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E cospargiamoci il capo di cenere ma col sottofondo di un disco di Hiromi Uehara.
Perché gli scrittori si prendono troppo sul serio?
Certo, non dovrebbero mica arrabbiarsi più di tanto, mani e piedi, colle dovute proporzioni, sono imparentati, può capitare di confondersi. Così se uno scrittore scrive coll’arto sbagliato non c’è da essere permalosi, basta fare mente locale e togliere quel piede dalla tastiera, questione di abitudine.
Scrivere e pedalare forse sono la stessa cosa, c’è la stessa fretta quella di tagliare il traguardo delle vendite col romanzo giusto, azzeccando anche la festività più propizia. Pedalare, pedalare è tutto un affannarsi, anche coi piedi no? Superare un’altra curva e coordinare i riflessi del corpo per dare la spinta con meno soddisfazione al vento di critiche che li frena.
Agli scrittori non gli perdoniamo proprio nulla, non gli perdoniamo gli insuccessi, le virgole fuori posto o troppo perfette, figurarsi la normalità di certe loro inadeguatezze. Non possiamo perdonargli neppure il successo, perché diamo per scontato che vada meritato, peccato che la storia insegni come sia sempre stato conquistato, preso di forza, strappato.
Non gli perdoniamo nemmeno la banale normalità, come le foto tranquille e i sorrisi di circostanza. Non indulgiamo neppure quando si negano, si nascondono per non essere trovati oppure quando sono troppo di tutto: presenti, mondani, citati, cercati, davanti all’obbiettivo o tra le prime pagine.
E non gli perdoniamo nemmeno se ci abbandonano, se smettono di scrivere o se decidono di uccidersi per una semplice fragilità umana. Così quando gli scrittori se ne vanno, non gli perdoniamo nemmeno l’uscita di scena. Vorremmo che fosse riscritto il finale perché è imperativo il continuare a raccontare. Devono dirci come la vedono la vita, come la fingono, come la ingannano, non possono smettere, non si può.
Non gli perdoniamo la depressione, nemmeno la malattia perché non possono smettere di raccontarci il dolore, la gioia, non possono.
Devono reggere il peso della vita, devono restare calmi qualunque sia la diagnosi, qualunque sia quella violenza che tengono dentro.
Gli scrittori non possono perdere la speranza come noi.
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Come tutti i ragazzi anche io ho sviluppato una malsana passione per i videogiochi che, purtroppo, perdura tuttora. Tra i videogames che hanno segnato la mia infanzia ricordo con piacere Prince of Persia. Perciò quando ho letto il titolo di questo libro di Angelo Calvisi e ho visto la sua bellissima copertina non ho potuto fatto a meno di leggerlo.
Il principe di persia inizia dove finiva il primo floppy: il protagonista sposa la Daughter (cioè figlia del sultano) ma presto è costretto a scappare dal palazzo a causa di una congiura del redivivo Jafar.
Sin qui tutto normale, tranne per il fatto che il principe sa di vivere in un videogioco e che dovrà spendere molte vite per arrivare al livello finale. Quello che non sa è che la sua realtà si confonderà sempre più con la nostra e che la sua avventura si trasformerà in un viaggio allucinante nella mente di un pazzo…
Questo breve libro fa parte di un trittico dello stesso autore (gli altri due sono Il Geometra sbagliato e Maledizione del sommo poeta) che ha come tema la malattia mentale. Con stile semplice ed elegante, l’opera ci mostra una storia tragica eppure a suo modo avventurosa attraverso gli occhi di un uomo che ha perso la sua sanità mentale.
Si passa dalla coerenza del videogioco al’incoerenza di una realtà distorta dove si fatica a trovare un senso agli avvenimenti (ammesso che ci sia). Quelle parti, in cui più ci si addentra nella follia, sono sottolineate da uno stile più alto ed intricato, molto evocativo.
Sparsi per l’opera ci sono molti riferimenti alla letteratura classica (italiana e non) ma anche al cinema ed alla televisione tutti riportati nei credits dell’autore.
Se avete un paio di pomeriggi liberi sono sicuro che troverete interessante questo Principe di persia. Essere impazziti per salvare la Daugther non è necessario…però aiuta.
Sì, è proprio il pittore Paul Gauguin (1848-1903) e Noa-Noa (la “profumata”) è il suo diario dei periodi trascorsi nelle isole di mari del sud a Tahiti dove era giunto nel 1891 e con una breve parentesi di nuovo in Francia vi si stabilirà definitivamente nel ‘95.
Di questo diario in questo libro vengono presentati alcuni brani, i più poetici, quelli che descrivono luoghi, usi, costumi e gente, come ce li immaginiamo convenzionalmente noi: posti incantati e incantevoli perché incontaminati, costumi innocentemente disinibiti, persone spontaneamente allegre, gentili e amiche. E, in effetti, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quei luoghi, quelle usanze, quelle popolazioni maore erano proprio così e, Gauguin, era uno dei pochi europei che abitavano quelle isole. Inoltre, non è difficile figurarsi, cosa potessero significare per un pittore ch’era stato anche impressionista, quei colori, quei paesaggi, quei tramonti, quei chiar di luna.
Paul Gauguin, pittore geniale iniziatore del cosiddetto cloisonnisme, e, come ci è famigliarmente tipica la figura del genio, sregolato e spesso in bolletta, così dicono le sue lettere all’amico pittore Daniel De Monfreid che seguono le note di Noa-Noa. Gauguin, che chiede denaro (che gli spetta), fa conti, offre addirittura specie di “abbonamenti” ai suoi quadri…
Per non parlare della vita sentimentale: i costumi così liberi gli permettono una vita che sarebbe stata considerata assai riprovevole in Europa (dove, da parecchio tempo, a Copenaghen aveva lasciato la moglie e i figli); già nell’aprile del ‘96 – a 48 anni – scrive: “con 100 franchi al mese viviamo io e la mia donna, una ragazzina di tredici anni e mezzo: non è molto, non vi pare?”; con i criteri della morale attuale sarebbe ritenuto e arrestato come pedofilo. Nel novembre dello stesso anno: “Sarò presto padre di un meticcio; la mia ragazza si è decisa a stamparlo.”
Evidentemente era una giovane dalle decisioni rapide. Ma, oltre a questo, c’è il lavoro e la malattia, la ferita al piede che lo consumerà sempre di più. E, per quanto belli e accoglienti siano i luoghi e le genti, con l’andar degli anni la solitudine, la lontananza dall’Europa si faranno sentire sempre di più: “Sono nel più assoluto isolamento.” (maggio 1902).
E poi, nelle note di Avant et après, che “non è un libro”, la sua vicenda con Van Gogh (1853-1890). Su invito/richiesta di quest’ultimo, nell’autunno del 1888 i due coabitano e lavorano ad Arles in Provenza. Due caratteri forti: entrambi impulsivi ma uno sa dominarsi e l’altro no; uno, pur nel genio, sa vivere con un e in un certo ordine: l’altro no; uno, pur sregolato e tutt’altro che flemmatico, ha la testa a posto: l’altro no: è folle, non sa nemmeno coordinare i pensieri né le parole per esprimerli.
E, per di più, ha impulsi violenti. Omicidi: una sera, uscito da solo per cercare di rilassarsi dopo una giornata non certo tranquilla: “Avevo quasi attraversato piazza Hugo, quando avvertii alle mie spalle quei passi brevi, rapidi, a sbalzi, a me ben noti. Mi voltai proprio nell’attimo in cui Vincent si precipitava su di me con un rasoio aperto in mano.” Poi a casa, quella sera, una scena da film splatter: sangue, sangue, sangue per tutta la piccola abitazione; e Van Gogh che si era mozzato l’orecchio e, quando ne aveva avuto la forza, era sceso al vicino bordello per donarlo alla tenutaria: “come ricordo”.
Questa era la follia di Vincent.
Oltre che dipingere, a quanto pare, Gauguin sa anche raccontare! Se si pensa che queste non sono righe di una storia inventata ma, purtroppo, vera e vissuta (anche se alcuni storici sostengono che l’episodio dell’orecchio mozzato si sia svolto diversamente). Certo, il suo lavoro primario era la pittura, tuttavia i suoi testi, specialmente (ma non solo) Noa-Noa, rimangono suggestivi e poetici. Da leggersi, se ne trovate una ristampa.
A volte i libri prendono ispirazione dalla realtà tanto da essere più che verosimili, da sfiorare il sospetto che di finzione resti ben poco. Così è anche per questo primo thriller di Aìsara, I partigiani del genoma di Lisa Corimbi, ambientato nel presente e in luoghi conosciuti.
La Sardegna, infatti, fa da sfondo a una vicenda intricata e intrigante, in cui non mancano tutti gli elementi tipici del genere: cospirazioni, gruppi segreti, multinazionali, rapimenti e omicidi a sangue freddo.
Stefano Reali è un uomo scomodo, un giornalista-segugio che non si ferma mai alle apparenze e, da vero “mastino”, si aggrappa anche al più piccolo indizio per cercare di arrivare alla verità, per quanto nascosta o pericolosa possa essere. Gli è costata già, questa sua attitudine, un trasferimento (declassante) mentre svolgeva un’inchiesta, e gli costerà anche di più questa volta.
La vicenda prende avvio da una serie di rapimenti sospetti, diversi dalla norma: i rapiti infatti vengono liberati con gravi malattie che non avevano mai manifestato. E nello stesso periodo la Sardegna è la regione del progetto pilota di mappatura del genoma umano e gli scienziati ne celebrano il buon andamento. Non ci vorrà molto per mettere in correlazione le due cose.
Attraverso un’esistenza materiale e una puramente virtuale Stefano arriverà a scoprire, insieme ai suoi compagni di ricerca, cosa si cela dietro a questi eventi. Non vi dico di più, per non guastarvi la sorpresa di una lettura avvincente.
Quello che è evidente, però, è la verosimiglianza assoluta dei comportamenti e delle situazioni: dai responsabili della stampa, ottusi o asserviti quando non collusi con il potere, che tacciono per convenienza, alla segretezza del progetto pilota che effettivamente esiste in Sardegna e di cui ogni tanto viene pubblicato qualche risultato ma, sostanzialmente, nulla è dato sapere.
Il tutto narrato con una scrittura diretta e semplice, anche se inizialmente con qualche ridondanza, e uno stile sobrio. Quello che ci vuole, insomma, per raccontare una storia che di complesso ha già la trama e lo svolgimento dell’azione.
Chissà che, in fondo, non contenga più di un briciolo di verità. Indicato per tutti gli amanti del genere ma anche per chi volesse conoscere di più la cultura sarda moderna.
Parlavo qualche tempo fa di tendenze canose, del nuovo ruolo che gli animali da compagnia stanno assumendo non solo nelle nostre vite ma anche nella nostra letteratura. Pensavo che fosse proprio di una sensibilità contemporanea considerare il cane un membro della famiglia a tutti gli effetti. Ma leggendo Topsy, di Marie Bonaparte, mi rendo conto di avere sbagliato.
Se il nome vi fa ipotizzare una parentela, avete indovinato. Marie Bonaparte è infatti pronipote proprio di Napoleone, nobildonna dedita all’approfondimento intellettuale, allo studio e alla diffusione del metodo psicanalitico, discepola e successivamente amica di Sigmund Freud. Una donna in grado di scrivere diversi trattati su Eros Thanatos Chronos e sulla Sessualità della donna.
Una donna di scienza che compie un’eccezione per affidarci il suo straordinario racconto di vita quotidiana con cane, con una sensibilità molto diversa da quella del suo tempo. È la prima infatti in cui leggo la concezione moderna di animale non come complemento del giardino ma come membro effettivo della famiglia e oggetto di sentimenti riservati solitamente agli umani.
Nel suo rapporto con Topsy, un chowchow (imparentato col cane di Freud), si possono scorgere i germogli di rispetto per l’altro e quell’attaccamento che chi non ha mai vissuto con un animale (cane, gatto, iguana o furetto che sia) non riesce a comprendere. Si fa più evidente quando, di fronte alla malattia di Topsy, un tumore, Marie decide di sottoporla ai “raggi magici”, ovvero ai primi, sperimentali, Raggi X.
Con successo, perché la malattia del cane regredisce fino a sparire, dandole modo di iniziare alcune riflessioni sulla vita, sull’incoscienza e sulla preoccupazione tipicamente umana del futuro. Non senza comunque un sotterraneo disagio, quasi un senso di colpa, per aver dato al cane una possibilità che pochissimi, anche tra gli umani, avevano a quel tempo.
Sì, perché la stesura di questo libro risale al 1937, anno in cui non era facile anche solo pensare al rispetto per i viventi diversi dall’uomo. L’unico elemento a risentire dell’epoca, ma anche del contesto nobiliare dello scrittore, è lo stile, fin troppo aulico e poetico anche in passaggi relativamente semplici, ma fa parte del fascino di questo che è a metà tra un documento e un diario personale.
Consigliato a chi vuole capire l’evoluzione dei rapporti e la coevoluzione animale-uomo.
Come mamma di prole numerosa conosco a menadito gli autori per l’infanzia, e non vi nascondo che il mio sogno segreto sia quello di entrare a far parte di questa olimpica categoria. Una delle mie, anzi della nostre, firme preferite è senz’altro quella di Roberto Piumini, varesino di adozione e per questo per me ancora più caro. Di questa deliziosa penna notissima a bambini e ragazzi oggi vi presento un libro un po’ datato, pubblicato nel 1987, e che ha fatto sognare già un paio di generazioni di giovani lettori: Lo Stralisco.
Non è propriamente un libro per l’infanzia. È piuttosto un romanzo breve, o meglio ancora un ampio racconto destinato agli adolescenti, pubblico al quale Piumini, vincitore di una delle prime edizioni del premio Chiara nel 1991, ha indirizzato parecchia della sua vasta produzione.
La vicenda narrata ha come protagonista un pittore paesaggista, Sakumat, a cui un burban – una figura di governatore importante – affida un compito molto delicato: affrescare gli interni delle tre stanze del palazzo dove alloggia suo figlio. Fra il bambino Madurer, affetto da una malattia incurabile per cui gli è vietato esporsi alla luce del sole e il pittore si instaurerà un’amicizia intensa nella quale si affiancherà, gentilmente, il padre.
Il bambino, la cui fantasia fervida suggerisce i soggetti della raffigurazione, si fa dipingere dall’amico pittore il mondo che ha conosciuto solamente nelle pagine dei suoi libri: pascoli, prati, mari, montagne, pianure, boschi di cedri, farfalle, uccelli variopinti e ancora mille animali diversi.
Madurer vive questo suo mondo per la prima volta attraverso i colori della pittura e sceglie da sé, in un sommo impeto di ispirazione, le tinte del prato che sarà per lui il luogo del dolce, definitivo riposo.
È un libro struggente, Lo Stralisco, dove un’amicizia singolare illumina una piccola vita larvale e le suggerisce il suo significato. Ed è attuale più che mai il suo insegnamento: dove l’esistenza parrebbe esprimersi con dei grossi limiti, con la preclusione della normalità di poter vedere, sentire, toccare e respirare, un sentimento di dedizione da una parte, e di discenza muta dall’altra sublimano la crisalide e preparano il terreno alla felicità ultraterrena.
Attraverso le pagine scorrevolissime e ad un tempo intense di Piumini, per mezzo della sua sapiente cesellatura dove le parole sono luminose ed evocano tavolozze cangianti il lettore è accompagnato in una dimensione sospesa. Tante sono le metafore indimenticabili del libro: il tempo che si fa pennello di luci sempre più soffuse; la morte vista come un prato che si addormenta di una stanchezza felice; il risveglio nel giardino gioioso e paradisiaco – topos etimologico tanto caro alla letteratura classica; la vita stessa attraverso il gioco comune dell’ispirazione e della pittura.
È un libro incantevole e senza tempo, Lo Stralisco, che sa commuovere lettori di ogni età e disposizione intellettuale e che non finirebbe mai di ricominciare a leggere.
Il libro di Ruesch racconta una storia che tutti dovrebbero conoscere su quello che chiama «il Kombinat Chi-Me-Vi» (cioè il complesso chimico-medico-vivisezionista). [...] Ruesch descrive ed esemplifica con grande chiarezza il fondamentale conflitto di interessi di un’industria che, da un lato, si presenta come ansiosa di curare la popolazione mondiale e migliorarne la qualità della vita, ma che d’altro lato deve la sua prosperità economica precisamente al perdurare e moltiplicarsi delle malattie. L’ideologia propagandata a tutti i livelli per rendere i cittadini sottomessi a questa logica di profitto ha molti aspetti e livelli:
- il corpo umano viene rappresentato come radicalmente difettoso e bisognoso del soccorso medico fin dalla più tenera infanzia (nella forma delle vaccinazioni obbligatorie) o addirittura fin dal parto;
- si offre la farmaceutica come la chiave di volta della salute umana, e la “ricerca medica” come sinonimo di progresso in campo sanitario, esaltandone i risultati in maniera irrealistica e ingannevole;
- la consapevolezza delle cause modificabili di molte tra le malattie più diffuse viene rimossa, inducendo i cittadini a pensare, falsamente, che non si possa far molto per evitare che si ammalino (per esempio di cancro), e che in sostanza si può solo tentare di curarli una volta ammalati;
- la nozione di prevenzione è quindi snaturata trasformandola in quella, ben diversa, di diagnosi precoce, sostenuta mediante campane di esami (radiografici, per esempio) per intere popolazioni; tali esami, di cui nei casi più pubblicizzati (seno, prostata) non è mai stato dimostrato un vantaggio netto per la collettività, creano un perenne e di per sé debilitante stato di incertezza sulla propria salute, e producono spesso esiti ambigui o distorti, con la conseguente progressione a esami più invasivi e rischiosi;
- solo in pochi dei casi in cui le cause delle malattie sono collegabili allo stile di vita individuale (fumo, sedentarietà, alcol, droghe) capita di sentire pubbliche esortazioni al cambiamento, peraltro raramente associate a provvedimenti legislativi che lo facilitino;
- le cause di malattia collegate a difetti strutturali dell’organizzazione sociale o del sistema industriale vengono accuratamente sottaciute o, finché possibile, negate; in particolare si sottovalutano o ignorano le malattie causate dagli stessi farmaci, dalle terapie e dalle procedure diagnostiche (le malattie iatrogene) e quelle derivanti dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua, dalle radiazioni, dall’esposizione ad agenti tossici connessi con la produzione industriale (di tutti i tipi, compresa l’agricoltura) e dall’adulterazione – legale o illegale – dei cibi;
- infine si scomunicano e si perseguitano con ogni mezzo, legale e no, tutte le scuole e tradizioni mediche che utilizzano rimedi “dolci”, come ad esempio indicazioni dietetiche e integratori alimentari, accusandole di non essere scientifiche e di distogliere il paziente dal rivolgersi ai medici ortodossi che questi sì potrebbero veramente curarli.
Marco Mamone Capria, Critica della ricerca biomedica e dell’industria farmaceutica
in Hans Ruesch, La figlia dell’imperatrice
Quando ho vistato la Fiera del Libro a Roma, lo stand che più mi ha incuriosita è stato quello della Gargoyle Books, una casa editrice che pubblica esclusivamente horror. Tornata a casa, ho fatto un salto sul sito e mi sono imbattuta nella pagina pubblicitaria di Ho freddo, ultima fatica di Gianfranco Manfredi. Ne sono rimasta colpita fin dall’inizio.
Il primo aggettivo che mi viene in mente pensando a questo libro è “denso”: denso di particolari storici molto curati, denso di avvenimenti interessanti (alcuni dei quali realmente avvenuti, sembra!), denso di brividi.
Sì, Ho freddo può essere definito un libro horror, ma decisamente sui generis. Manfredi, forte di studi approfonditi sia sul periodo storico che sui luoghi d’ambientazione (Cumberland, New England), si muove sempre sull’orlo che separa il fenomeno soprannaturale dalla scienza, creando nel lettore dubbi e aspettative di varia natura.
L’idea è quella di raccontare una storia che possa spiegare anche l’origine delle leggende sul vampirismo in America. L’autore la porta a compimento utilizzando il punto di vista di Aline e Valcour, due gemelli dell’alta società francese, i quali hanno eletto la scienza come perno della loro vita, seppure con diverse sfumature: Aline segue una via sperimentale e concreta, mentre Valcour è guidato spesso da una linea più filosofica e umanista.
Ai due fratelli si aggiunge Jan Vos, un aitante pastore olandese, diviso tra fede e ragione. Il terzetto di protagonisti si trova a dover spiegare scientificamente avvenimenti all’apparenza insondabili: le morti in sequenza di diverse ragazze per un fenomeno di consunzione può essere ricondotto a malattie molto diffuse all’epoca come la phtysis o le leggende dei “non morti” che tormentano i viventi hanno un qualche fondamento?
Con questo interrogativo, Manfredi accompagna i suoi lettori attraverso un intreccio complesso di leggende, fede, amori illeciti, riti e morti terrificanti, sfiorando, oltre al genere romanzesco, il trattato storico. Lo stile è infatti privo di fronzoli (salvo forse l’indugiare un po’ eccessivo nella descrizione degli abiti dell’eccentrico Valcour) ma efficace, i termini americani o storici sono spesso spiegati da note in fondo al capitolo.
Chi pensa che si tratti di un testo in cui le emozioni sono soffocate dalla cura delle rievocazioni storiche e dalle nozioni scientifiche cade, però, in un grosso errore: “Ho freddo” offre una gamma di sentimenti vari ed intensi, che ne fa una lettura consigliabile a chiunque non sia troppo impressionabile. La verosimiglianza degli eventi, infatti, incute una tensione fortissima che regge fino al finale aperto (sembra che le avventure di Aline e Valcour siano destinate a continuare).
L’edizione è molto curata e mi preme sottolineare come la casa editrice abbia sostenuto il romanzo anche con un sito internet in cui si possono trovare approfondimenti sulla trama, sui personaggi storici nominati, sulla costruzione del background, nonché alcune interviste rilasciate dall’autore stesso. Se voleste, quindi, saperne di più potete collegarvi all’indirizzo www.hofreddo.it e sono certa che non resterete delusi.
Ho ripescato un libro non troppo vecchio dalla libreria, uno di quelli col prezzo in lire, che non avevo ancora letto, comprato per la curiosità della copertina e del titolo, Conversazione con un branzino.
Per tutta la prima parte assistiamo ad una successione di scene che sembrano tratte dal teatro dell’assurdo: equivoci sulla casa, disturbi psicosomatici, deliri; il protagonista è estraniato sia rispetto al lettore sia rispetto al suo mondo, che percepisce come ostile.
Sono eventi, azioni e riflessioni come su un immaginario palco su cui il personaggio, solo, proietta i suoi pensieri tanto da renderli reali e tangibili; solitudine che sembra una condizione autoimposta, o forse autoinflitta.
Quello che lungo le pagine si delinea è il ritratto di una personalità paranoide, disadattata, ipocondriaca, un uomo la cui mente alterna una buona comprensione della realtà che lo circonda a uno sfasamento, una distorsione degli stessi elementi che poco prima aveva saputo cogliere.
In questo procedere nella malattia troverà anche una compagna di ventura, una donna con i suoi disturbi, un’anima affine a cui non potrà mai essere effettivamente vicino; ognuno dei due, infatti, ha da colmare il proprio abisso per riuscire a toccare l’altro.
Così si arriva ad una conclusione che non è una conclusione, come se tutto il libro fosse solo un pretesto per affrescare il delirio, i percorsi tortuosi della mente.
La scrittura è fatta di termini comprensibili, ma lo stile rende comunque ardua la lettura: cambi repentini di scena, mancanza di connessioni tra i nuclei narrativi, assenza di rapporti di causalità provocano spesso una sensazione di disorientamento.
Una lettura difficoltosa, adatta a chi abbia particolarmente a cuore il tema.
Ci sarebbe poco da aggiungere alla preziosissima introduzione di Neil Gaiman al romanzo di Silverberg L’uomo nel labirinto. Una introduzione non proprio come quelle che tempo addietro rimpiangevo, ma ben fatta, arguta, curata. Solo che, per leggerla, dovreste già avere il libro in questione, e allora io che ci starei a fare qui?
Intanto a stupirmi: i grandi estimatori della letteratura di fantascienza non hanno molto amato questo libro. Forse perché piuttosto fuori genere, su un tema tanto interiore da trascendere il limite del genere per incanalarsi nella “letteratura” intesa come la capacità di cogliere le inquietudini universali e dar loro una forma riconoscibile.
Forse perché la cosiddetta SF (science-fiction) riveste un ruolo davvero marginale. Il mondo in cui i personaggi si muovono è sicuramente futuro, o il futuro che si poteva immaginare nel ‘69, anno di pubblicazione. Ma non è rilevante quale sia il contesto, se la classicità greca o l’universo (s)conosciuto.
Centrale è l’uomo, non un uomo, l’uomo in tutta la sua umanità, immerso nel “labirinto”. Una buona chiave la fornisce lo stesso Silverberg, nominando la sua ambientazione, il mondo del labirinto, Lemnos. Che è luogo dell’abbandono di Filottete. Ora potrei star qui a parlare dell’epopea del Filottete moderno, ma vi toglierei il piacere di rintracciare quanta parte del mito sia sopravvissuta e quale allegoria la circondi.
L’uomo al centro del labirinto è tra tutti forse il meno labirintico, nel senso interiore: granitico e ben definito è lui a scegliere il labirinto come casa, e quindi a diventarne il vero padrone, pur non comprendendolo in pieno. La triade di personaggi non poteva tralasciare l’astuto Ulisse, il diplomatico, labirintico per definizione; ed era legittimo anche aspettarsi la figura del giovane intrappolato, che annaspa nell’inesperienza, pensa di condurre ed è condotto.
In contrappunto con la trama sontuosa, fitta di labirinti che si intersecano, la scrittura è limpida. Sembra una struttura concepita da Borges, un labirinto concettuale che corrisponde al labirinto di ogni personaggio, in cui esiste una linea immaginaria che conduce all’uscita ma che non è dato vedere.
L’unico appunto che mi sento di fare è sul richiamo finale ad Herbert, come una deviazione raffazzonata verso la fantascienza, compiuto spostando tutta la narrazione dal piano dell’interiorità a quello esteriore. Ma dura solo poche pagine, per lasciare infine di nuovo spazio al tentativo di esplorazione dell’umano, il più vasto labirinto possibile.