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Ecco cosa capita a chi ha in casa tanti libri: credendo di non averlo, ho comprato Il compagno segreto (The Secret Sharer) di Joseph Conrad (1857-1924; scritto nel 1909, pubblicato nell’Harper’s Magazine l’anno successivo e poi in volume nel ‘12 assieme ad altri due racconti A Smile of Fortune – Un briciolo di fortuna – e Freya of the Seven Isles, Freya delle sette isole) e, dopo poco, mi sono accorto di averlo già – assieme ai citati scritti, ovviamente – in un vecchio Oscar Mondadori, uscito nel ‘71, Racconti di mare e di costa con la prefazione e traduzione di Piero Jahier (1884-1966), noto autore del ‘900 italiano. È quest’edizione che ho voluto leggere.
Un giovane capitano al suo primo comando una notte, solo sul ponte del proprio bastimento, si trova a tu per tu con Leggatt, ufficiale in seconda di un’altra nave che gli confessa di essere fuggito perché, in circostanze difficili durante una tempesta, ha ucciso un marinaio (pure mascalzone) ma di esser stato – si comprenderà dal suo racconto – anche la causa che ha reso possibile la salvezza dell’imbarcazione nella quale svolgeva appunto le sue mansioni di ufficiale in seconda.
Fosse questo episodio successo in mari e in coste appartenenti a terre “civilizzate” il destino di Leggatt sarebbe stato senz’altro quello di venir denunciato e sbarcato. Ma qui, a quell’epoca, per di più, ci troviamo in isole lontane, vicino a Java. Leggatt non ha la faccia dell’assassino e del criminale cosi il giovane capitano (i due son pressoché coetanei) comprende la condizione e l’errore dell’uomo e decide di tenerlo nascosto nella propria cabina.
Stringato e simbolico, a Conrad non interessano le vicende, i fatti ma le situazioni, quelle ambigue che fan riflettere e possono creare e creano dilemmi morali. Leggatt per sua stessa ammissione è colpevole di un assassinio ma non è un malvagio; è anzi di buona famiglia e, non si dimentichi, quell’uccisione è stata frutto di un infelice momento di rabbia che – a quanto sembra – se da un lato ha eliminato un cattivo marinaio, dall’altro ha contribuito altresì a salvare la nave, il suo capitano e, quindi, le vite di molti.
La Giustizia ordinaria lo porterebbe alla forca, ma un errore grave ma provvidenziale può rovinare il resto della vita di un giovane ufficiale che sino a quel momento era stata irreprensibile? Questo è il quesito che Conrad ci pone. Non vi è perdono di qualsiasi natura, laica e/o religiosa, non è questo il problema. È l’impossibilità di formulare un giudizio morale netto, tale da dare rassicuranti certezze; Leggatt si porterà nell’intimo il pensiero, il rimorso forse, del misfatto commesso cercando un riscatto, probabilmente, anche se la sua azione gli ha dato la consapevolezza del male interiore, indissolubilmemte legato alla natura umana.
Di questo ne è conscio anche il giovane capitano che l’ha salvato che sente e parla dell’”inquilino” della propria cabina come il proprio “duplicato” (questo nella traduzione di Jahier). Si riaffaccia qui il tema del doppio che tanto era caro agli scrittori dell’800. Un’altra prova dell’interesse dell’autore per la situazione, per il dramma, piuttosto che per la sequenza di episodi concreti, può forse trovarsi nel fatto che Leggatt è il solo personaggio con un nome, tutti gli altri sono indicati con la loro generica funzione o per una particolarità fisica che li distinguono: il capitano in seconda, il cambusiere, un marinaio e così via.
Queste situazioni, così insolite e difficili da risolvere moralmente son praticamente l’oggetto della narrativa di Conrad che adopera le “terre lontane”, “esotiche”, come teatro ottimale dove costruirle e ambientarle. Sovente, per non dire sempre, vi è anche una colpa che scaturisce per aver dato adito – in un momento di debolezza o esitazione – all’agire del male che è in noi, svelandocelo irrimediabilmente. Svelandoci, al contempo, la nostra impossibilità ad evitarlo, suscitando in noi (e nell’autore) un inestinguibile pessimismo sia individuale che, a conti fatti, anche sociale; la società civile che ha prodotto un Leggatt non sarebbe in grado di giudicarlo in maniera completa e appropriata, “giusta”.
Si comprenderà, ora, quanto sarebbe superficiale considerare Joseph Conrad uno scrittore “di avventure” come molto spesso si sente. È vero, parla e descrive di paesi lontani, e, quasi sempre, tutte le vicende narrate si svolgono nel ristretto e circoscritto ambito di una nave ma, a ben pensarci, i dilemmi morali che lì prendono corpo, soltanto lì potrebbero farlo. Non altrove. È possibile anzi individuare una certa specularità tra il paesaggio e l’interiorità del o dei protagonisti.
Questo è, più esattamente “l’esotismo” di Conrad, è la nostra interiorità lacerata dalla consapevolezza del Male da cui difficilmente possiamo redimerci.
Leggere Banana Yoshimoto lascia sempre un’incognita profonda terminato il libro. Cosa ho letto? Non perché non consideri il genere umano in grado di districare le intricate trame – ma diciamocelo, spesso e volentieri un po’ trite e ritrite – quanto piuttosto perché: mi piace Banana Yoshimoto o Giorgio Amitrano? La questione della traduzione è una strada senza uscita. Quando leggiamo opere provenienti dall’estero compiamo un atto di fede nei confronti di chi, per noi, compie un lavoro di traduzione e selezione.
Questa fiducia non è sempre incondizionata, spesso le nostre conoscenze di lingue straniere ci permettono di giudicare il testo per quello che è nella sua lingua e per quello che diventa nella nostra. Nel caso del giapponese, però, c’è poco da intuire per gran parte della popolazione italiana. Qualche tempo fa allora ho comprato un libro che è in realtà un libricino, e s’intitola “Il mondo di Banana Yoshimoto”. Firmato proprio Giorgio Amitrano.
In questo collage di interviste, riflessioni e immagini scopriamo qualcosa di più della nota autrice, e soprattutto dell’abilità di narratore – o in questo caso di cronista, forse – del più noto traduttore di letteratura “leggera” giapponese. Giorgio Amitrano ci racconta nel dettaglio i sorrisi e le mosse che contraddistinguono la “piccola” scrittrice, che dalla traduzione di Kitchen dei primi anni 90 si è riconfermata un fenomeno editoriale di anno in anno.
Perché è di almeno un libro all’anno, dice la stessa Yoshimoto, che si deve parlare per essere considerati qualcuno nel campo editoriale giapponese. Questa è solo una delle osservazioni che Giorgio Amitrano riporta fedelmente, e intono alla quale costruisce una cornice di parole che allettano e soddisfano l’orizzonte d’attesa del lettore.
Oltre ad analizzare le opinioni di Banana Yoshimoto sul mondo, Amitrano ci introduce nel mondo della scrittrice che non sempre rispecchia quello in cui viviamo. Se il suo lavoro richiama gli shojo manga per trama e, spesso, per stile, le influenze sono invece più vaste e varie. Non ultimo Dario Argento, di cui si interessa quando l’intervista si trasforma in un chiacchiericcio amichevole, che l’autore del libricino di cui vi sto parlando accenna appena, in maniera delicata, da far venir voglia di appollaiarsi su uno sgabello e osservarli, oltre che ascoltarli.
Così ogni “capitolo” affronta un tema della vita e delle opere di Banana Yoshimoto, che spesso si intrecciano e si sovrappongono, così come i suoi personaggi, che sembrano chiamarsi e rispondersi di romanzo in romanzo.
Amitrano si conferma duplicemente capace: come intervistatore, quando pone le linee guida per aiutare una persona da sempre riservata a rivelarsi al suo pubblico, e come scrittore, quando ripropone e osserva in maniera personale alcuni momenti topici della narrativa dell’autrice.
Grazie a queste pagine, inoltre, ho potuto scoprire i lavori di Nara Yoshitomo, artista contemporaneo del movimento Pop-art.
Vi segnalo oggi un corso organizzato da Oblique studio (per tornare su un tema discusso già qui e qui):
Il corso di scrittura non creativa (Snc) non insegna a scrivere narrativa perché sarebbe impossibile.
Lo scopo è piuttosto migliorare la sensibilità degli allievi nei confronti della forma e del contenuto di uno scritto.
Ci si concentrerà sulle caratteristiche essenziali della scrittura che funziona: efficacia, densità, controllo della complessità, chiarezza del messaggio, livelli e stratificazione della comunicazione.
I punti di partenza sono l’ascolto, la lettura critica e la voglia di migliorare un testo.
Il punto di forza del corso è il corpus delle esercitazioni e le correzioni delle stesse effettuate sia collettivamente sia e soprattutto individualmente con la possibilità di impostare percorsi di miglioramento specifici.
Il corso si rivolge a tutti coloro che vogliono migliorare la propria scrittura dal punto di vista della consapevolezza dei propri mezzi.
Gli autori i cui testi saranno oggetto di casi di studio sono: Borges, Manganelli, Kundera, Wilson, Calvino, Calasso.
Il costo è potrebbe sembrare alto, ma sono dieci giorni di intense lezioni. E partono dall’ottimo principio che è bene studiare i migliori scrittori moderni, la struttura, lo stile, per poi eventualmente scrivere qualcosa di proprio.
Vi presento Born to write, un bel concorso di narrativa e poesia realizzato e promosso dai Comuni di Parma e Firenze, a carattere nazionale e con in palio la pubblicazione con Marcos Y Marcos! È rivolto a giovani scrittori italiani, che possono partecipare alle due sezioni gratuitamente coi loro inediti [Attenzione: inedito in questo caso include anche il web, per cui non potrete partecipare con racconti pubblicati, a qualunque titolo, in rete]. Le scadenze sono il 31 ottobre (narrativa) e il 25 settembre (poesia), ma per informazioni più dettagliate ecco un estratto del bando:
BORN TO WRITE si articola in due sezioni: la sezione Narrativa e la sezione Poesia. Ogni autore può partecipare a una o a entrambe le sezioni, rispettando le norme del bando di ciascuna sezione.
BORN TO WRITE rientra in ITALIA CREATIVA, progetto per il sostegno e la promozione della giovane creatività italiana a cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù in collaborazione con l’ANCI Associazione Nazionale Comuni Italiani e il GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti italiani. Italia Creativa è rivolta a tutti gli artisti italiani attraverso un sistema di attività di network promosse sull’intero territorio nazionale da alcune città capofila.
BORN TO WRITE – SEZIONE NARRATIVA
Bando di Concorso per giovani autori di Narrativa
Art. 1 – Tema del Concorso
L’iniziativa intende promuovere un’idea di scrittura intesa come libera espressione del talento letterario. Per questo motivo si è ritenuto opportuno non fissare alcun tema. L’autore potrà esprimersi inviando il meglio della propria produzione.
Art. 2 – Requisiti per la partecipazione
Il Concorso è rivolto a giovani autori, anche non esordienti, in età compresa tra i 18 e i 35 anni, residenti, domiciliati, studenti o lavoratori nel territorio nazionale. Si richiede materiale inedito in lingua italiana, che non sia stato premiato né presentato ad altri concorsi o già pubblicato, anche parzialmente, o presente in Internet.
La partecipazione al Concorso è gratuita.
Art. 3 – Modalità di partecipazione
Sono ammessi al Concorso racconti in lingua italiana originali e inediti a tema libero, per una lunghezza massima di dodicimila battute, spazi inclusi. Ogni concorrente potrà partecipare con una sola opera.
Art. 4 – Scadenza
I racconti dovranno pervenire entro e non oltre le ore 12.00 del 31 ottobre 2009, all’indirizzo specificato all’articolo seguente (Art. 5).
Art. 5 – Presentazione e invio dei materiali
Le opere di narrativa dovranno essere inviate in formato Word o compatibile (Times New Roman, corpo 12) via mail all’indirizzo: narrativa@borntowrite.it oppure tramite servizio postale o corriere, facendo pervenire il cartaceo dattiloscritto (Times New Roman, corpo 12) e la copia su supporto elettronico (CD), formato Word o compatibile, al seguente indirizzo: Archivio Giovani Artisti di Parma e Provincia c/o Palazzo Pigorini, Strada Repubblica, 29 – 43121 Parma. Farà fede il timbro postale o la data delle mail al momento della ricezione.
Le opere di tutti i partecipanti dovranno essere accompagnate obbligatoriamente da una breve biografia dell’autore, redatta in un file o in un cartaceo a parte e inviata nelle modalità di cui sopra. Si richiede inoltre la compilazione in tutte le sue parti del Modulo di partecipazione scaricabile dal nostro sito, che dovrà essere inviato, insieme ai restanti materiali e al consenso al trattamento dei dati personali, via mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. o tramite servizio postale o corriere. Il materiale non verrà restituito.
Art. 7 – Premio
Il premio del Concorso consiste nella pubblicazione delle opere dei 12 autori selezionati in una antologia BORN TO WRITE, Narrativa pubblicata nel 2010 dalla Casa Editrice Marcos y Marcos. Ogni vincitore riceverà cinque copie omaggio dell’antologia.
BORN TO WRITE – SEZIONE POESIA
Bando di Concorso per giovani autori di Poesia
Art. 3 – Modalità di partecipazione
Sono ammesse al Concorso opere a tema libero con un numero complessivo di versi compreso tra i duecentocinquanta e i quattrocento.
Art. 4 – Scadenza
Le opere dovranno pervenire entro e non oltre le ore 12.00 del 25 settembre 2009.
Art. 5 – Presentazione e invio dei materiali
Le opere di poesia dovranno essere inviate unicamente tramite servizio postale o corriere a: Archivio Giovani Artisti di Firenze, via Ghibellina 30, 50122 Firenze, in cinque copie dattiloscritte (redatte in Times New Roman, corpo 12), delle quali una firmata e quattro anonime, unitamente a una copia delle stesse con indicazione del nome, su supporto elettronico (CD), formato Word o compatibile. Farà fede il timbro postale.
Le opere di tutti i partecipanti dovranno essere accompagnate obbligatoriamente da una breve biografia dell’autore, redatta in un file o in un cartaceo a parte. Si richiede inoltre la compilazione in tutte le sue parti del Modulo di partecipazione scaricabile dal nostro sito, che potrà essere inviato, insieme ai restanti materiali e al consenso al trattamento dei dati personali, tramite servizio postale o corriere attraverso l’invio del cartaceo.
Fra i partecipanti al bando verranno selezionati 10 autori che parteciperanno nel corrente anno a un laboratorio residenziale di tre giorni di scrittura e poesia con tutor di alto profilo che si terrà a Firenze; i materiali prodotti nel laboratorio saranno raccolti e stampati in una pubblicazione in forma di tabloid, denominata Quaderno di Nodo Sottile.
Art. 7 – Premio
Il premio del Concorso consiste nella pubblicazione delle opere degli autori selezionati in una antologia BORN TO WRITE, Poesia pubblicata nel 2010 dalla Casa Editrice Marcos y Marcos. Ogni vincitore riceverà cinque copie omaggio dell’antologia.
In quest’estate torrida ho avuto modo di riprendere l’esplorazione del catalogo di 18:30 edizioni, coi suoi molti libretti e le tante collane. E per oggi ne ho scelti tre, indicativi: un Gaytags, con racconti di Roberto Pellico, un Poetags, di Annamaria Tornabene Burgio, e una raccolta di acconti della collana madre, 40enni.
La casa editrice, infatti, ha aperto molte nuove collane, i Geotags e i Cuntags, per citarne un paio, con cui ha allargato la propria linea editoriale. Bella la spiegazione volutamente mancata della collana Gaytags: ”Noi immaginiamo un mondo in cui non ci sia bisogno di una collana come questa. In cui se a scuola a un ragazzino dicono “finocchio” quello, invece di correre a casa a piangere, risponde ridendo “patata”.”
Partiamo da 40enni: una raccolta di microracconti che ha come filo conduttore non tanto un’età fisica quanto un modo di sentire, un cambiamento di prospettiva rispetto al mondo, una desolazione o una rinascita. Un momento che può essere cruciale o invisibile. Ogni racconto una piccola vita, ogni vita un argomento.
Insoddisfazione, staticità, stolidità e indifferenza fanno da sfondo alle azioni dei personaggi, nelle loro descrizioni minimali, e alle loro storie, così uniche e così comuni; il Generale, ad esempio, dispotico fino all’estrema conseguenza, o Costanza, presa e compresa dall’amore per sé da non vedere nulla intorno. Il tutto descritto da autori che descrivono perfettamente il sentire e il pensare dei loro personaggi, forse anche per l’età affine.
Il poetags è Hecce donna, che raccoglie le riflessioni di Anna Tornabene Burgio sulla società, sulla guerra, sul semplicissimo essere donna, nei secoli; con linguaggio pulito e colloquiale, le poesie esplorano storie e sensi, raccontano e stigmatizzano un mondo senza tempo.
Guarda fuori è, infine, l’apripista della collana Gaytags, con due racconti che tratteggiano con delicatezza sia le relazioni personali sia la vita di famiglia; nel secondo racconto, specialmente, è la famiglia negata a fare da protagonista, con un bambino che diventa pomo della discordia e merce di scambio in una separazione. Temi fondamentali e necessari, espressi in una scrittura particolarmente elegante e sensibile.
Nuovamente 18:30 ha fatto centro, regalandoci momenti di riflessione, “brevi ma intensi”.
Un certo tipo di romanzo d’avventura che riscuote oggi un certo successo commerciale ha sempre trovato in Italia scarsa rappresentativa, vuoi per l’amore dei nostri scrittori per temi più pomposi, vuoi per una scarsa tradizione narrativa nostrana in tal senso.
Alberto Ongaro ha rappresentato negli anni forse la più felice eccezione a questa mancanza. Veneziano, già giornalista e autore di fumetti, con alle spalle molti anni trascorsi in Sudamerica e in Inghilterra, Ongaro è il brillante autore di questo La taverna del Doge Loredan, romanzo risalente agli anni 80 e che rispolvero perché è sicuramente un lavoro emblematico della sua produzione, caratterizzata ancora oggi da storie avvincenti e soluzioni narrative sempre sorprendenti, incastri temporali e giochi del destino a guidare e sparigliare le sorti dei personaggi.
In questo caso ci troviamo di fronte all’ormai classico espediente del libro nel libro: un volume ritrovato da un antiquario veneziano racconta e riporta alla luce una storia di molti decenni prima, la picaresca vicenda di Jacob Flint e del suo antagonista, il contrabbandiere maledetto Fielding.
In un sapiente gioco di rimandi fra passato e presente, di cui non voglio svelare assolutamente niente, le due vicende si intrecciano, fra avventure condite di duelli ed erotismo, amore per la letteratura e gioco a viso aperto col lettore. La scrittura di Ongaro è elegante ma concreta, popolare e raffinata allo stesso tempo, sa affascinare come una delle corti veneziane in cui si muovono i protagonisti del racconto e sa ammantare di mistero una narrazione fluida e appassionante.
Come può del resto un appassionato di storie d’avventura sfuggire al fascino di una frase come “Quella sera guidato da capitan Viruela mi diressi verso la “Taverna del Doge Loredan”. Devo anche dire che il cuore mi batteva forte come se sapesse, lui il cuore e non io, che stavo andando incontro al mio destino?”. Tale è infatti la frase del libro ritrovato che attrae per prima l’antiquario Schultz e che ha il potere magico di innescare la fascinazione e di trascinarlo nella vicenda. E ovviamente, noi con lui.
Da gustare con un vino Veneto, magari di un certo lignaggio, come un ottimo Amarone.
Torno a parlare di Antonio Amurri, storico autore della tv italiana nonché scrittore ed umorista, con questo prezioso romanzo del 1987, naturalmente introvabile al giorno d’oggi, ma che sarebbe adattissimo ad una lettura estiva col sorriso sulle labbra.
A fianco alla sua produzione dedicata all’analisi al vetriolo della famiglia italiana con i vari Piccolissimo, Piccolissimo vent’anni dopo, e tutta la serie dei Come ammazzare… Amurri scrisse anche alcuni romanzi, di cui questo fu l’ultimo, e il più peculiare. Più di là che di qua infatti è una commedia impregnata di humour nero i cui protagonisti principali sono infatti dei fantasmi.
Fantasmi che assistono, invero molto mondanamente, alla vicende dei loro congiunti viventi: Milena è la ricchissima moglie defunta di Francesco, il quale, oltre ad essersi ritrovato erede di un immenso patrimonio si è risposato con Elvira, che a sua volta però cade ben presto in coma, vittima di una misteriosa malattia tropicale e che si ritroverà ben presto a tu per tu con la rivale deceduta.
Se aggiungiamo che Milena trascorre la sua esistenza ultraterrena in compagnia nientemeno che di Oscar Wilde (che assume il ruolo di una sorta di disincantato Virgilio) e di altre figure di contorno di trapassati celebri che si danno ritrovo in party ectoplasmici alle spalle dei viventi, ci sono tutti gli ingredienti per una messinscena surreale e divertente dove il senso dell’umorismo molto britannico di Antonio Amurri si ritrova a proprio agio, raccontando la vicenda con i suoi toni garbati e i suoi dialoghi sempre brillanti, quasi da sit-com ante-litteram.
L’ambientazione è quella di una villa dell’alta borghesia in una non meglio precisata località della Riviera del Brenta, alle porte di Venezia, ed è il pretesto per farvi fare scalo a defunti celebri in villeggiatura, da Hemingway a Peggy Guggenheim, con alcune trovate gustose come i fantasmi inglesi che non potendo più bere concretamente il tè delle cinque si accontentano di vederlo bere nei salotti terreni di cui sono ospiti.
Un umorismo che sospetto non si scriva più, o così mi pare. Se vi capita, magari scovandolo in qualche bancarella, assaporatelo con un Prosecco di Valdobbiadene, ovvero, citando doverosamente incipit e finale del libro… bianco su bianco.
Avete presente una di quelle bancarelle dove vendono libri a metà prezzo? Accanto c’è sempre una specie di carretto tarmato dove, buttati alla rinfusa e senza rispetto, ci sono libri in vendita ad un euro soltanto. In questa massa eterogenea (e un poco ingiallita) si trovano opere che hanno avuto poca fortuna o scritte da autori rimasti sconosciuti. Ma non sempre è così.
Rovistando nel mucchio, alla ricerca di qualcosa da leggere, ho trovato un piccolo classico del Fantasy: Spade tra i ghiacci di Fritz Leiber.
Il nome dell’autore non mi diceva nulla, ma la qualità dell’opera mi ha fatto subito capire che non era certo l’opera unica di un poeta polacco morto suicida (riconoscete la citazione?)!
Piccola ricerca sulla rete e scopro che Fritz Leiber è stato un pluri-premiato scrittore di Fantasy e Fantascienza nonché l’antesignano del genere sword and sorcery cui appartiene il libro in questione.
Spade tra i ghiacci fa parte di una serie di romanzi ambientati nel Mondo di Nehwon con protagonisti due simpatici scavezzacollo: Fafhrd, un barbaro appassionato di filosofia, ed il Gray Mouser, un ladro astuto e problematico. Amanti dell’oro, del vino e delle belle donne i due passano allegramente da un’avventura all’altra ma, a differenza di altri personaggi del genere, non disdegnano di interrogarsi sulla propria esistenza e sui massimi sistemi.
Lo stile generale dell’opera è volutamente alto, come se fosse scritta da uno autore di un paio di secoli fa, pieno di considerazioni filosofico-psicologiche, frasi roboanti e termini tanto desueti che a volte è un po’ difficile da leggere. Il tutto condito con ironia, umorismo ed originalità.
Tra i capitoli più originali c’è il primo dove assistiamo ad una elaborata trama volta alla prematura fine dei due eroi. A ordire il tutto è l’incarnazione “locale” della morte che in meno di venti battiti di cuore tenta di eliminarli intrecciando magicamente la morte di varie persone…
Se volete un bel romanzo di sword and sorcery all’antica, pieno di umorismo e filosofia, vi consiglio Spade tra i Ghiacci e gli altri libri della serie. Se non lo trovate sugli scaffali (causa età) fate un salto al carretto tarmato. Qualcosa di interessante si trova sempre.
Della non vasta produzione di Jane Austen, autrice inglese vissuta a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, Orgoglio e pregiudizio è senz’altro il titolo più famoso, e non a torto. Nonostante abbia letto e riletto tutti i libri dell’autrice, non posso che trovarmi d’accordo con la fama che accompagna questo che è un classico della letterattura inglese ed eleggerlo indiscutibilmente come il suo capolavoro.
La trama apparentemente non si discosta da quello che è il marchio di fabbrica austeniano: la campagna inglese della borghesia benestante a cui la stessa autrice apparteneva fa da sfondo a delicate storie romantiche, con il lieto fine dietro l’angolo. Eppure qui la penna di Jane Austen era all’apice della sua forma, mentre creava i personaggi probabilmente migliori di tutta la sua produzione.
Lei, che rimase nubile per tutta la vita, in Orgoglio e Pregiudizio, mettendo in campo la signora Bennet, una madre un po’ vanesia e sciocca la cui ragione di vita è di trovare dei mariti per le cinque figlie, con malizia prende in giro la società del suo tempo che vedeva come unico destino per le fanciulle un matrimonio ben riuscito.
Vari sono gli accadimenti a cui assistiamo nel corso della vicenda e che porteranno a diversi matrimoni in casa Bennet prima della parola fine, ma tutti sono figli dei due sentimenti che danno il titolo al romanzo e che sono i veri motori di tutta la vicenda.
È l’orgoglio quello che guida Darcy, ricco ed avvenente scapolo, quando si ritrova suo malgrado innamorato di Elizabeth Bennet. Fraintendendo completamente la personalità della ragazza e considerandosi perciò superiore a lei sotto vari aspetti, le farà una dichiarazione d’amore così densa di amor proprio da farsi respingere con ferocia dalla ragazza. È pregiudizio ancora quello di Darcy, che spinge l’amico Bingley a lasciare Jane Bennet, convintosi, dopo aver ascoltato uno sproloquio della signora Bennet, che la ragazza sia solo a caccia dei soldi del giovane.
È orgoglio anche quello ferito di Elizabeth dalla prima dichiarazione di Darcy, che è troppo intelligente per non comprendere quanto l’atteggiamento vanesio della madre e delle sorelle più piccole non danneggi lei e Jane. E proprio da qui ha origine il suo pregiudizio verso Darcy, che la porterà a fraintendere del tutto il carattere dell’uomo, esattamente come Darcy aveva frainteso il suo.
Accanto ai due primi attori, anche i – riusciti – personaggi secondari finiranno a volte vittima delle stesse emozioni contrastanti, che creeranno non pochi equivoci.
Con maestria Jane Austen ci farà vedere che il lieto fine attenderà anche i personaggi di questo romanzo, ma non prima che essi abbiano ingoiato il loro orgoglio e superato i loro pregiudizi.
Se amate i romanzi romantici fatti di pizzi e trine, resterete incantati da questo classico che dopo due secoli ancora non ha perso un briciolo del suo charme.
Quando sono triste c’è un’unica lettura capace di tirarmi su il morale: si tratta di un vecchio romanzo di quelli che venivano regalati alle “signorine” ai tempi di mia mamma. Il titolo è Penny Parrish – In America si vive così , di Janet Lambert (Edizioni Paoline). Che cos’ha di speciale questo libro, da far sì che io gli abbia affidato questo grande potere?
Provo a spiegarvelo, anche se temo che per alcuni di voi potrebbe rivelarsi una lettura un po’ stucchevole.
Siamo negli Stati Uniti, negli anni’30: Penny Parrish è una quattordicenne figlia di un capitano militare di stanza a Fort Knox. È una ragazzina meravigliosa, con una famiglia numerosa e stupenda e un sacco di amici. La sua avventura comincia quando la coetanea Carrol, nipote di una vecchia conoscente, arriva alla cittadella militare per passarvi l’estate.
Da questo punto Janet Lambert ci narra con tratto lieve e sempre frizzante l’adolescenza e la prima giovinezza delle due ragazze che diventeranno amiche per la pelle e supereranno un’incredibile quantità di ostacoli con coraggio e dolcezza. Carrol sposerà il bel fratello di Penny, David, mentre la nostra protagonista si lancerà in una sfolgorante carriera di attrice di teatro e troverà l’amore solo in Josh Mac Donald, bel tenebroso e regista delle sue commedie.
Il punto debole, per un lettore odierno, è il modo in cui la famiglia Parrish viene descritta: non c’è nessuno che abbia un seppur minimo difetto. Sono tutti belli, buoni, simpatici e intelligenti. E così è per la maggior parte dei personaggi di contorno (persino la “cattiva” Louise è descritta come una sfolgorante bellezza). Alla lunga questo potrebbe stancare, ma…no, io non mi stanco mai di leggere e rileggere questa storia. La Lambert non si fa mancare niente: amori, amicizie, rivalità, drammi personali, separazioni e riconciliazioni, guerra e pace e il tutto senza dare mai l’idea di avere tra le mani un polpettone.
Per noi, a dare un tocco di originalità sono l’ambientazione militare, che l’autrice conosceva benissimo in quanto moglie di un ufficiale, e – nell’ultima parte – l’ambiente di Broadway a metà degli anni ’40, che non è certo parte del comune immaginario.
Lo stile è leggero e sfavillante, i dialoghi semplici e puliti e non c’è mai una pagina in cui una lettrice (si, mi rivolgo alle ragazze) potrebbe annoiarsi.
La prima parola che mi viene in mente quando penso a questo libro e ai suoi personaggi è “simpatia”: anche se la caratterizzazione di ognuno è relegata a canoni totalmente positivi, occorre sottolineare che nessuno di essi risulta insopportabile, perché ad ognuno è affidata una parte convincente all’interno della vicenda.
Infine, è divertentissimo sognare di essere con Penny ai balli del Circolo Ufficiali, o nei cafè dove le star si davano appuntamento per il brunch…Ecco, leggere “Penny Parrish”, per me è un po’ come rivedere uno di quei film in bianco e nero che, anche se un po’ datati, conservano sempre classe e grazia.
Sono spiacente, ma credo che possiate trovare il romanzo solo da qualche collezionista su e-bay: sembra infatti che il mondo moderno non abbia più tempo per questo genere di storie. Io però ce l’ho, nel mio vecchio baule, e ne sono felice.