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Ransie la strega, Koi Ikeno

Ransie la stregaUscito in Italia per la Starcomics, Ransie la strega (Batticuore Notturno) della scrittrice Koi Ikeno è il tipico manga Shoujo, rivolto cioè a un pubblico femminile di solito adolescenziale. Ormai questa storia, composta da trenta numeri, risale a oltre vent’anni fa, anche se nel 2000 è uscito un volumetto a parte, dal titolo Nei paraggi di una stella che, narrando le vicende dei figli di alcuni dei protagonisti principali, è stato inteso dall’autrice come la vera conclusione.

Chi è stata bambina negli anni novanta ricorda forse l’anime tratto dal fumetto, una storia romantica dallo sfondo fantastico e dai tanti risvolti umoristici.

Ranze Eto (diventata Ransie nel doppiaggio italiano del cartone animato e sulle copertine dei fumetti) è una bella ragazzina di quindici anni: figlia di un vampiro e di una lupa mannara, appartiene al mondo magico anche se i suoi genitori hanno deciso di vivere sulla Terra. Anche Ranze ha dei poteri: mordendo qualcuno con i suoi canini appuntiti ne può assumere le sembianze finché, starnutendo, non rompe l’incantesimo.

Contravvenendo a tutte le regole del suo mondo, che proibiscono l’unione tra esseri magici e umani, Ranze si innamora di un compagno di classe, Shun Makabe, un giovane un po’ scontroso che sogna un futuro come boxeur.

Il suo amore per il bel ragazzo la caccerà nei guai, ma non tanto quanto la missione che il Re del loro mondo affida ai genitori della ragazza: scovare e uccidere il suo figlio segreto, il principe che vive sulla terra sotto spoglie umane…

Molto più complesso dell’anime (che di fatto si ferma ai primi volumetti della saga) il manga racconta molteplici vicende fantastiche che si intersecano tra di loro, dove il protagonista indiscusso rimane però – perché di shoujo si tratta – il legame tra Shun e Ranze, non così scontato come può sembrare perché passerà attraverso la maturità fisica ed emotiva di entrambi i protagonisti oltre che tra mille ostacoli, magici e non, che si frapporranno tra di loro. Il tutto condito da una sana dose di umorismo, con momenti divertenti che spezzano i momenti di maggiore tensione o romanticismo e rendono la lettura frizzante e mai smielata.

La vicenda di Shun e Ranze si chiude nella prima metà della saga: dal volume 17 in poi l’attenzione della manga-ka si sposta su Rinze, il fratellino di Ranze diventato ormai adolescente e a sua volta, come già la sorella prima di lui, costretto a fare i conti con il profondo legame che lo unisce al mondo umano.

Devo dire che ho ripreso in mano con molto piacere questo manga dopo anni e anzi, non mi ricordavo un’opera di livello così alto e dalla storia così intricata e così piena di personaggi (all’epoca mi fu prestato ma sospetto di non aver avuto in mano che una parte dell’intera saga). Visto che il primo volume è datato 1982 e il trentuno è uscito nel 2000, si nota una diversità del tratto tra i primi disegni e gli ultimi, anche se la cosa alla fine fine è piacevole: è come se anch’esso fosse maturato insieme ai protagonisti.

Anche il volumetto conclusivo è stato sicuramente un regalo gradito di Koi Ikeno ai suoi fan, forse ai suoi tempi chissà, anche inaspettato perché uscito quasi cinque anni dopo il numero trenta: l’ideatrice lo chiude con una bel disegno commovente che illustra sé stessa che saluta tutti coloro i quali hanno seguito la sua storia per quasi vent’anni.

Lo consiglio alle adoratrici del mondo giapponese shoujo, qualsiasi età voi abbiate: del resto, sarà anche per ragazzine ma io di anni ne ho trentaquattro!

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Scritto da: Only il 10 Marzo 2010
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Slam Dunk, Inoue

Slam dunkNegli anni ’80, tra i filoni di grande successo dedicati ai robottoni e alle orfanelle, si inseriva nel panorama degli anime quello dedicato agli sport, che aveva i suoi cavalli di battaglia in fenomeni come Mimì e la Nazionale di Pallavolo, Mila e Shiro, Holly & Benji.

Nell’ambito dei fumetti, la diffusione dei “manga sportivi” non ha avuto certo il medesimo effetto, ma sul finire degli anni Novanta il Giappone (e successivamente l’Italia) è stato travolto da una squadra di basket molto particolare, formata dai protagonisti dell’opera di Inoue Takehiko: Slam Dunk.

Chi conosce bene la trama di Mila e Shiro potrebbe trovare qualche somiglianza: il personaggio principale è infatti un ragazzo dai capelli rossi, ribelle per non dire teppista, che per ottenere l’amore di una ragazza si butta anima e corpo nello sport. In questo caso si tratta di pallacanestro, perché il nostro Hanamichi Sakuragi ha la fortuna di essere altissimo (per o meno per gli standard giapponesi).

La squadra del liceo Shohoku non ha grandi elementi di spicco; per lo meno all’inizio l’unico giocatore degno di questo nome è il capitano Takenori Akagi che è anche il fratello di Haruko, la musa ispiratrice di Hanamichi. Tuttavia ben presto il team si arricchisce di nuovi elementi come Hisashi Mitsui, un teppista con un passato da grande giocatore alle scuole medie, Ryota Miyagi grandissimo playmaker penalizzato dalla scarsa altezza e soprattutto Kaede Rukawa, promessa del basket, bravo quanto arrogante e – ciò che è peggio – capace di far andare in visibilio tutte le ragazzine, Haruko compresa.

Il percorso dello Shohoku per arrivare alla conquista del campionato è l’anima del fumetto, tuttavia non mancano le situazioni di vita personale, i problemi adolescenziali, le gelosie, le difficoltà ma anche le soddisfazioni che animano una squadra così eterogenea e particolare. Il tratto di Inoue è pulito, i dialoghi spesso esilaranti, specie nelle parti che vedono contrapposti i due rivali Sakuragi/Rukawa. C’è, inoltre, una serie di personaggi di contorno di forte impatto; il più delle volte si tratta di avversari da battere come Akira Sendo, talentuosa ala della squadra del liceo Ryonan.

Lo sport è, naturalmente, il vero protagonista dell’opera con la sua capacità di unire e migliorare i caratteri di coloro che vi si dedicano; lo humor sempre presente impedisce al lettore di annoiarsi o anche solo di far calare la propria attenzione e le vignette in superdeformed piazzate nei momenti più impensati rendono simpatici anche quei personaggi che nel continuum della storia avrebbero i ruoli più solenni o distaccati.

Da Slam Dunk è stato tratto anche un anime e diversi OAV, segno del successo del’opera. Forte di questo consenso, l’autore si è dedicato ad altri due manga sullo stesso argomento: Buzzer Beater e Real; quest’ultimo tratta però del mondo del basket per disabili e va a toccare una tematica sociale decisamente innovativa per il mondo dei fumetti.

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Scritto da: Elfo il 20 Ottobre 2009
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Il mondo di Banana Yoshimoto, Amitrano

Il mondo di banana yoshimotoLeggere Banana Yoshimoto lascia sempre un’incognita profonda terminato il libro. Cosa ho letto? Non perché non consideri il genere umano in grado di districare le intricate trame – ma diciamocelo, spesso e volentieri un po’ trite e ritrite – quanto piuttosto perché: mi piace Banana Yoshimoto o Giorgio Amitrano? La questione della traduzione è una strada senza uscita. Quando leggiamo opere provenienti dall’estero compiamo un atto di fede nei confronti di chi, per noi, compie un lavoro di traduzione e selezione.

Questa fiducia non è sempre incondizionata, spesso le nostre conoscenze di lingue straniere ci permettono di giudicare il testo per quello che è nella sua lingua e per quello che diventa nella nostra. Nel caso del giapponese, però, c’è poco da intuire per gran parte della popolazione italiana. Qualche tempo fa allora ho comprato un libro che è in realtà un libricino, e s’intitola “Il mondo di Banana Yoshimoto”. Firmato proprio Giorgio Amitrano.

In questo collage di interviste, riflessioni e immagini scopriamo qualcosa di più della nota autrice, e soprattutto dell’abilità di narratore – o in questo caso di cronista, forse – del più noto traduttore di letteratura “leggera” giapponese. Giorgio Amitrano ci racconta nel dettaglio i sorrisi e le mosse che contraddistinguono la “piccola” scrittrice, che dalla traduzione di Kitchen dei primi anni 90 si è riconfermata un fenomeno editoriale di anno in anno.

Perché è di almeno un libro all’anno, dice la stessa Yoshimoto, che si deve parlare per essere considerati qualcuno nel campo editoriale giapponese. Questa è solo una delle osservazioni che Giorgio Amitrano riporta fedelmente, e intono alla quale costruisce una cornice di parole che allettano e soddisfano l’orizzonte d’attesa del lettore.

Oltre ad analizzare le opinioni di Banana Yoshimoto sul mondo, Amitrano ci introduce nel mondo della scrittrice che non sempre rispecchia quello in cui viviamo. Se il suo lavoro richiama gli shojo manga per trama e, spesso, per stile, le influenze sono invece più vaste e varie. Non ultimo Dario Argento, di cui si interessa quando l’intervista si trasforma in un chiacchiericcio amichevole, che l’autore del libricino di cui vi sto parlando accenna appena, in maniera delicata, da far venir voglia di appollaiarsi su uno sgabello e osservarli, oltre che ascoltarli.

Così ogni “capitolo” affronta un tema della vita e delle opere di Banana Yoshimoto, che spesso si intrecciano e si sovrappongono, così come i suoi personaggi, che sembrano chiamarsi e rispondersi di romanzo in romanzo.

Amitrano si conferma duplicemente capace: come intervistatore, quando pone le linee guida per aiutare una persona da sempre riservata a rivelarsi al suo pubblico, e come scrittore, quando ripropone e osserva in maniera personale alcuni momenti topici della narrativa dell’autrice.

Grazie a queste pagine, inoltre, ho potuto scoprire i lavori di Nara Yoshitomo, artista contemporaneo del movimento Pop-art.

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Scritto da: marzia il 6 Ottobre 2009
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Esbat, Manni

Esbat Esbat, ManniPiù volte navigando in internet mi sono detta che certi ragazzi – autori sconosciuti di fan fiction (abili cioè nello sviluppare trame alternative per serie di anime, telefilm o libri molto amati) – meriterebbero la pubblicazione più di molti nomi che siamo ormai abituati a vedere sugli scaffali delle nostre librerie. Fino ad oggi, però, sembrava che la categoria dei “fanwriters” fosse relegata alla letteratura di serie B, senza alcun riconoscimento se non le dichiarazioni di stima dei lettori dei siti dedicati.

Finalmente questo muro di gomma si è rotto, grazie a Lara Manni ed al suo Esbat, che in origine era una fan fiction su Inuyasha (alzi la mano chi non conosce il mezzo demone con le orecchie canine creato da Takahashi Rumiko. Se proprio non vi viene in mente potete documentarvi su wikipedia), ma che ha finito poi per discostarsi dalla traccia originale per arrivare alla stesura di un racconto particolare ed avvincente.

Esbat è il nome con cui nella wicca viene chiamato un rituale che può compiersi solo con la luna piena e attraverso cui, in questa storia, il demone Hyoutsuki (Luna di ghiaccio) esce dal manga in cui è relegato perché desidera che l’autrice modifichi un finale che lo vedrebbe perdere le sue caratteristiche originali per diventare una spregevole imitazione di essere umano da cuore tenero.

La disegnatrice giapponese, chiamata solo Sensei (maestra), ha infatti il potere di interferire tra le dimensioni e modificare mondi che lei crede di aver inventato ma che esistevano già da prima. La donna non può fare a meno di innamorarsi del demone, così freddo e perfetto da scatenare la follia in chi lo guarda. Allo stesso tempo si intrecciano le storie di alcuni fan giapponesi, e di due ragazzi italiani appassionati al fumetto; in particolare si sviluppa la vicenda di Ivy, un’adolescente infelice, che ha anche lei a sua insaputa il potere di modificare i mondi e potrebbe diventare dunque facile preda per lo spietato Hyoutsuki.

Anche se la trama principale segue l’ossessione della Sensei, sento di poter definire Esbat come un romanzo corale in cui le varie voci si uniscono a creare un insieme omogeneo. Lodevole è il tentativo di combinare due realtà così diverse come l’Italia e il Giappone e a questo proposito devo muovere il mio piccolo appunto (niente più che un’impressione personale, dato che ho studiato giapponese all’università): le ambientazioni ed i personaggi sono ottimi nella loro caratterizzazione; ciò che suonano un po’ troppo “occidentali” sono i riferimenti a cui tali personaggi si rifanno. Si tratta infatti di poesie, canzoni, citazioni italiane o americane e questo – come chi ha vissuto in Giappone ben sa – è un po’ forzato.

Ciononostante, non si ha mai l’impressione di avere tra le mani un testo su cui l’autrice non abbia lavorato, al contrario. È chiaro il processo di studio sulle espressioni, persino sui nomi propri, nonché sulle differenze di linguaggio adatte per trasmettere le disparità culturali e sociali tra i vari personaggi ed infatti l’insieme funziona e si trasforma in una storia cupa, che si affaccia al confine tra l’horror ed il fantastico senza mai acquietarsi, senza mai annoiare.

Anche alcune tematiche come l’opposizione tra il caos e l’ordine (già viste in Pan del bravo Dimitri), la stregoneria, la facilità con cui gli adolescenti possono scivolare in sentieri sbagliati hanno una loro importanza e vengono toccate con serietà, pur seguendo il filo della narrazione principale. E Lara non ci fa mancare nemmeno una strizzatina d’occhio a Stephen King e alla sua “Carrie”, nei personaggi di Ivy e della compagna di scuola, Chris.

In conclusione: Esbat è un bel libro per tutti gli amanti della letteratura fantastica e una prova che la mia generazione – cresciuta a pane e cartoni animati giapponesi – sta affilando le armi per dimostrare che ci sono elementi capaci di buona letteratura. Se questo è un apripista, ho ragione di intravedere un futuro più roseo di quanto avessi osato sperare.

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Scritto da: Elfo il 1 Settembre 2009
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Pluto, Urasawa e Tezuka

pluto Pluto, Urasawa e TezukaPur essendo un appassionato di fumetti confesserò che non sono mai stato un grande lettore di manga. Pur essendo cresciuto con i primi robottoni di Go Nagai, Il Grande Mazinga, Goldrake… e tutto quello che in Italia è arrivato in seguito, il manga non mi ha mai conquistato. E però. E però ogni tanto leggi che rappresenta la felice eccezione alla regola. È il caso di Pluto, di cui ho letto il primo volume e di cui esce in questi giorni il secondo.

L’autore, Naoki Urasawa, fa con quest’opera un omaggio, sentito e riuscitissimo, al mitico Osamu Tezuka, altro autore storico del fumetto jappo, e nello specifico al suo celeberrimo Astro Boy, di cui rielabora una storia (Il più grande robot del mondo) e ne fa la vicenda narrata in questo bellissimo volume.
Sì perché ve lo dico subito, Pluto è molto bello, e potete leggerlo anche se non avete letto mai un manga in vita vostra… stando solo attenti che si legge da destra a sinistra – ovviamente!

Il mondo raccontato in Pluto è un mondo in cui robot intelligenti convivono con gli esseri umani in una società futuribile che ispira tematiche le quali richiamano da vicino tutta la letteratura e il cinema che hanno sviluppato l’argomento nel corso degli anni, da Asimov a Blade Runner.

In maniera peraltro molto intelligente. La vicenda ha per protagonista l’ispettore Gesicht, un robot chiamato a indagare sulla morte di due robot molto importanti, entrambi assassinati con le caratteristiche di un delitto rituale: sulle teste di entrambe le vittime vengono poste dall’assassino delle specie di lunghe corna.

Da qui prende le mosse il racconto, che sviluppa abilmente diverse sottotrame, fino a svelare che l’omicida ha designato ben sette vittime, i sette robot più potenti del mondo, fra i quali – sorpresa, sorpresa – lo stesso Gesicht.

Ottimamente narrato e disegnato, caratterizzato da un pathos tutto nipponico, Pluto è una lettura coinvolgente e non banale, che porta con sé tutte le domande che il genere porta in dote: qual è il confine fra l’uomo e la macchina? Può un robot provare emozioni? Alcune pagine toccanti di questo volumetto sembrano suggerirci di sì. Ancora meglio se letto in compagnia di un fresco Tocai friulano… Se si può ancora dire.

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Scritto da: tomtraubert il 9 Luglio 2009
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Ubunchu, Seo

Ubunchu – SeoFra le molte segnalazioni ricevute, ce n’è una molto particolare, che rispetta e promuove lo spirito delle licenze Creative Commons. Si tratta di Ubunchu, un fumetto giapponese rilasciato con i “sorgenti”, e che ha come tema centrale la vita di tre studentesse che amministrano un sistema con Ubuntu, la famosissima distribuzione di Linux.

Il legame tra Linux e Creative Commons è di vecchia data, ma, per chi non lo conoscesse, ricordo che Ubuntu è un sistema operativo open source, liberamente utilizzabile (e modificabile, per gli utenti un po’ più esperti) e distribuito gratuitamente. Nel pieno rispetto della licenza c’è anche chi l’ha tradotto gratuitamente in italiano, mantenendo il verso della lettura nipponico.

Veniamo al fumetto vero e proprio; sono pochissime pagine queste che compongono il primo capitolo (di non si sa ancora quanti), la trama è ancora completamente nascosta, ma vengono presentati i tre personaggi attorno ai quali ruoterà la serie. Sono tre studenti alle prese con un computer nuovo. L’avvio non è dei più avvincenti, beh, ma sembra essere un manga divulgativo.

Tutta questa prima puntata infatti ha l’aspetto di uno spot a favore di Ubuntu, enfatizzato e messo al centro di discussioni e pantomime; i tre ragazzi ne discutono i pregi e tentano di scoprirne i difetti, ognuno dal suo punto di vista (utente Windows, utente Mac e utente Linux). Purtroppo la parte apologetica è piuttosto invasiva, diventando in breve stucchevole: vero è che bisogna sempre pubblicizzare le iniziative lodevoli, ma bisogna mantenere una misura.

Resta però un buon tratto, con effetti comici di deformazione che mi ricordano, almeno in parte, Excel Saga (niente a che fare con la suite di office, non temete!), un tentativo pregevole di diffondere la cultura open e le licenze CC e la chiarezza nell’illustrare le prerogative del sistema e i suoi vantaggi.

Sicuramente è rivolto a un pubblico di appassionati informatici e, nello specifico, agli estimatori di Linux, ma può essere anche un buon approccio per conoscere un sistema nuovo in modo scanzonato. Sicuramente sono curiosa di sapere come si evolverà la storia ancora abbozzata.

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Scritto da: Livia il 13 Maggio 2009
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MARS, Souryu

Mars – SouryuTra il 1999 e il 2003, al ritmo massacrante di un’uscita ogni tre mesi, la Star Comics ha mandato nelle edicole e nelle fumetterie un manga di livello ottimo, che ha senz’altro contribuito a diffondere il fenomeno degli shoujo (manga per ragazze) nel nostro paese: MARS, di Fuyumi Souryu.

La storia a grandi linee potrebbe apparire trita e ritrita: la sedicenne Kira Aso è una delle ragazze più timide ed impacciate del liceo, ma è molto buona ed ha un grande talento nel disegnare. Questa sua dote attira l’attenzione di Rei Kashino, il più bello della scuola, che è considerato un delinquente dalla maggior parte degli insegnanti, anche per la sua folle passione per le moto da corsa.

Rei e Kira si innamorano e fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo sotto il Sol Levante. Ciò che rende MARS un manga a mio parere unico è l’introspezione psicologica dei personaggi e soprattutto la lenta scoperta, da parte dei lettori, dei traumi che hanno segnato le vite di questi due giovani e li hanno condotti l’uno sulla strada dell’altra. Kira è talmente imbranata che la gente si sente quasi “spinta” a farle del male e questo stimola lo spirito di protezione di Rei, anche perché c’è un personaggio-ombra che risulta essere uno dei veri protagonisti: è il gemello del giovane, Sei, che si era suicidato pochi anni prima, dopo che entrambi avevano perso la madre.

La sensibilità della ragazzina e quella del fratello sono così simili che Rei pensa di potersi riscattare attraverso di lei e la strada per capire che non può essere così sarà lunga e dolorosa. I personaggi di contorno sono per contrasto ridotti ad ombre che vanno e vengono nelle vite dei protagonisti, ma ciò sembra fatto apposta per sottolineare come solo loro due riescano a conoscersi e comprendersi a pieno: non si tratta quindi di un difetto, ma di un ulteriore espediente per valorizzare la storia d’amore.

Gli argomenti trattati in quest’opera non sono affatto da “fumetto”: il suicidio, la malattia, le violenze sia fisiche che psicologiche, il trauma dell’abbandono, ma anche la gioia nel trovarsi e ritrovarsi, la cautela con cui si prova a guarire dalle forti delusioni e, soprattutto, la forza dell’amore che – se non cancella le difficoltà – riesce almeno ad alleviare la sofferenza e a donare speranza. Tutto questo è contenuto nei 15 volumetti della serie, disegnati con tratto pulito ed accurato dalla Souryu, che grazie ad essi è riuscita ad affermarsi come autrice.

Il linguaggio è semplice e diretto, sicuramente adeguato alla storia: spesso nelle riflessioni dei protagonisti ci sono pillole degne di far riflettere sulla realtà dei rapporti con il prossimo, il che, per un manga, è un pregio degno di nota.

In conclusione, devo ammettere che MARS è uno dei fumetti più densi di sentimento che mi sia mai capitato di leggere. Avevo intenzione di spiegarvi il titolo, ma ho cambiato idea: penso sia meglio che scopriate da soli il piccolo mistero che esso cela, soprattutto perché si tratta di una delle scene più intense ed emozionanti di un’opera che – come avrete capito – vi consiglio di non perdere.

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Scritto da: Elfo il 7 Maggio 2009
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Ultimi raggi di luna, Yazawa

Ultimi raggi di luna - Ai YazawaIn questo periodo Ai Yazawa sta spopolando con la famosissima serie “NANA”, un cult per molti adolescenti grazie anche al passaggio dell’anime su MTV. Molti non sanno, però, che tra le opere minori di questa mangaka si cela un vero e proprio gioiello: Ultimi raggi di Luna – Last Quarter (Kagen no tsuki in lingua originale).

Last Quarter è il titolo della canzone che fa da sfondo alla vicenda di Hotaru, una dodicenne che, con l’aiuto di un piccolo gruppo di amici, tenta di far luce sulla storia di una misteriosa ragazza chiamata Eve, la quale vive confinata in un’antica villa senza ricordarsi altri che Adam.

Questi, musicista bello e maledetto, sembra però averla abbandonata. L’avventura si complica quando i bambini scoprono che Adam è morto vent’anni prima, mentre Eve non è che la proiezione dello spirito di Mizuki Mochizuki, una giovane in coma da diversi giorni dopo essere stata investita da un camion.

I pregi di quest’opera sono molteplici: innanzi tutto la scelta di mostrare la vicenda dal punto di vista dei bambini le conferisce purezza e freschezza e ne attenua gli accenti da ghost story che, se eccessivi, sarebbero risultati fuori luogo. In questo modo la storia d’amore ultraterrena acquista spessore e può ambire ad essere il motore narrativo che spinge sia i protagonisti che i lettori a voler andare fino in fondo.

La caratterizzazione dei personaggi è profonda, come nella maggior parte dei manga della Yazawa, ma mai come in Ultimi Raggi di Luna l’autrice ha utilizzato precisione e delicatezza allo stesso tempo. Amore, dolore e mistero sono sapientemente intessuti nella trama che circonda lo sfuggente Adam, ma anche i rapporti personali tra i bambini che indagano su di lui sono trattati con dolcezza e rispetto, come se l’autrice volesse dare un ultimo sguardo su quegli anni così pieni di innocenti aspettative che precedono l’adolescenza.

Il linguaggio utilizzato è generalmente colloquiale, ma vira al poetico quando si parla d’amore, pur senza mai scadere nel “mieloso”. Un ulteriore elemento di forza è la brevità: l’intero manga è composto da sei volumetti e questo potrebbe incoraggiare chi si sente allergico a quelle storie che sembrano trascinarsi senza avere mai fine.

Se cercate dunque un fumetto d’azione passate ad altro, ma se avete voglia di una lettura che accarezzi il vostro lato romantico e vi faccia commuovere un po’, Ultimi Raggi di Luna è davvero quello che fa per voi.
In Italia, la Planet Manga ne ha avviato di recente la pubblicazione “de luxe”, perciò potete reperirlo facilmente in tutti i negozi specializzati.

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Scritto da: Elfo il 10 Febbraio 2009
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Appunti per un omicidio – Death Note, Ohba e Obata

death note 1DEATH NOTE. Un titolo suggestivo, una bella veste grafica, un disegno accurato, amici che te ne parlano bene, e ti ritrovi a sfogliarne qualche pagina. La storia ti prende, inizi ad identificarti col protagonista, coi protagonisti, ed è fatta. E cominci a porti le prime domande.

Quando mi approccio ai fumetti trovo spesso un fortissimo deterrente: so qual è il primo volume, ma non ho certezza di quale sia l’ultimo. Non sto qui a citare quanti fumetti, occidentali ed orientali, si siano dilungati in saghe infinite, in cui la trama principale, diluita e rimasticata, si è smarrita in favore della continuità produttiva.

C’è da dire che, più in generale, mal sopporto i sequel, i prequel, gli spin-off e tutte queste invenzioni di valenza solamente economica. Per me una trilogia è una trilogia solo se l’autore l’ha concepita come tale. Ben venga l’inter-medialità, la rielaborazione creativa; ma la serialità fine a se stessa no, non la reggo.

In questo senso molti fumetti per me diventano “prodotti” e non più opere d’arte. Certo, è più facile riscaldare la minestra di un personaggio già avviato, conosciuto, famoso. Ci vuole coraggio a chiudere una saga senza tornarci su, e non tutti ce l’hanno. Con questo spirito quando mi viene proposto un fumetto chiedo subito: è finito? Sì? DEATH NOTE mi ha attratta perché è già interamente pubblicato, sono 12 volumi, con un tredicesimo di chiose e consigli alla lettura. Per cui corro pochi rischi ad iniziarlo.

Dalle prime pagine la trama sembra essere già svelata, con un abile ricorso ad una mitologia della morte mista fra l’orientale e l’occidentale. Per chi avesse voglia di coglierlo, c’è un forte legame col Settimo sigillo di Bergman, fosse anche solo nell’andamento scacchistico del contendere tra i due protagonisti/antagonisti.

L e Kira, combattendosi, dibattono i temi della pena di morte, della giustizia in senso lato, dello stato di diritto. Già dal secondo capitolo, verranno utilizzati solo i loro pseudonimi, creando così una maschera che è facile, per il lettore, calarsi sul viso. Non mi è stato possibile astenermi dal parteggiare per uno dei due, ma devo ammettere che la trama sviluppata da Ohba spinge a riflettere sulla validità delle argomentazioni dell’altro.

Coniugare manga a spunti di riflessione così profondi è proprio dei grandi autori. Che sono rari, è vero, ma per fortuna ci sono.

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Scritto da: Livia il 8 Giugno 2008
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