Questa settimana ho deciso di parlarvi di un libro un po’ particolare, che mi ha accompagnato in molte piacevoli serate della scorsa estate. Consentendomi ogni sera di catapultarmi con la fantasia in un luogo diverso del globo, 1000 luoghi da vedere nella vita non è di sicuro un romanzo ma, nonostante quello che potrebbe suggerire il titolo, non è nemmeno una vera e propria guida di viaggio. L’autrice, nota giornalista e viaggiatrice incallita per piacere ma anche (beata lei) per lavoro, ci racconta quello che secondo lei c’è di davvero imperdibile su questo pianeta.
Patricia Schultz ci presenta una scelta personale e come tale, potrebbe far storcere il naso ad alcuni. A me personalmente, nonostante l’avvertimento nella prefazione, hanno disturbato i tanti, a mio parere troppi, hotel e ristoranti, per molti di noi destinati a rimanere dei sogni nel cassetto a causa del loro costo spropositato.
Ma nonostante ciò, mille è un numero talmente alto da soddisfare anche il palato più esigente: qualsiasi meta pensate di trovare, probabilmente ci sarà.
Parlando di un così ampio ventaglio di luoghi dedica logicamente poche righe a ognuna di essi, sufficienti quindi non tanto a organizzare la visita quanto piuttosto a stuzzicare la nostra curiosità. I luoghi scontati ci sono tutti (Petra, il Grand Canyon, la Piramide di Cheope, il Taj Mahal sono delle meraviglie tali che non possono essere escluse da qualsiasi elenco), ma nel numero non mancano le tante, numerose sorprese, qualche piccolo gioiello nascosto in un angolo sperduto del globo che potrebbe, perché no, portare ispirazione per future spedizioni alla scoperta del nostro pianeta.
Il tutto è presentato in maniera divertente e spigliata, lontano dall’essere un elenco è più vicino a tante, micro dichiarazioni d’amore per le bellezze che ci circondano ai quattro angoli del globo da parte di una viaggiatrice che lo fa con passione e si percepisce in ogni riga.
Io lo consiglio a tutti: a chi come me è malato per il viaggio (che cioè quando è a casa viaggia con la fantasia) ma anche a chi pur non amando o non potendo spostarsi vuole conoscere cosa la Natura e l’uomo sono stati capaci di costruire nel corso di millenni. E, perché no, da far trovare sotto l’albero del prossimo Natale a qualche persona cara che è sempre in cerca di spunti interessanti.
Cos’hanno in comune Lancillotto del Lago, una Magatiroide dagli occhi che paiono schizzarti addosso, un Legionario del sottotetto e tanti altri strampalati personaggi usciti dalla bizzarra penna di Davide Van De Sfroos, al secolo Davide Bernasconi? A parte il fatto di essere stati immortalati in un libricino tascabile della Bompiani che pare uscito da un uovo di Pasqua, Le parole sognate dai pesci, sono tutte figure enigmatiche che in comune hanno il lago – di Como, beninteso – ma non solo: sanno infatti, a modo loro, interpretare il pensiero dei pesci, fino un po’ ad assomigliare a queste strane creature facendo propria la loro… filosofia di vita.
Sembra piuttosto a suo agio il menestrello *laghée nell’insolita veste linguistica manzoniana: in quella della sciacquatura in Arno, s’intende. E può sfoggiare anche una padronanza non comune delle tecniche narrative, anche se è laborioso, a volte, seguire il filo del discorso. Bisogna entrare infatti in quel particolare meccanismo per cui il racconto – spesso e volentieri dominato dal ricordo, ossia dalle ritenzioni – procede per immagini fluide che, come le onde, si generano le une dalle altre, si incrociano e si moltiplicano a non finire. I pensieri si specchiano nell’acqua, si inseguono come flutti, si disegnano come arabeschi e si avvicendano senza tregua con l’espediente della metafora moltiplicata; il che rende estremamente suggestive e dense di eco le pagine, ma anche di tanto in tanto dispersivo – volutamente, ironicamente e di un’ironia ariostesca – il recupero della trama.
Ogni racconto è un ritratto di una vita vissuta con il lago in sottofondo, che ne è l’origine, il passaggio oppure la meta. Il lago assorbe un destino e lo serba indelebile nei pensieri dei suoi pesci: questi, però, non ne tradiscono il segreto, perché non sanno parlare, ma solo ascoltare ed immagazzinare, come un diario sempre aperto per registrare nuova scrittura.
Così un filo invisibile lega i protagonisti alle creature squamate del Lario: ed è un rapporto di reciproca e tacita intesa. I personaggi vivono, del resto, il lago come se il paese ne fosse semplicemente una propaggine, come se la vita, i rumori, gli odori, i sentimenti, il lavoro, il tempo stesso e le stagioni fossero scanditi incessantemente dalle onde. Ed ogni personaggio, ovviamente, possiede un suo simile, un suo parente stretto si direbbe quasi, nella fauna d’acqua dolce.
Una cornice, il primo racconto, inquadra tutti gli altri e ne fornisce il senso. Una storia di apparente pazzia, quella di un meccanico che dopo un certo periodo di ricovero coatto ritorna al paese natìo ritrovando i propri luoghi, gli amici e soprattutto la propria ombra – che, fida, l’aveva sempre aspettato «su una scalinata di sasso, tra la melma secca e le margherite arrampicate» – collega i pezzi del caleidoscopio: riparare i ricordi non è cosa facile, ma bisogna affidarsi ad un professionista.
Dalla sua valigia emergono oggetti fino ad allora dimenticati e che fanno risorgere dal limbo tutto il paese. La sua ombra, quella che sa parlare ai pesci e lo fa in dialetto, gli ha insegnato che **«quell che l’era diventa adéss, e quell che l’è quell che pò vess… ne la parola sugnada dii péss». Perché «l’unda del temp la fa mia prumèss, ma tutt se möev e l’è mai istess… ne la parola sugnada dii péss». Panta Rei in dialetto comasco, insomma, o meglio nella lingua delle onde del lago di Como: ma si badi bene, nell’altro ramo.
Davide van de Sfroos, moderno cantastorie nostrano, fa da anni il tutto esaurito ai concerti con le sue ballate rock in lingua vernacolare. Non credo si debba necessariamente essere creature di lago per capirlo, questo libro. È sicuramente preferibile, però, un’indole predisposta al dialogo con la natura: un animo per così dire goethiano. È un’opera singolare, e così come non è di facile comprensione, potrebbe non risultare nemmeno di immediato gradimento.
Ruvida come il suo autore, potrebbe trasformarti in una carpa alla fine della lettura: per questo sento di doverla sconsigliare decisamente agli impressionabili e a quelli che in cuor loro si sentono branzini.
*il dialetto laghée, ossia il comasco di lago, è una variante del gruppo linguistico del lombardo occidentale. Si veda a questo proposito l’ottima opera di Andrea Rognoni, ”Grammatica dei dialetti della Lombardia”, Mondadori, 2005. Sulla lingua utilizzata dalle ballate di Van De Sfroos nel gennaio del 2003 è stata anche discussa una tesi all’Università Cattolica di Milano.
**«quello che era diventa adesso, e quello che è (diventa) quello che può essere… nella parola sognata dai pesci»;«l’onda del tempo non fa promesse, ma tutto si muove e non è mai la stessa cosa… nella parola sognata dai pesci. »
Qualche tempo fa, per il venticinquesimo anniversario, la Taschen, famosa casa editrice dedicata alla fotografia, all’arte ed al design, ha deciso di ripubblicare a prezzi decisamente contenuti alcuni dei suoi magnifici volumi illustrati.
Così anche Japanese Gardens, un ottimo libro che coniuga saggi e grandi fotografie, ha avuto la sua riedizione, a pochi anni dalla prima pubblicazione. Come chiaramente espresso dal titolo, l’argomento è il giardino nelle sue varie forme, pietra, acqua e vegetazione.
Del resto nell’arcipelago nipponico il giardinaggio non è un hobby ma una vera espressione di arte e spiritualità, un impiego in grado di elevare lo spirito, un modo per conciliare umanità e natura; è un’attività quindi vissuta con grande rispetto e preparazione.
Con una carrellata dei vari stili e delle epoche, il testo ci introduce alla lettura delle immagini scattate in alcuni dei più bei giardini giapponesi. Purtroppo la parte testuale è interamente in inglese, quindi non perfettamente ed universalmente fruibile, benché sia davvero interessante.
Le immagini sono meno di quante legittimamente potremmo aspettare, dato il grande spazio concesso al commento, ma senza quest’ultimo sarebbe solo una sterile sequenza, indecifrabile per l’occhio occidentale, non abituato a cogliere le stesse sfumature espressive dei nipponici.
La stampa è piuttosto accurata e anche la qualità della carta è buona, sebbene non eccelsa, ma questo forse proprio per l’esigenza di un prezzo adatto al grande pubblico, appena una decina di euro per quasi 240 pagine di volume illustrato.
Consigliato come primo approccio ed ispirazione per un bel viaggio in Giappone, alla scoperta di arte e natura.