Tutto è iniziato da qui. Da un'idea di informare il maggior pubblico possibile e sostenere una linea molto diffusa tra i piccoli e onesti editori; un'idea che, per inciso, aveva il mio appoggio, benché ne rilevassi la poca portata operativa sul fronte degli editori. Ma. Ma sono successe nuove cose, anche se non sotto il sole, parafrasando il titolo di un post proprio di Moscatelli.
Per rendere il post sintetico esporrò solo le mie considerazioni, ma la discussione integrale, senza una virgola di alterazione (anche se sospetto di aver perso qualche virgoletta, in realtà, nel passaggio in pdf) è scaricabile proprio qui, a disposizione di chi volesse approfondire il motivo per cui, pur condividendo le motivazioni espresse nel suo documento, io non firmerò.
Io ho fatto una scelta, dettata da due considerazioni. La prima, quella espressa in forma di abbozzo nella mia dissertazione precendente, che uno scambio di link comunque sia uno strumento di marketing, non uno strumento per combattere l'editoria a pagamento. Per capirci: se io sono contrario all'esistenza delle pellicce (e lo sono), non mi basta dire "io non compro pellicce e nemmeno i miei amici"; devo anche operare in modo da far cessare lo scempio nei confronti degli animali "da pelliccia" (e ci provo).
Così il manifesto, che riporta idee condivisibili, secondo me non si adopera per far cessare l'editoria a pagamento (beh, poi chiamarla editoria è un po' troppo). Dirsi: noi siamo più buoni/bravi/belli ed esistiamo è utile solo a noi editori, non è utile alla causa.
Seconda considerazione: io posso condividere un'idea e non il modo in cui viene portata avanti. Tornando al paragone con le pellicce, io posso scegliere per combattere la mia battaglia degli strumenti legali e degli strumenti illegali, degli strumenti d'impatto e degli strumenti di lungo termine; insomma, ne ho un'ampia gamma, e quelli ...
Di recente molti libri rivisitano l'olocausto, da quello della Nothomb fino al tuo: per quale motivo generazioni che non hanno avuto un contatto diretto con quell'epoca sono così attratte dal narrarla, e quale ha spinto te?
Uh, la Nothomb. Immagino tu faccia riferimento ad “Acido solforico”. Ignoro cosa abbia spinto lei (che come scrittrice è molto più furba di me) a intraprendere quel cammino, ma per quel che mi riguarda posso dirti questo: la generazione che ha avuto un contatto diretto con la realtà concentrazionaria ha potuto far leva sulla vicinanza storica degli eventi, su ricordi vividi ed esperienze scioccanti vissute direttamente (a volte più, a volte meno) e non in prospettiva.
Quella seguente ha potuto contare sulle testimonianze di chi ha vissuto e narrato.
Ma gli anni passano e molte voci autorevoli si spengono o si affievoliscono. Senza di loro è tutto più complicato, il messaggio perde forza e chiede di riconquistare vigore attraverso l’operato delle nuove generazioni, che hanno il dovere di portare avanti la memoria degli eventi. Compito che diverrà viepiù pressante quando non ci saranno più testimoni diretti della follia nazista. Quando tutto potrà essere non interpretato (come accade già oggi) alla stregua di una banale distorsione della realtà storica, ma imposto come leggenda, come fatto mai accaduto.
Purtroppo molta gente crede che un solo giorno, il 27 gennaio, sia più che sufficiente per commemorare. E che commemorare un giorno all’anno sia più che sufficiente per impedire il ritorno di certe nefandezze ideologiche. Ecco perché il negazionismo ha sollevato la testa: perché qualcuno gliel’ha permesso, con la sua superficialità. Si ritiene erroneamente che una maglietta col faccione di Che Guevara sia la migliore argomentazione contro il nazifascismo, e che a un soggetto engagè basti seguire l’iter della commemorazione comandata. Un contentino che ha trasformato il 27 gennaio in una barzelletta, ...