Per chi se lo stesse chiedendo, mi sono persa – al cinema – il film L’eleganza del Riccio. Per non ripetere l’esperienza, anche se sul mio comodino c’è una Torre Pendente di libri che fa invidia a Pisa, ho piazzato in pole position Amabili Resti di Alice Sebold (Edizioni E/O), in quanto la fascetta strilla che a breve uscirà la trasposizione cinematografica ad opera di Peter Jackson.
Me lo sono letto d’un fiato, dunque, e, se ci penso, mi salgono ancora le lacrime agli occhi.
La prima cosa che vorrei sottolineare è che ammiro molto autori come Alice Sebold, perché sono in grado di narrare anche il più efferato dei crimini senza eccedere mai nei termini, né nel sentimentalismo: in questo senso Amabili Resti poteva essere un libro molto rischioso. Si tratta infatti di una storia di morte e dolore che, nelle mani sbagliate, avrebbe potuto risultare di una pesantezza insostenibile. Invece è un gioiello.
La storia comincia nel 1973. “Comincia” è forse un termine improprio, in quanto l’inizio vede lo stupro e la morte della protagonista, la quattordicenne Susie Salmon. Quindi possiamo dire che la storia parte con una fine, una fine per di più cruenta e dolorosa. Il corpo di Susie viene fatto a pezzi e gettato in una discarica dall’assassino, un vicino di casa dall’aria insospettabile di nome George Harvey.
Il suo spirito, però, sopravvive in una sorta di mondo soprannaturale che la ragazzina chiama “il Mio Cielo” e da cui può osservare il proseguire della vita sulla terra. Susie sceglie di restare in qualche modo vicina alla sua famiglia e ai suoi amici ed assiste così allo svolgersi della vita nel suo quartiere, dove tutti in qualche modo sono stati coinvolti dalla sua tragedia e cercano come possono di farvi fronte.
La famiglia Salmon, in particolare, è il fulcro del romanzo, in cui sono magistralmente inserite le dinamiche dell’accettazione del dolore, la crisi, il superamento della stessa, ma anche le fratture più profonde che un lutto simile può creare e il sorgere di dubbi e paure mescolati con la voglia di passare oltre e cercare la serenità che è stata strappata.
La gamma dei sentimenti umani è coperta quasi per intero in un intreccio che non perde un colpo; il substrato mistery (riuscirà il coraggioso signor Salmon a trovare le prove per incastrare il maniaco della porta accanto? E Lindsey, la sorella minore di Susie, è in pericolo? Riusciranno i familiari e gli amici a ritrovare il corpo della ragazzina?) porta il lettore a divorare il libro pagina dopo pagina senza mai avvertire un filo di pesantezza. Ciò è dovuto anche alle descrizioni, sempre nitide e convincenti, anche quando si parla della sfera soprannaturale che era forse la più difficoltosa da delineare.
Una nota di plauso va ad Alice Sebold anche nel metodo di tratteggio psicologico dei personaggi: ben pochi scrittori sono in grado come lei di penetrare la psiche nelle sue molteplici sfaccettature e allo stesso tempo rendere la lettura lieve ed appassionata come una carezza. In Amabili Resti c’è un po’ di tutto: spaccato sociale, introspezione, elaborazione del lutto, superamento del dolore e quel tocco di magia che rende l’insieme unico nel suo genere.
Lo consiglio caldamente, anche se lascia un senso di malinconia che vi accompagnerà per qualche giorno; libri come questo non capitano di frequente.
[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]
Dopo aver recensito qua su Liblog due sue raccolte di racconti torno a parlare, come promesso, di Eraldo Baldini e lo faccio con il romanzo Come il lupo: abbandonate le cupe campagne emiliane che sono state il centro tragico delle novelle di Gotico Rurale e Bambini, ragni e altri predatori, l’autore ci conduce in luoghi impervi e, scopriremo, altrettanto insidiosi.
Siamo sulle montagne del centro Italia, dove fino agli anni cinquanta del secolo scorso vivevano e prosperavano i lupi.
La vicenda centrale del libro si svolge proprio nel secondo dopoguerra, ma la storia ha inizio molto tempo prima: nel 1651 un gruppo di briganti che caccia i lupi sulle montagne del casentino finisce dentro un incubo, uno di quelli senza via di uscita.
Tre secoli dopo la guardia forestale Nazario, che si è rifugiato sugli stessi boschi in fuga da una tragedia personale che non riesce a superare, scopre per caso delle vecchie ossa sepolte a ridosso di una piccola valle nascosta tra i monti, dove si coltiva un ottimo e ricercatissimo vino.
I poveri resti non sembrano impensierire i carabinieri della zona , che cercano di chiudere le indagini quanto prima. Ma Nazario non ci sta, il suo istinto gli dice che c’è sotto qualcosa di strano e cerca delle risposte nella piccola e rigogliosa comunità che prospera grazie ai proventi delle vigne.
Come molte collettività isolate, anche questa è atipica e chiusa in sé stessa. Gli abitanti vivono secondo leggi tutte loro e di fatto riconoscono una sola autorità, quella di una vecchia matriarca che sembra dotata di poteri molto particolari.
Nonna Vera e la sua gente diventano quasi un’ossessione per Nazario, che non riesce a stare lontano da Valchiusa e dai numerosi interrogativi che nasconde. Anche perché c’è Elisa, la sua bambina, rimasta in pianura con i nonni, che durante le crisi epilettiche di cui soffre ha inspiegabili visioni legate alla misteriosa valle e ai fatti di sangue che forse sono avvenuti in essa. Che legame c’è tra tra lei e Vera? E tra gli abitanti della Valle e le vecchie ossa trovate da Nazario?
Non definirei questo libro di Baldini un vero e proprio horror, non dopo aver letto i suoi racconti che fanno spaventare, e sul serio. Questo è piuttosto un thriller con venature mistiche, una punta appena accennata di nero, che non fa fare i balzi sulla sedia dalla paura ma che si fa apprezzare per altre qualità.
La lettura non annoia, lo stile è come sempre impeccabile e la vicenda, anche se si risolve senza grandi colpi di scena finali, risulta ben narrata.
Il punto di forza di Baldini rimane a mio parere il saper dar vita a ambientazioni decisamente affascinanti e anche qua non fa eccezione: ci introduce nel mondo un po’ claustrofobico delle comunità montane dell’Italia di appena sessant’anni fa, piccoli centri che rimanevano isolati dal resto del mondo alla prima nevicata e per diversi mesi, imparando a regolarsi di conseguenza.
Da far leggere a chi ritiene che sono negli Stati Uniti sappiano scrivere dei romanzi mistery di livello. Per farlo ricredere.
Tempo fa una lettrice di Liblog scrisse per consigliare dei libri; incuriosita, me li procurai ma finirono in mezzo alla pila pericolante che sta sopra e intorno al mio comodino. Finalmente è arrivato il turno del primo, La ragazza delle arance di Jostein Gaarder, che si è rivelato una stupenda conferma.
Avevo già apprezzato Gaarder per Il mondo di Sofia, di cui abbiamo parlato in passato, e forse temevo un po’ la lettura di un altro suo romanzo: come con tutti gli autori che mi piacciono, un po’ mi spaventa che possa essere stata una felice coincidenza mai più ripetuta. Ovviamente non è questo il caso.
Il romanzo parte dal pretesto di una “scatola del tempo”, un lungo racconto lasciato da un padre in punto di morte a suo figlio Georg nel futuro, a cui il figlio stesso aggiunge note, riflessioni, puntualizzazioni. Così diventa quasi un dialogo tra il passato e il presente, in cui c’è un Georg lettore quindicenne e un Georg scritto di soli quattro anni, accanto al padre mentre digita la sua storia.
Alternando tempo della scrittura e tempo della lettura, consapevolmente, ci si lascia catturare dai piccoli misteri disseminati lungo il testo e, anche se alcuni magari sono prevedibili, ci si trova rapiti a cercare di scoprire cosa sia davvero successo e chi sia questa ragazza delle arance. In realtà al di sotto di questa traccia c’è un interrogarsi profondo su quali sono le influenze che riceviamo in eredità, come si costruisce il nostro io e, soprattutto, che senso abbia.
Il mondo di Gaarder è, come nel suo romanzo più famoso, un mondo magico, pieno di sorpresa, fiaba e destino, un mondo incantevole in cui anche ciò che accade apparentemente per caso ha un suo significato profondo, sebbene nemmeno i personaggi riescano a immaginarlo. Una storia che parla ancora una volta di famiglia e di affetto, di come si possa essere vicini anche davanti a una distanza incolmabile come quella imposta dalla morte.
Insegna, questo libro, la relatività delle cose importanti e delle priorità, insegna molto altro, ma ancora una volta con uno stile fluido, un lessico semplice e comprensibile da romanzo di formazione. E in questa fluidità le pagine scorrono rapidamente, tanto da poterlo leggere in qualche ora.
Uno di quei libri che, appena finiti, lasciano un’impressione piacevole e portano un sorriso nelle giornate.
Per quegli strani giri che fa la mente, aiutata ormai dall’insostituibile web, la morte di Noorda mi ha portato a pensare ai cambiamenti grafici nei marchi e nelle copertine contemporanee. Così, dopo una rapida ricerca su Issuu, ho trovato questa tesi di laurea davvero interessante, scritta da Davide Di Cataldo nel 2008, curata sia nel contenuto che nella forma.
Ovviamente Noorda è ampiamente nominato, ma come potrebbe essere altrimenti?
Di alcuni non ho letto nulla (e forse scopro l’acqua calda), ma nella mia mente comincia a formarsi l’idea che, del poliziesco e del genere horror e mistero, esista una sorta di scuola emiliano-romagnola. Lucarelli è parmense. Avati e Macchiavelli (Loriano) son bolognesi. Varesi, pur torinese di nascita, ambienta le inchieste del suo Commissario Soneri nel ferrarese (anche se, nell’ultima serie televisiva col bravissimo Luca Barbareschi, i fatti si svolgono a proprio Torino).
Prendendola un po’ alla larga, potremmo nominare anche il bolognese Valerio Evangelisti che col suo Eymerich, di misteri ce ne ha forniti quanto basta. Quindi, benché, non sempre e non tutte le storie abbiano come sfondo l’Emilia-Romagna e la bassa padana, come dicevo, una scuola giallo-horror & mistero di autori di quelle parti ci deve essere. E di essa, un esponente esemplare è, senz’altro, Eraldo Baldini di Ravenna.
Questo suo Come il lupo mi ha ricordato proprio Evangelisti per la sua struttura basata sull’intrecciarsi di epoche diverse. E questo tratto mi ha anche ricordato Varesi: anche nei suoi romanzi spesso i moventi han a che fare se non proprio affondano le radici in un remoto passato solo apparentemente dimenticato. Ed è significativo che i capitoli non abbiano né numero né titolo ma siano semplici ma precise indicazioni temporali “15 novembre 1953” ad esempio.
La vicenda, che ha come protagonista un maresciallo della Forestale – Nazario Minghetti – si dipana iniziando a metà del 1600, investe il suo lavoro ma anche il suo privato: la moglie Angela morta durante sommosse di piazza, la figlia Elisa che, dopo la scomparsa della madre, manifesta fortissime e strazianti crisi epilettiche tanto da impossibilitarla ad andare a scuola.
A questo si aggiungono personaggi bizzarri benché taluni ostentino una normalità che li rende gente comune (o questa “normalità” serve loro a nascondere la bizzarria?), personaggi appartenenti ad una comunità montana sita in una valle – il cui nome non suona affatto casuale: Valchiusa – con pochi e difficili accessi al mondo esterno. Da là nessuno mai se n’è andato e solo negli ultimi decenni qualcuno è entrato: Giuseppe, giovane amico di lunga data di Nazario c’è a fatica riuscito e sta per sposare Carolina.
È una comunità, tutto sommato tranquilla, la cui economia si basa sul buonissimo e raro vino prodotto dalle vigne, la sola pianta che lì si coltivi. L’esperienza e il sapere degli anziani in quel luogo ha ancora un rispettato valore, al punto che la persona cui tutti fan riferimento anche per le – chiamiamole – “comunicazioni esterne” è una vecchia matriarca epilettica pure lei ma che considera la malattia un “dono”.
Oltre che del lavoro nelle vigne, la valle e i valligiani vivono di feste, cerimonie collettive che celebrano antiche tradizioni. Ed è proprio su una di queste che Nazario s’imbatte e nota delle stranezze, stranezze che come funzionario pubblico lo insospettiscono. Ma l’indagine condotta personalmente e in via del tutto ufficiosa lo porterà ad una crisi la cui soluzione soltanto una nota lupa, Veruska, che vive in quei boschi, gli suggerirà nelle ultime pagine, assumendo per alcuni istanti anch’essa un comportamento inaspettato e bizzarro.
E Nazario – maresciallo della Forestale – farà la sua scelta tra i doveri impostigli dal ruolo che ricopre, antiche tradizioni di Morte e le sempre vivide ragioni del Cuore.
E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.
Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?
Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.
Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.
Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.
Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.
E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.
Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.
Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.
Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.
La versione italiana di questo libro, edita da Sperling Paperback, presenta un’aggiunta all’originale: sui nostri scaffali è apparso, infatti, il titolo Christine – La macchina infernale, forse nel tentativo di rendere un riferimento horror immediato al pubblico di Stephen King. Vi chiederete perché io non abbia seguito l’idea della pubblicazione nostrana ed il motivo è che trovo questa precisazione del tutto inutile.
Christine, la vera protagonista della storia, è di fatto un’automobile; per essere precisi è una Plymouth Fury del 1958 che, esattamente vent’anni dopo la sua creazione, finisce nelle mani di Arnie Cunningham. Arnie ha diciassette anni ed un solo buon amico, Dennis Guilder, che nella prima e nell’ultima parte del racconto svolge anche la funzione di narratore.
Che cosa vede Dennis di tanto preoccupante da sentire il bisogno di raccontare una storia?
E come può una macchina usata essere il fulcro di una vicenda che i traduttori italiani hanno pensato bene di accostare al termine “infernale”? Ebbene Dennis comincia dicendo che parlerà di una storia d’amore. C’è il colpo di fulmine, quando Arnie mette per la prima volta gli occhi su Christine e comincia a desiderarla con un impeto sconosciuto; quando riesce ad ottenerla e la famiglia si oppone, combatte per lei ed arriva a cambiare il suo carattere mite e accondiscendente.
Anche Christine cambia: da vecchio rottame si trasforma, grazie alle attenzioni del ragazzo, in uno sfolgorante gioiellino. Fin qui tutto sarebbe idilliaco se i cambiamenti di cui ho parlato non fossero così radicali da far apparire Arnie come se fosse posseduto da un’entità aliena e vendicativa. Quando poi nella vita del giovanotto entra la bella Leigh, Christine diventa gelosa. Mortalmente gelosa.
Dennis capisce che qualcosa non va, ma un brutto incidente sportivo gli impedisce di intervenire. La seconda parte del libro ci viene raccontata da un narratore onnisciente che, con dovizia di particolari, ci mette al corrente di come tutti coloro che possono in qualche modo interferire nel rapporto tra il ragazzo e la sua macchina vengano uccisi da un vero e proprio demone a quattro ruote.
Avvincente, a tratti commovente, Christine è davvero una storia d’amore. Amore malato, senza dubbio, ma talmente intenso da superare la morte. Arnie, in qualche modo, ci ricorda Carrie per il suo essere emarginato e mite ed anche per la furia con cui la sua vendetta si abbatte su coloro che lo ostacolano.
I personaggi secondari sono descritti con grande precisione, come è tipico di King. Conosciamo il loro passato, le loro esperienze, i motivi per cui agiscono. Nulla è casuale e tutto viene calato in una realtà tangibile, che aumenta la sensazione secondo cui nessuno è al sicuro.
Anche in questo libro, infatti, l’orrore è magistralmente mescolato alla quotidianità dei sobborghi americani, miscela per cui King è diventato famoso nel mondo. Il linguaggio fantasioso, lo slang e le descrizioni molto vivide contribuiscono a creare un horror che è al tempo stesso uno spaccato sociale. C’è qualche pennellata di splatter (quanto basta!) specie nelle descrizioni di Roland LeBay, il misterioso primo proprietario di Christine, e molta suspence che tiene incollato il lettore proprio fino all’ultima pagina.
Insomma, Christine è un libro da consigliare a chi non si impressiona facilmente ed ha voglia di qualche brivido di quelli che solo “il Re” sa regalare.
Ieri si è spenta, a 78 anni, la poetessa Alda Merini, all’ospedale San Paolo di Milano nel reparto di oncologia. La Merini è considerata una delle più grandi poetesse del novecento e in tanti chiedono che venga sepolta al Famedio del cimitero monumentale di Milano, come da proposta del sindaco Letizia Moratti.
Ecco un po’ della biografia ufficiale:
Alda Merini è nata a Milano il 21 marzo 1931. Ha esordito giovanissima, a soli sedici anni, sotto l’attenta guida di Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti. La sua prima raccolta di poesie, La presenza di Orfeo, uscita da Schwarz nel 1953 con una presentazione di Spagnoletti, ebbe un grande successo di critica.
Si sono occupati di lei, fra gli altri, Oreste Macrì, David Maria Turoldo, Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Carlo Batocchi, Maria Corti, Giovanni Raboni.
Dopo vent’anni di silenzio, dovuto alla malattia, sono apparse: La Terra Santa (Scheiwiller 1984), Testamento (Crocetti 1988), per Einaudi Vuoto d’amore (1991), Ballate non pagate (1995), Fiore di poesia (1951-1997) (1998), Superba è la notte (2000), Più bella della poesia è stata la mia vita (2003 con videocassetta), Clinica dell’abbandono (2004), per Frassinelli L’anima innamorata (2000), Corpo d’amore, Un incontro con Gesù (2001), Magnificat. Un incontro con Maria (2002), La carne degli Angeli (2003).
Nel 1996 Scheiwiller ha raccolto alcune plaquette ne La Terra Santa: Destinati a morire (1980), La Terra Santa (1983), Le satire della Ripa (1983), Le rime impetuose (1983), Fogli bianchi (1987).
Con L’altra verità. Diario di una diversa (prima edizione Scheiwiller 1986, nuova edizione Rizzoli 1997) inizia la sua produzione in prosa, a cui sono seguiti Delirio amoroso (il Melangolo 1989 e 1993), Il tormento delle figure (il Melangolo 1990), Le parole di Alda Merini (Stampa alternativa 1991), La pazza della porta accanto (Bompiani 1995, Premio Latina 1995, finalista Premio Rapallo 1996), La vita facile (Bompiani 1996), Lettere a un racconto. Prose lunghe e brevi (Rizzoli 1998) e Il ladro Giuseppe. Racconti degli anni Sessanta (Scheiwiller 1999).
Vi si aggiungono Aforismi e magie (Rizzoli 1999, BUR 2003), raccolta di aforismi, e l’antologia di poesie Folle, folle, folle d’amore per te. Poesie per giovani innamorati. (Salani 2002).
Nel 1993 ha ricevuto il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale” per la Poesia, nel 1996 il Premio Viareggio, nel 1997 il Premio Procida-Elsa Morante e nel 1999 il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Settore Poesia.
Se muori vendi il doppio, nel rock. Funziona così da sempre ed è una legge che non cambierà mai. Liza Cody ci presenta in La ragazza che voleva di più una vedova quasi-inconsolabile, Birdie, che sopravvive al proprio compagno – acclamato e divinizzato frontman e cantante di un gruppo super in voga nell’ambiente underground e poi non solo – con lo stesso sfacelo negli occhi di Courtney Love. Solo che più cinica.
Ogni parola è fondamentale per entrare nelle meccaniche della fuga dalla gloria e il tentativo di ritorno sulla cresta dell’onda.
Birdie se la cava facendo la consulente free-lance e succhiando soldi alla sorella e altri vecchi amici per sopravvivere e sfuggire al fisco inglese, che la considera debitrice di un’enorme somma di denaro.
Ricorre senza vergogna a trucchi illegali, e si muove per il paese a seconda di dove può appoggiarsi.
Alla morte del marito, le case discografiche la privano di ogni cosa e la abbandonano a sé stessa, condannandola a sfuggire al fisco che la ritiene invece debitrice nei confronti dello stato per non aver tassato l’introito (in realtà mai ricevuto).
Quando la neo-cinquantenne ex-bambolona-del-rock realizza di possedere degli inediti audio del marito (You know you’re right, canticchierebbe qualcuno) e addirittura un filmato che lo immortala poco prima della sua morte, grazie all’astuzia che da sempre la contraddistingue, e alla tenacia, si metterà in guerra con le case discografiche maggiori pur di avere quel che le spetta dell’eredità di Jack.
Un romanzo tutto rock che però lascia un po’ a fare da cornice il sesso, la droga e anche il rock stesso. Piuttosto si parla di soldi e mancanza di soldi e amministrazione di soldi. Nonostante la furbata di fondo quindi, La ragazza che voleva di più è un romanzo inaspettatamente fuori dagli schemi, anche da quelli che sembra proporre.
Ogni capitolo viene anticipato da una citazione piena di gusto, perfetta per mettere il lettore nel mood giusto.
Inoltre Liza Cody orchestra perfettamente i personaggi, dando loro carattere e lasciando che si svelino coi giusti tempi.
La stessa Birdie, un momento da abbracciare e non lasciare più e il momento dopo da odiare al punto di volerle strappare i capelli e addossarle le colpe di tutto (vedi Yoko Ono), si trasforma in essere umano e diva a seconda dell’occasione con la giusta tempistica, come una vera vedova-di-rockstar. Che divide il pubblico, ma che quando passeggia e ti fa l’occhiolino ti ferma il cuore.
N.B.
Noi qui in Italia non la consideriamo molto, ma Liza Cody è una poliedrica artista cresciuta a Londra che solo nel campo della scrittura è stata capace di affermarsi attraverso ben due linee di gialli (con due distinte e acclamate protagoniste femminili). Quindi se conoscete bene l’inglese, oh, leggetevela!
PREMESSA: l’autrice informa di essere una fan sfegatata del signor Neil Gaiman. Nel senso che, se anche costui scrivesse le istruzioni di un medicinale, le leggerebbe con avidità trovandole interessanti. Il vostro Elfo si scusa, perciò, se la seguente recensione risulta “un tantino di parte”.
Periodo di grande fermento per i fan di Neil Gaiman: mentre nei cinema sta esplodendo il successo di Coraline e la porta magica, nelle librerie è uscita l’ultima fatica dell’autore britannico: Il figlio del Cimitero, per le edizioni Mondadori. A chiunque trovasse il titolo un po’ troppo macabro per proporlo al proprio figlio/nipotino/cuginetto suggerisco di gettarsi alle spalle il pregiudizio: come è specialità di Gaiman, il punto di vista slitta in continuazione e in molteplici occasioni si ribalta addirittura, perciò il cimitero di cui parliamo è tutt’altro che un luogo cupo e terrorizzante.
La storia si apre con l’assassinio di un’intera famiglia, narrato dal punto di vista… del coltello; un particolare che allenta la tensione facendo intuire l’orrore senza mai mostrarlo (siamo pur sempre alle prese con la letteratura infantile). L’unico superstite è il figlio minore che, nonostante abbia appena imparato a camminare, riesce a raggiungere il cancello del vicino cimitero.
Qui i morti, una combriccola di allegri fantasmi, si accorgono di lui e decidono di adottarlo, dandogli il nome di Nobody. Attraverso le quasi trecento pagine del romanzo, i (piccoli?) lettori possono seguire l’infanzia e la prima adolescenza di Bod, che vive in una realtà protetta e sospesa tra la vita reale e il mondo dei defunti, che è molto più divertente di quanto chiunque possa aspettarsi. Purtroppo l’assassino della sua famiglia è ancora alla sua ricerca per “finire il lavoro” e il ragazzino non potrà ritenersi al sicuro finché non lo avrà affrontato ed avrà compiuto il suo destino, ma ancora più difficile sarà resistere al richiamo della vita che si svolge oltre i confini solidi del cimitero.
Ora, potrei tediarvi con una trentina di righe in cui lodo sperticatamente lo stile di Neil Gaiman e…pensandoci bene credo che lo farò, perciò se detestate le sviolinate passate oltre. Scherzi a parte, mi capita raramente di sorridere durante una lettura per una trovata intelligente che non riguarda tanto la trama in sé, ma la trasposizione su carta di un concetto. Nel caso di questo autore le pennellate di genio abbondano e Il figlio del cimitero non fa eccezione.
I personaggi sono tutti, o quasi, sul limite del surreale. Qui l’eroe è un ragazzino solitario che ha come unici amici dei fantasmi, i quali sono uno più bizzarro dell’altro. Poi c’è Silas, il Tutore, una creatura misteriosa né viva né morta, che segue il cammino di Nobody con l’affetto di un padre; ci sono gli antagonisti, ovvero la Confraternita dei Fanti, un gruppo di assassini che si chiamano tutti Jack e infine c’è una ridda di personaggi “vivi”, a cui il protagonista si accosta con sempre maggiore fervore, capendo di non appartenere al mondo di lapidi e mausolei in cui suo malgrado è cresciuto.
Parlando di morti e di fantasmi, Gaiman ci regala – come solo lui sa fare – un inno alla vita: le avventure, la suspence ed i piccoli spaventi che affollano queste pagine si amalgamano in un unico, positivo messaggio e cioè che, nonostante non tutto sia rose e fiori, vivere a pieno i giorni che ci vengono donati è la sfida più avvincente che possa esistere e che tutti dobbiamo accettare: in fondo per fare i pigri e riposare c’è un’eternità intera che ci aspetta!
Ènotizia recente che da questo libro verrà tratto un film diretto da Neil Jordan, già regista di La moglie del soldato ed Intervista col vampiro, segno che dopo buone prove come Stardust e Coraline il cinema – come me – si sta innamorando sempre di più di questo grandissimo (!!!) scrittore.