Tutti gli articoli su noir

Il buon Dio se ne frega, Héléna

il buon dio se ne frega - HélénaPioggia incessante, storie di perdenti, di vinti… uomini che vivono la strada come cani randagi. Sembra di essere in una canzone di Tom Waits, con i suoi rain dogs sulla low side of the road, con i suoi racconti di vite al margine. Con la sua America dai sogni infranti.

E invece siamo in Francia, siamo nel dopoguerra, siamo in un romanzo di André Héléna, che con questo Il buon Dio se ne frega ci offre un noir convinto e convincente, malinconico e crepuscolare, con un protagonista scolpito assai bene che narra in prima persona la sua parabola (inevitabilmente discendente) di omicida ed evaso.

Felix Froment è infatti un galeotto della Guyana francese che fugge dall’Isola del Diavolo e invece di godersi i pregi di una vita da fuggiasco in Sudamerica decide di tornare al borgo natio, compie una rapina in una gioielleria che gli frutta un discreto bottino ma ben presto ricomincia a sentire sul collo il fiato della polizia: ovviamente, l’inizio della fine.

E sono questi i giorni che vengono raccontati nel romanzo, giorni passati a guardare la pioggia dalle vetrate di un grigio alberghetto di periferia, fra piccoli malviventi, spacciatori, ricettatori, e una giovane cameriera del cui candore persino un uomo come Felix si può innamorare, sperando per qualche momento in una vita diversa. Forse anche in una redenzione.

Punto di forza del racconto non è qui l’azione ma sono le riflessioni che il protagonista ci regala, frutto dei giorni passati a scrutare se stesso e le misere esistenze che lo circondano, pregne dello stesso disilluso cinismo che permea il titolo ma anche capaci di sguardi sinceri e umanissimi sui concetti di colpa e di pietà. Pagine che donano a questo romanzo uno spessore che altri racconti di Héléna non possiedono, o possiedono in misura più vaga ed accennata, e che fanno di Felix Froment un personaggio nettamente più tridimensionale e complesso di altri protagonisti Héleniani.

Un vinto cui potrebbe avere prestato il volto un più giovane De Niro, o un grandissimo Gastone Moschin in stile Milano Calibro 9, un antieroe che probabilmente usa un linguaggio forse anche troppo ricercato per essere totalmente credibile nel contesto in cui ci viene proposto, ma questo è un peccato veniale cui tutto sommato possiamo passare sopra volentieri.

Un noir piovoso e assolutamente raccomandato, con un Cabernet Franc deciso a farvi compagnia.

blogdo small
Scritto da: tomtraubert il 18 Settembre 2009
0 rss

La prova del 9: La sognatrice di Ostenda, Schmitt

La sognatrice di ostendaC’è una sorta di prova del nove che dimostra quanto inconfutabilmente piaccia ciò che si sta leggendo: non si guarda mai a che pagina finisca l’oggetto della nostra lettura. È ciò che può capitare con uno qualsiasi dei cinque racconti che compongono La sognatrice di Ostenda di Eric-Emmanuel Schmitt.

Il primo – che dà il titolo all’intera raccolta – ti prende con quell’alone di dubbio che avvolge il racconto di una vecchia dame colta, malata e scostante, dal carattere reso ruvido dagli anni e dalla solitudine; il racconto di un suo presunto e giovanile amore totale “da cui non ci si riprende mai”. Un amore letteralmente favoloso, totalizzante, nella passione, nella complice, spontanea, tacita intesa, nel sesso, pianificato e studiato come gli amanti fossero due vissuti seduttori settecenteschi.

Sarà vero? Credibile? O è soltanto un sogno, bello e pietoso per chi ascolta l’anziana signorina, viste anche l’esistenza che ha condotto finora e le sue attuali condizioni di salute. Per di più, a suo dire, questa storia d’amore l’ha vissuta col rampollo di una real casa in incognito, di cui non ha mai saputo il nome reale (qualsiasi senso diate a quest’ultimo aggettivo va bene). Per tutto il racconto, l’autore ci tiene emotivamente in equilibrio sull’esile spartiacque che divide sogno e (possibile, per quanto inverosimile) realtà fino allo scioglimento finale che è poesia pura.

Nel secondo racconto – Delitto perfetto – si può vedere quanto, con un po’ di fortuna, si possa premeditare e commettere l’assassinio del proprio marito (che si credeva di conoscere ma gli uomini, si sa, che mascalzoni!) uscirne assolti e vivere infelici e scontente perché… e lo lascio leggere a voi.

Il terzo – La guarigione – è ambientato all’ospedale la Salpêtrière visto che la protagonista femminile – un brutto anatroccolo – è un’infermiera. Un’infermiera che, con l’aiuto di un bel paziente gravemente ferito, prenderà progressivamente coscienza del proprio potere seduttivo e della propria femminilità, diventando un desiderabile e desiderato bellissimo cigno.

In Cattive letture vi è una certa dose di comicità e, per chi vuol vedercela, una bonaria satira ai romanzi commerciali che stravendono, velatamente anche al caso editoriale Il Codice Da Vinci di Dan Brown che tante polemiche e chiacchiere suscitò alcuni anni fa. Al termine però l’ilarità e l’umorismo prendono una piega noir, conseguenza del graduale predominare della fantasia sulla realtà attraverso la suggestione. È, in qualche maniera, speculare al Delitto perfetto, qui il delitto è preterintenzionale e, nonostante, sia comunque un triste evento, l’ironia non viene meno.

La donna col bouquet chiude il libro e l’autore lo racconta come un fatto di cui, parzialmente, è stato testimone. La vicenda è di una semplicità disarmante ma tale da assurgere la dignità del simbolo e della metafora sia della creatività artistica, sia della vita. Viene perfino citato Samuel Beckett e il suo Aspettando Godot.

Non penso ci sia altro da aggiungere. Si toglierebbe il piacere di leggere. Che è quello che mi auguro Eric-Emmanuel Schmitt voglia ancora continuare a darci in maniera tale da non indurci a vedere il numero dell’ultima pagina.

blogdo small
Scritto da: sfranz il 10 Settembre 2009
0 rss

Pericle il nero, Ferrandino

pericle il neroPericle il Nero è uno di cui da subito è meglio avere paura. Di lavoro “fa il culo alla gente” e no, non voglio dirvi io come. Ha un passato da pornodivo e un presente da punitore. Segue bene le regole imposte dal padrone, Luigi Pizza, e quelle della città – soprattutto quando non vengono dalla polizia, ma da voci importanti. Così quando va per andare a punire il parroco e ci trova inginocchiata di fronte Signorinella, a Pericle rimane troppo poco tempo per pensare, troppo poco spazio per agire diversamente.

Va da sé, e dopo l’impeto furioso di chi ha paura la fuga è l’unica soluzione. Dietro solo morti, lo zio e tutta la famiglia. Davanti una speranza, forse, di scappare abbastanza da non rimetterci le penne. E intanto Luigi Pizza dice che è tutto a posto, che se torna a Napoli subito se la vede lui con gli altri capi.

Ma Pericle ha paura e si crede furbo, preferisce farli correre e venirlo a stanare come un topo: la verità è che Signorinella non doveva essere a Napoli, non doveva farci ritorno mai più, ma invece era lì e se era riuscita a tornare, voleva dire soltanto che era meglio non sostenere il suo sguardo. Lei sì che faceva paura a tutti, grassoccio capo delle supplicanti di San Gennaro. Lei decideva chi avrebbe vissuto e chi, invece, no.

Così Pericle se ne scappa quanto più lontano, con una macchina rubata e dei soldi ricavati in modo altrettanto poco lecito, fino a Pescara, dove conosce Nastasia. Lei è bella, già madre tre volte, scavata dal tempo e dalla fatica ma ancora bella e curata. Povera, ma con classe. Legge, ha cervello. Pericle s’innamora e neanche lo sa, mentre ogni notte nel suo letto la prende con violenza e virilità. Per lei torna indietro a prendersi qualcosa che sente di meritare da una vita, lo stretto indispensabile per esaudire i sogni dell’amante polacca e magari seguirla nella sua patria e non saperne più niente del suono di una mitraglietta.

Giuseppe Ferrandino ha scritto un noir che non ha niente da invidiare a quei film che il suo protagonista ama andare a vedere al cinema: scrive a briglia sciolta, con ritmo serrato. Il parlato è sempre adatto, anche – o forse soprattutto – quando rasenta il volgare.

La trama si colora di personaggi che hanno un inizio e mai una fine, che non si riescono a classificare, non si delineano per quello che sono. Così come i buoni e i cattivi, che forse non esistono e allora, magari, va bene tifare per il più simpatico anche se ammazza la gente.

blogdo small
Scritto da: marzia il 5 Agosto 2009
0 rss

Le segnalazioni di Liblog – dal 20/06 al 27/06

Non molto, questa settimana, complice forse il caldo.

  • sabato 20 giugnoMilano

Milano si tinge per la seconda volta di giallo per la manifestazione Milano in bionda, “diciannove storie nere e gialle raccontate dal vivo da altrettanti scrittori in cinque minuti, complici una birra e una terrazza. Diciannove voci che narreranno la Milano di oggi”; dalle 21 in poi si svolgerà “il giallo e noir festival organizzato dalla Milanonera E20 in collaborazione con la Libreria del Corso e la Birra Menabrea: libri, birra e gadget. Tutto in una notte”.

  • domenica 21 giugno – Pisa

La Libreria turistica La Mongolfiera sarà teatro, alle 18:30, della presentazione di Slowtuscany di Damiano Andreini.

  • lunedì 22 giugno – Roma

Gente di Mumbai approda a Roma: sarà infatti presentato alle 21  presso l’Associazione Culturale Il Simposio. Il romanzo di Munmun Ghosh verrà raccontato anche attraverso le letture di Cecilia Moreschi.

  • martedì 23 giugno – Roma

La libreria Tuba ospiterà stasera alle 19.30 la presentazione del romanzo Facciamo finta che sia per sempre di Ilaria Giannini.

  • da mercoledì 24 a domenica 28 giugno – Verbania

Terzo appuntamento per LetterAltura in questo 2009. Come si può leggere sul sito la manifestazione ospiterà “oltre 80 eventi, tra incontri con gli autori, spettacoli, laboratori creativi, e più di 130 ospiti nazionali e internazionali per riportare l’attenzione sulla montagna priorità globale dell’umanità, unica fonte d’acqua che possa garantire un futuro florido alle nuove generazioni”.

da venerdì 26 giugno a domenica 5 luglioRoma

Quarta edizione di Io leggo!, la manifestazione romana che offre un momento di incontro tra i lettori e gli editori piccoli e medi. “La manifestazione prevede l’allestimento di un villaggio composto da una grande libreria, dalle associazioni culturali che movimentano il IV Municipio e da spazi pubblici attrezzati dedicati agli incontri e alle presentazioni di libri e autori, veri protagonisti della manifestazione così come nelle passate edizioni”. Inoltre, a invogliare ancora di più, l’ingresso all’iniziativa è gratuito, quindi correte, mi raccomando!

blogdo small
Scritto da: Memy il 20 Giugno 2009
0 rss

I clienti del Central Hotel, Héléna

I clienti del central hotel – André HélénaDopo Il gusto del sangue, che aveva rappresentato il mio primo incontro con André Héléna, torno su questo autore da riscoprire con I clienti del Central Hotel, romanzo che conferma definitivamente ai miei occhi come di riportare alle stampe le sue opere valesse certamente la pena.

Scritto nel 1959, dopo una lunghissima serie di lavori su commissione, questo romanzo è un ottimo e insolito noir corale, ambientato ancora una volta a Perpignan, a ridosso del confine franco-spagnolo, negli ultimi giorni dell’occupazione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale. Ed è un piccolo albergo, il Central Hotel del titolo, a fare da palcoscenico alla vicende di una serie di personaggi scolpiti con rapidità, uomini e donne i cui destini vengono inevitabilmente ad intrecciarsi. Poliziotti e partigiani, donne fatali e clandestini braccati vivono assieme passioni e paura, in un arco di pochi giorni che di tutti decreteranno la sorte.

Il romanzo, come gli stati d’animo dei suoi protagonisti, è dominato da due elementi: il costante senso di provvisorietà, di pericolo, di precarietà dell’essere che la guerra impone alle vicende umane da una parte; un sanguigno, insopprimibile e fremente istinto vitale dall’altra. Tutte le storie sono qui mosse dalla morte e dal sesso, nel più classico dei connubi tragici, dal desiderio sensuale e dalla disperazione omicida.

E su questo binario si svolge la narrazione, cupa e malinconica ma allo stesso tempo sferzante e vitale. In questo senso è davvero abile Héléna a mischiare i registri con bravura, tingendo il suo noir con rossi appassionati che ne fanno una lettura intensa e capace di catturare ad ogni pagina.

È un romanzo piuttosto pessimista questo, crudele e amaro, in cui tutti si rivelano vittime. Vittime della vita, della guerra, della natura umana, di sé stessi. E che sa rappresentare molto efficacemente la fretta, l’urgenza insopprimibile di vivere dei suoi protagonisti.
In altre parole, un ottimo libro.

A proposito, se decideste di leggerlo, e ne varrebbe la pena, magari con un Sauvignon freddo a bilanciare le atmosfere roventi del racconto, vi consiglio di leggere la pur interessante introduzione di Michele Mari dopo aver finito il romanzo, perché per qualcuno mi sa che ci potrebbe essere qualche spoiler di troppo.

blogdo small
Scritto da: tomtraubert il 18 Giugno 2009
2 rss

Le anime grigie, Claudel

Le anime grigie – Philippe ClaudelL’appassionato frequentatore di librerie, colui che appartiene al genere dell’instancabile camminatore da uno scaffale all’altro, quello caparbio che fa scorrere le dita sui vari titoli esposti, sa come a volte la scelta di un determinato libro sia assolutamente casuale. A volte ci attira il riassunto della trama, a volte (ci vergogniamo ad ammetterlo, ma è così) ci facciamo infinocchiare da una bella copertina sgargiante. Raramente (ma è davvero poi così raro?) compriamo a scatola chiusa un libro perché ci irretisce il titolo.

Nel caso di Philippe Claudel e Le anime grigie, la mia scelta in libreria è stata dettata da una combinazione di quanto sopra detto. Sarà che era una giornata cupa ed io, densa del malumore delle persone meteoropatiche, mi sentivo simpatizzante con il titolo e con il panorama tetro che capeggiava in copertina, sarà che era nello scaffale dei gialli e io avevo proprio voglia di leggerne uno, sarà quel che sarà… l’ho comprato quasi a scatola chiusa, senza quasi sapere di cosa parlasse.

Non ci ho messo molte pagine a realizzare che avevo messo le mani su un prodotto di altissimo livello. Stavo leggendo uno di quei libri che non puoi facilmente abbandonare prima di essere arrivato alla parole fine.

Siamo nel 1917, in piena guerra mondiale. A V., piccolo paesino della campagna francese, viene trovato in un canale il cadavere di una bambina di dieci anni. È il poliziotto del paese, figura alla deriva per un dramma personale che non riesce a superare, la voce narrante della storia, colui che molti anni dopo ci presenta i fatti così come si sono svolti, a partire da quel tragico ritrovamento.

Le anime grigie dapprima disorienta e poi irretisce il lettore, perché inizia come un classico giallo (viene ritrovato il corpo della piccola e da lì inizia l’indagine per scoprire il colpevole) ma lo svolgimento è poco giallo e ancor meno classico. Man mano che il protagonista racconta ciò che avvenne allora, ci rendiamo conto che la vera storia non è tanto l’indagine per scoprire il colpevole del crimine efferato, quanto una serie di eventi drammatici che ebbero luogo nel piccolo paese, intristito dalla guerra e reso tetro dal clima umido e nebbioso di quell’inclemente inverno del ‘17.

È proprio il non sapere esattamente, almeno per metà libro, qual è il fulcro centrale del romanzo che spinge il lettore a girare pagina dopo pagina di una storia ben scritta e ben raccontata, che non molla la presa fino alla fine.

Quello che ci rimane tra le mani, dopo il viaggio con Claudel, è un gran bel noir, di forte impatto emotivo. Lo consiglio agli amanti del genere, purché siano dei palati forti, amanti delle storie dalle tinte fosche e cupe.

blogdo small
Scritto da: Only il 3 Giugno 2009
0 rss

Casino totale, Izzo

Casino totale – IzzoCasino Totale (Total Kheops) è il primo romanzo della trilogia marsigliese di Jean-Claude Izzo che comprende anche Chourmo. Il cuore di Marsiglia (Chourmo) e Solea (Soléa). Protagonista e voce narrante di tutte e tre le opere è l’italo-francese Fabio Montale.

Montale è un ispettore di polizia sui generis, «più educatore di strada nei quartieri che sbirro», cresciuto nei vicoli poveri di Marsiglia insieme a Ugo e Manu. Dopo una gioventù scapestrata fatta di furtarelli, rapine, ma anche sogni, libri, dischi e ubriacature, i tre amici, che amano la stessa donna, Lole, prendono strade diverse: Manu si perde in giri criminali troppo grandi e ci rimette le penne, Ugo prende la via del mare per realizzare i suoi sogni e Fabio entra in polizia.

A dare il la all’azione è il ritorno a Marsiglia di Ugo, deciso a vendicare la morte dell’amico. Anche lui però resta ucciso, e toccherà a Fabio fare luce sui due omicidi. All’indagine principale si intreccia quella per lo stupro e l’assassinio di Leila e le tensioni razziali e sociali dei quartieri poveri, senza tener conto della difficoltà nel destreggiarsi tra gli interessi della malavita e i colleghi sui quali Montale sa di non poter fare affidamento.

Scenario dell’intera vicenda è Marsiglia, violenta e bellissima, divisa tra «l’azzurro del cielo e del mare e il nero della morte e dell’odio». Dal porto a Notre Dame de la Garde, passando per la Canebière e l’Estaque, la città si rivela in tutto il suo splendore, con la ricchezza di contraddizioni che l’ha sempre caratterizzata.

Edito da e/o nella collana Noir mediterraneo, Casino totale è un romanzo di genere che trascende il genere, dove a farla da padrone non sono tanto i delitti, le indagine o l’atmosfera, quanto la città, splendida e terribile, e la tridimensionalità con cui Izzo riesce a restituircela in tutti i suoi aspetti. Suonerà strano invece sentire parlare di un personaggio, Montale, costruito tramite l’accumulo di tutte le caratteristiche tipiche dell’antieroe, ma proprio per questo credibile, reale nel suo essere eccessivamente stilizzato.

Chi ama il giallo nelle sue tinte più scure, nonostante il sole del mediterraneo, non può esimersi dal leggerlo. Per scrupolo di coscienza ammetto di aver letto il romanzo influenzato dall’amore che ho per Marsiglia, una città affascinante dalla quale sono rimasto stregato, ma, si sa, la lettura è fatta di passione e sono certo che perdonerete questo mio slancio sentimentale.

blogdo small
Scritto da: maxvicius il 6 Maggio 2009
0 rss

Gotico rurale, Baldini

Gotico rurale - Eraldo BaldiniChiunque ami le storie dell’orrore di connotazione classica, che fanno immediatamente pensare ai racconti di Le Fanu o alle storie di Fantasmi di Edith Wharton, e ancora apprezza il racconto come forma narrativa, rimarrà deliziato da Gotico rurale, un’antologia noir del ravennese Eraldo Baldini.

Il racconto breve può essere una delle forme espositive più ostiche da comporre: uno scrittore, se la storia è ben narrata, deve riuscire in poche pagine a dire tutto quello che deve, trasmettendo immagini molto vivide al lettore nella brevità di spazio concessagli. Baldini riesce perfettamente nell’intento suscitando una delle emozioni più difficili da comunicare, la paura.

L’ambientazione di tutti i racconti, come suggerisce il titolo – peraltro molto azzeccato – della raccolta, è la campagna. Per la precisione è quella emiliana, ma poco importa la collocazione geografica: l’abile penna dello scrittore distorce l’immagine idilliaca e un po’ bucolica che l’ambientazione agreste dovrebbe suggerire e ci presenta grette comunità isolate dal mondo, minuscoli centri abitati costruiti a ridosso di malsane paludi, immersi nella nebbia diversi mesi all’anno.

Tutto ciò che nell’ambiente rurale può suscitare inquietudine viene sapientemente utilizzato da Baldini per spaventare il lettore: vecchie leggende spettrali nate intorno al fuoco nelle lunghe sere invernali, delitti consumati all’interno delle chiuse realtà e qui sepolti, favole raccontate ai bambini che prendono vita. E sono proprio loro, i bambini, i fili conduttori che quasi legano tra loro le varie vicende. Essi sono onnipresenti, vittime e insieme carnefici, come se dovessero intenerire il lettore ma anche spaventarlo,quasi che il male scaturisse da loro.

Le varie storie mantengono tutte un buon livello, con alcuni notevoli picchi. Due o tre dei racconti sono delle vere chicche per appassionati del genere, classici dell’horror rivisitati con sapienza. Così nella “Collina dei bambini”, riviviamo una storia vecchia di centinaia di anni, che spiega perché, ai giorni nostri, durante uno scavo vengono riportati alla luce centinaia, forse migliaia di piccoli scheletri.

Nel racconto “Nella nebbia” è lei la vera protagonista, vista con gli occhi dell’unico intruso di tutto il libro, un maestro che dalla città va a insegnare in un paesino di campagna. Quando la nebbia arriva, all’inizio di ogni inverno, porta con sé una presenza oscura che gli abitanti del posto sembrano accettare ma non ammettere e a cui il protagonista non vuole credere, fino al tragico epilogo.

In “Foto ricordo”, un piccolo capolavoro, l’autore mischia uno spaventoso fatto di cronaca al soprannaturale. Il male stavolta si incarna, è reale e tangibile, ha un nome e un cognome. Ma una foto vecchia di anni di nuovo ci disillude, nulla è così semplice. Il carnefice davvero era solo un semplice essere umano?
E ancora, “chi vive nell’Olmo Grande”, che attira a sé i bambini e poi li fa morire di paura?

Gotico rurale potrebbe essere la lettura ideale per la sera, prima di andare a dormire. Ma vi avverto: potrebbe venirvi voglia di controllare sotto il letto prima di spegnere la luce.

blogdo small
Scritto da: Only il 26 Marzo 2009
5 rss

San Gennoir, a cura di Chierchia

San gennoir -  a cura di Gennaro ChierchiaDiciamocelo: un po’ San Gennaro, col rito del sangue, richiama il noir per sua natura. Nulla di più sensato dunque di proporre una raccolta noir ambientata a Napoli e dintorni, e intitolarla, forse anche con scaramanzia, al santo protettore. San Gennoir, allora, curato da Gennaro (ancora!) Chierchia, a raccogliere testi di scrittori famosi e meno sulle storie di sangue partenopee.

Vedi Napoli e poi muori assume qui un senso pieno e non metaforico. Sono trame gialle, nere, fantastiche, ordinarie e straordinarie a comporre le duecentoventi pagine di racconti, a volte minimi a volte corposi, che descrivono Napoli e la sua folla variegata di abitanti, non solo delinquenti e non solo santi: dai veri e propri omicidi alle rievocazioni di passati magici o mistici, persino un brevissimo copione, tutto in un’ottica nera, nerissima.

Il rischio, quando si parla di sud, di Napoli in particolare, è sempre quello di cadere negli stereotipi, nella macchietta che ridicolizza e deforma; qui per fortuna (e sapienza) il rischio è pienamente scampato, dato che le narrazioni sono affidate a scrittori che hanno un forte legame coi luoghi narrati, per nascita o per elezione. La loro bravura sta nel giusto equilibrio tra il descrivere una realtà difficile senza ipocrisie e il non esagerarla per creare un effetto più “patetico”, nel senso originario del termine.

Tra i racconti, come sempre, ci sono quelli più o meno riusciti; uno su tutti, però, secondo me è una vera perla, perfetto parola per parola: Mammarella; nonostante si rifaccia a un tema già sentito e visto mille volte, sia su carta sia su pellicola, la narrazione limpida, lo stile netto e la struttura ben delineata ne fanno un capolavoro di una manciata di pagine. In ogni caso il livello qualitativo è molto alto in tutti i testi, e il maggiore o minore piacere deriva unicamente dal gusto personale.

Per quanto riguarda l’edizione in sé ho trovato molto gradevole la scelta della copertina e del colore, ma anche quella di inserire gli autori, davvero tanti, sulla prima, benché fosse un’operazione complessa. Ottimo anche l’editing, anche se, di tanto in tanto, si incontri qualche vedova e qualche orfano. Purtroppo il  rimando al sito ufficiale riportato in quarta di copertina non è funzionante, per cui vi lascio come di consueto il solo link a IBS.

Da leggere per conoscere un aspetto di Napoli sicuramente ineludibile ma “meno scuro di mezzanotte”.

blogdo small
Scritto da: Livia il 9 Marzo 2009
0 rss

Fiori alla memoria, Macchiavelli

Fiori alla memoria - Loriano MachiavelliI cognomi traggono in inganno: Macchiavelli (con due c) qui è Loriano, creatore del fortunato personaggio Sarti Antonio, poliziotto. Sì, prima il cognome e poi il nome, con quella sindrome dell’anagrafe tipica delle forze dell’ordine. Ho iniziato a leggerlo con Fiori alla memoria, vincitore nel 1974 del Premio Mystfest, che racconta una delle prime indagini in cui viene coinvolto l’atipico protagonista della serie.

Loriano Macchiavelli viene definito “maestro di Carlo Lucarelli e Marcello Fois”, due nomi che, per gli amanti del genere, non è necessario commentare. Al di là di questo è un maestro in senso generale: uno scrittore che riesca a rendere credibile  a tali livelli un personaggio, lo è per forza di cose. Pur non avendo scritto i capolavori della narrativa contemporanea, è in grado di mantenere vivo l’interesse della narrazione fino all’ultima pagina, pur raccontando vicende “normali”.

Sarti Antonio, infatti, è in tutto e per tutto un uomo comune, circondato da uomini comuni a loro volta. Ha pregi, difetti, intuizioni e momenti di stupidità, un umorismo incomprensibile e una colite cronica che lo rende intrattabile, spesso e volentieri. Anche i coprotagonisti hanno peculiarità tipiche delle persone che si incontrano nella quotidianità, intelligenza variabile, e così anche la simpatia.

L’azione si svolge in un paese della provincia di Bologna, Pieve del Pino, che è concreto, quasi tangibile, con gli usi e costumi tipici dell’entroterra e di un certo periodo dell’Italia, in cui il ricordo della guerra è ancora vivo, presente nella memoria di anziani e giovani. I fiori alla memoria del titolo non ammiccano al genere noir ma si riferiscono al punto di partenza e nodo cruciale delle investigazioni, il monumento ai partigiani in costruzione sull’altura del paese, accanto al quale è stato rinvenuto il primo cadavere. Accanto al nostro Sarti si troveranno un nucleo ristretto di collaboratori, dall’eterno studente Rosas al giornalista “Lucciola”, che lo aiuteranno a chiarirsi le idee e risolvere il caso tra un attacco di colite e l’altro.

Nota molto divertente è la titolazione dei capitoli, stravagante come potrebbe essere quella di un Calvino, con sequenze che assumono senso solo se lette di continuo; e io che di solito, lo ammetto, leggo distrattamente i titoli dei capitoli, ne sono rimasta affascinata. In chiusura, per approfondire, c’è un brevissimo saggio di Luigi Bernardi sull’opera e sui suoi riferimenti, per avere una chiave di lettura aggiuntiva, data la distanza temporale dalla narrazione. Inoltre, come editor, non ho potuto fare a meno di notare alcune variazioni nei canoni dell’editing stesso, l’uso del trattino medio e dei punti nei dialoghi in modo molto diverso da quello moderno.

La scrittura è priva di qualsiasi fronzolo, scarna, pulita, attenta, con un narratore sempre nell’ombra. Questo è possibile perché è la struttura narrativa in sé ad essere valida e avvincente, senza necessità di creare artificialmente un’atmosfera di attesa.

banner ibs Fiori alla memoria, MacchiavelliUn buon giallo (o noir, come lo definiscono), ancor di più se si ha memoria degli anni ‘70 in Italia.

blogdo small
Scritto da: Livia il 25 Febbraio 2009
2 rss