’ vengo” e “a mo’ di”; di “non centra niente” anziché “non c’entra niente”. I vari “dì qualcosa, fà presto, stà zitto e và via”, spesso del tutto normalizzati con “di qualcosa, sta zitto, fa presto e va via”. In ognuno di questi esempi l’accento è sempre sbagliato, il caso nudo e crudo non è più considerato scorretto ma l’apostrofo ci vorrebbe per segnalare che all’imperativo è caduta la sillaba finale.

Meno macroscopiche e più controverse le fattispecie di “buon amica” anziché il corretto “buon’amica” o “pover uomo” anziché “pover’uomo”: su questi anche la Crusca discute. Anche da noi è presente la controtendenza che aggiunge apostrofi dove non ci vogliono. Pittoresco, per la sua diffusione, il caso di “qual’è”; ma si leggono anche dei “c’è n’è abbastanza”.

Spessissimo poi, a causa della mancata collaborazione delle tastiere e dei programmi di scrittura, si è costretti a usare l’apostrofo in luogo del segno di accento: “Là non c’e'”. È infine inqualificabile l’usanza di trascrivere i discorsivi “ci hai sonno?” e “ci avevo fame” come “c’hai sonno?” o addirittura “ch’avevo fame”. È che l’apostrofo, oggi, è un po’ come le quattro frecce dell’automobile: si mette e si toglie quando non si sa bene cosa dobbiamo segnalare al prossimo, e come. L’apostrofo è insomma un bacio rosa fra le parole “c’entro (qualcosa) o non centro (la soluzione giusta)? “.

È vero, la lingua si modifica nel tempo, ma si tratta di processi non così immediati come queste variazioni personalistiche vorrebbero. È necessario una norma in questa giungla, per garantire la funzione primaria del linguaggio: comunicare.

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Scritto da: Livia il 17 Marzo 2009
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Grammatica di base per aspiranti scrittori – Doppia i

Come si forma il plurale delle parole che terminano in -io? Sembrerebbe facile, ma in realtà così non è. La lingua italiana è più complessa di quanto non possa apparire e questo è uno dei casi più controversi.

Esistono almeno (e sottolineo almeno) due tipi di plurale per i lemmi in -io, distinguibili in base alla posizione dell’accento tonico. Nel caso in cui l’accento cada sulla i di -io, la o si trasforma in una seconda i (ad esempio rìo – rìi). Se invece l’accento si trova all’interno della parola, verrà semplicemente eliminata la o terminale (ad esempio maglio - magli).

Allora perché di tanto in tanto si trova una doppia i per formare il plurale di termini in -io? La -ii (meno di frequente l’accento circonflesso) è una forma utilizzata per eliminare ambiguità del testo, per distinguere nei casi in cui la parola possa essere scambiata per un altro plurale (omicidio e omicida dovrebbero portare ambedue al plurale omicidi).

Fortunatamente, però, è un uso che sta diventando obsoleto, per due motivi fondamentali: in alcuni casi si opta per evidenziare l’accento (prìncipi - princìpi), ma in generale basta esaminare il contesto; se dico “Gli omicidi saranno presto catturati dalla polizia” ci sono pochi dubbi sul sostantivo che sto utilizzando.

Consigliabile, quindi, evitare la forma della doppia i, che conferisce al testo un sapore arcaico.

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Scritto da: Livia il 30 Gennaio 2009
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Entrare o centrare

Sull’italiano non mi rassegno facilmente. Così, nonostante a volte per troppo zelo commetta anche io degli errori, non desisto davanti a quelle forme lessicali che, benché ormai nell’uso comune, sono da considerarsi storpiature o dialettismi.

Tanto quanto non amo l’uso, tutto toscano ma ormai dilagante, del te in luogo di tu come soggetto, non apprezzo neanche tutte quelle forme, tipiche del parlato, che vengono ormai confuse con le locuzioni corrette nello scrivere.

Una di queste abnormi contaminazioni tra scritto e parlato riguarda la forma c’entra. Leggo ormai troppo frequentemente centra, centrarci, riferito all’avere attinenza. Da questo uso hanno origine frasi a dir poco obbrobriose, come “Che ci centra?” (sic).

Facciamo un po’ di chiarezza, utilizzando un semplice dizionario e senza ricorrere a glottologi o linguisti; per comodità ed anche per una facile verifica online, cerchiamo sul De Mauro.

en|tràr|ci
v.procompl. (io ci éntro)
CO
1 con valore intens., trovare posto, avere spazio sufficiente per stare in qcs.: in questa macchina c’entrano quattro persone, in questi pantaloni non c’entro più | essere contenuto: il due nel quattro c’entra due volte
2 avere parte, attinenza, relazione con qcs.: che c’entra questo con quanto è accaduto?, non c’entra niente, io non c’entro!

cen|trà|re
v.tr. (io cèntro)
CO
1 colpire nel centro: c. un bersaglio, c. il boccino
2 fig., cogliere, individuare con acutezza e precisione: c. un problema, c. l’argomento; c. un personaggio, di attore o regista, interpretarlo o rappresentarlo correttamente evidenziandone le caratteristiche fondamentali | conseguire in pieno: c. l’obiettivo
3 fissare nel centro: c. il compasso; in fotografia e sim., inquadrare nel centro dell’obiettivo, del fotogramma o dello schermo: c. un soggetto, un’immagine sullo schermo
4 TS mecc., equilibrare rispetto a un asse di rotazione: c. un’elica, una ruota
5 TS sport ?crossare

Ora, sembra evidente che se scrivessi “La tua affermazione non c’entra con il contesto”, sarei colpevole, magari, di avere utilizzato una forma colloquiale ed imperfetta, ma avrei scelto almeno la corretta grafìa. Se scrivessi invece “La tua affermazione non centra con il contesto”, probabilmente starei cercando di utilizzare il contesto come bersaglio di un ipotetico lancio di affermazioni.

Per lasciarvi citerò il mio anziano insegnante di Armonia (che non è una disciplina new-age ma una normale materia degli studi musicali nei conservatori), Padre Vincenzo Bernardo Modaro, il quale soleva dire:

Chi parla il dialetto scrivendo traduce, e il parlar di colui non isgorga, ma cola.

Dall’uso della i prostètica potete capire quanto sia vetusta e quale sia l’età del mio docente.  Tuttavia, pur non sapendo di chi sia originariamente la frase, la condivido in pieno.

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Scritto da: Livia il 12 Settembre 2008
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Grammatica di base per aspiranti scrittori – parte III – parole dubbie

Entrambe e succube: due parole che mi hanno perseguitata a lungo durante l’adolescenza. Avevo grosse difficoltà a ricordare se fossero invariabili o meno. E anche oggi ho dei momenti di dubbio in cui devo sforzarmi di ricordare la regola per farne un uso corretto.

Questo promemoria è quindi più per me che per voi, anche se suppongo di non essere la sola in Italia a soffrire di questa amnesia selettiva (benché del tutto involontaria).

Entrambe è un aggettivo/pronome numerativo per due (del tipo “ambo”, “ambedue”); pertanto, come per ogni altro aggettivo, prevede una forma maschile “entrambi”, usata quando i due oggetti a cui si riferisce siano  di genere maschile o anche uno di genere maschile e uno femminile (es. Giuseppe e Carla non mangiano carne: entrambi sono vegetariani”), e una forma femminile “entrambe”, da utilizzare se il sostantivo cui si applica è di genere femminile (es. “entrambe le volte”) o nel caso in cui si considerino due oggetti diversi, ma ambedue di genere femminile (es. Daria e Carla non mangiano carne: entrambe sono vegetariane).

Succube è abbastanza diffuso nella forma invariabile, dovuta ad un influsso francese; eppure, risalendo brevemente alla sua etimologia si scopre che è un aggettivo derivato dal latino. Per cui, a rigor di logica, dovrebbe seguire il genere del sostantivo cui fa riferimento.
In questo però la norma non è rigida, accettando la forma invariabile perché più diffusa, quindi più vicina al sentire comune.

Infine un lemma per cui la “perplessità” è legittima: esiste in italiano il verbo perplimere? La risposta, per quanto possa essere enigmatica, è ancora no.

L’origine è davvero recente: merito di una interpretazione di Corrado Guzzanti, che nello “storpiare” la lingua cercando un effetto comico ha creato una parola in grado di colmare una lacuna del nostro idioma. Infatti perplesso, che viene percepito come participio passato, non ha in italiano un verbo di riferimento.

Ancora no significa solo che la parola verrà ammessa nei dizionari se i linguisti riterranno, alla loro prossima revisione, che sia entrata a far parte in modo non effimero del vocabolario italiano.

Confermando, in tutti i casi, che l’italiano sia una lingua soggetta a modifiche, quindi viva.

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Scritto da: Livia il 15 Agosto 2008
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Grammatica avanzata per aspiranti scrittori – Preposizioni nelle citazioni

Alle volte si ha la necessità di citare un grande autore, uno scritto, un titolo del passato. Di aprire quindi le virgolette e capire cosa fare dell’articolo che accompagna il nome. Sembra facile, ma in realtà per anni si sono avute attribuzioni controverse, tanto che persino alcune grammatiche e moltissimi testi scolastici ne fanno un uso errato.

Per parlare delle citazioni non posso esimermi dal citare un complesso articolo di Giovanni Nencioni sulla Crusca per voi (n° 13, p.11):

«La preposizione de non esiste nell’italiano odierno allo stato isolato e i dizionari la registrano perché compare nelle scritture letterariamente analitiche della preposizione articolata (de la, de lo ecc.) o nelle citazioni di nomi propri o di opere che cominciano con l’articolo. [...]

Dalle edizioni o imitazioni della scrittura analitica dei testi antichi è [...] venuta l’idea che essa possa usarsi per mantenere intatti i nomi di luogo e persona o i titoli di opere preceduti dalla preposizione articolata; c’è tuttavia chi preferisce ricorrere, per lo stesso scopo, alle sole preposizioni realmente presenti nella nostra lingua, scrivendo sintetico e legato come pronuncia: della Spezia, dell’Aquila, dei “Promessi sposi”, nei “Promessi Sposi”, ai “Promessi sposi” ecc. La soluzione di ricorrere, per la scrittura analitica, al reale di invece del supposto de, scrivendo di La Spezia, di “I promessi sposi”, non sarebbe esauriente se non fosse estesa a tutta la serie, scrivendo anche in “I promessi sposi”, in L’Aquila, e producendo un forte divario tra il modo scritto e il parlato, che denuncerebbe una grave insufficienza della nostra ortografia.

Riteniamo pertanto di consigliare la soluzione grafica che riproduce più fedelmente la pronuncia e che è più facile ad essere applicata da tutti.»

Che vuol dire, in parole semplici? Vuol dire che se appartenete a quella schiatta di scrittori che utilizza ad esempio Sartre è autore de “La nausea”, dovreste scrivere anche Il personaggio che si trova in “La nausea” è complesso. Che non è proprio gradevolissimo.

L’uso corretto e consigliato (non l’unico) consiste nel  togliere l’articolo ed utilizzare la preposizione articolata corrispondente. Un piccolo esempio per rafforzare l’idea che sia la grafia corretta: volendo considerare La Spezia, vi faccio notare che gli abitanti della Spezia si chiamano Spezzini, non Laspezzini

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Scritto da: Livia il 1 Agosto 2008
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Grammatica di base per aspiranti scrittori – parte II – La punteggiatura

Esiste un libro, Virgole per caso, che ha per argomento proprio l’uso della punteggiatura sbagliata. Scritto da una giornalista stufa, come me, di leggere, anche presso i suoi colleghi, errori continui. Vediamo cosa dicono gli amici dell’Accademia della Crusca, sempre loro, sulla punteggiatura.

Il punto si usa per indicare una pausa forte che indichi un cambio di argomento o l’aggiunta di informazioni di altro tipo sullo stesso argomento. Si mette in fine di frase o periodo e, se indica uno stacco netto con la frase successiva, dopo il punto si va a capo. Il punto è impiegato anche alla fine delle abbreviazioni (ing., dott.) ed eventualmente al centro di parole contratte (f.lli, gent.mo), ricordando che in una frase che si concluda con una parola abbreviata non si ripete il punto (presero carte, giornali, lettere ecc. Non presero i libri).

La virgola indica una pausa breve ed è il segno più versatile, «può agire all’interno della proposizione, ma anche travalicarne i confini e diventare elemento di organizzazione del periodo nella sua funzione di cesura fra le diverse proposizioni»
Si usa, o almeno si può usare, la virgola: negli elenchi di nomi o aggettivi, negli incisi (si può omettere, ma se si decide di usarla va sia prima sia dopo l’inciso); dopo un’apposizione o un vocativo e anche prima di quest’ultimo se non è in apertura di frase (Roma, la capitale d’Italia. Non correre, Marco, che cadi). Nel periodo si usa per coordinare frasi senza congiunzione (es: studiavo poco, non seguivo le lezioni, stavo sempre a spasso, insomma ero davvero svogliato), per separare dalla principale frasi coordinate introdotte da anzi, ma, però, tuttavia e diverse subordinate (relative esplicative, temporali, concessive, ipotetiche, non le completive e le interrogative indirette). Le frasi relative cambiano valore (e senso) a seconda che siano separate o meno con una virgola dalla reggente: gli uomini che credevano in lui lo seguirono è diverso da gli uomini, che credevano in lui, lo seguirono.
La virgola NON si usa mai: tra soggetto e verbo (se non nei casi sopra indicati); tra verbo e complemento oggetto; tra il verbo essere e l’aggettivo o il nome che lo accompagni nel predicato nominale; tra un nome e il suo aggettivo.

Il punto e virgola segnala una pausa intermedia tra il punto e la virgola e il suo uso dipende dalla scelta stilistica personale. Serve a indicare un’interruzione formale ma non nei contenuti.

I due punti avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. Serianni riconosce quattro funzioni dei due punti: sintattico-argomentativa (si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato); sintattico-descrittiva (si esplicitano i rapporti di un insieme); appositiva (si presenta una frase con valore di apposizione rispetto alla precedente); segmentatrice (si introduce un discorso diretto in combinazione con virgolette e trattini). I due punti introducono anche un discorso diretto (prima di virgolette o lineetta) o un elenco.

Il punto interrogativo si usa nelle interrogative dirette, segnala pausa lunga e intonazione.
Il punto esclamativo è impiegato dopo le interiezioni e alla fine di frasi che esprimono stupore, meraviglia o sorpresa; segnala una pausa lunga e intonazione.
-I punti esclamativo e interrogativo possono essere usati insieme, soprattutto in testi costruiti su un registro brillante, nei fumetti o nella pubblicità.

I puntini di sospensione sono sempre tre e si usano per indicare la sospensione del discorso, quindi una pausa più lunga del punto. I puntini fra parentesi quadre indicano l’omissione di lettere, parole o frasi di un testo riportato.

Il trattino può essere di due tipi: lungo si usa al posto delle virgolette dopo i due punti per introdurre un discorso diretto o, in alternativa a virgole e parentesi tonde, si può usare in un inciso; breve serve invece a segnalare un legame tra parole o parti di parole e compare infatti per segnalare che una parola si spezza per andare a capo, per una relazione tra due termini (il legame A-B), per unire una coppia di aggettivi (un trattato politico-commerciale), di sostantivi (la legge-truffa), di nomi propri (l’asse Roma-Berlino), con prefissi o prefissoidi, se sono composti occasionali (per cui il fronte anti-globalizzazione ma l’antifascismo) e infine in parole composte (moto-raduno, socio-linguistica) in cui tendono a prevalere, però, le grafie unite.

La punteggiatura non va spaziata rispetto al testo che la precede, ma solo dal testo che la segue. Fanno eccezione le parentesi, il cui esterno rispetta questa regola, mentre l’interno non spazia mai (così).

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Scritto da: Livia il 25 Luglio 2008
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Grammatica di base per aspiranti scrittori – parte I – gli accenti

Mi lamento spesso degli orrori grammaticali che arrivano con gli scritti in redazione. Ebbene forse è il momento di smettere di lagnarsi e dare qualche dritta per un controllo ortografico accurato prima della spedizione della vostra opera. Sono certa che non facciate questi sbagli, ma un ripassino veloce non farà male.

Ormai con i vari programmi, openoffice, word e simili, gli errori ortografici puri si sono ridotti drasticamente, per fortuna. Ma i programmi sono pur sempre programmi, ed hanno un bel correggere gli strafalcioni, gli autori sanno inventare sempre qualcosa di nuovo. Prontuario dei tasti dolenti, con l’aiuto dell’Accademia della crusca:

NON si apostrofa qual è. Mai.

Ci sono dei motivi per cui esistono accenti di due tipi ed apostrofi, vediamo un po’ che uso farne: richiedono l’accento acuto sulla e finale: affinché, benché, cosicché, finché, giacché, né, nonché, perché, poiché, purché, sé (come pronome: “Tizio pensa solo a sé”), sicché, ventitré e tutti i composti di tre (trentatré, quarantatré, centotré, ecc.); infine, le terze persone singolari del passato remoto di verbi come battere, potere, ripetere, ecc.: batté, poté, ripeté, ecc.
In tutti gli altri casi, l’accento sulla e finale è grave. Ricordate, in particolare, di segnarlo sulla terza persona del presente indicativo del verbo essere: è, su tè e su caffè.

Mettere l’accento o meno in alcuni casi non è facile. Bisogna ricordare che l’accento NON si mette sui monosillabi (che orrore leggere: Non ci stà). Quindi non hanno MAI l’accento va (terza persona di andare), fa, sta, qui, qua.

(verbo dare): Mi dà fastidio -  da (preposizione): Vengo da Bari
(il giorno): La sera del dì di festa -  di (preposizione): È amico di Marco
è (verbo essere): È stanca -  e (congiunzione): coltelli e forchette
(avverbio di luogo): vai là -  la (articolo o pronome): La pizza, la mangi?
(avverbio di luogo): Rimani lì – li (pronome): Non li vedo
(congiunzione negativa): Né carne né pesce – ne (avverbio o pronome): Me ne vado; te ne importa?
(pronome): Chi fa da sé fa per tre – se (congiunzione): Se torni, avvisami
(affermazione): Sì, mi piace - si (pronome): Marzia non si sopporta
(la bevanda): Una tazza di tè -  te (pronome): Dico a te!

Per gli apostrofi, questi indicano elisione: caso celeberrimo è il va’ pensiero (elisione da vai pensiero, quindi corretto). Seguono questa regola po’ (poco), fa’ (solo quando indica seconda persona – fai).

E per gli amanti del web, che spessissimo usano l’apocope (non è una parolaccia, ora vedrete), ecco grafie corrette, in neretto, ed in corsivo gli Orrori più usuali:

Beh o be’bhe, bhé
Mah - mha
Ehm - hem, em

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Scritto da: Livia il 18 Luglio 2008
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