Tutti gli articoli su Nazismo

Suite Francese, Némirovsky

Scritto da: il 30.09.10 — 1 Commento
Molte cose già sappiamo su questa scrittrice morta prematuramente a 39 anni e venuta alla ribalta, tutto sommato, da pochi grazie alla volontà di farla conoscere delle figlie Denise e Élisabeth. Questi di cui qui parliamo sono i primi due di un’opera che, nelle intenzioni e nel progetto dell’autrice, avrebbe dovuto esser costituita da cinque romanzi. Tratta, nel primo – intitolato Temporale di giugno – della fuga da Parigi e da altre città dei civili a seguito dell’invasione tedesca della Francia. Nel secondo – intitolato Dolce – tratta dei rapporti degli abitanti di Bussy, un provinciale paesino di campagna, con l’invasore. Temporale di giugno presenta i vari personaggi, famiglie alto, medio borghesi e le loro vicende utilizzando splendidamente la tecnica narrativo-filmica del montaggio alternato; d'altronde, l'autrice già l'aveva annotato nel proprio diario nel 1942: «La mia idea è che la vicenda si svolga come in un film» e al cinema e al suo ritmo nel raccontare più volte farà cenno nel diario. Ne risulta, dal punto di vista del lettore, una sorta di meravigliosa treccia di episodi e di esistenze che s'incontrano, si sfiorano, mentre l'Autore, onnisciente, si nasconde o si presenta e agisce sotto forma del Caso: la forma più classica, più tradizionale e, probabilmente, la migliore per certi tipi di romanzi. La descrizione dei personaggi è talmente misurata, plastica, realistica, che li sentiamo subito vicini e ci pare addirittura di esser loro magicamente accanto. Ce n'è per tutti gusti: l'altolocata Famiglia Péricand, imparentata con altre grandi Famiglie francesi, con le sue manie, le sue pretese, con i figli idealisti anche fino alla morte. Oppure i Michaud, gente semplice, semplici impiegati di banca, laboriosi, sottomessi, un po filosofi. O il grande scrittore che cerca di trarre il meglio dalla propria notorietà; o le amanti di uomini tanto ben sposati quanto facoltosi, ...

Ogni cosa è illuminata, Foer

Scritto da: il 14.01.10 — 2 Commenti
L’altra sera mi stavo producendo in un indolente e piuttosto inutile zapping televisivo, nella speranza che mi inducesse ad andare a dormire, assecondando l’ora piuttosto avanzata della notte, quando fra i numerosi improbabili protagonisti della televisione notturna (a proposito: ma è possibile che i politici ci siano a tutte le ore, anche quando ci sono ormai in giro solo spogliarelliste e televenditori? Mah) ho visto tre volti conosciuti. E un cane. Chissà perché, prima ancora di riconoscere Elijah Wood avevo già riconosciuto i protagonisti del film. Film che non avevo mai visto. Però loro sì, li avevo già incontrati, in un bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata. Il film era quasi finito, quindi non so dirvi se sia bello o meno, ma bastò poco per farmi tornare alla mente con piacere il memorabile viaggio nello spazio e nel tempo narrato nel libro. Libro a più voci, a più registri, che comincia con uno che a leggerlo vi pare di sentire parlare Borat e finisce con alcune delle pagine più autenticamente toccanti che si possano leggere su una tragedia del passato. E sulla memoria. In breve, il libro racconta del viaggio di un giovane studente, un giovane ebreo americano che approda in Ucraina alla ricerca delle storie della sua famiglia, e in particolare di una donna che cinquant’anni prima avrebbe salvato suo nonno da un massacro nazista. Il viaggio lo vede accompagnato dal giovane Alex, da suo nonno, autista cieco dell’auto della “Viaggi Tradizione” e da una cagnetta. Ma come dicevo il romanzo si svolge anche nel passato di un piccolo villaggio ucraino, nella Trachimbrod del 1700, e poi negli anni della tragedia bellica. Questo dà modo a Foer di alternare almeno tre differenti registri, quello fortemente ironico, grottesco, leggero, dai risultati spesso esilaranti di Alex; quello favolistico, quasi surreale ...

Intervista ad Aldo Moscatelli su Hitler era innocente

Scritto da: il 06.04.09 — 30 Commenti
Di recente molti libri rivisitano l'olocausto, da quello della Nothomb fino al tuo: per quale motivo generazioni che non hanno avuto un contatto diretto con quell'epoca sono così attratte dal narrarla, e quale ha spinto te? Uh, la Nothomb. Immagino tu faccia riferimento ad “Acido solforico”. Ignoro cosa abbia spinto lei (che come scrittrice è molto più furba di me) a intraprendere quel cammino, ma per quel che mi riguarda posso dirti questo: la generazione che ha avuto un contatto diretto con la realtà concentrazionaria ha potuto far leva sulla vicinanza storica degli eventi, su ricordi vividi ed esperienze scioccanti vissute direttamente (a volte più, a volte meno) e non in prospettiva. Quella seguente ha potuto contare sulle testimonianze di chi ha vissuto e narrato. Ma gli anni passano e molte voci autorevoli si spengono o si affievoliscono. Senza di loro è tutto più complicato, il messaggio perde forza e chiede di riconquistare vigore attraverso l’operato delle nuove generazioni, che hanno il dovere di portare avanti la memoria degli eventi. Compito che diverrà viepiù pressante quando non ci saranno più testimoni diretti della follia nazista. Quando tutto potrà essere non interpretato (come accade già oggi) alla stregua di una banale distorsione della realtà storica, ma imposto come leggenda, come fatto mai accaduto. Purtroppo molta gente crede che un solo giorno, il 27 gennaio, sia più che sufficiente per commemorare. E che commemorare un giorno all’anno sia più che sufficiente per impedire il ritorno di certe nefandezze ideologiche. Ecco perché il negazionismo ha sollevato la testa: perché qualcuno gliel’ha permesso, con la sua superficialità. Si ritiene erroneamente che una maglietta col faccione di Che Guevara sia la migliore argomentazione contro il nazifascismo, e che a un soggetto engagè basti seguire l’iter della commemorazione comandata. Un contentino che ha trasformato il 27 gennaio in una barzelletta, ...

Il bambino con il pigiama a righe, Boyne

Scritto da: il 24.03.09 — 2 Commenti
Chi si è commosso con il capolavoro di Benigni La vita è bella, troverà senz’altro interessante anche questa favola triste dell’irlandese John Boyne: Il bambino con il pigiama a righe, che ho acquistato in una splendida edizione della BUR (dico splendida perché sia la copertina che la grafica interna mi sono apparse sopra la media). Se anche l’aspetto del libro non fosse stato dei migliori, però, sono certa che sarei rimasta affascinata – come in effetti è accaduto – dalla storia di Bruno, il figlio di nove anni di un gerarca nazista inviato dal Fuhrer in persona a dirigere il campo di sterminio di Auschwitz. Il bambino si trova di punto in bianco in un luogo sconosciuto e totalmente diverso dalla realtà che gli è sempre stata comoda e familiare, così, per fuggire alla solitudine, cerca di esplorare per quanto possibile i dintorni della villa in cui la sua famiglia è stata trasferita e, in particolare, le vicinanze di quel reticolato oltre il quale, dalla finestra, si possono vedere molte persone tutte vestite con pigiami a righe. Dall’altra parte del recinto c’è Shmuel, un coetaneo di Bruno, con il quale il piccolo protagonista intreccia un’amicizia che non conosce razze e religioni e che si fa più profonda giorno dopo giorno. Purtroppo la situazione è destinata a precipitare: siamo ad Auschwitz dove la felicità non esiste e non può esserci lieto fine. Il merito di John Boyne sta nell’aver raccontato uno degli orrori più grandi del secolo scorso con un tono delicato e, proprio per questo, ancora più struggente: l’utilizzo del punto di vista del bambino, in tutta la sua ingenuità, permette al lettore di intuire la tragedia senza mai esservi posto faccia a faccia e ciò conferisce al racconto un’aura di dolcezza che porta alla commozione evitando sia il luogo comune che il ...

Hitler era innocente, Moscatelli

Scritto da: il 16.03.09 — 2 Commenti
Abbiamo già parlato di quel sognatore che porta il nome di Aldo Moscatelli. Oggi lo facciamo a proposito di un suo libro, Hitler era innocente, vero e proprio "libro nero". Nero per la copertina, che non porta segni di riconoscimento, nero anche come una lista, come la lista che decide chi non merita più una vita. Nero, infine, come l'oblio che avvolge chi non è più in grado di raccontare e farsi raccontare. Spiazzante persino nella scelta del titolo, apertamente provocatorio ma, alla fine, quantomai vero. È facile identificare Hitler come l'Anticristo, il Male in terra; è anche utile: serve a sollevarci dalle responsabilità, a farci pensare che le radici di quel che è avvenuto appena pochi decenni fa non siano da cercare nel comportamento di ognuno ma nella presenza di un dittatore. Molto in piccolo e con gravità affatto diversa mi ricorda tutti i miei conoscenti che lamentano il declino e la crisi italiana addebitandole alla classe dirigente. Moscatelli ha il coraggio di affermare con forza il contrario, che la responsabilità è di tutti e di nessuno. Nel campo di concentramento che descrive, il Lager libertà, non ci sono vittime assolute, ognuno è un tassello che concorre al crearsi e perpetrarsi dell'orrore che tutti conosciamo e che molti ora vorrebbero negare. Né innocenti né colpevoli, o tutti ugualmente innocenti e colpevoli: è la consapevolezza dell'assenza di spiegazioni l'argomento principe del testo. I racconti dei personaggi sono simili a quelli di storie già lette e già sentite in molti altri testi; la loro coralità stavolta dà voce non alla mera testimonianza dell'accaduto, ma alla riflessione sui motivi e al tentativo di comprendere per esorcizzare. Al di sotto del mero livello della narrazione si avverte, però, una nota cupa, la totale mancanza di speranze e l'impossibilità di una fuga. La scrittura è molto misurata, nonostante ...

Parola di Quasimodo

Scritto da: il 27.01.09 — Comments Off
E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento. Salvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici

Ritorno a casa – La tregua, Levi

Scritto da: il 09.01.09 — Comments Off
Non molto tempo fa mi sono occupato di Se questo è un uomo, la più nota tra le opere di Primo Levi; oggetto del mio post settimanale sarà invece un altro testo dello scrittore piemontese, La tregua. Mentre ho sempre considerato Se questo è un uomo alla stregua di un documento, di una lucida testimonianza, La tregua può essere inserito, a tutti gli effetti, nel filone dei romanzi di viaggio, anzi personalmente lo ritengo un grande romanzo di viaggio. Pubblicata nel 1963, l’opera vince la prima edizione del premio Campiello e narra del viaggio di ritorno dai campi di concentramento che Levi e gli altri deportati dovettero affrontare una volta liberati; una piccola odissea che li portò ad attraversare Polonia, URSS, Romania, Ungheria e Austria (almeno per quanto concerne gli italiani). Scritto quattordici anni dopo Se questo è un uomo, La tregua descrive con un linguaggio fresco, a tratti anche divertente, ma sempre preciso, fatti grandi e piccoli della quotidiana lotta per la sopravvivenza. Malnutriti, malati, non tutti i sopravvissuti riuscirono a passare indenni i mesi che trascorsero dalla liberazione al ritorno a casa, ma nonostante ciò il romanzo trabocca di vita e di una fantastica e variopinta schiera di personaggi come Cesare, il signor Unverdorben, o il greco, che restano scolpiti nella memoria di chi legge, così come la disorganizzata umanità delle truppe russe e le esilaranti, ed estenuanti, trattative nei vari mercati neri che sorgevano in ogni città o paese sede di un ricovero. Le parole che scorrono sotto i nostri occhi ci parlano di un ritorno alla condizione di uomo, di individualità per usare le parole di una mia cara amica, condizione negata ai protagonisti del primo lavoro di Levi. La fame, le sofferenze, fisiche e psicologiche, sono ancora presenti, ma in modo ...

Se questo è un uomo, Levi

Scritto da: il 14.11.08 — 14 Commenti
Tradizionalmente i miei post sono soliti avere un titolo divertente, ironico o quantomeno introduttivo al testo di cui mi accingo a parlare. L’obiettivo del titolo è ovviamente catturare l’attenzione del lettore, soprattuto se di lettore occasionale si tratta, e convincerlo a trascorrere cinque minuti del suo tempo in compagnia delle mie riflessioni. Il libro della settimana però non avrà il suo bel titoletto introduttivo, perché il libro della settimana è Se questo è un uomo e, in tutta franchezza, non credo sia possibile ironizzare al riguardo né ritengo siano necessarie delle parole introduttive. La Shoah è stata la più grande tragedia che l’uomo abbia mai vissuto, una tragedia di cui è responsabile la follia di altri uomini. Uso il termine follia per cercare di descrivere qualcosa di indefinibile, ma che non è di certo follia e sarebbe riduttivo considerarla tale. Se questo è un uomo non è un romanzo, è una lucida testimonianza e un documento «per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano». Pacato è l’aggettivo che più si addice all’opera di Levi. Levi non usa le parole per far vibrare le corde del sentimento, bensì quelle della ragione. Dal racconto di Levi è possibile comprendere appieno la funzione dei Lager: non semplici campi di sterminio, ma veri e propri meccanismi atti alla demolizione di ogni forma di umanità presente nei suoi prigionieri. Ogni aspetto nell’organizzazione di Auschwitz e degli altri campi era stato studiato con gelido raziocinio per riuscire a demolire i meccanismi di resistenza insiti in ogni uomo, per far sì che le persone cessassero di essere tali. Primo Levi ricostruisce la vita nei Lager con precisione e attenzione per i particolari, spiegandone il funzionamento e le leggi interne, scritte o sottintese che fossero. Due degli aspetti che maggiormente colpiscono chi legge sono la descrizione ...

Come eravamo – Mendel dei libri, Zweig

Scritto da: il 02.09.08 — Comments Off
Definire Stefan Zweig (1881-1942) uno scrittore è quantomeno riduttivo. Figlio della felix Austria, egli fu un grande uomo di cultura, un pacifista ed un europeista convinto. Fu poeta, romanziere, scrisse molte novelle lunghe, fu saggista (in particolar modo di biografie), librettista (collaborò con R. Strauss), drammaturgo, viaggiatore per diletto, lavoro e anche per necessità, conferenziere e, infine (ma il timore di aver omesso involontariamente qualcosa rimane), memorialista. Avendo davvero conosciuto il mondo, davvero le persone, credeva che l'Arte, la Cultura (con le iniziali maiuscole) potessero realmente caratterizzare l'Europa diventandone gli elementi primari della sua unione; un'unione di spiriti e di intelletti, essenzialmente. Credeva, ingenuamente, che queste nobili attività dell'animo umano avessero non soltanto idealmente la supremazia su altri desideri e valori non proprio così alti. E cominciò a sentire i primi scricchiolii di questo mondo così rassicurante con l'avvento della Prima Guerra Mondiale ma, al termine di questa, nel '17 poteva ancora trovare forza e fede per credere nella funzione dell'Arte e della Cultura; il salotto della sua villa a Salisburgo, dove si era stabilito, era abitualmente frequentato da artisti del calibro di Thomas Mann, Arthur Schnitzler, musicisti quali Arnold Schönberg e il nostro Arturo Toscanini (di cui farà un ritratto biografico nel '36). Oltre che fine bibliofilo e antiquario, viaggiando era anche entrato in possesso di manoscritti originali di Goethe, Balzac, di partiture altrettanto originali di Bach, Mozart, Beethoven. Già nel '29 (anno in cui questa novella uscì) l'ideologia nazista cominciava a far parlare di sé e, benché stesse in Austria, ricordò a Zweig - il quale, pur sapendolo, non lo aveva mai considerato un fattore determinante per la sua esistenza - che egli era un ebreo. Era l'inizio della fine. L'inizio di un insensato definitivo annientamento di un mondo di valori incolpevoli di Pace, studio e raffinato buon gusto, voluto da menti a ...

Concentra-Mente – Acido solforico, Nothomb

Scritto da: il 12.05.08 — 6 Commenti
Colpita. Come da una realtà che so essere possibile ma che non avrei voluto vedere dipinta con tanta arguzia, tanto acume, tanta grazia. Colpita dalla scrittura così semplice e misurata, incommensurabile col suo argomento, e col disgusto che vuole e deve esprimere. Colpita dalla capacità di evocare la paura che la recente storia, il periodo del nazismo, si ripeta. Affondata, anche. Non è semplice etichettare Acido solforico in un genere, come per tutti i grandi scrittori. Non è nemmeno tanto intelligente farlo. La carica di questo lungo racconto, tra il reale e il surreale, è nell'impossibilità di giudicarlo, e nell'esserne giudicati. Nel vedersi, e nell'essere spettatori. Alcune volte sembra che i personaggi smettano di dialogare tra loro per rivolgersi direttamente al lettore, più che mai spettatore; ricordano i folli o gli ubriachi dei quadri antichi, gli unici a fissare direttamente l'occhio dell'osservatore, come se egli stesso fosse lo spettacolo, e la realtà fosse dentro il quadro. I personaggi, insomma, ci scrutano e ci giudicano, rendendo noi stessi personaggi. A dire il vero il paragone pittorico è davvero efficace; le figure tratteggiate dalla Nothomb narrano di inferni e paradisi, di redenzioni, di espiazioni. Ecco, mi ricorda il Giudizio Universale di Van Eyck, con la sua mostruosa e deforme umanità, dai tratti inaspriti e grotteschi. E ancora nel suo stile non c'è eccesso, perché a volte basta la storia in sé a dare sufficiente forza alla parola. Il titolo non potrebbe essere più espressivo. Perché è una lettura che corrode, che scivola liquida e incide. Bisogna leggerlo, berlo e lasciarsi bruciare.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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