Tutti gli articoli su memoria
L’indirizzo a cui scrivere è bondi_s@posta.senato.it
Io ho scritto quanto segue, voi potete sbizzarrirvi, o riportare pari pari la mia mail, se preferite.
Oggetto: Per il poeta Bondi
Gentile poeta Sandro,
visto che stai tassando (posso darti del tu, vero?) tutti i dispositivi dotati di memoria, ti consiglio di tassarmi il cervello, perchè spesso mi trovo a canticchiare canzoni mentre passeggio, mentre piscio, mentre mi faccio la doccia, e altrettanto spesso mi trovo a ricordare scene di qualche film o telefilm, spesso recitando i dialoghi a memoria.
La Siae merita anche questi ulteriori spiccioli, visto che evidentemente la vita da parassita che svolge da sempre non è sufficiente.
Nell’augurarti una vita molto difficile e orribile, ti lascio con un haiku.
Un poeta pelato
Feci
Mangiare
Addio.
ps: se riesci, gira questa mail alla siae o fammi un retweet, ok? Salutami lo sfregiato.
Via Velimir, via Dietnam
Tempo fa una lettrice di Liblog scrisse per consigliare dei libri; incuriosita, me li procurai ma finirono in mezzo alla pila pericolante che sta sopra e intorno al mio comodino. Finalmente è arrivato il turno del primo, La ragazza delle arance di Jostein Gaarder, che si è rivelato una stupenda conferma.
Avevo già apprezzato Gaarder per Il mondo di Sofia, di cui abbiamo parlato in passato, e forse temevo un po’ la lettura di un altro suo romanzo: come con tutti gli autori che mi piacciono, un po’ mi spaventa che possa essere stata una felice coincidenza mai più ripetuta. Ovviamente non è questo il caso.
Il romanzo parte dal pretesto di una “scatola del tempo”, un lungo racconto lasciato da un padre in punto di morte a suo figlio Georg nel futuro, a cui il figlio stesso aggiunge note, riflessioni, puntualizzazioni. Così diventa quasi un dialogo tra il passato e il presente, in cui c’è un Georg lettore quindicenne e un Georg scritto di soli quattro anni, accanto al padre mentre digita la sua storia.
Alternando tempo della scrittura e tempo della lettura, consapevolmente, ci si lascia catturare dai piccoli misteri disseminati lungo il testo e, anche se alcuni magari sono prevedibili, ci si trova rapiti a cercare di scoprire cosa sia davvero successo e chi sia questa ragazza delle arance. In realtà al di sotto di questa traccia c’è un interrogarsi profondo su quali sono le influenze che riceviamo in eredità, come si costruisce il nostro io e, soprattutto, che senso abbia.
Il mondo di Gaarder è, come nel suo romanzo più famoso, un mondo magico, pieno di sorpresa, fiaba e destino, un mondo incantevole in cui anche ciò che accade apparentemente per caso ha un suo significato profondo, sebbene nemmeno i personaggi riescano a immaginarlo. Una storia che parla ancora una volta di famiglia e di affetto, di come si possa essere vicini anche davanti a una distanza incolmabile come quella imposta dalla morte.
Insegna, questo libro, la relatività delle cose importanti e delle priorità, insegna molto altro, ma ancora una volta con uno stile fluido, un lessico semplice e comprensibile da romanzo di formazione. E in questa fluidità le pagine scorrono rapidamente, tanto da poterlo leggere in qualche ora.
Uno di quei libri che, appena finiti, lasciano un’impressione piacevole e portano un sorriso nelle giornate.
9788850214570
L’altra sera mi stavo producendo in un indolente e piuttosto inutile zapping televisivo, nella speranza che mi inducesse ad andare a dormire, assecondando l’ora piuttosto avanzata della notte, quando fra i numerosi improbabili protagonisti della televisione notturna (a proposito: ma è possibile che i politici ci siano a tutte le ore, anche quando ci sono ormai in giro solo spogliarelliste e televenditori? Mah) ho visto tre volti conosciuti. E un cane.
Chissà perché, prima ancora di riconoscere Elijah Wood avevo già riconosciuto i protagonisti del film. Film che non avevo mai visto. Però loro sì, li avevo già incontrati, in un bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata. Il film era quasi finito, quindi non so dirvi se sia bello o meno, ma bastò poco per farmi tornare alla mente con piacere il memorabile viaggio nello spazio e nel tempo narrato nel libro.
Libro a più voci, a più registri, che comincia con uno che a leggerlo vi pare di sentire parlare Borat e finisce con alcune delle pagine più autenticamente toccanti che si possano leggere su una tragedia del passato. E sulla memoria. In breve, il libro racconta del viaggio di un giovane studente, un giovane ebreo americano che approda in Ucraina alla ricerca delle storie della sua famiglia, e in particolare di una donna che cinquant’anni prima avrebbe salvato suo nonno da un massacro nazista.
Il viaggio lo vede accompagnato dal giovane Alex, da suo nonno, autista cieco dell’auto della “Viaggi Tradizione” e da una cagnetta. Ma come dicevo il romanzo si svolge anche nel passato di un piccolo villaggio ucraino, nella Trachimbrod del 1700, e poi negli anni della tragedia bellica. Questo dà modo a Foer di alternare almeno tre differenti registri, quello fortemente ironico, grottesco, leggero, dai risultati spesso esilaranti di Alex; quello favolistico, quasi surreale dei racconti degli antenati; e quello tragico ma molto misurato dei ricordi più strazianti che via via vengono alla luce.
Il tutto legato da una straordinaria leggerezza che non fa che accentuare gli elementi più pregnanti e i momenti più autenticamente emozionanti del racconto. In questo Foer ha dato prova di una maestria davvero ammirevole, animando con naturalezza una narrazione sempre viva e pulsante, davvero mai retorica.
Il risultato è uno dei libri più interessanti, divertenti, intelligenti, coinvolgenti romanzi degli ultimi anni. Si legge con un bianco, un Greco di Tufo magari, in magico equilibrio tra farsa e tragedia, a ricordarci ancora una volta la verità del pluricitato aforisma secondo il quale il comico è soltanto il tragico visto di spalle.
Se il titolo del post vi ricorda Fahrenheit 451, avete ragione. Qui però non si tratta di persone che imparano a memoria libri ma persone che rappresentano categorie e temi di attualità e che possono essere consultate per chiarire ed eliminare dubbi e pregiudizi. Vi riporto uno stralcio dal Sole 24 ore e vi consiglio di leggere l’intero articolo:
Gli incontri con i “libri viventi” si svolgono in media quattro volte a semestre, nel caffè della biblioteca. Dopo essersi prenotati, si può parlare con loro per tre quarti d’ora. Ogni “libro” viene prestato tre-quattro volte nell’arco del pomeriggio. A fine giornata vengono distribuite le schede di valutazione e accolte le richieste per l’acquisizione di nuove categorie di persone da incontrare. La sessione documentata da «Ventiquattro» ha visto la partecipazione del popolarissimo imam Ali Ibrahim, di un giocatore d’azzardo, del travestito Tina/Håkan Jönsson, di due musicisti e di una persona afflitta da disturbi mentali. Gli incontri non vengono né filmati né registrati, perché l’esperienza deve restare nella sola memoria dei partecipanti. «Non ci sono limitazioni ai temi da trattare, ma ciascun “libro” può rifiutarsi di rispondere a domande che reputi inappropriate, evenienza che però non si verifica di frequente», spiega Catharina Noren.
Con tutta questa pioggia non posso far altro che starmene a casa a leggere. E quando il tempo è così le mie letture non possono che essere fantasy: nei mondi di cavalieri e draghi splende sempre il sole (al massimo è coperto)! Vi ho già detto che sono un lettore metereo(psico)patico!
Ritorniamo ancora nel mondo di DragonLance guidati stavolta da Barbara e Scott Siegel. stavolta potremo curiosare nel passato del mio personaggio preferito: Tanis mezzelfo. In questo romanzo, L’ordalia di Tanis, il nostro eroe accetta di partire per un pericolosissimo viaggio nella mente di un mago morente.
La sua missione è salvare dall’oblio il ricordo di un vero amore. La sua ricompensa sarà l’opportunità di incontrare il suo vero padre, l’umano che ha violentato sua madre! Tra cruente battaglie, magie arcane e mostri famelici Tanis, farà i primi passi nel cammino che lo farà divenire un grande eroe.
Tralasciando l’ambientazione di cui vi ho parlato nelle precedenti recensioni, l’opera offre in pari misura avventura ed introspezione. La prima è quella che ho trovato più riuscita nonostante il fatto che le vicissitudini del protagonista sono un po’ episodiche, quasi da gioco di ruolo.
L’approfondimento psicologico dei (pochi) personaggi è sufficientemente curato ma un po’ ripetitivo: tutti (Tanis in testa) sono animati da un amore purissimo o da nobili sentimenti. Sarò pure una persona arida ma alla lunga tutto questo amore sdolcinato fa male ai denti!
Lo stile narrativo è discretamente buono e la trama non banale. Ho trovato evocativa l’idea di un viaggio nella memoria per far sopravvivere almeno il ricordo della persona amata (ahia i molari!).
Posso dire che L’ordalia di Tanis è un romanzo fatto discretamente bene. Non un capolavoro ma un’opera valida e divertente. Perfetta da leggere in poltrona in una o due lunghe giornate di pioggia.
In questo blog mi è già capitato di dire due parole su un certo Alberto Savinio alias De Chirico-ma-non-Giorgio (per chi non capisse, consiglio uno sguardo indietro). Ebbene si dà il caso che questo signore, che forse non per caso fu detto “insieme a Pirandello, il più grande del nostro Novecento” da un altro signore che si chiama Leonardo Sciascia, ne abbia scritti diversi di capolavori.
Per restare sulla cresta dell’onda retrò-chic ho pensato di spendere un altro paio di parole su un altro capolavoro. Si chiama Tragedia dell’Infanzia e l’ha ristampato Adelphi qualche anno fa.
Cominciamo col dire che è un romanzo e… no anzi, momento, in realtà è che sembra un romanzo. Più che altro è una specie di mosaico di frammenti, accumulati dal 1919 (l’amico Savinio aveva 28 anni, per capirci) agli anni ‘40 e poi magicamente andati tutti a finire al posto giusto, a disegnare una trama che sembra messa insieme in un istante solo e una serie di fantasmagorie da far rizzare i capelli al vostro psicanalista.
Lo si scopre dalla bella nota finale di Tinterri, che disfa il puzzle come chirurgo e dà un’idea di come la ricerca dello spontaneo, del fanciullesco, dell’istintivo non sia per nulla un percorso da poco. Già, perché come spesso accade con il fratello del grande Giorgio (sempre De Chirico, s’intende), qui parliamo di memoria, di forma dell’informe e coscienza dell’incosciente, di – naturalmente – infanzia.
Il bambino (anzi, sé stesso da bambino) è il personaggio-mondo da cui esplodono le migliori pagine di Savinio. E il bimbo di questo libro è speciale, aristocratico eppure molesto, un po’ greco, un po’ italiano, un po’ tedesco come la sua tata, piccolino eppure mosso da appetiti innominabili. I suoi amici, quelli che a lui sembrano amici ma che poi, magari per un nonnulla, diventano mostri spietati, sono divinità e creature mitologiche nascoste negli ordinari esseri che popolano la Grecia contemporanea.
C’è il canarino Leonida, catturato per capriccio e poi lasciato andare come un ferro rovente; Diamandi, lo strano servitore che parla con il fuoco e produce magie naturali, il cui sonno è un’esperienza visiva clamorosa per gli occhi disabituati alla morte del giovanotto; e poi c’è la Dea, l’ambiguo e rutilante femminino che compare sul palco del teatro “Lanarà” e poi esonda. E dilagando come un uragano si porta il ragazzino sul fondo del mare, apparendo come un manichino meccanico in acque amniotiche, mostrando un’aurora desolante in cui rimangono sulla spiaggia solamente i giocattoli abbandonati dagli uomini e da cui partono gli argonauti, un’altra volta, in cerca non si sa bene di cosa.
Vi ho messo paura? Lasciate stare tutte queste chiacchiere allora, e fatevi un giro su google in cerca dei quadri di Savinio. Tragedia dell’Infanzia è una specie di piccolo museo delle sue opere a cavallo degli anni ‘30. Condito con colpi di genio (il medico strillone, prima mito e poi odioso rompiscatole; il tappeto del salotto che si anima per ghermire i piedini; la strana comparsa di un Apollo femmina) e un meraviglioso stile maturo.
Se poi siete appassionati potete anche godervi l’appendice con “sul dorso del centauro”, un ipotetico prosieguo della storia ricostruito da vari appunti, per lo più ritrovati sul dorso di volantini pubblicitari. Una specie di contenuto extra, con l’avventura del bambino alla ricerca della cima del monte Pelio (il Pelione, quello di Achille, che stava proprio davanti alle finestre di casa De Chirico) dove per i nostalgici più sbarazzini entrerà in scena un inedito Chirone…
Alessandro De Roma scrive bene, e questo è già un buon motivo per comprare i suoi libri. Lo so io e lo sapete anche voi che oggi non è così scontato che una pubblicazione abbia dietro un bravo autore, o dentro una buona storia. La fine dei giorni è una buona storia, De Roma si conferma un talento.
A Torino gli uomini sono morti dentro, privi di memoria ripetono gesti metodici radicati dal tempo nelle loro giornate fino a perdersi, definitivamente. La Torino apocalittica che De Roma descrive è in un futuro così simile al nostro presente da risultare pressante. L’inquietudine dell’ambiente che si asciuga intorno al protagonista è insopportabile, l’uomo dimentica la sua condizione di uomo e si abbandona alla strada. Ceresa Giovanni, tristemente definibile un poveraccio, si aggrappa a quel che gli resta e pavido si fa avanti poco alla volta. Tiene un diario, per non dimenticare che il mondo intorno sta sparendo e lui con esso. Un prezioso diario di bordo in un viaggio che mette i brividi.
Gli uomini tornano in strada e vivono in gruppi, o soli, a spese del prossimo. Lo attaccano come animali inferociti, ciechi di rabbia, senza coscienza del loro status in regressione. Ceresa viene sfiorato dalla malattia, osserva gli altri esserne travolti e sceglie come via di fuga un discreto e continuo annotarsi avvenimenti, luoghi, dialoghi. Per il terrore, un giorno, di dimenticare anche lui la strada di casa, il proprio nome, o il bisogno di mangiare. Perché nessuno sa quanto si prende di te la malattia, se dopo la ragione ti prosciuga anche l’istinto.
Oltre i confini territoriali va tutto bene, ragazzi francesi guidano di notte fino a Sanremo per prendersi gioco di questi italiani che vivono il giorno del giudizio. Ma chi punta il dito contro la società, e con che scopo? Chi o cosa è responsabile di quest’epidemia? E soprattutto, cosa ne sarà dei sopravvissuti, se ce ne saranno?
Nella guerriglia urbana che imperversa in città, Giovanni Ceresa cerca una risposta agli avvenimenti, al suo passato e alle domande sul proprio futuro. A dargli il coraggio di muoversi è solo la paura, un controsenso logico quando vedi gli uomini impazzire, sparire e sai che quella è la fine che ti aspetta. La tua fine, che coincide con “La fine dei giorni” che conosci, che puoi contare. Domani potresti non saperlo fare più. Domani, potresti svegliarti e aver perso per sempre il senso del tempo.
In questo classico esempio di distopia, Alessandro De Roma parla di dimenticanza. Ma non verrà dimenticato.
Di recente molti libri rivisitano l’olocausto, da quello della Nothomb fino al tuo: per quale motivo generazioni che non hanno avuto un contatto diretto con quell’epoca sono così attratte dal narrarla, e quale ha spinto te?
Uh, la Nothomb. Immagino tu faccia riferimento ad “Acido solforico”. Ignoro cosa abbia spinto lei (che come scrittrice è molto più furba di me) a intraprendere quel cammino, ma per quel che mi riguarda posso dirti questo: la generazione che ha avuto un contatto diretto con la realtà concentrazionaria ha potuto far leva sulla vicinanza storica degli eventi, su ricordi vividi ed esperienze scioccanti vissute direttamente (a volte più, a volte meno) e non in prospettiva.
Quella seguente ha potuto contare sulle testimonianze di chi ha vissuto e narrato.
Ma gli anni passano e molte voci autorevoli si spengono o si affievoliscono. Senza di loro è tutto più complicato, il messaggio perde forza e chiede di riconquistare vigore attraverso l’operato delle nuove generazioni, che hanno il dovere di portare avanti la memoria degli eventi. Compito che diverrà viepiù pressante quando non ci saranno più testimoni diretti della follia nazista. Quando tutto potrà essere non interpretato (come accade già oggi) alla stregua di una banale distorsione della realtà storica, ma imposto come leggenda, come fatto mai accaduto.
Purtroppo molta gente crede che un solo giorno, il 27 gennaio, sia più che sufficiente per commemorare. E che commemorare un giorno all’anno sia più che sufficiente per impedire il ritorno di certe nefandezze ideologiche. Ecco perché il negazionismo ha sollevato la testa: perché qualcuno gliel’ha permesso, con la sua superficialità. Si ritiene erroneamente che una maglietta col faccione di Che Guevara sia la migliore argomentazione contro il nazifascismo, e che a un soggetto engagè basti seguire l’iter della commemorazione comandata. Un contentino che ha trasformato il 27 gennaio in una barzelletta, né migliore né peggiore dell’8 marzo. Io penso che ci voglia ben altro, e che il ricordo sia un continuum, non un atto a sé stante. Per questo, e per molti altri motivi, ho scritto “Hitler era innocente”.
Non so la Nothomb, ma per me questa non è “attrazione del narrare”, è “necessità del narrare”.
In questo caso hai assunto il doppio ruolo di editore e scrittore, scelta che solleva molti dubbi: quali sono le difficoltà di una decisione del genere?
Dubbi? Difficoltà?
Bah. In tre anni gli unici ad avere avuto qualcosa da ridire sul doppio ruolo del sottoscritto sono stati alcuni scrittori frustrati ai quali – guarda un po’ – non avevo pubblicato il manoscritto. Tutto qui. I lettori veri hanno acquistato, letto e poi giudicato (in positivo e in negativo) senza farsi problemi al riguardo. D’altronde non ho tempo per i frustrati, e nemmeno per chi giudica le persone sulla scorta di preconcetti.
Quanto alle difficoltà, ne ho già incontrate troppe durante la stesura del testo per preoccuparmi di ciò che avrebbero pensato i “dubbiosi” (sono un editore e uno scrittore, non una balia). Difficoltà nel reperire le corrette informazioni sul piano documentativo, difficoltà nel far parlare personaggi di fantasia all’interno di un contesto storico tristemente veritiero, difficoltà nel rendere accessibili a tutti – nonché scorrevoli nella loro fruizione – concetti piuttosto complessi di filosofia, sociologia, psicologia, religione, politica e storia. Per non parlare delle difficoltà emotive, quelle che spesso mi hanno obbligato a interrompere la genesi di “Hitler era innocente” e a suggerirmi di lasciar perdere, ché tanto non sarei mai stato capace di dare vita a un romanzo in grado di scuotere le coscienze, e stimolare la riflessione.
Soprattutto, nei sei anni passati a scrivere “Hitler era innocente”, il mio pensiero correva alle vittime dimenticate dell’Olocausto, non certo a chi – senza nemmeno sfogliare l’opera – l’avrebbe giudicata sulla base di congetture.
I personaggi principali rappresentano di fatto quasi tutti i tipi umani possibili: qual è quello che più corrisponde alle tue idee?
C’è qualcosa di me in molti personaggi. L’amore per i libri di Felicien, il disprezzo per ogni regime di Herschell, il fatalismo di Kubik, il cinismo di Oskar, la rabbia di Tamara, i dubbi di padre Biazzi… persino nell’assassino silenzioso riesco a scorgere una parte della mia personalità.
Solitamente gli scrittori, quando vogliono darsi un tono, cominciano a parlare di “astrazione” o peggio ancora “dissociazione”. Mah. Io dico che ho affidato alla voce narrante (quella di Felicien Delacroix) il compito di mettere le cose in chiaro fin da subito, con una frase presente nel prologo: “Ci conosciamo tutti, fra noi. Perché c’è stato un periodo in cui il dolore ci ha annullato e dato forma. Tanti corpi, ma un solo spirito”.
Mi limiterò a dire che questa frase non si riferisce tanto alla storia dei personaggi, quanto alla nascita (creativamente intesa) dei personaggi stessi…
So che è una domanda ambiziosa, ma devo portela: qual è il ruolo dello scrittore rispetto alla Storia?
Lo scrittore di romanzi, rispetto allo storiografo, ha una meravigliosa libertà: quella di metterci del suo creando personaggi mai esistiti, inventando parole che nessuno ha mai pronunciato e descrivendo gesti che nessuno ha mai compiuto, se non per pura casualità. Deve puntare all’attinenza, non all’adesione completa. Non obbligatoriamente, s’intende, e con tutte le cautele del caso.
Tuttavia lo scrittore – se desidera plasmare un plot legato a fatti realmente accaduti – deve conoscere alla perfezione quel che si appresta a narrare, perché soltanto così può forzare consapevolmente (a fini narrativi) gli eventi storici. Soltanto così può mediare i due aspetti attraverso il filtro della creatività letteraria. Ma un conto è immagazzinare un certo quantitativo di nozioni, un conto è creare dal nulla personaggi, dialoghi e gesti.
Personalmente ti rispondo che in “Hitler era innocente” il ruolo dello scrittore è decisamente preponderante rispetto alla Storia.
In linea generale ti rispondo che in tanti conoscono la Storia, ma non tutti possono scrivere romanzi come “Furore”, “1984” o “Mattatoio numero 5”.
Ora, vorrei capovolgerla: quanto la ricerca storica è stata importante e presente sia nella fase di scrittura che nella fase di ideazione del testo?
Questa è facile, perché ne ho abbondantemente parlato coi miei lettori.
Allora: in verità non ho avuto bisogno di documentarmi appositamente, un po’ tutto quello che c’era da scrivere era già dentro di me, sotto forma di cultura personale. Di solito i lettori sono portati a credere che uno scrittore debba per forza di cose ricorrere all’approccio manzoniano (cioè raccogliere una serie spaventosa di libri altrui, leggerli e poi utilizzare parte delle informazioni recepite ex novo), quando invece – a volte – un autore si limita a mettere per iscritto cose che già conosce. Sul piano documentativo ho perso una quantità enorme di tempo esclusivamente per i dettagli. Ad esempio, a un certo punto vengono citati i ghiaccioli… e così mi sono ritrovato a svolgere indagini sui ghiaccioli, per appurare la loro diffusione negli anni Quaranta. Tempo dopo ho letto “L’amante di Lady Chatterley”, che è ambientato negli anni Venti, e anche lì vengono citati i ghiaccioli. Ecco, se avessi letto il romanzo di Lawrence prima, non avrei avuto bisogno di perdere tutto quel tempo! Ma tant’è. Paradossi del mestiere. Poi… non so, mi serviva il nome di un autore pacifista pre-gandhiano, e per giorni mi sono arrovellato il cervello. Avevo pensato a Tolstoj e ad altri, ma non volevo citare i soliti noti. Ho svolto qualche ricerca ed è saltato fuori il “Disobbedienza civile” di Thoreau, l’ho letto e ho pensato che ci stava bene.
In “Hitler era innocente” è possibile appurare cosa mangiavano giorno per giorno i deportati, o conoscere nel dettaglio di cosa era composto il loro vestiario al momento dell’entrata ufficiale nel block assegnato, e molto altro ancora. Non credo di aver commesso errori, se si eccettua quel che consapevolmente ho voluto forzare. Ma per un’adesione certosina alla verità storica, di sicuro è preferibile leggere un saggio, o il tragico resoconto di qualche sopravvissuto. A me interessava anche e soprattutto inventare luoghi, personaggi, azioni e parole, per poter esprimere i miei ideali e lanciare il mio messaggio.
È una questione di equilibrio. Anzi, di tanti piccoli equilibri. Da questo punto di vista è vero che lo scrittore deve essere a suo modo un funambolo.
In un saggio è giusto che la Storia ricopra il ruolo di protagonista. In un romanzo, invece, la Storia deve porsi come base per la creazione di tante storie, attraverso le quali originare una riflessione profonda sui temi narrati. La creatività dell’autore deve svolgere – utilizzo un parolone – una funzione maieutica, altrimenti risulta sterile o fine a se stessa.
Indurre i lettori a interrogarsi sul perché delle cose, lasciando al contempo ch’essi s’affezionassero ai miei personaggi e alle loro storie (appunto), era il risultato principale che desideravo raggiungere attraverso “Hitler era innocente”.
Spero di esserci riuscito.
L’impiego di un linguaggio parlato, e poi scritto, rappresenta in effetti un’estensione formdabile delle possibilità di stoccaggio della nostra memoria, la quale, grazie a ciò, è in condizione di uscir fuori dai limiti fisici del nostro corpo per depositarsi sia in altre memorie, sia nelle biblioteche. [...] Atlan
La memoria, alla quale attinge la storia, che a sua volta la alimenta, mira a salvare il passato soltanto per servire al presente e al futuro. Si deve fare in modo che la memoria collettiva serva alla liberazione, e non all’asservimento, degli uomini.
Jacques Le Goff, Memoria
La grande Einaudi di tanto in tanto mette a disposizione online alcuni testi, tra cui la lettura di oggi, Memoria di Jacques Le Goff, un saggio su uno degli argomenti più affascinanti che sia dato studiare (scaricabile in pdf). Non so bene come sono arrivata a questo percorso, per cui non vi saprei indicare altro, ma se scandagliate bene dovreste trovare l’intera collana “Piccola biblioteca online”, nata dal e per il web.
In questo saggio Le Goff affronta la trattazione teorica della memoria dividendola secondo una prospettiva di analisi storica: l’oralità, la scrittura, il periodo medievale, la memoria figurata e i processi mnemonici attuali, o meglio quelli che erano attuali al momento della stesura del saggio (degli anni ‘70). È una sequenza di cambiamenti che porta a interrogarsi sia sulle qualità sia sul valore che le si attribuiscono.
Come è doveroso per ogni saggio scientifico, Le Goff si appoggia a testi di altri studiosi e ricercatori di ogni ambito, perché la memoria è fenomeno complesso che necessita di essere approcciato dai più disparati angoli visuali, dalle neuroscienze alle antropologie, dalle scienze esatte agli studi sociali.
È affascinante seguire il dipanarsi delle mnemotecniche attraverso i secoli: prima l’invenzione della lingua, poi l’oralità, in seguito ancora il folclore, “memoria sociale popolare”, e la memoria collettiva degli strati dirigenti, la modellizzazione matematica tentata da Leibniz, gli sviluppi più recenti. Mancano ovviamente le considerazioni sulla “paperless society”.
Inoltre Le Goff analizza il collegamento tra memoria e morte, individuando il punto in cui la memoria passa dall’essere legata a esigenze di tipo narrativo all’identificarsi con esigenze di stampo commemorativo.
Non è certo una lettura semplice, proprio per il suo piglio accademico, ma il linguaggio che l’autore (nel nostro caso anche il traduttore) utilizza è scorrevole e facilmente comprensibile. Ottima la bibliografia che comprende i maggiori testi, tecnici e letterari, sull’argomento e offre a sua volta buoni spunti per future incursioni in biblioteca.
Se vi interessa approfondire più che i meccanismi biologici gli aspetti più sociali e teorici della memoria, questo saggio fa al caso vostro.
In ultimo, l’immagine che vedete in alto oggi, dato che non è presente una copertina, è un disegno del buon Vesalio (From the en:1543 book in the collection in National Institute of Medicine. en:Andreas Vesalius‘ Fabrica, showing the Base Of The Brain, including the en:cerebellum, en:olfactory bulbs, en:optic nerve).