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Amabili Resti, Sebold

amabili resti Amabili Resti, SeboldPer chi se lo stesse chiedendo, mi sono persa – al cinema – il film L’eleganza del Riccio. Per non ripetere l’esperienza, anche se sul mio comodino c’è una Torre Pendente di libri che fa invidia a Pisa, ho piazzato in pole position Amabili Resti di Alice Sebold (Edizioni E/O), in quanto la fascetta strilla che a breve uscirà la trasposizione cinematografica ad opera di Peter Jackson.

Me lo sono letto d’un fiato, dunque, e, se ci penso, mi salgono ancora le lacrime agli occhi.

La prima cosa che vorrei sottolineare è che ammiro molto autori come Alice Sebold, perché sono in grado di narrare anche il più efferato dei crimini senza eccedere mai nei termini, né nel sentimentalismo: in questo senso Amabili Resti poteva essere un libro molto rischioso. Si tratta infatti di una storia di morte e dolore che, nelle mani sbagliate, avrebbe potuto risultare di una pesantezza insostenibile. Invece è un gioiello.

La storia comincia nel 1973. “Comincia” è forse un termine improprio, in quanto l’inizio vede lo stupro e la morte della protagonista, la quattordicenne Susie Salmon. Quindi possiamo dire che la storia parte con una fine, una fine per di più cruenta e dolorosa. Il corpo di Susie viene fatto a pezzi e gettato in una discarica dall’assassino, un vicino di casa dall’aria insospettabile di nome George Harvey.

Il suo spirito, però, sopravvive in una sorta di mondo soprannaturale che la ragazzina chiama “il Mio Cielo” e da cui può osservare il proseguire della vita sulla terra. Susie sceglie di restare in qualche modo vicina alla sua famiglia e ai suoi amici ed assiste così allo svolgersi della vita nel suo quartiere, dove tutti in qualche modo sono stati coinvolti dalla sua tragedia e cercano come possono di farvi fronte.

La famiglia Salmon, in particolare, è il fulcro del romanzo, in cui sono magistralmente inserite le dinamiche dell’accettazione del dolore, la crisi, il superamento della stessa, ma anche le fratture più profonde che un lutto simile può creare e il sorgere di dubbi e paure mescolati con la voglia di passare oltre e cercare la serenità che è stata strappata.

La gamma dei sentimenti umani è coperta quasi per intero in un intreccio che non perde un colpo; il substrato mistery (riuscirà il coraggioso signor Salmon a trovare le prove per incastrare il maniaco della porta accanto? E Lindsey, la sorella minore di Susie, è in pericolo? Riusciranno i familiari e gli amici a ritrovare il corpo della ragazzina?) porta il lettore a divorare il libro pagina dopo pagina senza mai avvertire un filo di pesantezza. Ciò è dovuto anche alle descrizioni, sempre nitide e convincenti, anche quando si parla della sfera soprannaturale che era forse la più difficoltosa da delineare.

Una nota di plauso va ad Alice Sebold anche nel metodo di tratteggio psicologico dei personaggi: ben pochi scrittori sono in grado come lei di penetrare la psiche nelle sue molteplici sfaccettature e allo stesso tempo rendere la lettura lieve ed appassionata come una carezza. In Amabili Resti c’è un po’ di tutto: spaccato sociale, introspezione, elaborazione del lutto, superamento del dolore e quel tocco di magia che rende l’insieme unico nel suo genere.

Lo consiglio caldamente, anche se lascia un senso di malinconia che vi accompagnerà per qualche giorno; libri come questo non capitano di frequente.

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Scritto da: Elfo il 16 Marzo 2010
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La ballata di John Reddy Heart, Oates

ballata di John ReddyL’estate del 1967 rimarrà nella memoria collettiva per molto tempo a Willowsville, piccola cittadina nello Stato di New York. È una torrida giornata di luglio quando il giovane John Reddy , di soli 11 anni, arriva nella città con i suoi strambi parenti al seguito, guidando lui stesso la vecchia Cadillac Bel-Air, seduto su diverse guide del telefono per riuscire a vedere oltre il parabrezza.

La Willowsville del romanzo La ballata di John Reddy Heart di Joyce Carol Oates assomiglia a molte altre cittadine americane della Costa Atlantica di quegli anni: l’arrivo degli originali Heart crea un’inevitabile subbuglio e molti mormorii tra i nuclei familiari del luogo, benestanti ma un po’ bigotti.

Tanto per cominciare provengono da Las Vegas, The Sin City.
Poi la mamma di John è troppo bella. E dov’è suo marito, il padre dei tre bambini? I due più piccoli poi, sembrano animaletti selvatici e ritrosi.
Che dire di nonno Aaron, un personaggio un po’ alienato dalla vita vera, con qualche rotella, sospetta la brava gente di Willowsville, decisamente fuori posto.

E poi c’è Johnny.

“Nella cittadina di Willowsville (…) vi fu un tempo in cui ogni ragazza tra i dodici e i vent’anni (e molte altre in segreto) era innamorata di John Reddy Heart. John Reddy fu il nostro primo amore. E il primo amore non si scorda mai.”

Il giovane con il suo aspetto un po’ da zingaro e un po’ da indiano, che sembra più vecchio della sua età, getta nello scompiglio le ragazze del piccolo centro, inserendosi con violenza nei sogni adolescenziali e non di ognuna di loro. Anche i ragazzi ne subiscono il fascino, fatto di uno schietto senso di inadeguatezza che non diventa quasi mai velenosa invidia (perché lui è troppo gentile con ognuno di loro).

Questi ragazzi di buona famiglia, con tracciato davanti a loro un futuro cosparso di lustrini, subiscono l’inevitabile fascino dell’outsider. John è bello e all’apparenza dannato: dietro al suo totale disinteresse per qualsiasi ragazza della scuola, al suo reale senso di cameratismo verso i suoi compagni che non diventa mai confidenza vera, sembrano nascondersi turpi segreti che non possono che celare una vita affascinante.

Neanche il fattaccio che un giorno si abbatte su di lui sembra scuotere alla fondamenta il sogno adolescenziale ormai collettivo: l’amante della madre di John viene assassinato nella camera da letto della donna e John viene accusato dell’omicidio. Dopo una spietata e molto mediatica caccia all’uomo tra le montagne intorno a Buffalo finisce in prigione ma, come spesso accade, questo non fa che accrescere la sua fama: anche se non tornerà più nella piccola cittadina, il ragazzo si trasfigurerà in un mito che per molto tempo rimarrà nei sogni innamorati di molte donne e in quelli ammirati di molti uomini, arrivando ad ispirare la canzone di un gruppo rock ed uno sceneggiato televisivo.

Solo molti anni dopo capiremo, incontrando un John Reddy adulto, come questa fama non fu da lui voluta né tanto meno capita fino in fondo: in un certo senso lui ne fu vittima esattamente come tutti gli altri.

Da leggere se amate la letteratura americana di ampio respiro: prendete una bella boccata d’aria e… via.

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Scritto da: Only il 25 Novembre 2009
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L’ultimo capriccio di Paganini, Sardini

L'ultimo capriccio di Paganini - Dimitri SardiniDifficile vincolare L’ultimo capriccio di Paganini, il secondo romanzo di Dimitri Sardini edito dalla Round Robin, a un solo genere letterario: giallo? Drammatico? Avventura? Forse con una buona dose di originalità si pone in un punto d’incontro tra tutto questo, introducendo i lettori nel mondo di Steve Dominici, musicista blues probabilmente geniale ma un po’ problematico.

La vicenda prende avvio dove il giovane vive, sulla pacific coast californiana, per poi spostarsi nella nostra Italia sulla scia di un assegno di diecimila dollari e di un morto in un incidente che sarà probabilmente omicidio.

E qui, nella calura ferragostiana del centro Italia e sulla scia di tanta e buona musica, la trama diventa quasi un viaggio on the road, tanto che l’autore non ci fa mancare neanche un buon pezzo di strada condotto sul sellino (da me tanto invidiato) di una Harley. Stati Uniti, appunto. Ma anche tanta, tanta Italia, miscelate in un mix gustoso e frizzante.

Mi sono proprio divertita in questa lettura, sarà perché, dove Sardini pecca, non lo fa certo per ingenuità. Anzitutto descrive Los Angeles con la competenza di chi, se non c’è stato, si è ben documentato al riguardo tanto da non far storcere il naso a chi avendola vista sa di cosa l’autore sta parlando. Inoltre, nonostante sia evidente la sua competenza musicale, riesce a non essere pedante fino al punto di risultare un saccente antipatico. E, dulcis in fundo, l’intreccio giallo, ingarbugliato quanto basta, regge fino al finale, privo di colpi di scena eclatanti ma in ogni caso ben congegnato.

Ma allora, mi chiederete, dove pecca? L’unico punto debole che ho trovato nel libro è la mancanza di spigliatezza dell’autore della descrizione delle azioni, che a volte sono talmente farcite di frasi da risultare forzate. Un’immagine, che potrebbe essere resa con efficacia in poche parole, viene dilungata in troppe righe facendo rallentare un po’ la scorrevolezza del tutto. Peccato. Io credo che ciò sparirà tra qualche romanzo, man mano il nostro affinerà la tecnica.

Da leggere assolutamente se avete voglia di un giallo… ma anche no. Gli indecisi saranno ampiamente ripagati!

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Scritto da: Only il 16 Settembre 2009
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È un problema, Christie

È un problema - Agatha ChristieNon è facile decidere di recensire un giallo di un mostro sacro come Agatha Christie, perché la scelta può essere (e nel mio caso lo è stata) molto ardua. Nella sua vasta produzione di oltre ottanta libri gialli, ci sono diversi capolavori e innumerevoli rompicapi di qualità. È un problema non è uno dei più conosciuti, ma ho scelto di presentarvi questo titolo perché, anche se raramente risulta tra i citati, fece parlare di sé in più di un’occasione.

Intanto era in assoluto il preferito dell’autrice, come lei stessa dichiara nella sua autobiografia (da me già recensita su liblog) e in diverse interviste rilasciate nel corso della sua vita.

Altro elemento di curiosità è che quando il libro uscì, nel 1949, il finale fece un discreto scalpore. Gli editori, intimoriti dal can can che si era scatenato intorno ad esso, cercarono di convincere la Christie a cambiarne la conclusione ma lei non volle sentire ragioni.

Come purtroppo a volte capita, l’edizione italiana del libro ha un titolo che non c’entra nulla con il reale andamento della trama: cosa significa “È un problema”? Mistero… molto più calzante il titolo inglese, Crooked House, ispirato a una filastrocca popolare molto in voga nell’infanzia della nostra autrice.

La “casa deforme” in cui si snoda tutta la vicenda (l’ambiente circoscritto che tanto ama il fanatico del classico giallo inglese), è quella dove vive Aristides Leonides, ottuagenario uomo d’affari greco, circondato dalla sua numerosa famiglia di cui tiene, con generosità ma con fermezza, le redini. Quando l’uomo muore in circostanze tragiche, la famiglia Leonides si coalizza in silenzio contro Brenda, la seconda e giovanissima moglie, con la segreta speranza che sia lei, contro tutte le apparenze, la colpevole, in quanto unica estranea al saldo nucleo famigliare d’origine.

Anche Charles, la voce narrante, un diplomatico figlio dell’ispettore di polizia incaricato delle indagini e per combinazione fidanzato di Sophia, la nipote preferita del vecchio patriarca, ha la stessa speranza verso una soluzione che indubbiamente sarebbe comoda per molti. Eppure anche lui, come gli altri, avverte la nota stonata che la Christie abilmente insinua tra le mura della casa. Dentro di loro tutti avvertono che la verità va cercata altrove, in seno alla famiglia…

Se ciò che vi ha impedito di prendere in mano in libreria qualche giallo della Christie è l’antipatia verso l’onnipotente figura dell’investigatore privato, qua non ne troverete traccia. A tenere le fila della trama è l’azione, e l’intrigo psicologico che tiene viva l’attenzione verso i particolarissimi membri della famiglia Aristides. La scabrosa verità dietro al delitto viene svelata a poco a poco dall’evolversi degli eventi, che sostituisce l’indagine vera e propria. Questo è tanto vero che, eccezione tra le eccezioni (almeno parlando della Christie) leggendo attentamente tra le righe si può intuire anche prima che venga svelata la sorprendente soluzione che tanto fece scalpore all’epoca.

Da leggere tutto d’un fiato in un ozioso pomeriggio domenicale, divertendosi nella lettura quanto – ci scommetto – si divertì l’autrice a scriverlo più di mezzo secolo fa.

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Scritto da: Only il 9 Settembre 2009
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Quando il gioco si fa duro… Il falco maltese, Hammett

Falco malteseIn occasione degli ottant’anni della sua notissima collana di polizieschi (1929-2009), la Mondadori ristampa storie che, come si suol dire, han fatto epoca. Una di queste è Il falco maltese (The Maltese Falcon) di Samuel Dashiell Hammett (1894-1961), uscito negli States nel 1930 da cui, nel 1941 (in Italia nel ‘47), fu tratto un film scritto e diretto dal John Huston con l’impareggabile Humphrey Bogart.

È probabilmente il romanzo più noto dell’Hard Boiled School della Crime Fiction americana; romanzo nel quale appare per la prima volta Sam Spade, il detective privato al di fuori dei ranghi e, quindi, delle pastoie istituzionali, che combatte la malavita e sbroglia gli intrighi a modo suo con metodi che sovente rasentano l’illegalità e procedure d’indagine tutt’altro che consuete.

Gli altri elementi che caratterizzano il genere non mancano: le donne più o meno fatali, ambigue, misteriose e intelligenti quanto basta per sembrare innocenti; in ogni caso sempre giovani e belle: mai una volta ci s’imbattesse in una bruttina stagionata, bisognosa di qualche seduta dall’estetista e dal dentista; a seguire: segretarie devote, poliziotti e procuratori distrettuali i quali, oltre a non aver il minimo senso dell’opportunità, pur disponendo di maggiori mezzi, sanno sempre imboccare la pista sbagliata, credendo che il loro collega (o ex collega) che lavora nel ramo privato ostacoli la giustizia non capendo, immancabilmente, che è l’esatto contrario.

A ciò si aggiunga quella dose di mistero – preferibilmente esotico – che dà ragion d’essere allo svilupparsi dell’intera vicenda (nello specifico di questo romanzo, la statuetta-gioiello di un falco che ha le sue origini nella prima metà del XVI secolo), si condisca i tutto con le solite sparatorie, qualche scazzottata ove e se occorre, occasionalmente botte in testa che sarebbero da Pronto Soccorso ma – che volete? – i duri hanno la testa dura e non han tempo d’andarci e l’hard boiled all’americana è servito.

Come e quanto siamo lontani dalle “celluline grigie” del pacifico e solo nominalmente erculeo Poirot, che era nato dieci anni prima, nel 1920, con The Mysterious Affair at Styles (Poirot a Styles Court); e Maigret nascerà ufficialmente nel febbraio dell’anno successivo (il 20, per la precisione), nel 1931, col sfarzoso lancio notturno del romanzo Pietr-le-Letton (Pietro il lettone).

La Francia, nella sua tradizione di storie poliziesche e noir non ha detective privati o sono canaglie e giustizieri-avventurieri (Rocambole, Lupin, Fantômas) o sono commissari (Maigret), o, più esattamente, a quanto ne so, ne ha uno solo: quel Nestor Burma nato dalla penna di Leo Malet (1909-1996), salutato come contraltare di Simenon. Che abbia subìto nel dopoguerra gli influssi dell’Hard Boiled School (che proprio in quel periodo cominciava ad essere tradotta in Europa) sembra essere stato André Héléna (1919-1972), a lungo dimenticato ma recentissimamente tradotto nel nostro Paese (da Aìsara nel 2008/9).

Detto questo, non che la tradizione del poliziesco a enigma non ci fosse già negli Stati Uniti: nel 1926, quattro anni prima di Sam Spade, l’apprezzato critico letterario e d’arte Willard Huntington Wright (1888-1939) col romanzo The Benson Murder Case (La strana morte del signor Benson) che firmò con lo pseudonimo S.S. Van Dine, fece conoscere al pubblico il raffinato Philo Vance.

Quattro anni più tardi, nel ‘34 con Fer-de-Lance (La traccia del serpente) un certo Rex Stout (1886-1975) proponeva un detective privato che da subito aveva e col tempo continuerà letteralmente ad avere un notevole peso nel poliziesco americano: era pure un immigrato, originario del Montenegro, si chiamava Nero Wolfe. Ma in Stout con l’accoppiata Wolfe (genio deduttivo, sedentario, misogino) Archie Goodwin (braccio destro e uomo d’azione, sensibile al fascino femminile) si può intravvedere un tentativo (non c’è che dire: ben riuscito) di fondere la tradizione del giallo alla Dupin e Sherlock Holmes con quella alla Sam Spade e Philip Marlowe.

Dashiell Hammett con questo e con i due romanzi precedenti del ‘29 – Red Harvest e The Dain Curse – si era accreditato presso il pubblico e la critica come il creatore dell’Hard Boiled Crime Fiction ma, a quanto pare, nello scrivere questo nuovo genere di narrativa poliziesca qualcuno lo aveva preceduto già nel 1923 con racconti pubblicati su Black Mask e, dal 1926 con romanzi; era Carrol John Daly (1889-1958) che, appunto già dal ‘23 aveva proposto il suo detective Race Williams.

Nel Falco maltese, i personaggi non sono molto approfonditi dal punto di vista psicologico. Quegli scarsi tratti della personalità con cui son caratterizzati sembrano derivare lombrosianamente dai tratti somatici, prova ne sia l’incipit del primo capitolo che descrive minuziosamente il volto del protagonista fino a concludere che “Sam Spade sembrava un satana biondo. Quasi attraente.”

Altri scampoli del carattere dei personaggi si possono dedurre dal loro comportamento. Si hanno quindi le belle, gli angeli (la segretaria che, per esperienza ed intuito, sa cosa si debba fare), i poliziotti, il grassone, il levantino, il ragazzotto che, a mala pena hanno un dovuto nome e cognome. Che Hammett non amasse indulgere sulla definizione dei personaggi lo si poteva già capire proprio dai due citati romanzi del ‘29 in cui il detective viene a mala pena descritto fisicamente e, privo di nome proprio, viene indicato iponimicamente col nome dell’agenzia investigativa per cui lavora: Continental Op.

Con questa schematizzazione e, tenendo conto dei circoscritti territori inventivi imposti dal genere poliziesco e dal sottogenere Hard Boiled, si perviene a una sorta di commedia dell’Arte in salsa gialla. A sostegno quest’osservazione basterebbe sottolineare che, salvo che per qualche mezzo capitolo, tutta l’azione si svolge in interni (ufficio o casa di Spade, stanze o atrii d’albergo) il che, volendo, facilita un’eventuale trasposizione teatrale del romanzo. Inoltre le descrizioni dei luoghi e del dove e come si posizionano i personaggi sono spesso così dettagliate da far pensare ad indicazioni di scena.

Se da un lato la struttura della storia è circolare, dall’altro la narrazione, in terza persona, è lineare con alcune scene che sembrano ripetersi e che sarei tentato, talvolta, di chiamare “quadri” al punto da dare non di rado la strana sensazione di star leggendo un fumetto senza tavole. Non meraviglia, allora che solo quattro anni dopo la pubblicazione di The Maltese Falcon Hammett scriva il canovaccio delle prime storie dell’Agente segreto X9 illustrate da Alex Raymond (1909-1956) che cominciarono ad uscire verso la fine del gennaio 1934 (NOTA: Di Raymond è forse più noto il personaggio di Flash Gordon di cui iniziò a pubblicare le strip una ventina di giorni prima di lanciare l’Agente segreto X9. Qualcuno ricorderà il film del 1980 col medesimo titolo, forse non tanto per la sua eccezionalità, quanto piuttosto per la partecipazione della nostra Ornella Muti – nel ruolo della principessa Aura – e, soprattutto, per la colonna sonora realizzata dai Queen).

A ben pensarci, era naturale che ad uno come Hammet che da giovane, aveva davvero lavorato come investigatore presso la famosa agenzia Pinkerton, l’individualità, l’iteriorità dei personaggi interessasse poco a vantaggio dei puri fatti, dell’intreccio, della vicenda in sé. Sia pure non essendone l’iniziatore, con far prevalere i fatti e con i suoi personaggi realistici e “duri”, Samuel Dashiell Hammet aveva mostrato un esempio più vero e vicino ai lettori americani di quello che potevano dare i delitti impossibili, buoni per titillare le “celluline grigie” europee (anche se il via a questo tipo di misteri l’aveva dato uno statunitense doc come E.A. Poe).

Per dirla con un altro grande esponente dell’Hard Boiled School, Raymond Chandler:

“Hammett ha restituito il delitto alla gente che lo commette per un motivo, e non semplicemente per fornire un cadavere ai lettori;
e con mezzi accessibili, non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali”.

Che dire? Ogni altra parola suona inutile. Bisogna leggerlo!

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Scritto da: sfranz il 21 Agosto 2009
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Pericle il nero, Ferrandino

pericle il neroPericle il Nero è uno di cui da subito è meglio avere paura. Di lavoro “fa il culo alla gente” e no, non voglio dirvi io come. Ha un passato da pornodivo e un presente da punitore. Segue bene le regole imposte dal padrone, Luigi Pizza, e quelle della città – soprattutto quando non vengono dalla polizia, ma da voci importanti. Così quando va per andare a punire il parroco e ci trova inginocchiata di fronte Signorinella, a Pericle rimane troppo poco tempo per pensare, troppo poco spazio per agire diversamente.

Va da sé, e dopo l’impeto furioso di chi ha paura la fuga è l’unica soluzione. Dietro solo morti, lo zio e tutta la famiglia. Davanti una speranza, forse, di scappare abbastanza da non rimetterci le penne. E intanto Luigi Pizza dice che è tutto a posto, che se torna a Napoli subito se la vede lui con gli altri capi.

Ma Pericle ha paura e si crede furbo, preferisce farli correre e venirlo a stanare come un topo: la verità è che Signorinella non doveva essere a Napoli, non doveva farci ritorno mai più, ma invece era lì e se era riuscita a tornare, voleva dire soltanto che era meglio non sostenere il suo sguardo. Lei sì che faceva paura a tutti, grassoccio capo delle supplicanti di San Gennaro. Lei decideva chi avrebbe vissuto e chi, invece, no.

Così Pericle se ne scappa quanto più lontano, con una macchina rubata e dei soldi ricavati in modo altrettanto poco lecito, fino a Pescara, dove conosce Nastasia. Lei è bella, già madre tre volte, scavata dal tempo e dalla fatica ma ancora bella e curata. Povera, ma con classe. Legge, ha cervello. Pericle s’innamora e neanche lo sa, mentre ogni notte nel suo letto la prende con violenza e virilità. Per lei torna indietro a prendersi qualcosa che sente di meritare da una vita, lo stretto indispensabile per esaudire i sogni dell’amante polacca e magari seguirla nella sua patria e non saperne più niente del suono di una mitraglietta.

Giuseppe Ferrandino ha scritto un noir che non ha niente da invidiare a quei film che il suo protagonista ama andare a vedere al cinema: scrive a briglia sciolta, con ritmo serrato. Il parlato è sempre adatto, anche – o forse soprattutto – quando rasenta il volgare.

La trama si colora di personaggi che hanno un inizio e mai una fine, che non si riescono a classificare, non si delineano per quello che sono. Così come i buoni e i cattivi, che forse non esistono e allora, magari, va bene tifare per il più simpatico anche se ammazza la gente.

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Scritto da: marzia il 5 Agosto 2009
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La mano sinistra di Dio, Lindsay

La mano sinistra di Dio – Jeff LindsayDa vera amante del classico giallo all’inglese non vado molto d’accordo con il poliziesco americano, semplicemente perché il modo in cui vengono sviluppate le trame oltreoceano non rientra nel mio gusto. Quella che ho deciso di presentarvi qui è la mia personalissima eccezione, La mano sinistra di Dio. Uno dei pochi libri del genere che amo davvero, forse perché è così diverso da tutti gli altri da poter quasi essere considerato casistica a sé.

Dexter Morgan, il protagonista dei libri di Jeff Lindsay (quattro fino ad ora i romanzi a lui dedicati, se vogliamo contare quello di prossima pubblicazione), è probabilmente l’antieroe per eccellenza: un omicida con l’alibi del giustiziere, che strizza l’occhio ai super eroi più oscuri del panorama marveliano.

Ha bisogno di uccidere come un eroinomane necessita della sua dose: viaggia con un passeggero oscuro, come lo chiama lui stesso, che quando la sete di sangue sale ruggisce nella sua testa spingendolo a placarla. Ma Dexter non è un assassino allo sbaraglio, lui segue un codice che incanala i suoi istinti verso un presunto bene comune: uccidere solo coloro che se lo meritano davvero. Si vede come La mano sinistra di Dio: i pluriomicidi che sfuggono per dei cavilli legali alla giustizia sociale vengono sottoposti alla sua, che non lascia scampo.

È un cattivo senza possibilità di appello, spogliato di ogni immagine romantica: non ha neanche l’amore per una donna come unica ancora di salvataggio contro la perdizione totale. Lui nel male ci sguazza, è il suo elemento e dell’amore sembra non sapere che farsene, visto che di fatto non sa cosa sia. Questo, come gli altri sentimenti umani, gli sono preclusi: non li prova e non li comprende, eppure li sa simulare tutti perché rappresentano quella normalità che lo rende insospettabile.

Dexter infatti, come un novello Lucifero, si serve del bel viso e del fascino avuti in dono dalla sorte per bluffare continuamente, recitando la parte dell’amico, del fidanzato e del fratello ideale, celando dietro il conformismo la sua natura oscura.

Jeff Lindsay è abile a raccontarci tutto questo, perché sceglie di farlo dalla particolare angolazione del suo protagonista, così che noi siamo portati, anche se nostro malgrado, a simpatizzare con il mostro.

E questo viene facile anche perché nel libro manca un buono all’altezza di fare da perfetto contraltare: nessuno sembra poter fermare Dexter anzi, sarà lui a dare la caccia a qualcuno – forse – peggiore. Un serial killer che si divertirà a giocare con il nostro, facendoci intuire che lo scontro vero non sarà tra male e bene ma tra male e “ancor più male”e già si sa per chi faremo il tifo.

Impossibile chiudere il libro senza provare sentimenti contrastanti: di amore o di repulsione, o forse entrambi, verso un protagonista così poco ortodosso.

Da questo libro è stata tratta la prima stagione di una popolare serie televisiva che sta mietendo un successo tale da oscurare i libri del creatore. Eppure, sia che siate o no fans del telefilm (e io lo sono, quindi potete credermi), è una lettura che vi consiglio. I due Dexter, quello televisivo e quello letterario, sono molto diversi e ormai viaggiano su due treni con diverse destinazioni, visto che la sceneggiatura ha ormai una sua vita indipendente rispetto ai libri. Perché quindi non prenderli tutti e due e conoscere entrambi i passeggeri (oscuri)?

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Scritto da: Only il 24 Giugno 2009
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Rupes recta, Farris

Rupes recta – Clelia FarrisVi siete mai chiesti come sarebbe vivere sulla Luna? Gli abitanti della Luna si chiamerebbero lunestri o lunatici? Che cultura si svilupperebbe dopo secoli di colonizzazione? E se uomini spaventati dal malocchio sostituissero le macchine? Clelia Farris in Rupes Recta si è fatta queste domande e ha dato delle risposte piuttosto originali.

Rupes Recta, come avrete intuito, è ambientato sulla Luna, un luogo dove fissare la gente in faccia è reato, i bambini giocano a “rubasesso” e la manipolazione genetica è la norma. Su questo sfondo variegato e a tratti grottesco il protagonista, Mikhail Stefanovic Beltrami è coinvolto in una misteriosa serie di omicidi e sarà costretto ad usare tutte le sue abilità per scoprire l’identità dell’assassino. Perché lui è un Ricordante, un umano in grado di ricordare TUTTO meglio di un computer e addirittura capace di “camminare” indietro nel tempo!

A differenza di ciò che avviene in molti racconti di fantascienza, dove la trama (poco curata) è solo la scusa per prospettare incredibili visioni di quello che potrebbe essere il futuro dell’umanità, l’opera della Farris abbina ad una ambientazione raffinata una trama ben congegnata ed a tratti coinvolgente.

L’una e l’altra abbondano di idee originali, tra queste è da menzionare il capovolgimento di un cliché del genere fantascientifico: non sono le macchine che sostituiscono gli uomini ma è il contrario! Questo perché “l’uomo è la macchina più economica”!
Solo il finale mi è sembrato un po’ troppo “a sorpresa” per un giallo ma perfettamente adatto ad un romanzo di fantascienza.

Lo stile della scrittrice è incisivo, ma gradevole, spesso sopra le righe nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nella descrizione di situazioni scabrose: matrimoni tra gay, ostentazione della diversità genetiche, sesso libero… scabrose per noi ma non per gli abitanti del futuro. Tutte queste qualità hanno fatto vincere a questo libro il premio “Fantascienza.com” del 2004.

Mi è molto piaciuto questo Rupes Recta e mi sento di consigliarlo ad un pubblico sia di neofiti che di appassionati ma, a causa di alcune situazioni un po’ forti, rigorosamente maturo! Può anche essere una buona lettura mentre siete sdraiati a prendere la tintarella… di Luna.

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Scritto da: Axel Raven il 19 Giugno 2009
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I clienti del Central Hotel, Héléna

I clienti del central hotel – André HélénaDopo Il gusto del sangue, che aveva rappresentato il mio primo incontro con André Héléna, torno su questo autore da riscoprire con I clienti del Central Hotel, romanzo che conferma definitivamente ai miei occhi come di riportare alle stampe le sue opere valesse certamente la pena.

Scritto nel 1959, dopo una lunghissima serie di lavori su commissione, questo romanzo è un ottimo e insolito noir corale, ambientato ancora una volta a Perpignan, a ridosso del confine franco-spagnolo, negli ultimi giorni dell’occupazione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale. Ed è un piccolo albergo, il Central Hotel del titolo, a fare da palcoscenico alla vicende di una serie di personaggi scolpiti con rapidità, uomini e donne i cui destini vengono inevitabilmente ad intrecciarsi. Poliziotti e partigiani, donne fatali e clandestini braccati vivono assieme passioni e paura, in un arco di pochi giorni che di tutti decreteranno la sorte.

Il romanzo, come gli stati d’animo dei suoi protagonisti, è dominato da due elementi: il costante senso di provvisorietà, di pericolo, di precarietà dell’essere che la guerra impone alle vicende umane da una parte; un sanguigno, insopprimibile e fremente istinto vitale dall’altra. Tutte le storie sono qui mosse dalla morte e dal sesso, nel più classico dei connubi tragici, dal desiderio sensuale e dalla disperazione omicida.

E su questo binario si svolge la narrazione, cupa e malinconica ma allo stesso tempo sferzante e vitale. In questo senso è davvero abile Héléna a mischiare i registri con bravura, tingendo il suo noir con rossi appassionati che ne fanno una lettura intensa e capace di catturare ad ogni pagina.

È un romanzo piuttosto pessimista questo, crudele e amaro, in cui tutti si rivelano vittime. Vittime della vita, della guerra, della natura umana, di sé stessi. E che sa rappresentare molto efficacemente la fretta, l’urgenza insopprimibile di vivere dei suoi protagonisti.
In altre parole, un ottimo libro.

A proposito, se decideste di leggerlo, e ne varrebbe la pena, magari con un Sauvignon freddo a bilanciare le atmosfere roventi del racconto, vi consiglio di leggere la pur interessante introduzione di Michele Mari dopo aver finito il romanzo, perché per qualcuno mi sa che ci potrebbe essere qualche spoiler di troppo.

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Scritto da: tomtraubert il 18 Giugno 2009
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Fuochi a mezzanotte, Bianchini

Fuochi a mezzanotte BianchiniQualche tempo fa avevo letto La banda del grano, di Bianchini, un giallo italiano intriso della nostra cultura comune degli anni ‘70. Così ho voluto leggere anche il seguito, Fuochi a mezzanotte, che riprende le avventure del primo.

Ritroviamo infatti alcuni personaggi principali della banda, con qualche defezione e qualche nuovo arrivo, la stessa città, lo stesso ambiente, e un nuovo crimine ad aprire la narrazione. E, ovviamente, la stessa voce narrante.

Non è passato molto tempo dalla soluzione al primo mistero, appena tre anni, che subito  il nostro protagonista Andrea  si ritrova coinvolto nella ricerca di un serial-killer, in una Macerata solo apparentemente sonnacchiosa.

Questa volta l’elemento spiritistico o esoterico è più forte e ben delineato, dando un tocco di mistero aggiuntivo. Bianchini gioca sul filo della plausibilità, concedendo comunque uno spazio alla razionalità ed alle spiegazioni possibili.

Molto forte anche in questo secondo romanzo il lavoro di contestualizzazione: non è facile riuscire a ricostruire la linea del tempo “quotidiano” e “condiviso” di anni così recenti, ricostruirne i tic linguistici e le mode.

Gli antagonisti sono gli stessi di sempre, sia nella cerchia familiare sia al di fuori, ma il protagonista, sempre un po’ incompreso e ribelle, sembra leggermente maturato, come si addice al periodo adolescenziale che attraversa; restano fissi e inamovibili solo alcuni personaggi di supporto.

L’autore non perde l’occasione per fare anche della satira sul vissuto della fine dei ‘70: dalla politica al gergo giovanile, fino all’abbigliamento, la narrazione prende le distanze da certi usi tipici del tempo, che generano spesso un effetto al limite del comico.

Non è un vero e proprio giallo, nonostante gli omicidi: non sono infatti quelli il cardine del racconto, ma solo il pretesto per dipingere un’adolescenza dal sapore reale, i sussulti, gli sconvolgimenti e le altalene emotive, mantenendo un sottofondo musicale costante.

Per tutto il libro infatti la musica, italiana e straniera, via radio o su lp, imperversa; e forse si può considerare anche come un tributo alla storia dei Pooh, che hanno conquistato quella generazione ed altre.

Anche la scrittura è più matura, l’editing maggiore, lo stile migliorato, tanto da rendere la lettura scorrevole, piacevole e significativa; inoltre quei pochi stereotipi presenti vengono giocati con grande abilità e con una consapevolezza che è quasi ironica.

Un romanzo quindi consigliato non solo ai nostalgici ma anche ai curiosi di quegli anni in cui “togo” sostituiva “figo”.

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Scritto da: Livia il 4 Novembre 2008
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