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Il ruolo biologico della donna è quello di madre, sposa ed educatrice. Il lavoro è secondario, viene dopo. Penso che nella crisi di valori attuale e nell’emergenza educativa che viviamo, molto abbia a vedere il fatto che la donna esce molto di casa, reclami una sfrenata indipendenza dal marito e vada a lavorare. (…) Da questo punto di vista il femminismo esasperato ha creato danni e lo si vede nella scarsa educazione anche cristiana dei figli. La donna è biologicamente deputata al ruolo di madre che è quello primario ed una buona madre educa i figli. Ora mi domando come possa svolgere quelli che sono i suoi doveri fondamentali andando a lavorare. (…) Una volta quando la donna badava a quello che è la sua missione, faceva recitare le preghiere, accompagnava i bambini alla scuola e al catechismo tante storture non accadevano, bisogna riconoscerlo.
Queste affermazioni non provengono da un paese islamico o da qualche Imam, ma dal Monsignor Oddo Fusi Pecci, vescovo Emerito di Senigallia.
Ricapitoliamo: sposarsi, fare figli, non uscire di casa, non lavorare, obbedire al marito, insegnare le preghiere ai figli, accompagnarli al catechismo.
Ma non erano gli islamici e il burqa, quelli che mortificavano la dignità femminile?
via Metilparaben: La serva del focolare, via Bastet
Sul periodo della gravidanza sono stati scritti infiniti trattati, manuali, libri, consigli. Da autorevoli psicologi, neonatologi, da zie, amiche, parenti, questi libri inseguono le donne fin dalle primissime settimane della gestazione. E gli uomini? Quella metà di corredo genetico di loro competenza veniva tralasciata, fino ad oggi.
Antonio Martinez Asensio infatti si rivolge, col suo Oddio! Mia moglie è incinta!, ai (futuri) padri, compartecipi sempre in secondo piano del miracolo della nascita. Come si può facilmente intuire dal titolo, però, il suo manualetto affronta l’argomento con piglio decisamente scanzonato, con levità e brio, necessari per sopportare tutte le fasi di queste famose 38 settimane.
Il libro è diviso in fasi, esattamente come una gravidanza. Dal momento della scoperta si passa ad analizzare ogni trimestre fino al momento clou, il parto. È più che altro un prontuario di sopravvivenza, che spiega come essere partecipi della gioia familiare senza far troppi danni.
Spiega senza nascondere nulla la quotidianità, il cambiamento del rapporto uomo-donna, anche sotto il punto di vista sessuale, il progressivo slittamento delle attenzioni sulla gestante e sul bambino che sta per arrivare, gli sbalzi d’umore e le paure; e il punto di vista paterno di Asensio in questo caso è una scoperta e un arricchimento, pieno di autoironia.
Come tutti i manuali ben fatti sfata anche molti miti, da quelli sul sesso del bambino a quelli sulla gestione del dolore durante il parto, passando per il non trascurabile argomento delle voglie alimentari. In compenso offre molti interessanti scorci sull’opinione che un uomo ha riguardo ai corsi preparatori, alle decorazioni e a tutto quel mondo di apparente frivolezza che circonda la maternità.
L’unico tratto più emozionato (ed emozionante) è il capitolo sul parto, che effettivamente sancisce la paternità: l’autore ripercorre il momento in cui ha provato per la prima volta quella commistione di sentimenti, paura, gioia, orgoglio, protezione, che non lo hanno più abbandonato e che ne hanno fatto un padre.
Non so e non posso sapere, non appartenendo al genere maschile, se questo libro è effettivamente utile quanto sembri a me: so che, come donna, mi ha fatto immaginare quei nove mesi visti da dietro un vetro, così come dev’essere per un uomo; e lo ha fatto con garbo e con una scrittura leggera e divertente, diretta.
Da leggere insieme alla propria moglie quando si sta per entrare in quelle fatidiche settimane o quando sono già passate, per sentirsi in compagnia nel grande club dei padri.
Anche se abbiamo già visto che non tutto sembra poi così perfetto nel periodo della gravidanza, ci sono cose che inspiegabilmente riescono male e una di queste è la pinza tra il pollice e le altre dita, come se tua moglie non riuscisse proprio a reggere più niente, non avesse la forza sufficiente o fosse diventata improvvisamente goffa, molto goffa.
Se tua moglie è goffa per natura allora comincia a mettere tutto sugli scaffali più alti: giustificati dicendo che è per quando nascerà il bambino. Nascondi bene gli oggetti di maggior valore e non provarci nemmeno a chiederle di portarti qualcosa o che ti faccia un favore [...].
Antonio Martines Asensio, Oddio! Mia moglie è incinta!
Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora:
Mi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora.
Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia.
D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero.
Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più sembra di percorrerli. Torino, come la Sardegna, sulla pagina diventa lingua, è una città tradotta in scrittura.
D’altronde la Sardegna che si è tentati di mettere al centro della questione parlando di questo libro, in questo libro non c’è. L’isola popolata da esili spettri di maschilità (gli unici uomini consistenti sono esecrabili o adolescenti) e clamorose donne nuragiche (le uniche femmine negative o deboli sono le madri biologiche) non esiste, e il paese di Soreni, significativamente, non appartiene a nessuna cartina. Non si tratta della classica fantatoponomastica discreta o… beh… paracula, e non credo sia un caso che l’autrice si sia già espressa contro chi parla di luoghi inventati spacciandoli per reali. Il caso qui è diverso.
La gran parte degli avvenimenti, infatti, si svolgono geograficamente in Michela Murgia e poco distante da lei, che si è conservata, evidentemente, soggetto abitato e teatro di vicende fino al maggio scorso. In effetti la qualità dell’atto letterario è quella dell’estroflessione senza pornografia emotiva, del parto. Come già detto, dell’esordio conclusivo, della ghigliottina al cordone, del contatto tra principio ed epilogo. E parlo di tecnica, di lingua, di significante, non di una trama che, in questo senso, potrebbe ruotare sull’amore (inizio di ogni bene) e la morte (fine di ogni male) solo accidentalmente. La storia è raggiunta e modellata dell’eco della scrittura, non il contrario.
È incredibile l’alchimia scientifica tra accessibilità e letterarietà, una cosa non da poco oggi, nella stagione della fighetteria autoesiliantesi dal mercato. Lungo tutto il romanzo non si dà quartiere a cali qualitativi, eppure spesso viene da ridere (gustosissimo l’umorismo allusivo del primo capitolo, che è un gioiellino di per sé). C’è una strana e felicissima vena pop che sembra incredibilmente al suo posto in un libro che potrebbe tranquillamente starsene sullo scaffale Adelphi.
L’isola della Murgia infatti è epica e fantasy (nel senso più nobile, postsurreale), l’unico mare che c’è compare in una mente e somiglia a quello degli elfi di Tolkien, agognato e finale, ossessivo. E certi flash analettici a fine paragrafo (“allora pensava ancora che Tzia Bonaria di mestiere facesse la sarta”, “Fu meglio.”, “il tempo ci sarebbe stato”) come la costruzione avvincente che porta lentamente la protagonista insieme a chi legge a scoprire la vera identità dell’accabadora (purtroppo in parte sventata dalla pur necessaria quarta di copertina, ma chi se ne frega) fanno pensare a Stephen King, che tra l’altro spesso mette bimbi e anziani, unici depositari di una vista nitida, di fronte all’orrore (o a generarlo).
Tornando a bomba, insomma, parliamo di un libro allucinante, che come ogni opera d’arte sembra prodotto di natura, tanto incapace di semplificare da risultare semplicissimo (e mai didascalico, come nel finale, allusivo e da applauso) nell’interrogarsi sulla maternità, sull’appartenenza, sull’opportunità o meno di stare al mondo come si è. E parliamo (cioè, ne parlo io e mi prendo la responsabilità di questa idea) di un esordio.
Considerando questo, parliamo di un affronto bello e buono a chi ha presente come funziona la storia della letteratura. Di un miracolo, di una cosa che normalmente non si può fare. Dietro queste pagine c’è il mistero di certa produzione letteraria, che nasce evidentemente da un’umanità predisposta fisiologicamente. È un libro che sembra un classico. E c’è da sperare che il termine ‘capolavoro’ lo metta in testa ad un lavoro ancora lungo e da venire.
Quando ero una mamma alla seconda esperienza, e disperata perché mia figlia Teresa, che allora aveva all’incirca sei mesi, non voleva saperne di mangiare, mi capitò sottomano un manualetto composto a quattro mani da due medici spagnoli: il dottor Eduard Estivill e la psicologa infantile Montse Domenèch. Portava un titolo affascinante, dalle suadenti note militaresche: Si mangia! Metodo Estivill per insegnare a mangiare (¡A comer! nell’edizione spagnola).
Allora non avevo la prole numerosa che vanto oggi, e quindi facevo fatica a calarmi nei panni dello stile da caserma – tanto per intenderci quello in voga ai tempi delle nostre nonne alle prese con parecchi pargoli da accudire –: incuriosita e speranzosa divorai con appetito, è proprio il caso di dirlo, i capitoli di questo libricino uno dopo l’altro proprio come le ciliegie. Ne uscii con la grinta del condottiero che si appresta ad affrontare una battaglia importante: battaglia che vinsi con soddisfazione e che ricordo ancor oggi come una delle sfide più impegnative della mia vita di mamma.
Questo famigerato metodo Estivill, che tanto ha fatto parlare di sé per la rigidità dell’intenzione, è rivolto a coloro che si fanno carico del delicato momento della pappa: genitori, ma anche nonni, o educatori. Semplice ed efficace, è indirizzato all’età cosiddetta infantile, ossia da quando il bambino assume le prime pappe sino all’ingresso alla scuola elementare. Attenzione, però: se cercate un galateo per i più piccoli state sbagliando acquisto.
Quella del metodo Estivill è piuttosto una strategia che insegna “una corretta abitudine a mangiare bene e di tutto (…), senza traumi, senza conflitti né tensioni”: perché se la fame è un bisogno istintivo, a mangiare correttamente bisogna proprio imparare. Se seguirete questo metodo, è la promessa del libro, in meno di una settimana dovreste fare centro: senza pretendere di trasformare il vostro piccolo inappetente in Pantagruele, gli avrete insegnato a mangiare in maniera corretta.
Estivill, direttore della Unidad de Altreaciones del Sueno dell’Istituto Dexeus di Barcellona, città dov’è nato nel 1950, è noto per aver essersi occupato principalmente di problemi legati all’insonnia infantile e per aver elaborato un metodo di successo per far superare ai piccoli lo scoglio della nanna che tarda ad arrivare. Il metodo Estivill, sia esso quello relativo al dormire sano del bambino oppure il nostro vademecum per la pappa, poggia su un principio fondamentale: i genitori o chi per loro sono i maestri, il bambino è il discepolo, e il terreno fertile su cui lavorare è la presa di coscienza dell’adulto della propria responsabilità di educatore.
Prima ancora di definire il programma di apprendimento alimentare, gli Autori infatti delineano alcuni capisaldi pedagogici cui non dovrebbe prescindere nessun genitore. La coerenza è il primo di questi strumenti educativi: se le figure di riferimento del momento dell’abitudine alla pappa sono più d’una è necessario che ci sia accordo fra di loro, fermo restando che sarebbe meglio che ci fosse un’unica guida al momento di insegnare al bambino a mangiare.
Secondo, ma importantissimo, è la sicurezza con cui il genitore e comunque la guida diffonde il messaggio del cibo: il momento della pappa dev’essere associato a degli stimoli positivi, ad un’idea di serenità, di normalità – tutti mangiano, e tutti dovrebbero mangiare assieme al bambino – di esclusività. L’attività del mangiare ha valore intrinseco, che dev’essere comunicato come assolutamente positivo e fondamentale, e non dev’essere svilita con attività parallele e stranianti.
Di per sé il metodo di apprendimento di Estivill è molto semplice: il bambino, sul seggiolone, bardato di tutto punto con bavaglina e cucchiaio in pugno, viene invitato a prendere confidenza con il cibo con grande dolcezza ma anche estrema fermezza. Sono sufficienti tre minuti per innescare il rituale del pasto attraverso il quale si definirà, perdonate la metafora, l’imprinting. Trascorso questo breve lasso di tempo al bambino verrà sottratto il piatto e tutti gli oggetti che gli ricordano il pasto e ci si concentrerà su altre faccende, per altri tre minuti, al termine dei quali si ricomincerà da capo.
Tutto questi gesti devono ripetersi con il massimo scrupolo e senza demotivarsi se il piccolo è recalcitrante o non mangia per nulla, e per tutti i pasti principali della giornata, merenda compresa. Se per il primo giorno sarà molto probabile una sconfitta totale, alla fine della prima settimana di trattamento, parola mia, il bambino farà il gesto di togliersi la bavaglina da solo per farvi vedere che ha gradito la sua pappa: questo anche e soprattutto se varierete il menu (cosa doverosissima per una buona educazione alimentare).
Se siete fautori di una pedagogia pseudo-roussoiana, maieutica, relativista questo volumetto è altamente sconsigliato per i vostri palati e quelli di vostro figlio. Al contrario, se come me che sono arrivata al quinto figlio da svezzare pensate che non sia mai troppo presto per cominciare a dare delle regole precise ai vostri poppanti, correte in libreria. Come minimo potrete dire di aver fatto una lettura intelligente.
L’occidente per molto tempo ha negato l’accesso alla letteratura alle donne. All’opposto, invece, quello che è considerato se non il primo in assoluto almeno uno dei primi romanzi è stato scritto da una donna, peraltro giapponese, e porta il titolo di Genji monogatari (disponibile in Italia solo in traduzione dall’inglese).
Con questa premessa quindi ho iniziato a leggere No Geisha, una moderna antologia di autrici nipponiche che scrivono al femminile, curata, com’era prevedibile, da una donna, Cathy Laine. Questa volta, contrariamente agli usi barbari, le traduzioni sono fatte direttamente dal testo in giapponese e non rimaneggiate dall’inglese.
Molte delle scrittrici sono vincitrici di premi, anche prestigiosi, famose in patria ma praticamente sconosciute al grande pubblico europeo ed americano, complici anche le scarse traduzioni ed edizioni che hanno avuto all’estero; in alcuni casi si tratta proprio della prima edizione occidentale.
Otto racconti, otto modi di essere donna, oggi, in Giappone, non sempre facili da leggere o comprendere. Si passa dalle adolescenti alle donne mature, caratterizzando in poche pagine figure femminili atipiche, contrastate.
In alcuni si fa un uso esplicito della sessualità, descritta ora con distacco quasi infantile, ora con toni cupi e tinte forti, in altri si considera il ruolo di casalinga, la maternità, o ancora l’amicizia e i sensi. Una panoramica ampia su sentimenti e azioni.
La prospettiva però resta sempre tanto distante da non essere immediatamente apprezzabile, lasciando la sensazione di non poter penetrare in uno spazio, non tanto fisico quanto mentale, retto da norme non scritte inconciliabili con le nostre.
Gli stili sono vari, dal paratattico e finto ingenuo al riflessivo, un po’ per tutti i gusti, seguendo lo stesso andamento dei vari racconti.
Consigliato agli amanti dell’oriente ed ai curiosi che abbiano già una infarinatura della loro cultura, anche se per alcuni racconti, in ogni caso, “ci vuole stomaco”.
Ed eccovi la bella chiacchierata che ho fatto con la De Lillo italiana, vi ricordate vero?
Come hanno accolto questa tua nuova attività in famiglia?
L’attività di blogger è stata accolta in famiglia con bonaria tolleranza. Credo che nessuno (nemmeno io naturalmente) avesse previsto che quel piccolo spazio che mi ero ritagliata sarebbe cresciuto tanto. Naturalmente quando a leggere erano pochi intimi la tolleranza e l’autoironia della famiglia erano massime: era un po’ come prendersi in giro nel salotto di casa.
Quando gli accessi e la visibilità del blog sono cresciuti la famiglia è diventata più attenta e sensibile a quello che scrivevo. Mister Incredible, mio marito, credo che si diverta, così come si diverte lo hobbit grande, narciso e protagonista. Io poi ho imparato a creare una distanza tra i personaggi e le persone, una distanza che rende i personaggi fumetti e che sfiora le persone senza colpirle sul serio.
Prima di approdare su splinder, tenevi già un diario? Raccontaci l’origine del blog.
Tengo un diario da quando ho imparato a scrivere. Conservo bloc notes scarabocchiati in cui a sei anni mi lamento perché ho i capelli troppo corti per farmi i codini. È un diario più o meno strutturato e discontinuo, ma ho sempre lasciato traccia del mio passaggio per iscritto. Da due anni a questa parte lo faccio in questo modo ”pubblico”. Ho cominciato a scrivere il blog quando sono rientrata dalla seconda maternità al mio lavoro di giornalista finanziaria. Avevo voglia di raccontare qualcosa che non fosse l’andamento dell’indice mibtel e ho raccontato il mio mondo elastico.
Claudia una domanda che penso ti farebbero pure i muri ma che è d’obbligo (quantomeno perché io ne sono curiosissima): quanto c’è di reale e di inventato in ciò che scrivi?
La vita reale, diciamolo pure, spesso è una vera palla. Però offre spunti meravigliosi e può essere trasformata in un fumetto. Io parto da quello che mi succede e dalle persone che mi circondano e cerco di estrarne la chiave ironica.
Che differenze ci sono tra notorietà “virtuale” a quella fisica? E come stai vivendo il passaggio?
La notorietà virtuale è incorpora e impalpabile. Non hai mai la netta percezione della sua reale esistenza e quindi fai finta di nulla e non ci pensi. La notorietà fisica (sempre che nel mio caso si possa parlare di notorietà) è più tangibile e ti rende più vulnerabile e fragile. La notorietà virtuale è un gioco e tu non sei altro che un nick. La notorietà reale ti espone in modo molto più impietoso al giudizio altrui e mette in discussione te stessa e non solo il tuo avatar. Se poi, come nel mio caso la notorietà virtuale e reale si combinano, si sovrappongono e si amplificano il risultato è la colite cronica.
Per la “tua” Elastigirl hai preso spunto dalla Elasti disney (che ha la caratteristica di allungare i propri arti in modo appunto ”incredible”) o dall’eroina dei comics di Doom Patrol (in grado di alterare a piacere le sue dimensioni)?
Mi sono ispirara a Elastigirl degli “Incredibili” perché in quel periodo mio figlio grande vedeva il film (che, confesso, non amo particolarmente) almeno due volte a settimana e per me era diventato un’ossessione. Mi piaceva l’idea di questa donna, Hellen Parr, che aveva tirato i remi in barca per dedicarsi alla famiglia ma che dentro restava comunque una fantastica supereroina allungabile e coraggiosissima.
Una domanda che sicuramente ti hanno fatto molte volte è quanto sia difficile essere una mamma e una donna in carriera. Io invece voglio sapere quanto è divertente avere famiglia e lavoro e in più un blog in cui sfogarsi senza prendersi sul serio e tanti “amici” lettori che ogni giorno commentano le tue avventure?
È una delle esperienze più folli, divertenti e vitali che io abbia mai vissuto. A volte è terribilmente stancante ma a me piace così.
Se state pensando a Don De Lillo, bravi! Avete preso una solenne cantonata. In realtà l’autore di cui parliamo oggi è una lei, si chiama Claudia, è metà mamma, metà giornalista finanziaria e una supereroina tutta intera.
Nella blogosfera è conosciuta come Elastigirl (sì proprio la protagonista del famoso cartoon Disney) e, esattamente dall’ottobre del 2006, riceve visite e commenti da tantissimi blogger che leggono quotidianamente le sue strampalate avventure.
Dal sito Nonsolomamma al libro uscito per la Tea questo settembre. Per i maniaci, come me, del cartaceo, è impossibile non comprarlo, data tra l’altro l’ottima edizione e soprattutto la copertina di Silvia Ziche, fumettista bravissima che seguo da sempre.
Claudia racconta della sua famiglia: un marito barese stralunato e romantico, due bambini (hobbit, come li appella lei) pestiferi e sveglissimi, e tutto intorno una grande quantità di personaggi, ciascuno con un proprio soprannome e un carattere ben definito e naturalmente spassosissimo.
Così la tata diventa “Valentina Diolabenedica”, la zia antropologa che va a lavorare in un paese che non esiste è “la zia matta”, sorella dello “zio con l’orecchino al naso” per ovvi motivi, ci sono poi le moltissime fidanzate dello hobbit grande, i colleghi giornalisti, la dottoressa Tic Tac, la maestra “Dominatrix” incubo di ogni bambino, e così via.
Il libro è organizzato in un insieme di post, che si suddividono in capitoli ognuno dei quali rappresenta un mese, cadenzati dalle “Elasti-digressioni”, in cui si svelano dei piccoli segreti della famiglia, ad esempio dove e come i due “genitori incredibili” si sono conosciuti, o in cui si fanno delle riflessioni un po’ meno facete.
E ciò che secondo me rende unico e migliore un progetto del genere rispetto ai precedenti è proprio la struttura del libro, che riprende appunto il blog ma che non fa sentire la mancanza di una vera e tipica trama di un qualsiasi libro di narrativa.
Tutto questo accade per un motivo: Claudia scrive bene, semplicemente è una brava autrice, dotata di occhio ironico e critico per tutto ciò che gira attorno al mondo della maternità. Un esempio esilarante è il post dedicato al metodo Estivill, famigerato pediatra catalano che insegna ai papà e alle mamme come far fare la nanna ai proprio angioletti, senza però aver fatto i conti con i due esuberanti hobbit.
Insomma è un libro consigliato a tutti, ma un avvertimento: fa venir voglia di metter su famiglia!
Eccomi qui a recensire un libro appartenente alla categoria, per me incerta, delle pubblicazioni Pod. Non troverete, infatti, questo volumetto negli scaffali delle librerie di fiducia, ma solo online, in quasi tutti gli e-shop dedicati.
Le mamme non portano mai i tacchi ha una struttura tipica del blog/diario, fatto di appunti personali. Mio malgrado ho dovuto catalogarlo tra i saggi, perché per struttura e forma ha il metodo argomentativo, anche se non scientifico, di quel tipo di pubblicazione.
Si sbaglierebbe però a pensare che sia un libro austero, benché la copertina a sfondo grigio non deponga a suo favore; anzi è colmo di delicata (non sempre) ironia sul sottovalutato mestiere di mamma. Per una volta infatti non è un famoso pedagogo o un rinomato psicologo a consigliare, dalla sua cattedra, le neo e future mamme.
Certe argomentazioni possono non essere condivisibili, ma il modo in cui sono esposte è irresistibile e strappa il sorriso anche alle più sussiegose. Perché è fuori di dubbio che questo libro si rivolga direttamente alle donne, instaurando un dialogo confidenziale su “quelle cose che nessuno ti dice dell’essere mamma”.
Si va dal parto alla gestione corretta dei rapporti coi nonni, vicini, amici e zii, fino alla cura di sé, al di là di teorie astratte ma anzi con una presenza continua di rimandi alla vita reale dell’autrice ed alle “tribolazioni” che le produce la convivenza col piccolo Alessandro.
Mi ha divertito molto la parte finale dedicata alle tipologie di mamme: benché io non abbia figli non dubito di appartenere alla categoria delle distratte, forse con una spruzzata degli altri elementi.
Ed ora veniamo alla conferma dei miei sospetti: al di là del buon contenuto e della piacevole lettura, è nettamente percepibile la mancanza della sapiente mano di editori, editor, correttori di bozze e grafici. quale madre comprerebbe un libro di colore grigio, benché smorzato dalle decolleté rosse in copertina?
Il campionario dei difetti spazia dai semplici errori di battitura a quelli di impaginazione, parametri che nessun autore è tenuto a conoscere; è questo, anche, il lavoro editoriale. Ed è un peccato, perché meriterebbe un aspetto adeguato al contenuto.
Mi auguro che qualche casa editrice, anche solo di medio calibro, dia a questa donna il giusto spazio. Per il resto sono sicura, battagliera come traspare dai suoi scritti, che saprà farsi strada.