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Hitler era innocente, Moscatelli

Abbiamo già parlato di quel sognatore che porta il nome di Aldo Moscatelli. Oggi lo facciamo a proposito di un suo libro, Hitler era innocente, vero e proprio “libro nero”. Nero per la copertina, che non porta segni di riconoscimento, nero anche come una lista, come la lista che decide chi non merita più una vita. Nero, infine, come l’oblio che avvolge chi non è più in grado di raccontare e farsi raccontare.

Spiazzante persino nella scelta del titolo, apertamente provocatorio ma, alla fine, quantomai vero. È facile identificare Hitler come l’Anticristo, il Male in terra; è anche utile: serve a sollevarci dalle responsabilità, a farci pensare che le radici di quel che è avvenuto appena pochi decenni fa non siano da cercare nel comportamento di ognuno ma nella presenza di un dittatore. Molto in piccolo e con gravità affatto diversa mi ricorda tutti i miei conoscenti che lamentano il declino e la crisi italiana addebitandole alla classe dirigente.

Moscatelli ha il coraggio di affermare con forza il contrario, che la responsabilità è di tutti e di nessuno. Nel campo di concentramento che descrive, il Lager libertà, non ci sono vittime assolute, ognuno è un tassello che concorre al crearsi e perpetrarsi dell’orrore che tutti conosciamo e che molti ora vorrebbero negare. Né innocenti né colpevoli, o tutti ugualmente innocenti e colpevoli: è la consapevolezza dell’assenza di spiegazioni l’argomento principe del testo.

I racconti dei personaggi sono simili a quelli di storie già lette e già sentite in molti altri testi; la loro coralità stavolta dà voce non alla mera testimonianza dell’accaduto, ma alla riflessione sui motivi e al tentativo di comprendere per esorcizzare. Al di sotto del mero livello della narrazione si avverte, però, una nota cupa, la totale mancanza di speranze e l’impossibilità di una fuga.

La scrittura è molto misurata, nonostante mantenga una sua forma di poesia: mai patetica, mai tragica, mai caricaturale. Lo stile è al contempo alto, ogni volta che si toccano argomenti ideali, e quotidiano, tutte le volte che si affronta la vita comune nei block. Ottimo anche il lavoro di documentazione storica dell’autore. Tutto questo, unito a una buona cura del libro, mi fa dimenticare che autore ed editore siano la stessa persona, tratto che, ormai lo sapete, non amo molto.

Vi do un motivo in più per comprarlo: il 10% degli incassi maturati nel periodo giugno 2008/giugno 2009 verrà devoluto alla CTM ONLUS, associazione per la solidarietà e la cooperazione internazionale. Da leggere, specialmente oggi, per mantenersi vigili.

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Scritto da: Livia il 16 Marzo 2009
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Se questo è un uomo, Levi

se questo è un uomo, primo levi, olocaustoTradizionalmente i miei post sono soliti avere un titolo divertente, ironico o quantomeno introduttivo al testo di cui mi accingo a parlare. L’obiettivo del titolo è ovviamente catturare l’attenzione del lettore, soprattuto se di lettore occasionale si tratta, e convincerlo a trascorrere cinque minuti del suo tempo in compagnia delle mie riflessioni.

Il libro della settimana però non avrà il suo bel titoletto introduttivo, perché il libro della settimana è Se questo è un uomo e, in tutta franchezza, non credo sia possibile ironizzare al riguardo né ritengo siano necessarie delle parole introduttive.

La Shoah è stata la più grande tragedia che l’uomo abbia mai vissuto, una tragedia di cui è responsabile la follia di altri uomini. Uso il termine follia per cercare di descrivere qualcosa di indefinibile, ma che non è di certo follia e sarebbe riduttivo considerarla tale.

Se questo è un uomo non è un romanzo, è una lucida testimonianza e un documento «per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano». Pacato è l’aggettivo che più si addice all’opera di Levi. Levi non usa le parole per far vibrare le corde del sentimento, bensì quelle della ragione.

Dal racconto di Levi è possibile comprendere appieno la funzione dei Lager: non semplici campi di sterminio, ma veri e propri meccanismi atti alla demolizione di ogni forma di umanità presente nei suoi prigionieri. Ogni aspetto nell’organizzazione di Auschwitz e degli altri campi era stato studiato con gelido raziocinio per riuscire a demolire i meccanismi di resistenza insiti in ogni uomo, per far sì che le persone cessassero di essere tali.

Primo Levi ricostruisce la vita nei Lager con precisione e attenzione per i particolari, spiegandone il funzionamento e le leggi interne, scritte o sottintese che fossero. Due degli aspetti che maggiormente colpiscono chi legge sono la descrizione del mercato nero interno ai campi e il capitolo intitolato I sommersi e i salvati, ma a restare impresso nella memoria, almeno nella mia, è Il canto di Ulisse, nel quale la Divina Commedia appare quasi come un messaggio di speranza, un riappropriarsi della propria umanità perduta.

Non sono in grado di formulare un chiusa adeguata per questo post e ritengo che le parole più idonee a farlo siano quelle dello stessi Levi, per cui con queste vi lascio:

…nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori e oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.

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Scritto da: maxvicius il 14 Novembre 2008
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Intervista ad Amélie Nothomb

Amélie Nothomb allo specchioDopo aver letto Acido solforico, tempo fa, preparai un’intervista per la Nothomb; oggi finalmente ho il piacere di poterla pubblicare dopo alcuni passaggi di traduzione, quindi ecco a voi.

  • Acido solforico sembra quasi una parabola. Pensa si possa realizzare davvero?

Nel mondo esistono già cose orrende, anche peggiori di quelle del romanzo. Acido solforico è un concentrato di cattiveria, violenza, umiliazione, tutte cose che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. La televisione ci sta abituando all’esibizione del dolore e alla spettacolarizzazione dell’intimità.

  • Kapò e vittime sono casuali ma predestinate, governate da un demiurgo. Qual è allora il margine concesso al libero arbitrio?

Naturalmente i personaggi sono intrappolati in un ruolo e una situazione che non hanno scelto e da cui non possono sfuggire. Ma Pannonique e Zdena sono libere di decidere come comportarsi seguendo la propria moralità e quindi di scegliere anche se e come ribellarsi. La lotta di Pannonique è a difesa dell’orgoglio dell’umanità, come i personaggi di Corneille, la ragazza è mossa dall’alta considerazione che ha della specie umana. E grazie al suo orgoglio riesce a compiere il miracolo: salvarsi dal reality che l’aveva condannata a morte.

  • I personaggi sono estremamente definiti e iconici. Ritiene si possa distinguere così nettamente il bene dal male?

Per avere una netta distinzione del bene e del male bisognerebbe aver capito la natura umana, sulla quale io continuo a interrogarmi, la natura umana non smette di affascinarmi e di spaventarmi. I personaggi di Acido solforico rappresentano la società nella sua complessità, c’è gente che ha la propensione profonda a trasformarsi in carnefice quando la situazione glielo consente, ci sono i masochisti e c’è chi invece soffre perché si trova intrappolato in una situazione in cui non si sa difendere.

  • Può spiegarci meglio il ruolo della musica nel romanzo?

La musica ha un ruolo fondamentale nella mia vita, ma nel momento in cui scrivo non ascolto mai musica perché ho bisogno di sentire quella che ho già nella mia testa.

  • Nonostante il duro giudizio sulla società umana sembra esserci speranza per i protagonisti. E per l’umanità?

A volte penso che non abbiamo ancora toccato il fondo e che cadremo ancora più in basso, ma credo anche che siamo in grado di formare una sorta di resistenza culturale perché siamo meglio di quello che racconta e amplifica la televisione.

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Scritto da: Livia il 13 Ottobre 2008
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La freccia del tempo, Amis

Copertina @aNobiiPare che stia per uscire nelle sale un film, Lo Strano Caso di Benjamin Button, tratto da un racconto di Fitzgerald (del 1922, in Tales of the Jazz Age). Pare anche che il punto di partenza sia l’inversione del continuum temporale per il protagonista. E tutto questo mi ha fatto venire in mente un’altra narrazione, simile ma diversa.

La freccia del tempo di Martin Amis, infatti, ha quasi lo stesso principio di base; quasi, perché in effetti Tod Friendly, il protagonista, non è l’unico a muoversi a passo di gambero nel mondo. Anzi, per essere esatti, il percorso a ritroso è quello della voce narrante.

Non è dato sapere, però, al principio, a che cosa questo corrisponda: realtà, elucubrazioni, coscienza? Dopo qualche esitazione iniziale ci si lascia trascinare dal flusso della vita di Tod, distanti dalla sua voce interiore che pure ci racconta le vicende.

Come nei film l’effetto rewind, il riavvolgersi del nastro, porta ad episodi grotteschi nella loro comicità. Soprattutto per l’estranea voce narrante che considera il rewind la normalità, la linea temporale logica. Non è ricordare o avere flashback, ma vivere in direzione opposta, invertendo la normale sequenza del tempo.

Creando paradossi in cui i bambini arrivano sani dal dottore e ne escono malati, le auto vengono fuori dallo sfasciacarrozze ammaccate e tornando indietro ritornano sempre più nuove. Un mondo dove all’era dei telefoni cellulari segue quella dei pantaloni a zampa d’elefante.

La storia si svolge, così, attraversando a ritroso l’intero novecento, dall’America all’Europa. Per quelli dotati di buona memoria il sottotitolo – La natura dell’offesa – era già programmatico, poiché si tratta di una frase di Primo Levi. In che modo venga descritta quest’offesa, e di che offesa si tratti, lascio scoprirlo a voi.

La scrittura di Amis è a volte brutale nel suo essere diretta; niente perifrasi a mitigare o smussare gli angoli della narrazione. Lo stile è anch’esso immediato, e la semplicità è resa necessaria dalla difficoltà intrinseca della trama.

Vorrei che si ristampasse questo libro, ormai introvabile. Lo vorrei perché anche se ostico ha molto da dire sul senso del nostro tempo.

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Scritto da: Livia il 13 Ottobre 2008
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Concentra-Mente – Acido solforico, Nothomb

Copertina @Voland

Colpita. Come da una realtà che so essere possibile ma che non avrei voluto vedere dipinta con tanta arguzia, tanto acume, tanta grazia.
Colpita dalla scrittura così semplice e misurata, incommensurabile col suo argomento, e col disgusto che vuole e deve esprimere.
Colpita dalla capacità di evocare la paura che la recente storia, il periodo del nazismo, si ripeta.

Affondata, anche. Non è semplice etichettare Acido solforico in un genere, come per tutti i grandi scrittori. Non è nemmeno tanto intelligente farlo. La carica di questo lungo racconto, tra il reale e il surreale, è nell’impossibilità di giudicarlo, e nell’esserne giudicati. Nel vedersi, e nell’essere spettatori.

Alcune volte sembra che i personaggi smettano di dialogare tra loro per rivolgersi direttamente al lettore, più che mai spettatore; ricordano i folli o gli ubriachi dei quadri antichi, gli unici a fissare direttamente l’occhio dell’osservatore, come se egli stesso fosse lo spettacolo, e la realtà fosse dentro il quadro. I personaggi, insomma, ci scrutano e ci giudicano, rendendo noi stessi personaggi.

A dire il vero il paragone pittorico è davvero efficace; le figure tratteggiate dalla Nothomb narrano di inferni e paradisi, di redenzioni, di espiazioni. Ecco, mi ricorda il Giudizio Universale di Van Eyck, con la sua mostruosa e deforme umanità, dai tratti inaspriti e grotteschi. E ancora nel suo stile non c’è eccesso, perché a volte basta la storia in sé a dare sufficiente forza alla parola.

Il titolo non potrebbe essere più espressivo. Perché è una lettura che corrode, che scivola liquida e incide. Bisogna leggerlo, berlo e lasciarsi bruciare.

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Scritto da: Livia il 12 Maggio 2008
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