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Racconto d’autunno, Landolfi

racconto d'autunnoIl protagonista principale che racconta in prima persona questa storia, Racconto d’autunno, (pubblicata nel 1947), si definisce un “bandito”, un “brigante”. Nel corso di una delle tante guerre, egli si ritrova solo, braccato da due eserciti, bisognoso di soccorso e asilo. In una valle, trova ed entra in una casa che, in un primo momento, gli sembra disabitata. Solo apparentemente.

Il diffidente, solitario, anziano proprietario non tarda a comparire armato, e a ragione, viste le circostanze, ma, comprendendo la situazione di colui che ai suoi occhi è e rimarrà pur sempre un intruso, lo accoglie senza mai, peraltro, accordargli la minima confidenza né tantomeno, amicizia. È di poche parole e di poca compagnia: solo due fedelissimi cani.

Tuttavia, la curiosità dell’”intruso” di esplorare l’immensa casa (che, via via, risulterà davvero labirintica) è insopprimibile, nonostante il vecchio proprietario l’abbia più volte irosamente e giustificatamente redarguito, arrivando persino a minacciarlo. La curiosità diventa tanto più insopprimibile allorché questo “brigante” (disertore, partigiano o quant’altro, non è ben specificato) avverte e percepisce altre presenze oltre a quella dell’anziano ospite.

La sua esplorazione non consisterà soltanto nella scoperta di un mero spazio, ma si rivelerà essere anche un graduale viaggio nel tempo, più precisamente, è ovvio, nel passato del luogo e di chi attualmente lo abita o lo abitò. Un passato, si renderà egli sempre più conto, fatto di estremo isolamento dal quale si son generati orribili abissi di perverse passioni esclusive in cui si son mescolati e si mescolano tenerezza, rimpianto accanto a sadomasochismo venato anche di pedofilia e, ora, segreti, folli, disperati riti evocativi…

Non finisce qui ma non credo di dover dir altro.

Va detto, invece, che con Tommaso Landolfi (1908-1979), per quanto le descrizioni siano particolareggiate e vivide, grazie al suo italiano ricercato e raffinatissimo (al punto da esser talvolta anche di difficile comprensione), nulla scade nella compiaciuta morbosità, nella facile illustrazione dell’orrido a buon mercato. Egli parte dall’esterno per giungere – passo dopo passo – alla rivelazione di un’interiorità malata nella sua ossessione senza sbocchi che, d’altro canto, non ha nemmeno voluto cercare o, addirittura, permetterne l’esistenza.

La grande casa e chi la abita (e abitata), non si son mai aperti a un’esistenza normale, a rapporti normali con altra gente, tutto ciò che è stato e accade è frutto di un’immaginazione che s’è nutrita esclusivamente di se stessa senza aver voluto mai confrontarsi con l’esperienza di chicchessia e giungendo quindi, fatalmente, ad una perversione disperata e insana a cui l’autore riesce non solo a renderci partecipi ma, anche, a farci anche provare per i protagonisti una desolata tenerezza.

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Scritto da: sfranz il 29 Gennaio 2010
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Antiche tradizioni di Morte: Come il lupo, Baldini

Come il lupo – Eraldo BaldiniDi alcuni non ho letto nulla (e forse scopro l’acqua calda), ma nella mia mente comincia a formarsi l’idea che, del poliziesco e del genere horror e mistero, esista una sorta di scuola emiliano-romagnola. Lucarelli è parmense. Avati e Macchiavelli (Loriano) son bolognesi. Varesi, pur torinese di nascita, ambienta le inchieste del suo Commissario Soneri nel ferrarese (anche se, nell’ultima serie televisiva col bravissimo Luca Barbareschi, i fatti si svolgono a proprio Torino).

Prendendola un po’ alla larga, potremmo nominare anche il bolognese Valerio Evangelisti che col suo Eymerich, di misteri ce ne ha forniti quanto basta. Quindi, benché, non sempre e non tutte le storie abbiano come sfondo l’Emilia-Romagna e la bassa padana, come dicevo, una scuola giallo-horror & mistero di autori di quelle parti ci deve essere. E di essa, un esponente esemplare è, senz’altro, Eraldo Baldini di Ravenna.

Questo suo Come il lupo mi ha ricordato proprio Evangelisti per la sua struttura basata sull’intrecciarsi di epoche diverse. E questo tratto mi ha anche ricordato Varesi: anche nei suoi romanzi spesso i moventi han a che fare se non proprio affondano le radici in un remoto passato solo apparentemente dimenticato. Ed è significativo che i capitoli non abbiano né numero né titolo ma siano semplici ma precise indicazioni temporali “15 novembre 1953” ad esempio.

La vicenda, che ha come protagonista un maresciallo della Forestale – Nazario Minghetti – si dipana iniziando a metà del 1600, investe il suo lavoro ma anche il suo privato: la moglie Angela morta durante sommosse di piazza, la figlia Elisa che, dopo la scomparsa della madre, manifesta fortissime e strazianti crisi epilettiche tanto da impossibilitarla ad andare a scuola.

A questo si aggiungono personaggi bizzarri benché taluni ostentino una normalità che li rende gente comune (o questa “normalità” serve loro a nascondere la bizzarria?), personaggi appartenenti ad una comunità montana sita in una valle – il cui nome non suona affatto casuale: Valchiusa – con pochi e difficili accessi al mondo esterno. Da là nessuno mai se n’è andato e solo negli ultimi decenni qualcuno è entrato: Giuseppe, giovane amico di lunga data di Nazario c’è a fatica riuscito e sta per sposare Carolina.

È una comunità, tutto sommato tranquilla, la cui economia si basa sul buonissimo e raro vino prodotto dalle vigne, la sola pianta che lì si coltivi. L’esperienza e il sapere degli anziani in quel luogo ha ancora un rispettato valore, al punto che la persona cui tutti fan riferimento anche per le – chiamiamole – “comunicazioni esterne” è una vecchia matriarca epilettica pure lei ma che considera la malattia un “dono”.

Oltre che del lavoro nelle vigne, la valle e i valligiani vivono di feste, cerimonie collettive che celebrano antiche tradizioni. Ed è proprio su una di queste che Nazario s’imbatte e nota delle stranezze, stranezze che come funzionario pubblico lo insospettiscono. Ma l’indagine condotta personalmente e in via del tutto ufficiosa lo porterà ad una crisi la cui soluzione soltanto una nota lupa, Veruska, che vive in quei boschi, gli suggerirà nelle ultime pagine, assumendo per alcuni istanti anch’essa un comportamento inaspettato e bizzarro.

E Nazario – maresciallo della Forestale – farà la sua scelta tra i doveri impostigli dal ruolo che ricopre, antiche tradizioni di Morte e le sempre vivide ragioni del Cuore.

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Scritto da: sfranz il 10 Dicembre 2009
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Sclero d’autore

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E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.

Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?

Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.

Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.

Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.

Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.

E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.

Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.

Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.

Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.

.:.

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Scritto da: hermansji il 27 Novembre 2009
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Bambini, ragni e altri predatori, Baldini

Bambini, ragni e altri predatori – Eraldo BaldiniCon la lettura di Gotico rurale è iniziato un sodalizio tra me e i libri di Eraldo Baldini: probabilmente non mi fermerò prima di averli letti tutti, quindi preparatevi al fatto che potreste trovare qui su Liblog altre mie recensioni al riguardo in tempi brevi. Nonostante abbia nel frattempo letto anche Mal’aria (su cui forse prima o poi vi dirò la mia), ho deciso di tornare ai suoi racconti, a questo Bambini, ragni e altri predatori che considero il seguito ideale dell’altro da me recensito.

Le due raccolte hanno qualcosa, anzi molto in comune: torna la campagna come cornice di normalità da cui scaturisce l’orrore e tornano i bambini come punti focali dei racconti, il cui ruolo in questo palcoscenico letterario si evince già dal titolo.

Non può essere infatti un caso che le storie più belle della raccolta abbiano come artefici del male proprio coloro che in altra letteratura appaiono come l’emblema dell’innocenza: è ciò che accade nella Spiaggia privata o in Poi c’era l’uomo dagli occhi marci. I bambini sono protagonisti e comprimari anche nelle bellissime storie che sembrano fiabe moderne, ovviamente rilette in chiave orrifica perché è di Baldini che stiamo parlando: è il caso di Il Carognone, Gli amici di Sara o La croce del Drago.

Il terrore sembra nascondersi nella normalità come un cancro in un corpo sano e in alcuni suoi racconti questo è più vero che in altri: di certo è verissimo nei terrificanti Nebbia grigia e galline nere o Pesca grossa. Chiude il libro un racconto lungo, L’uccisore, che avrebbe anche potuto essere una storia a sé stante, allungando magari alcune passi forse un po’ troppo sbrigativi. Mi dispiace che ciò non sia successo, perché la struttura dello scritto mi è piaciuta in maniera particolare e a mio avviso avrebbe meritato maggior respiro.

Nel complesso, ho trovato la qualità di Bambini, ragni e altri predatori un po’ più altalenante di Gotico rurale, perché accanto agli ottimi racconti citati sopra ne ho trovati alcuni che mi hanno lasciato, per vari motivi, un po’ insoddisfatta. Ma forse, come sempre mi capita con gli scrittori che mi colpiscono in modo particolare, mi abituo bene e mi aspetto da loro sempre il massimo. E indubbiamente Eraldo Baldini mi ha colpito e continua a farlo man mano leggo i suoi lavori.

Per questo, anche con i suoi piccoli difetti, considero questo libro una raccolta imperdibile per chi ama spaventarsi, ma sul serio. Se volete sapere qualcosa di più sull’autore, sulle sue pubblicazioni e sugli incontri con i lettori, il suo sito internet, Eraldo Baldini, è ricco di informazioni e tenuto in costante aggiornamento.

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Scritto da: Only il 17 Giugno 2009
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Nessun peccato, Bondì

Nessun peccato - Maria Luce BondìÈ doveroso per me ammettere che non sono estranea al cento per cento alla casa editrice Tanit: scrivo su questo blog grazie a Livia e con lei ho avuto modo più volte di scambiare opinioni attraverso i forum o la chat. Vorrei però assicurare che la mia amicizia nei suoi confronti non ha influenzato il mio giudizio su Nessun Peccato, opera d’esordio della palermitana Maria Luce Bondì e primo passo di Tanit nel concreto. Spero mi perdonerete se, come unica concessione, vorrei dilungarmi un po’ più del solito.

Quando il libro mi è arrivato a casa ho notato subito la buona qualità dell’edizione, a partire dalla bella illustrazione di Francesca Resta che campeggia in copertina e – contro ogni moda – anche sul retro, al posto delle consuete anticipazioni. Anche l’impaginazione è molto curata, quindi sin dall’inizio l’impressione è stata positiva, specie tenendo conto di avere tra le mani un esordio sia dal punto di vista dell’autrice che da quello della casa editrice. Ho iniziato a leggere animata da una prevedibile curiosità e non sono più riuscita a smettere: il libro è, infatti, meno di centocinquanta pagine che scorrono come un fiume.

La storia è apparentemente semplice: Gianni, trentenne che sbarca il lunario con delle lezioni private e delle traduzioni, si trova depositario del tenero segreto della sua allieva prediletta, Adele, incinta senza aver mai “conosciuto uomo”.

Venuto a sapere del prodigio dal medico della ragazza, il giornalista Andrea Nero ne approfitta invece per montare lo scoop che dovrebbe rilanciare la sua carriera e costringe i due giovani a una fuga precipitosa, per evitare di diventare un fenomeno da baraccone. Intanto, si consuma l’attesa delle famiglie e degli amici, con le storie di tutti che si intrecciano delineate da poche ma efficaci pennellate.

Che cosa dovranno affrontare Gianni ed Adele? E lei dice la verità?
È questo ciò che il lettore è portato a domandarsi per tutta la durata della lettura e la suspence è ben mantenuta fino all’ultima pagina grazie anche all’espediente della frammentazione della storia e dello slittamento del punto di vista tra un personaggio e l’altro.

La Bondì ha uno stile chiaro, ma non semplicistico. In un primo momento mi è sembrato fin troppo sincopato, ma con l’andare avanti ho realizzato che si tratta di un modo di scrivere assai funzionale alla trama che si stava dipanando sotto i miei occhi. Non vi è alcuna ridondanza, anzi: a volte si ha l’impressione che l’autrice lasci appositamente spazio all’immaginazione e ad un tocco poetico. Ciò che ho amato di più di questo libro è, infatti, l’ottima capacità di Maria Luce di tratteggiare i personaggi con poche linee e riuscire ugualmente a costruire attorno ad ognuno il proprio universo.

Ciò a cui ho pensato molto è stato un particolare della trama che, in un primo momento, mi è sembrato indebolisse l’impianto narrativo: mi sono chiesta infatti se, nella Sicilia dei nostri giorni, una gravidanza così straordinaria farebbe ancora notizia o non verrebbe piuttosto scambiata per mitomania. Davvero un giornalista si giocherebbe la credibilità per la soffiata di un ginecologo che ha eseguito un solo controllo sulla paziente? Se devo trovare un difetto a Nessun Peccato si tratta di un puntiglio di questo tipo, ma è anche vero che ognuna di queste domande costituisce uno spunto di riflessione.

Le tematiche si moltiplicano, dunque, al di là della storia principale, e toccano sia la coscienza religiosa e sociale di ognuno di noi, che la forza dell’amore e la ferocia con cui l’ambizione ci spinge, se necessario, a calpestare gli altri. Questi sentimenti, e altri ancora, emergono nei caratteri dei vari personaggi rendendoli vicini e tridimensionali e regalando alla narrazione la sua credibilità.

In conclusione, avrete capito che il libro mi è piaciuto. Trovo difficile scriverlo senza apparire condiscendente, ma trovo che sia un esordio più che buono, per Maria Luce a cui auguro di continuare su questa strada, e per Tanit di cui aspetto con ansia le prossime pubblicazioni.

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Scritto da: Elfo il 17 Marzo 2009
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La straordinaria normalità – La morte di Marx, Vassalli

Copertina @EinaudiL’equazione normalità = banalità ha attraversato ed attraversa la mente di molti lettori e scrittori. C’è voluto La morte di Marx di Vassalli per ricordarmi che la normalità è in sé straordinaria, benché a volte si manifesti in modo banale.

Le tre parti della raccolta, Ciao Kafka, La morte di Marx e Dopotutto, è amore, affrontano tre grandi temi secondo la prospettiva della normalità.

Dalla famiglia che va in vacanza alla guardia giurata, l’autore in Ciao Kafka presenta un campionario delle piccole e grandi schizofrenie delle persone comuni, a partire dall’oggetto che, nel bene o nel male, le ha cambiate.

Illuminante, in questo senso, l’introduzione, che attraversa la storia di quel determinato oggetto, e la sua influenza in ogni epoca sugli sviluppi degli eventi. Avete capito di che invenzione si parla? Sì, è lei, l’automobile, il nostro guscio.

Che si tratti di Golf turbodiesel o di un autoarticolato, protagonista dei vari racconti è in qualche modo l’auto, pur se relegata spesso al ruolo di comparsa, silenziosa ma presente; presenza comunque declinata in tutte le forme possibili, da strumento a oggetto del desiderio.

Poi si passa alla sezione da cui prende il nome l’intero libro, La morte di Marx, di cui non saprei dire il filo conduttore effettivo quale sia, benché tutti i racconti abbiano in comune una polifonia di voci narranti, che a volte si intrecciano ed altre si contrappuntano.

Infine giunge Dopotutto, è amore in cui sette personaggi tracciano la storia del loro amore in una confessione esplicita, come ad un diario. Tutti iniziano con la stessa frase e tutti raccontano e si raccontano, giovani, vecchi, liberi o meno. Tutti, a loro modo, normali.

Lo stile è moderno e semplice, diverso dalla sua scrittura di storico; moderno e semplice, quindi adatto alla realtà che descrive, affronta i suoi temi tenendosi lontano dai falsi stupori o  dal puritanesimo, senza mai scadere, tuttavia, nella volgarità.

E per riprendere il tema della raccolta, direi che è diesel questo libro di Vassalli: parte lento e poi fila liscio fino alla fine, senza scatti o capricci. Guidate con prudenza.

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Scritto da: Livia il 8 Ottobre 2008
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