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Pennac ha vari momenti, tutti validi. Quando si dedica alla letteratura per ragazzi però, batte sé stesso sotto ogni punto di vista. L’occhio del lupo è un romanzo breve ma concentrato. Parla dell’Africa, e di un bambino che porta il suo nome, dell’Alaska, e di un lupo che la ricorda a fondo. Parla di due, eppure parla di solitudine.
Quando Africa arriva davanti alla gabbia di Lupo Azzurro, non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Lupo Azzurro, d’altro canto, va avanti e indietro per la gabbia col suo unico occhio aperto e lo osserva a sua volta, quando nella sua passeggiata lo sguardo è rivolto all’esterno. Pensa “Che vuole da me, questo bambino?”. Pensa “Che si aspetta da me, uno spettacolo? Perché non va mai via?”. E infatti il bambino non va mai, sta lì a guardarlo fisso per giorni. Quando il lupo si sveglia al mattino, apre il suo occhio e trova Africa.
Allora decide di rinunciare alla sua passeggiata, e cominciare a guardare fisso il bambino. Ma un occhio contro due è difficile come sfida. Africa non vuole vincere, Africa vuole sapere: la sfida per il bambino non è far cedere il lupo, ma abbassare le sue difese e scoprirne la storia. Così chiude un occhio.
La lotta, non più impari, prosegue ancora un po’. E poi Lupo Azzurro cede, e lascia entrare Africa nel suo occhio, nei suoi ricordi. Gli presenta la sorellina, Pailette, che col suo manto d’oro attirava più bracconieri di ogni altro splendido lupo. Della vita nel gelo nordico, delle fughe dagli uomini, di tutto quello che ha perso con la cattura e il trasferimento nello zoo, della compagna trovata in gabbia e che ha imparato a conoscere.
Africa non si spaventa, raccoglie il dolore del suo interlocutore e gli risponde con la sua storia, fatta anch’essa di lunghi viaggi, abbandoni, incendi. Fatta di riscoperta della parola, del dono della comunicazione: con gli uomini, gli animali. Del dromedario che non è un cammello, degli alberi nei fiumi invece che in terra, della sua terra per cui prova nostalgia ma che è stato costretto a lasciare.
Il freddo dell’Alaska gela la pelle, così come arrivano gli odori e i colori delle tre Afriche attraversate nel suo viaggio dal bambino: quella Gialla, dei deserti, quella Grigia, della savana, e quella Verde, delle foreste equatoriali. Queste due realtà si incontrano nell’Altro Mondo, quello civilizzato, quello che ingabbia gli animali. Ci si fanno domande, leggendo del passato dell’animale e del bambino, delle atmosfere perdute.
Piccolo finale a sorpresa, conosciuto ai più ma che non svelerò perché scalda il cuore come un muffin che ha dentro il cioccolato fuso.
L’occhio del lupo è solitamente consigliato a lettori intorno ai 7\8 anni, personalmente però lo trovo adatto anche a un pubblico adulto. Può essere un dono perfetto ad amici, figli di amici, e anche a sé stessi. Pennac riconferma la sua scrittura fluida e acuta.
Un lavoro di qualità nella sua totalità, e a pensarla come me è anche l’autore, che in un’intervista lo ha definito “forse il miglior prodotto della sua fantasia”.
Nella collana Il battello a vapore di Piemme Junior la Serie Bianca raccoglie i libri adatti ai lettori in erba. I caratteri ingranditi in stampatello minuscolo – che mia figlia chiama impropriamente stampatino, con quel gusto tutto infantile e un po’ decadente per le forme diminutive – facilitano l’approccio alla pagina scritta; se si considera che viviamo in un’epoca iconica in cui l’impatto visivo ha un’importanza fondamentale per la ricezione del messaggio, verrà da sé che al giorno d’oggi non è poi così facile stimolare un bambino di cinque o sei anni alla lettura. Tino il cioccolatino e il chicco d’oro fa parte di questa sottocollana ed è il terzo volumetto di una trilogia dedicata al goloso e simpatico cioccolatino animato noto per essere stato per anni sponsorizzato nientemeno che della Ferrero.
Sono svariate le case editrici che, occupandosi di letteratura infantile, hanno legato la loro fortuna ai libri mirati ai lettori di prima elementare. Un target di pubblico a quanto pare gettonatissimo dall’editoria e molto più esigente di quanto lo fosse solamente una trentina di anni fa: la mia generazione, tanto per intenderci. Mi vengono in mente, solo per citare alcune collane che ravvivano disordinatamente gli scaffali della libreria dei miei bambini, le Prime letture della Emme, anche queste in stampatello minuscolo fortemente ingrandito, oppure – sempre del gruppo Einaudi – le Fiabe in tasca in caratteri corsivi delle edizioni EL, o ancora le Bollicine della Giunti Kids. Libri nei quali la dimensione visiva è fondamentale e le cui illustrazioni non sono semplici didascalie colorate ma forniscono un corredo indispensabile e stimolante al messaggio puramente verbale, che ne viene così impreziosito.
Per questo trovo che sia un’ingiustizia l’omissione in copertina del nome dell’illustratore fra gli autori da parte non solo del Battello a vapore, ma anche della stragrande maggioranza delle case editrici specializzate nell’infanzia – non la Dami, che se ricorderete la mia recensione pasquale ne fa anzi un punto d’onore. L’illustratrice del progetto di Tino il cioccolatino, Desideria Guicciardini, è un’artista di particolare intuito e delicatezza.
Le sue figure non coprono mai la lettura ma la accompagnano, a volte a piena pagina, a volte a metà campo, creando un impatto ottico armonioso e per nulla invadente rispetto al testo. Completano il cast degli autori Chiara Patarino ed Aurora Marsotto – quest’ultima creatrice di diverse rubriche di critica di letteratura infantile oltre che ideatrice della saga della ballerina nella Serie Arancione, sempre del Battello a Vapore.
Ma torniamo a Tino il cioccolatino e il chicco d’oro. In questa storia il celebre cioccolatino si avventura con la sua amica Nugabella sulle tracce nientemeno che di Pandolcin, l’intrepido fidanzato di Pandora Morbidella. Il panettoncino è partito dal porto di Genova alla ricerca del famoso cioccochicco d’oro, un antichissimo portafortuna, e non è più tornato lasciando in apprensione gli amici. Il libro si chiude con una simpatica ricetta pensata per i bambini e che Tino il cioccolatino regala al cuoco della nave: le barchette di cioccolato.
Il merito di questa serie sta nell’aver creato un sottogenere della favola classica, quella con protagonisti gli animali – si pensi ad un Esopo, o Fedro, o in epoca rinascimentale a La Fontaine – dando una simpatica impronta antropomorfa a quanto di buono sta nelle credenze di casa, ampliando l’afflato vitale alle suppellettili aiutacuoca. Non è la prima volta che cucchiai e forchette parlano in un libro o in un cartone animato, ma – almeno che ricordi io – hanno sempre avuto una parte piuttosto marginale, di corredo.
Nel nostro caso un cioccolatino, una caramella, una tortina e un pandolce sono i protagonisti assoluti della storia e questa è una vera e propria rivoluzione nella favolistica moderna! Con grande gioia di tutte quelle mamme che preparano al cena spulciando i forum di cucina e che non si perdono una puntata delle trasmissioni a tema gastronomico, televisive o radiofoniche che siano (compresa la mia).
E che, diciamocelo, le storie di Tino avrebbero un po’ voluto scriverle loro.
Ci sono storie che tutti conosciamo, volenti o nolenti, che fanno parte del nostro patrimonio culturale; di queste però molte non le conosciamo nella loro versione originale, ma ci arrivano adattate, edulcorate e, di tanto in tanto, omogeneizzate: Cenerentola, la Sirenetta, Biancaneve. Oggi è di quest’ultima che vorrei parlare, avendo appena letto una versione illustrata molto particolare.
Biancaneve appartiene alle fiabe della tradizione orale, tramandate per secoli e fissate poi dai famosissimi fratelli Grimm; non si sa quante siano state le ibridazioni con altre storie (la prima che mi viene in mente è L’amore delle tre melarance) ma è certo che non esista un canone. Sicuramente la trasposizione attualmente più nota è quella della Disney che, nonostante le proteste di molti genitori per le scene spaventose, è molto più delicata dell’originale.
La trama la conoscete, più o meno, epurata da quelle parti crudeli e un po’ tenebrose comuni a molte favole antiche. Forse però non sapete che la dolce Schneewittchen (bello, eh, il nome originale della cara Biancaneve) è poco più che una bambina, e che l’assedio della matrigna non si limita alla mela avvelenata, ma consta di vari tentativi fallimentari. In realtà l’effetto sarebbe quasi comico, il cattivo che ritorna al castello contento di aver sconfitto l’avversario e scopre che invece non ha sortito alcun effetto, se non si trattasse di tentato omicidio.
Daniela Melis parte dall’originale per restituirci un testo moderno senza tradire lo spirito cupo che contraddistingue la fiaba e senza omettere quei particolari cruenti che danno la misura delle difficoltà dell’eroina. Un’eroina atipica e piuttosto passiva, in contraddizione con i personaggi favolistici attuali, ma che merita ancora oggi di essere ricordata, avendo influenzato moltissima narrativa.
Le illustrazioni di Antonio Ibba sono davvero azzeccate: i colori intensi, la figura “superdeformed” e la semplicità quasi caricaturale del tratto rendono pienamente l’atmosfera del racconto. I caratteri usati sono molto grandi e il testo è ben distribuito rispetto alle immagini; piacevole anche la presenza di intere pagine con sfondo colorato e caratteri bianchi a contrasto.
Non so se sia effettivamente una favola da far leggere ad un bambino da solo. Però con la guida di un adulto a spiegare i passaggi più tenebrosi e mostrare i disegni, è una lettura che può far recuperare il valore autentico della fiaba, il contatto tra due generazioni, adulti e bambini, che s’insegnano la vita a vicenda.
Come mamma di prole numerosa conosco a menadito gli autori per l’infanzia, e non vi nascondo che il mio sogno segreto sia quello di entrare a far parte di questa olimpica categoria. Una delle mie, anzi della nostre, firme preferite è senz’altro quella di Roberto Piumini, varesino di adozione e per questo per me ancora più caro. Di questa deliziosa penna notissima a bambini e ragazzi oggi vi presento un libro un po’ datato, pubblicato nel 1987, e che ha fatto sognare già un paio di generazioni di giovani lettori: Lo Stralisco.
Non è propriamente un libro per l’infanzia. È piuttosto un romanzo breve, o meglio ancora un ampio racconto destinato agli adolescenti, pubblico al quale Piumini, vincitore di una delle prime edizioni del premio Chiara nel 1991, ha indirizzato parecchia della sua vasta produzione.
La vicenda narrata ha come protagonista un pittore paesaggista, Sakumat, a cui un burban – una figura di governatore importante – affida un compito molto delicato: affrescare gli interni delle tre stanze del palazzo dove alloggia suo figlio. Fra il bambino Madurer, affetto da una malattia incurabile per cui gli è vietato esporsi alla luce del sole e il pittore si instaurerà un’amicizia intensa nella quale si affiancherà, gentilmente, il padre.
Il bambino, la cui fantasia fervida suggerisce i soggetti della raffigurazione, si fa dipingere dall’amico pittore il mondo che ha conosciuto solamente nelle pagine dei suoi libri: pascoli, prati, mari, montagne, pianure, boschi di cedri, farfalle, uccelli variopinti e ancora mille animali diversi.
Madurer vive questo suo mondo per la prima volta attraverso i colori della pittura e sceglie da sé, in un sommo impeto di ispirazione, le tinte del prato che sarà per lui il luogo del dolce, definitivo riposo.
È un libro struggente, Lo Stralisco, dove un’amicizia singolare illumina una piccola vita larvale e le suggerisce il suo significato. Ed è attuale più che mai il suo insegnamento: dove l’esistenza parrebbe esprimersi con dei grossi limiti, con la preclusione della normalità di poter vedere, sentire, toccare e respirare, un sentimento di dedizione da una parte, e di discenza muta dall’altra sublimano la crisalide e preparano il terreno alla felicità ultraterrena.
Attraverso le pagine scorrevolissime e ad un tempo intense di Piumini, per mezzo della sua sapiente cesellatura dove le parole sono luminose ed evocano tavolozze cangianti il lettore è accompagnato in una dimensione sospesa. Tante sono le metafore indimenticabili del libro: il tempo che si fa pennello di luci sempre più soffuse; la morte vista come un prato che si addormenta di una stanchezza felice; il risveglio nel giardino gioioso e paradisiaco – topos etimologico tanto caro alla letteratura classica; la vita stessa attraverso il gioco comune dell’ispirazione e della pittura.
È un libro incantevole e senza tempo, Lo Stralisco, che sa commuovere lettori di ogni età e disposizione intellettuale e che non finirebbe mai di ricominciare a leggere.
Ancora freddo, ancora marzo, la primavera si fa attendere, ma gli eventi librari cominciano a fiorire.
da lunedì 23 a giovedì 26 marzo – Bologna
Si terrà al quartiere fieristico uno degli eventi principali per quel che riguarda l’editoria per ragazzi: Bologna Children’s Book Fair 2009. Saranno presenti editori, illustratori, agenti, giornalisti, insomma tutte le figure che ruotano intorno al MME (magico mondo dell’editoria). Ospite d’onore di quest’anno la Corea, e come di consueto lo spazio Bologna Ragazzi Award, l’iniziativa che “premia i libri migliori dal punto di vista del progetto grafico-editoriale: nel 2009, alle tre tradizionali categorie di Fiction, Non Fiction e New Horizons, verrà affiancata una nuova sezione permanente “Opera Prima”, dedicata alle opere di autori esordienti, per valorizzare il coraggioso lavoro di ricerca con la realizzazione di fresche gemme editoriali e progetti innovativi”.
giovedì 26 e venerdì 27 marzo – Roma
Una serata dedicata al desiderio di sperimentare con i booktrailer nuovi linguaggi e di far divertire con i libri anche e soprattutto in tempo di crisi economica, che porta il nome di Un booktrailer contro la crisi. Traducendo i libri in immagini sulle ceneri di Wall Street e che unisce diversi personaggi noti della filiera del libro e grandi case editrici. Scrittori, editori, produttori e esperti si esibiranno in un happening con reading, proiezione di booktrailer e bevute in compagnia dei lettori. Tra Futurismo e Beat Generation. Informazioni qui.
da giovedì 26 a domenica 29 marzo – Messina
Messina si fa protagonista con due eventi: la Fiera dell’editoria mediterranea e la Mostra mercato Fumetti & Cartoons, ambedue ospitate dal polo fieristico messinese. Tre giorni che vedranno protagonisti soprattutto i ragazzi con delle ampie sezioni a loro dedicate.
da venerdì 27 a domenica 29 marzo – Lione
Lo so, Lione è lontana, ma questa quinta edizione del Festival internazionale Quais du Polar ne vale davvero la pena. Dedicata a Léo Malet nel centenario della sua nascita, sarà densa di incontri letterari, per adulti e bambini, di cinema, di letture stravaganti e giri in bus. Molti anche gli incontri, con più di cinquanta autori di fama internazionale. Da non perdere!
Sabato 21 marzo – Terni
La Graphe.it Edizioni, in collaborazione con la Libreria Attraverso lo specchio di Terni e l’Associazione Culturale Senso del Segno di Torino, organizza una settimana di incontro tra letteratura e grafiche d’autore sul tema: “Di nuvole e d’altre storie”. Alle 17:00 si inaugura la Mostra e presentazione del libro di Silvana Sonno Il gioco delle nuvole. Interverranno l’autrice e Natale Fioretto dell’Università per Stranieri di Perugia.
Un buon scrittore solitamente si cimenta in diversi generi e non è raro che affronti anche la materia infantile. È questo il caso di Nico Orengo, apprezzato tanto per i suoi romanzi dalla raffinata estrosità quanto per le svariate pagine che sin dagli esordi ha dedicato ai più piccoli.
La raccolta A-ulì-ulé è una delle sue prime e più celebri prove in questo campo, anche se oggi pare sostanzialmente accantonata dagli addetti ai lavori: non solo mamme, papà e nonni ma anche e soprattutto gli insegnanti della scuola dell’infanzia. Pubblicata nel 1972 da Einaudi, ha conosciuto diverse ristampe fino alla fine degli anni Novanta, dopodiché, con l’esaurirsi delle copie in commercio non risulta più reperibile se non nelle biblioteche. È un vero peccato, perché si tratta di un volume sul quale è cresciuta un’intera generazione –la mia- e che ha fatto trascorrere ore piacevoli con le sue filastrocche, conte e ninnenanne ariose.
Orengo raccoglie, trasportandole in veste italiana, cento e quarantotto poesiole regionali fuggendo programmaticamente il fine documentario o filologico: semplicemente, l’intento è quello di offrire ai genitori un materiale per “intrattenere, recitare, giocare ed improvvisare”. Un canovaccio, insomma, di testi tratti dal repertorio popolare “per recuperare le possibilità della fantasia e dell’avventura”. Una materia variegata in cui le rime, sovente, richiamano immediatamente una melodia nota, fanno riaffiorare un canto familiare.
Nella prefazione l’Autore racconta la genesi di questo libro: “Certe sere, Simone non vuole dormire. Dice: “Mi racconti”. Dice: “Ho male ai denti. Dice: “Ho visto i lupi, tutti quanti. Me li conti?” E io seduto sul letto dico quanti lupi, cerco di fargli passare il mal di denti. E gli racconto”.
Un padre che si accoccola al figlio e cerca di farlo addormentare con una cantilena, perché le fiabe a lui “vengono un poco a metà”. Il mezzo più antico per cullare un bambino: una nenia cadenzata, che abbia un fondo popolare, che sia un ricordo ancestrale. Poesie in rima che sgorgano dai ricordi della propria infanzia, e che conservano fascino ed efficacia benché ripulite dal vernacolo; era giusto l’epoca, quella degli anni Settanta, in cui la televisione stava definitivamente livellando le parlate locali, già digerite dall’italiano – ahimé non quello sublime della sciacquatura in Arno – da un paio di decenni.
Fra i temi cari alla tradizione orale spiccano i mestieri e le attività manuali, gli animali da cortile, i soldati, il cibo; quest’ultimo, forse la materia più battuta, rivela più d’una volta l’origine geografica della nenia. Ecco che una pasta e ceci improvvisamente ambienta la filastrocca nel Salento, la polenta riporta all’area padana, i tortelli a Milano, la semola impastata ad antiche massaie del Meridione.
Alcune filastrocche sono notissime, come Crapa Pelada, Cincirinella o le Tre galline sul comò, altre molto meno; alcune hanno un’impronta linguistica più marcata che le restituisce ad un’area e ad una tradizione precisa, altre hanno una matrice più universale sia nei richiami tematici sia nel lessico. Qualcuna, infine, non ha un senso compiuto, come la conta che dà il titolo al volume, ma è estremamente orecchiabile e racconta i giochi di cortile che si perdono in un tempo e in uno spazio indefiniti.
Le pagine di questo libro colpiscono per l’essenzialità, anche visiva. Lineare è l’illustrazione, nata dalla celeberrima matita di Bruno Munari, grande protagonista dell’arte figurativa novecentesca e della letteratura per l’infanzia in particolar maniera. Un volume insomma da riscoprire sotto molti aspetti, assieme ai nostri bambini, senza aspettare per forza una ristampa d’occasione.
Non è semplice inquadrare le Straordinarie avventure di Caterina in un genere letterario definito. Elsa Morante, si legge nella prefazione ai “carissimi lettori”, scrisse le storie di questo libro a soli tredici anni, quando “non aveva nessun Editore” e poteva contare su di un pubblico assai ristretto e quanto mai singolare: due gatti e i suoi numerosi fratelli e sorelle minori. Le biografie confermano il dato poetico: l’Autrice, nella sua adolescenza, aveva accumulato parecchi scritti, fra cui anche una fiaba originariamente intitolata “Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina”, pubblicata da Einaudi nel 1942, quando la Morante aveva già trent’anni e diversi lavori all’attivo.
La scrittrice in erba si misurò anche con l’illustrazione del libricino: e i simpatici disegni di ragazzina, “in nero e a colori”, forniscono con agile tratto un indispensabile corredo alla storia. Una bambina dalla lunga treccia, Caterina, parte, con l’amico-eroe Tit e la sua trombetta d’argento che non suona più, alla ricerca della bambola Bellissima, che ritroverà dopo svariate avventure in mezzo ad animali parlanti, fate, nani e strani abitanti del bosco.
Gli elementi del meraviglioso e della materia favolosa, quegli stessi che daranno un’impronta indelebile ai grandi romanzi della Morante, sono già tutti presenti in nuce; originale poi è l’andamento della narrazione, semplice ma mai sciatto, anzi piuttosto curato nel lessico e vivacizzato da brevi dialoghi icastici e vivide descrizioni di personaggi stravaganti, pietanze prelibate, luoghi fantastici.
Sarebbe però troppo riduttivo etichettare questa materia come narrativa per l’infanzia. In questa, infatti, solitamente, si distinguono nettamente due piani: da una parte troviamo l’Autore, un adulto che scrive un libro indirizzato ad un pubblico infantile, e dall’altra il lettore, il ragazzino. Un ulteriore elemento importante che funge da intermediario fra l’Autore e il piccolo destinatario dell’opera è un secondo tipo di lettore, al quale sovente viene affidato il compito, appunto, di intervenire in vario modo sulla materia per renderla fruibile dal bambino: un papà, una mamma, un nonno o la maestra che, appartenendo al mondo degli adulti, cercano di sanare la “diglossia” fra i due piani e a tradurre in un linguaggio adatto al bambino il messaggio contenuto nel libro.
“Le straordinarie avventure di Caterina” sono, al contrario, un genere fluido, che sfugge ai canoni consueti della child literature. Nel nostro testo l’Autrice è essa stessa una ragazzina, e rivolge il suo messaggio al mondo infantile del quale fa parte (e in cui i due gatti “di diversa grandezza, ma di uguale importanza” sono idealmente compresi): i due piani non sono più separati ma c’è un’ideale continuità fra di essi, fra il lettore e lo scrittore. La materia infantile non scaturisce dal filtro dell’età adulta, ma nasce dalla fantasia di una ragazzina: è quindi materia infantile “pura” ed è perciò immediatamente comprensibile dal bambino.
È tuttavia sbagliato individuare nell’infanzia l’unico destinatario della raccolta di favole della giovane Morante. In realtà, come si intuisce dalla prefazione, l’Autrice si rivolge ad un uditorio molto più vasto, di lettori non solo bambini, e lo fa tramite l’espediente letterario dello sdoppiamento dell’Autore che affida all’Editore una materia scritta in gioventù. Così facendo si capovolgono i ruoli e la sedicente vecchia Morante diventa la lettrice che reinterpreta la propria materia infantile e la fa pubblicare, mettendone così a parte anche il mondo degli adulti.
Sono quindi, “Caterina” e gli altri racconti che completano la raccolta, un testo fortemente programmatico, e tutt’altro che di esile livello letterario, che utilizza per la prima volta nell’autrice l’elemento fiabesco e magico associandolo al mondo dell’infanzia: una simbiosi di fondamentale importanza e fortuna nella sua opera maggiore.
Ho ritrovato poco tempo fa un mio vecchissimo testo scolastico, del periodo in cui si distinguevano libri di testo, libri di esercizi e libri di lettura (ohibò, ma gli altri a che servivano allora?), e l’ho sfogliato con piacere. È Gip nel televisore, partorito, come già si intuisce dal titolo stravagante, dal genio di Gianni Rodari, uno dei miei autori favoriti all’epoca e che conserva il suo fascino tuttora.
Sono più favole, di cui alcune sono parodie di classici della letteratura per l’infanzia. Quella che dà il nome alla raccolta è la storia di Giampiero Binda, per gli amici Gip, che, amante della tv, finisce con l’esserne protagonista in senso letterale. Se questa trama vi ricordasse, ad esempio, Pleasantville o qualche puntata dei Simpson, sappiate che la sua stesura risale “appena” al 1962.
Si procede poi con la storia di un’invasione aliena tutta da ridere, con una novella Cenerentola al suo ballo spaziale, con un robot domestico non proprio perfetto. I protagonisti sono i più vari, così come le ambientazioni, tutte fantasiose e piene di spunti divertenti.
Sono favole con una morale, un insegnamento mascherato attraverso gli scherzi e le trovate dell’autore; non è una morale antiquata però, ma contingente, che parla ai ragazzi della nostra epoca, nonostante la raccolta abbia ormai più di quarant’anni. In qualche modo la prima storia è addirittura premonitrice, portando alla luce un fenomeno che si verificherà qualche decennio dopo e che si amplificherà con la diffusione di internet.
La scrittura è sempre brillante e pungente; Rodari ha una grande capacità di caratterizzare i personaggi e renderli vivi con pochi tocchi, togliendo gli orpelli inutili. La vera forza è nella trama, piena di svolte ingegnose e di senso di attesa. L’edizione che possiedo è vecchiotta e scolastica (con le schede di esercizio), ma sono disponibili online sia la versione economica sia quella rilegata.
Un libro che, negli anni, non ha perso nulla, anzi è diventato ancora più pregiato. Per questo sicuramente da leggere e far leggere ai bambini di oggi.
Presentato il 4 dicembre del 2008 e con scadenza 16 marzo 2009, è in corso il 42° Premio Hans Christian Andersen, che, ovviamente, si occupa di narrativa per l’infanzia.
Dal sito del concorso:
Confermata l’ormai consolidata suddivisione in categorie dei premi: Scuola materna (da 3 a 5 anni, in gruppo), Bambini (da 6 a 10 anni), Ragazzi (da 11 a 16 anni) e Adulti (oltre i 16 anni). Il concorso e’ aperto anche ad autori stranieri, che potranno partecipare con fiabe in lingua inglese, francese, tedesca e, per la prima volta quest’anno, in spagnolo. A tutti i vincitori sara’ consegnata, accanto al premio tradizionale, la ‘Sirefiaba Andersen’, opera dell’artista sestrese Alfredo Gioventù, che raffigura la Sirenetta, protagonista della celebre fiaba di H.C. Andersen. Il bando di concorso sara’ distribuito in migliaia di copie nelle scuole materne, elementari e medie e può essere consultato su questo sito (in allegato) oppure sul sito ufficiale del Festival Andersen.
Le favole, che dovranno pervenire entro il 16 marzo 2009, saranno selezionate da una giuria qualificata, che sabato 30 maggio 2009 proclamerà i vincitori delle varie categorie per opere inedite, una per ognuna delle quattro categorie. La giuria saraà presieduta da David Bixio e composta da Donatella Curletto, coordinatrice del Sistema Bibliotecario Provinciale, Lorenzo Del Boca, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Gianfranco Noferi, direttore di RAISAT Ragazzi, Maria Chiara Bettazzi, editor della redazione Ragazzi di Giunti, Betto Bonadies, della Casa Editrice Einaudi, dai giornalisti Antonio Bozzo, Silvana Zanovello e Pierantonio Zannoni, dalla scrittrice Sandra Verda e dalla professoressa Gabriella Castagnola. Testimonial della quarantaduesima edizione del Premio Andersen sarà Guido Stagnaro, ideatore, insieme con Maria Perego e Federico Caldura, del famosissimo pupazzo animato Topo Gigio. In occasione della premiazione, dal 28 al 31 maggio 2009, Sestri Levante ospiterà inoltre il tradizionale Andersen Festival, rassegna di spettacolo per luoghi pubblici, curata dalla società Artificio 23. Teatro di strada, performance, danza, musica e narrazioni, con artisti provenienti da tutto il mondo, coinvolgeranno adulti e bambini in una grande festa. Tema di questa edizione: gli incroci. Incroci di linguaggi, di strade, di civiltà.
Una delle rivelazioni avute a Roma è la casa editrice Lavieri, di cui ricordo con molto piacere sia il direttore sia l’addetto stampa; ed è loro uno dei più bei libri che io abbia preso durante la Fiera, La Bottega dei Sogni Perduti, da considerare più un pezzo d’arte che un fumetto vero e proprio.
Sembra infatti realizzato con tecniche miste, tra cui credo di aver rintracciato anche il collage; il risultato, in ogni caso, è un volumetto di grande cura sia tecnica che stilistica, apprezzabile non solo dai bambini ma, anzi, soprattutto dagli adulti.
Il contenuto è infatti una favola moderna che, per i lettori analitici, segue proprio l’antico schema codificato da Propp; una favola narrata con poche, semplici e comprensibili parole e magnificamente illustrata a tutta pagina. Il racconto è perfettamente comprensibile anche solo “guardando le figure”, proprio come farebbe un bambino.
Ed è questo a costituire il maggior pregio, il soffermarsi a scoprire tutti i dettagli, le sorprese, i colori e gli effetti disseminati nella manciata di pagine del libro. I personaggi poi, si apprende in ultimo, sono ritagliati su figure reali, persone (e animali) esistenti che hanno il loro riconoscimento.
Quella del Signor B., il protagonista, è un’avventura atipica, connotata dall’unica ricerca ormai possibile, la ricerca di sé e della propria felicità. Niente tesori qui che non siano quelli interiori, niente obiettivi che non siano i propri sogni; anche l’antagonista è immateriale e interiore.
La scrittura semplificata è quella che è necessaria alla favola per essere compresa, apprezzata e ragionata. L’unica nota un po’ stonata in questo volume gioiello (solo per me che sono una pignola fatta e finita) è qualche piccolo errore nel verso degli accenti, che probabilmente verrà corretto alla prima ristampa.
Comunque questo non ha tolto nulla al piacere della lettura, che in questo caso è anche il puro piacere di osservare. Consigliato davvero a tutti, grandi, piccoli, lettori accaniti o meno.