Tutti gli articoli su morte

La ragazza che voleva di più, Cody

Scritto da: il 22.09.09 — 4 Commenti
Se muori vendi il doppio, nel rock. Funziona così da sempre ed è una legge che non cambierà mai. Liza Cody ci presenta in La ragazza che voleva di più una vedova quasi-inconsolabile, Birdie, che sopravvive al proprio compagno – acclamato e divinizzato frontman e cantante di un gruppo super in voga nell’ambiente underground e poi non solo – con lo stesso sfacelo negli occhi di Courtney Love. Solo che più cinica. Ogni parola è fondamentale per entrare nelle meccaniche della fuga dalla gloria e il tentativo di ritorno sulla cresta dell’onda. Birdie se la cava facendo la consulente free-lance e succhiando soldi alla sorella e altri vecchi amici per sopravvivere e sfuggire al fisco inglese, che la considera debitrice di un’enorme somma di denaro. Ricorre senza vergogna a trucchi illegali, e si muove per il paese a seconda di dove può appoggiarsi. Alla morte del marito, le case discografiche la privano di ogni cosa e la abbandonano a sé stessa, condannandola a sfuggire al fisco che la ritiene invece debitrice nei confronti dello stato per non aver tassato l’introito (in realtà mai ricevuto). Quando la neo-cinquantenne ex-bambolona-del-rock realizza di possedere degli inediti audio del marito (You know you’re right, canticchierebbe qualcuno) e addirittura un filmato che lo immortala poco prima della sua morte, grazie all’astuzia che da sempre la contraddistingue, e alla tenacia, si metterà in guerra con le case discografiche maggiori pur di avere quel che le spetta dell’eredità di Jack. Un romanzo tutto rock che però lascia un po’ a fare da cornice il sesso, la droga e anche il rock stesso. Piuttosto si parla di soldi e mancanza di soldi e amministrazione di soldi. Nonostante la furbata di fondo quindi, La ragazza che voleva di più è un romanzo inaspettatamente fuori dagli schemi, anche da quelli che sembra proporre. Ogni capitolo viene anticipato ...

Il figlio del cimitero, Gaiman

Scritto da: il 28.07.09 — 8 Commenti
PREMESSA: l’autrice informa di essere una fan sfegatata del signor Neil Gaiman. Nel senso che, se anche costui scrivesse le istruzioni di un medicinale, le leggerebbe con avidità trovandole interessanti. Il vostro Elfo si scusa, perciò, se la seguente recensione risulta “un tantino di parte”. Periodo di grande fermento per i fan di Neil Gaiman: mentre nei cinema sta esplodendo il successo di Coraline e la porta magica, nelle librerie è uscita l’ultima fatica dell’autore britannico: Il figlio del Cimitero, per le edizioni Mondadori. A chiunque trovasse il titolo un po’ troppo macabro per proporlo al proprio figlio/nipotino/cuginetto suggerisco di gettarsi alle spalle il pregiudizio: come è specialità di Gaiman, il punto di vista slitta in continuazione e in molteplici occasioni si ribalta addirittura, perciò il cimitero di cui parliamo è tutt’altro che un luogo cupo e terrorizzante. La storia si apre con l’assassinio di un’intera famiglia, narrato dal punto di vista… del coltello; un particolare che allenta la tensione facendo intuire l’orrore senza mai mostrarlo (siamo pur sempre alle prese con la letteratura infantile). L’unico superstite è il figlio minore che, nonostante abbia appena imparato a camminare, riesce a raggiungere il cancello del vicino cimitero. Qui i morti, una combriccola di allegri fantasmi, si accorgono di lui e decidono di adottarlo, dandogli il nome di Nobody. Attraverso le quasi trecento pagine del romanzo, i (piccoli?) lettori possono seguire l’infanzia e la prima adolescenza di Bod, che vive in una realtà protetta e sospesa tra la vita reale e il mondo dei defunti, che è molto più divertente di quanto chiunque possa aspettarsi. Purtroppo l’assassino della sua famiglia è ancora alla sua ricerca per “finire il lavoro” e il ragazzino non potrà ritenersi al sicuro finché non lo avrà affrontato ed avrà compiuto il suo destino, ma ancora più difficile sarà ...

Ad occhi aperti, Memorie di Adriano, Yourcenar

Scritto da: il 02.07.09 — 2 Commenti
***Avvertenza: questo libro è già stato recensito da Tom Traubert: ma poiché la lettura è un processo creativo, ritengo che sia non solo utile ma anche piacevole vedere lo stesso libro con occhi diversi. Livia*** Ci sono libri la cui portata letteraria è tale da mettere in difficoltà, credo, non soltanto il critico esperto ma anche il più modesto recensore. Le Memorie di Adriano (1951) di Marguerite Yourcenar (1903-1987) è proprio uno di quelli. È senz'altro un capolavoro ma non è poi così semplice spiegare perché lo sia a chi deve ancora leggerlo. La situazione è nota: l'imperatore Adriano (al secolo Publio Elio Traiano Adriano, 76-138 d.C.), vecchio, malato e prossimo alla fine (una volta tanto non violenta come quella di tanti suoi predecessori), racconta in una lettera a Marco Aurelio la propria vita: “la meditazione scritta d'un malato che dà udienza ai ricordi”. E questo gli offre l'opportunità per riflessioni davvero acute, al punto da domandarsi se quello che si sta leggendo sia un romanzo (storico? filosofico?, politico?), un saggio, una biografia o che altro; e uno dei motivi per cui merita l'appellativo di capolavoro sta probabilmente nella capacità dell'autrice di far convivere e amalgamare i vari generi in un'armonia frutto dello stile scritturale al contempo semplice e raffinato, talvolta poetico. La carriera del protagonista, la sua ascesa politica e militare e il suo stesso modo di governare ed essere Imperatore, son tutti informati da un'educazione greca che lo portano ad un equilibrio, ad un amore per la cultura e il bello probabilmente assenti in altri imperatori. “Humanitas, Felicitas, Libertas: queste belle parole incise sulle monete del mio regno, non le ho inventate io” e, tuttavia, son le tre parole-chiave che muovono e guidano sin dall'inizio della sua “amministrazione”, i suoi desideri e le sue riforme. Dalle sue considerazioni sulle leggi, il modo di ...

Accabadora, Murgia

Scritto da: il 11.06.09 — 5 Commenti
Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora: Mi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora. Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia. D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero. Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più ...

L’estate dei morti viventi, Lindqvist

Scritto da: il 08.05.09 — 8 Commenti
Cosa succederebbe a una città come Stoccolma se un giorno di una torrida estate i morti cominciassero a risvegliarsi? Come reagirebbe la collettività, nel doversi confrontare con coloro che considerava persi per sempre? Li vedrebbero come un morbo da curare? Un fenomeno scientifico da studiare? Un mistero insondabile in cui cercare un messaggio di Dio? Queste – forse – le domande alla base del romanzo L'estate dei morti viventi, dell'abile scrittore svedese John Ajvide Lindqvist. L'autore, dopo il vampirismo in Lasciami entrare, riprende in mano un altro tema classico della letteratura orrorifica, gli zombies. Di nuovo, come già con il suo primo successo, capovolge l'immagine stereotipata del tema e ci presenta "il mostro" da un'angolazione particolare, inusuale. Lindqvist non sembra raccontare niente di nuovo mentre descrive i morti che si risvegliano nelle camere mortuarie e nei cimiteri di Stoccolma come creature dall'aspetto ripugnante, dai corpi decomposti o orrendamente mutilati dalle ferite che ne hanno provocato la morte. Eppure l'autore non tarda a smentire ogni nostra certezza di sapere cosa aspettarci, a cominciare dal fatto che i suoi redidivi non sono le creature affamate di carne umana raccontate fino a qui dalla letteratura e dalla cinematografia classiche. All'apparenza i defunti sono inoffensivi, ma giacciono in uno stato quasi catatonico, senza una chiara coscienza di sé stessi o di coloro che li circondano. I parenti che avevano iniziato a scendere a patti con il loro lutto si ritrovano di fronte a cadaveri viventi che conservano forse deboli tracce di quello che furono, ma che ora sembrano essere inevitabilmente... altro. Lindqvist ci racconta del caos in cui sprofonda la città, divisa dalla speranza di poter avere una seconda occasione con le persone amate e dalla paura dell'ignoto che essa rappresenta: e se il messaggio finale fosse che i morti devono rimanere tali? La fine del libro, in un certo ...

Spade tra i ghiacci, Leiber

Scritto da: il 30.04.09 — 3 Commenti
Avete presente una di quelle bancarelle dove vendono libri a metà prezzo? Accanto c’è sempre una specie di carretto tarmato dove, buttati alla rinfusa e senza rispetto, ci sono libri in vendita ad un euro soltanto. In questa massa eterogenea (e un poco ingiallita) si trovano opere che hanno avuto poca fortuna o scritte da autori rimasti sconosciuti. Ma non sempre è così. Rovistando nel mucchio, alla ricerca di qualcosa da leggere, ho trovato un piccolo classico del Fantasy: Spade tra i ghiacci di Fritz Leiber. Il nome dell’autore non mi diceva nulla, ma la qualità dell’opera mi ha fatto subito capire che non era certo l’opera unica di un poeta polacco morto suicida (riconoscete la citazione?)! Piccola ricerca sulla rete e scopro che Fritz Leiber è stato un pluri-premiato scrittore di Fantasy e Fantascienza nonché l’antesignano del genere sword and sorcery cui appartiene il libro in questione. Spade tra i ghiacci fa parte di una serie di romanzi ambientati nel Mondo di Nehwon con protagonisti due simpatici scavezzacollo: Fafhrd, un barbaro appassionato di filosofia, ed il Gray Mouser, un ladro astuto e problematico. Amanti dell’oro, del vino e delle belle donne i due passano allegramente da un’avventura all’altra ma, a differenza di altri personaggi del genere, non disdegnano di interrogarsi sulla propria esistenza e sui massimi sistemi. Lo stile generale dell’opera è volutamente alto, come se fosse scritta da uno autore di un paio di secoli fa, pieno di considerazioni filosofico-psicologiche, frasi roboanti e termini tanto desueti che a volte è un po’ difficile da leggere. Il tutto condito con ironia, umorismo ed originalità. Tra i capitoli più originali c’è il primo dove assistiamo ad una elaborata trama volta alla prematura fine dei due eroi. A ordire il tutto è l’incarnazione “locale” della morte che in meno di venti battiti di cuore tenta di eliminarli ...

La donna abitata, Belli

Scritto da: il 22.04.09 — 4 Commenti
Ogni tanto si ha la fortuna di incappare in un romanzo che tra le sue pagine amalgami perfettamente finzione e realtà, riflessione e sentimento, storia e magia. La donna abitata della nicaraguense Gioconda Belli, pubblicato in Italia da Edizioni E/O, è uno di questi libri. L’autrice, un tempo militante del fronte sandinista, prende spunto dalla propria vicenda personale per narrarci la storia di Lavinia, una giovane architetto che vive in una immaginaria città del Sudamerica, oppressa da una feroce dittatura militare. Sul posto di lavoro l’incontro con Felipe, collega e capo di un’organizzazione rivoluzionaria, la mette davanti a una scelta: continuare con la vita di sempre, nascondendo la testa nella sabbia, oppure iniziare una lotta contro la tirannia che però ha come clausola quasi certa una fine prematura. Il tocco magico è dato dalla presenza dello spirito di un’altra donna, Itzà, una guerriera indigena che aveva combattuto la conquista spagnola, che si incarna in un arancio e, attraverso uno dei suoi frutti, riesce a penetrare nel corpo di Lavinia per guidarne l’istinto. Un libro come questo non può lasciare indifferenti: oltre all’intelligente riflessione sulla necessità o meno di una lotta armata contro l’oppressione, la Belli sviscera tematiche molto care al pubblico (soprattutto femminile), scrivendo con un linguaggio diretto e figurativo, utilizzando spesso immagini naturali e scavando nelle profondità psicologica dei personaggi. Lo stile è infatti intenso, appassionato, mai eccessivo: un grosso pregio per un romanzo che fa dell’emotività della protagonista il suo fiore all’occhiello. Tematica non meno forte è quella della morte: i guerriglieri non sono fanatici spinti al sacrificio, ma esseri umani in lotta per un ideale, seguiti passo passo dalla paura, che viene intesa come inevitabile compagna del cammino scelto. Sia l’indigena che la moderna guerrigliera vivono storie d’amore e di dolore che sembrano coincidere in un unico destino; nonostante la distanza temporale ...

Storie di animali e altri viventi, Asor Rosa

Scritto da: il 21.11.08 — 8 Commenti
Un animale, il suo diario, la vita con un bibliomane... sembra che Firmino, la tarma Marta e gli insetti di  Weiss siano in buona, ottima compagnia. Nessuna causa di plagio però a questo libro, dato che è già alla nona ristampa dal 2005, e che è stato scritto da Alberto Asor Rosa. Storie di animali e altri viventi è uno dei suoi due libri di narrativa (l'altro è L'alba di un mondo nuovo) e affronta il tema della convivenza di pelosi umani e pelosi quadrupedi dalla prospettiva di questi ultimi. Se gli altri testi che ho citato sull'argomento oscillano tra la fiaba, la satira ed il pulp (in stretto ordine), questo è quasi un'autobiografia ironica scritta con un'ottica rovesciata, vista dal basso dei quattrozampe. Gli umani sono anche questa volta comprimari, destinati ad essere analizzati impietosamente secondo due prospettive e due filosofie apparentemente divergenti, quella del gatto e quella del cane di casa. Ma lungo il romanzo le due coscienze sono destinate a scontrarsi, incontrarsi e, in qualche modo, unirsi. Giappone, animali, lettura, cultura, e già dalle prime pagine è stato un colpo di fulmine: trovare i miei argomenti preferiti dispiegati nell'arco di una ventina di pagine ed in un modo così frizzante non poteva che conquistarmi. Asor Rosa, poi, è abilissimo nel tratteggiare le differenze psicologiche principali delle due razze di cui ci parla, cani e gatti, senza cadere negli stereotipi diffusi sui loro atteggiamenti e sulla loro intelligenza; con grande sensibilità racconta emozioni ed esperienze del vissuto comune di questa famiglia mista. Il brio diminuisce un poco verso la fine, lasciando il posto a riflessioni più mature, su convergenze e divergenze tra le specie e sui temi universali, come è consono ad una biografia che accompagna dalla nascita alla fine della vita. Su stile e scrittura ho poco da dire: Asor Rosa è meritatamente famoso ...

Una casa nel buio, Peixoto

Scritto da: il 03.11.08 — Comments Off
Uno dei migliori incipit in cui mi sia imbattuta in questo semestre è quello di Una casa nel buio di José Luís Peixoto: semplice, diretto, evocativo. Di quelli che invogliano a sapere qualcosa di più, dove l'autore voglia "andare a parare". Il volume è composto da due parti distinte: per la maggior parte è occupato dal romanzo vero e proprio, per lasciare spazio, nelle ultime venti pagine, ad una silloge di poesie dello stesso autore e ad un brevissimo saggio di Vincenzo Russo. In principio non si afferra bene la trama: c'è il protagonista, con una ecolalia continua di sé stesso, uno scrittore che ripete le parole. Pian piano appaiono i comprimari, le schiave, la madre, il principe, la donna e molte altre figure. Procedendo si scopre che ciò che li lega, oltre la casa vera e propria, è la ricerca del significato dell'amore, ognuno per la sua strada, ognuno col proprio sentimento specifico, ognuno fino al proprio epilogo. Attraverso la coscienza dello scrittore dai tre nomi, chiaro alter ego dello stesso Peixoto, seguiamo tutti questi percorsi per giungere ad una conclusione comune. Quasi non c'è ambientazione, il buio del titolo avvolge ogni coordinata spaziale e temporale, lasciando emergere i pensieri, i ricordi, le immagini nella mente del narratore, che è poi il protagonista della storia. La catastrofe, le catastrofi, non sono che accidenti esterni, inevitabili e inspiegabili, che però non incidono realmente sugli eventi interiori. La scrittura alterna lunghe sequenze di paratassi a periodi più articolati; ed è in qualche modo una scrittura poetica e ricorsiva, quasi ripetitiva, che sarei curiosa di ascoltare in lingua originale, e che deve essere stato difficile tradurre quanto è difficile addentrarvisi leggendo. Probabilmente senza il saggio in chiusura avrei perso una porzione di senso del romanzo, molto complesso per le particolarità stilistiche e narrative che presenta. Consigliato quindi solo ...

Halloween tutto l’anno – Lenore, Dirge

Scritto da: il 31.10.08 — 2 Commenti
Cosa c'è di più tenero di una bimba che prepara un tè per i suoi amici e le sue bambole? Beh, nel caso della piccola di Roman Dirge, Lenore, tenero è il termine più distante dalla realtà. Perché Lenore sa essere ingenua, forse anche ogni tanto gentile, ma né tenera né buona. Piccole ossa e Piccole ossa crescono sono i due volumetti (finora gli unici in Italia) delle avventure di questa bambina bionda un po' stralunata ed eterna. Eterna non tanto perché fumetto, ma perché essendo già tornata dal mondo infero è difficile che possa morire di nuovo. Dal capovolgimento del cliché di Riccioli d'oro derivano avventure paradossali, in compagnia di strani umani ed animali, di questa bimba ferma da cent'anni ai suoi dieci. Lenore ha il gusto del macabro, il suo senso estetico è rovesciato tanto da farle avere strane reazioni alla vista di un semplice orsetto di pezza; a questo corrisponde un tratto che, da profana del fumetto, definirei "stralunato", con accentuazione dei caratteri grotteschi. Non è un caso che abbia riscosso l'apprezzamento di un visionario come Tim Burton, con i suoi personaggi che, per quanto oscuri, sono portatori di valori che i "normali" hanno perduto (penso alla Sposa cadavere ma anche a Nightmare before Christmas, Big Fish e tutta la sua produzione). In aggiunta ci sono le strisce dell'autore su sé stesso e la sua vita come prestigiatore, esilaranti per la capacità di autoironia, e le rivisitazioni di Lenore disegnate da altri famosi fumettisti, tra cui Nathan Cabrera e Steven Daily. Consigliato a chi, come me,  apprezzi l'estetica del difforme, dello strano e dell'assurdo.
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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