Tutti gli articoli su normalità

Toilet n.9

Scritto da: il 10.05.10 — Comments Off
I Toilet sono sempre una grande certezza. Buon lavoro di selezione, buona veste grafica, giusta durata; non poteva essere diverso nemmeno per questo numero 9, che segna anche l'esordio di un'autrice di mia conoscenza... Racconti, sempre racconti dai contenuti diversissimi, unico criterio la velocità di lettura, chiaramente indicata accanto a ciascun titolo. E una carrellata di personaggi disparati, giovani, vecchi, istruiti o meno, coi loro spaccati di vita reale o immaginaria. Così è per Villette a schiera di Monica Dall'Olio che inquadra una vita ordinaria attraverso gli occhi della protagonista, mettendo in risalto gli aspetti mostruosi delle persone perbene. La casa, la famiglia, i bambini, l'auto, sky, il calcio, i dialoghi superficiali e la stolidità delle abitudini si trovano perfettamente incasellate in una costruzione di normalità e felicità almeno apparente. In Cani, di Tommaso Chimenti, è invece il rapporto tra un marito burbero e vecchio stampo e una moglie sottomessa che prende rilievo proprio attraverso le vicende dei loro cani, per lui oggetti né più né meno come sua moglie, per lei membri della famiglia da amare e accudire fino in fondo. Con De Evocatione Monstruositatis incontriamo di nuovo Francesco Dimitri, che aggiunge un pezzo alla saga degli Ombrafiorita, in cui magia, surreale e comicità si armonizzano per raccontare la storia di una famiglia piuttosto scalcinata. E ancora nelle Tentazioni di un grastronauta Carlo Miccio la fantascienza assume tinte ironiche e anche un po' amare con un protagonista che anche viaggiando nello spazio e trovandosi a disposizione ogni sorta di svago resta solitario e chiuso nel rapporto con la sua compagna gelosa. Insomma, anche per questa volta racconti per tutti i gusti e per ogni tipo di necessità!

Racconto d’autunno, Landolfi

Scritto da: il 29.01.10 — Comments Off
Il protagonista principale che racconta in prima persona questa storia, Racconto d'autunno, (pubblicata nel 1947), si definisce un “bandito”, un “brigante”. Nel corso di una delle tante guerre, egli si ritrova solo, braccato da due eserciti, bisognoso di soccorso e asilo. In una valle, trova ed entra in una casa che, in un primo momento, gli sembra disabitata. Solo apparentemente. Il diffidente, solitario, anziano proprietario non tarda a comparire armato, e a ragione, viste le circostanze, ma, comprendendo la situazione di colui che ai suoi occhi è e rimarrà pur sempre un intruso, lo accoglie senza mai, peraltro, accordargli la minima confidenza né tantomeno, amicizia. È di poche parole e di poca compagnia: solo due fedelissimi cani. Tuttavia, la curiosità dell'"intruso" di esplorare l'immensa casa (che, via via, risulterà davvero labirintica) è insopprimibile, nonostante il vecchio proprietario l'abbia più volte irosamente e giustificatamente redarguito, arrivando persino a minacciarlo. La curiosità diventa tanto più insopprimibile allorché questo "brigante" (disertore, partigiano o quant'altro, non è ben specificato) avverte e percepisce altre presenze oltre a quella dell'anziano ospite. La sua esplorazione non consisterà soltanto nella scoperta di un mero spazio, ma si rivelerà essere anche un graduale viaggio nel tempo, più precisamente, è ovvio, nel passato del luogo e di chi attualmente lo abita o lo abitò. Un passato, si renderà egli sempre più conto, fatto di estremo isolamento dal quale si son generati orribili abissi di perverse passioni esclusive in cui si son mescolati e si mescolano tenerezza, rimpianto accanto a sadomasochismo venato anche di pedofilia e, ora, segreti, folli, disperati riti evocativi... Non finisce qui ma non credo di dover dir altro. Va detto, invece, che con Tommaso Landolfi (1908-1979), per quanto le descrizioni siano particolareggiate e vivide, grazie al suo italiano ricercato e raffinatissimo (al punto ...

Antiche tradizioni di Morte: Come il lupo, Baldini

Scritto da: il 10.12.09 — 4 Commenti
Di alcuni non ho letto nulla (e forse scopro l'acqua calda), ma nella mia mente comincia a formarsi l'idea che, del poliziesco e del genere horror e mistero, esista una sorta di scuola emiliano-romagnola. Lucarelli è parmense. Avati e Macchiavelli (Loriano) son bolognesi. Varesi, pur torinese di nascita, ambienta le inchieste del suo Commissario Soneri nel ferrarese (anche se, nell'ultima serie televisiva col bravissimo Luca Barbareschi, i fatti si svolgono a proprio Torino). Prendendola un po' alla larga, potremmo nominare anche il bolognese Valerio Evangelisti che col suo Eymerich, di misteri ce ne ha forniti quanto basta. Quindi, benché, non sempre e non tutte le storie abbiano come sfondo l'Emilia-Romagna e la bassa padana, come dicevo, una scuola giallo-horror & mistero di autori di quelle parti ci deve essere. E di essa, un esponente esemplare è, senz'altro, Eraldo Baldini di Ravenna. Questo suo Come il lupo mi ha ricordato proprio Evangelisti per la sua struttura basata sull'intrecciarsi di epoche diverse. E questo tratto mi ha anche ricordato Varesi: anche nei suoi romanzi spesso i moventi han a che fare se non proprio affondano le radici in un remoto passato solo apparentemente dimenticato. Ed è significativo che i capitoli non abbiano né numero né titolo ma siano semplici ma precise indicazioni temporali “15 novembre 1953” ad esempio. La vicenda, che ha come protagonista un maresciallo della Forestale – Nazario Minghetti – si dipana iniziando a metà del 1600, investe il suo lavoro ma anche il suo privato: la moglie Angela morta durante sommosse di piazza, la figlia Elisa che, dopo la scomparsa della madre, manifesta fortissime e strazianti crisi epilettiche tanto da impossibilitarla ad andare a scuola. A questo si aggiungono personaggi bizzarri benché taluni ostentino una normalità che li rende gente comune (o questa “normalità” serve loro a nascondere la bizzarria?), personaggi appartenenti ad ...

Sclero d’autore

Scritto da: il 27.11.09 — 1 Commento
[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=TVNAdwFFWjI[/youtube] E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara. Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio? Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine. Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena. Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato. Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine. E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può. Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere ...

Bambini, ragni e altri predatori, Baldini

Scritto da: il 17.06.09 — 11 Commenti
Con la lettura di Gotico rurale è iniziato un sodalizio tra me e i libri di Eraldo Baldini: probabilmente non mi fermerò prima di averli letti tutti, quindi preparatevi al fatto che potreste trovare qui su Liblog altre mie recensioni al riguardo in tempi brevi. Nonostante abbia nel frattempo letto anche Mal'aria (su cui forse prima o poi vi dirò la mia), ho deciso di tornare ai suoi racconti, a questo Bambini, ragni e altri predatori che considero il seguito ideale dell'altro da me recensito. Le due raccolte hanno qualcosa, anzi molto in comune: torna la campagna come cornice di normalità da cui scaturisce l'orrore e tornano i bambini come punti focali dei racconti, il cui ruolo in questo palcoscenico letterario si evince già dal titolo. Non può essere infatti un caso che le storie più belle della raccolta abbiano come artefici del male proprio coloro che in altra letteratura appaiono come l'emblema dell'innocenza: è ciò che accade nella Spiaggia privata o in Poi c'era l'uomo dagli occhi marci. I bambini sono protagonisti e comprimari anche nelle bellissime storie che sembrano fiabe moderne, ovviamente rilette in chiave orrifica perché è di Baldini che stiamo parlando: è il caso di Il Carognone, Gli amici di Sara o La croce del Drago. Il terrore sembra nascondersi nella normalità come un cancro in un corpo sano e in alcuni suoi racconti questo è più vero che in altri: di certo è verissimo nei terrificanti Nebbia grigia e galline nere o Pesca grossa. Chiude il libro un racconto lungo, L'uccisore, che avrebbe anche potuto essere una storia a sé stante, allungando magari alcune passi forse un po' troppo sbrigativi. Mi dispiace che ciò non sia successo, perché la struttura dello scritto mi è piaciuta in maniera particolare e a mio avviso avrebbe meritato maggior respiro. Nel complesso, ho ...

Nessun peccato, Bondì

Scritto da: il 17.03.09 — 7 Commenti
È doveroso per me ammettere che non sono estranea al cento per cento alla casa editrice Tanit: scrivo su questo blog grazie a Livia e con lei ho avuto modo più volte di scambiare opinioni attraverso i forum o la chat. Vorrei però assicurare che la mia amicizia nei suoi confronti non ha influenzato il mio giudizio su Nessun Peccato, opera d'esordio della palermitana Maria Luce Bondì e primo passo di Tanit nel concreto. Spero mi perdonerete se, come unica concessione, vorrei dilungarmi un po' più del solito. Quando il libro mi è arrivato a casa ho notato subito la buona qualità dell'edizione, a partire dalla bella illustrazione di Francesca Resta che campeggia in copertina e – contro ogni moda – anche sul retro, al posto delle consuete anticipazioni. Anche l'impaginazione è molto curata, quindi sin dall'inizio l'impressione è stata positiva, specie tenendo conto di avere tra le mani un esordio sia dal punto di vista dell’autrice che da quello della casa editrice. Ho iniziato a leggere animata da una prevedibile curiosità e non sono più riuscita a smettere: il libro è, infatti, meno di centocinquanta pagine che scorrono come un fiume. La storia è apparentemente semplice: Gianni, trentenne che sbarca il lunario con delle lezioni private e delle traduzioni, si trova depositario del tenero segreto della sua allieva prediletta, Adele, incinta senza aver mai “conosciuto uomo”. Venuto a sapere del prodigio dal medico della ragazza, il giornalista Andrea Nero ne approfitta invece per montare lo scoop che dovrebbe rilanciare la sua carriera e costringe i due giovani a una fuga precipitosa, per evitare di diventare un fenomeno da baraccone. Intanto, si consuma l'attesa delle famiglie e degli amici, con le storie di tutti che si intrecciano delineate da poche ma efficaci pennellate. Che cosa dovranno affrontare Gianni ed Adele? E lei dice la ...

La straordinaria normalità – La morte di Marx, Vassalli

Scritto da: il 08.10.08 — Comments Off
L'equazione normalità = banalità ha attraversato ed attraversa la mente di molti lettori e scrittori. C'è voluto La morte di Marx di Vassalli per ricordarmi che la normalità è in sé straordinaria, benché a volte si manifesti in modo banale. Le tre parti della raccolta, Ciao Kafka, La morte di Marx e Dopotutto, è amore, affrontano tre grandi temi secondo la prospettiva della normalità. Dalla famiglia che va in vacanza alla guardia giurata, l'autore in Ciao Kafka presenta un campionario delle piccole e grandi schizofrenie delle persone comuni, a partire dall'oggetto che, nel bene o nel male, le ha cambiate. Illuminante, in questo senso, l'introduzione, che attraversa la storia di quel determinato oggetto, e la sua influenza in ogni epoca sugli sviluppi degli eventi. Avete capito di che invenzione si parla? Sì, è lei, l'automobile, il nostro guscio. Che si tratti di Golf turbodiesel o di un autoarticolato, protagonista dei vari racconti è in qualche modo l'auto, pur se relegata spesso al ruolo di comparsa, silenziosa ma presente; presenza comunque declinata in tutte le forme possibili, da strumento a oggetto del desiderio. Poi si passa alla sezione da cui prende il nome l'intero libro, La morte di Marx, di cui non saprei dire il filo conduttore effettivo quale sia, benché tutti i racconti abbiano in comune una polifonia di voci narranti, che a volte si intrecciano ed altre si contrappuntano. Infine giunge Dopotutto, è amore in cui sette personaggi tracciano la storia del loro amore in una confessione esplicita, come ad un diario. Tutti iniziano con la stessa frase e tutti raccontano e si raccontano, giovani, vecchi, liberi o meno. Tutti, a loro modo, normali. Lo stile è moderno e semplice, diverso dalla sua scrittura di storico; moderno e semplice, quindi adatto alla realtà che descrive, affronta i suoi temi tenendosi lontano dai falsi stupori o  ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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