Tutti gli articoli su ironia
Chi mi legge di frequente sa che amo molto gli animali, quasi senza distinzione di specie; tuttavia sono anch’io abbastanza infastidita dall’invasione di micetti e altri cuties più o meno dovunque. Mi sono quindi lasciata attirare, non più di qualche settimana fa, da Fottiti, pinguino! col suo titolo irriverente e la promessa di un po’ di sana ironia.
Non è un romanzo ma una raccolta dei post dal blog Fu penguin, gestito dall’americano Matthew Gasteier, per chi ama gli animali ma non ne può più di Virgola e compagnia cantando e dell’invasione di pupazzetti, gadget, micette col fiocco rosso.
Ogni pagina è composta da un’immagine e un post, con l’aggiunta di alcuni box “lo sapevate che” con battute sui vari animali, domestici e non. È una carrellata veloce sulle moltissime razze presenti in natura, da quelle a cui siamo più abituati a quelle che non ricordiamo nemmeno esistano, e il blog è stato aggiornato fino a novembre con animali più che strani.
L’autore si rivolge direttamente all’animale in questione, in un litigio virtuale per mostrarne gli atteggiamenti stupidi, i caratteri fastidiosi, gli sguardi ingannatori, e cedendo di tanto in tanto a momenti di tenerezza (quasi) involontari.
Purtroppo la trasposizione di post in forma cartacea non ha la stessa efficacia che nel suo mezzo nativo: quello che in rete diverte per la brevità e il tono sopra le righe a lungo andare stanca e sembra fuori luogo in forma di libro. Tuttavia provando una lettura casuale e non continuativa si può trovare una buona via di mezzo. L’ironia, sempre presente, risulta spesso carica per l’uso continuo di parolacce che, in italiano, hanno un significato differente e non vengono certo usate come interiezioni.
Insomma, un libro grazioso se preso a piccole dosi, con una scrittura sintetica e irriverente e moltissime immagini, in grado di farvi sentire meno soli quando, sentendo certe suonerie, penserete di voler strozzare qualche animale.
1967. I Beatles, in piena era psichedelica, registrano Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, album di importanza seminale. Pochi passi più in là, negli stessi giorni e negli stessi studi EMI di Abbey Road, i Pink Floyd stanno incidendo il loro folgorante album d’esordio, The piper at the gates of Dawn. Chi influenza chi è tuttora oggetto di appassionate discussioni fra musicofili. Syd Barrett canta visioni acide, in casa sua si dà l’LSD perfino al gatto, John Lennon vede Lucy in the sky e perfino gli Stones vivono la loro stagione lisergica nell’incarnazione delle Loro Maestà Sataniche.
In Italia il panorama musicale era molto più provinciale e quieto, certamente meno visionario: il giovane Guccini al massimo cantava le notti ed il fiasco e il resto era Rita Pavone – fate voi – ma il nostro modesto contributo a quella fatidica stagione di “espansione della mente” fu come minimo la prima edizione integrale, presso Einaudi, del capolavoro postumo di Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita.
Scritto almeno una trentina d’anni prima il romanzo è oggi giustamente ritenuto un classico, ma è soprattutto, anche per chi, come me, lo leggesse con colpevole ritardo, un libro di una modernità sorprendente. Il Diavolo che giunge a Mosca sotto le spoglie di un prestigiatore, è proprio lo stesso di cui canta Mick Jagger in Simpathy for the Devil.
Beffardo e istrionico, man of wealth and taste, il Satana di Bulgakov si presenta nella Russia staliniana in compagnia del demone Azazello e di un enorme gatto nero bipede, un terzetto che già da solo oltre ad anticipare di molto le più fortunate creazioni di Stefano Benni, mette a soqquadro la città scoperchiando, in un crescendo di situazioni fra il magico e il grottesco, le ipocrisie e i grigiori della società dell’epoca.
E il sabba onirico descritto a metà del romanzo è davvero un capolavoro di psichedelia pura, frutto di una scrittura visionaria e intrisa di sarcastica ironia. Ma esistono almeno altri due piani narrativi: quello centrale, la storia d’amore proibito fra il Maestro e Margherita, magica e romantica, ma anche la storia che avviene duemila anni prima, ai piedi del Calvario e in casa di Ponzio Pilato, con un demoniaco testimone della Passione che giunge fino ai giorni in cui si svolge il racconto.
Fra poesia e satira, Bulgakov mette in scena un affresco stregonesco a tinte forti, un volo notturno da leggere con un robusto Falerno, un teatro di maschere di cui il mago Woland, indimenticabile incarnazione del Maligno, è il magistrale capocomico, interprete primo dell’eterna e ambigua lotta di Bene e Male.
L’altra sera mi stavo producendo in un indolente e piuttosto inutile zapping televisivo, nella speranza che mi inducesse ad andare a dormire, assecondando l’ora piuttosto avanzata della notte, quando fra i numerosi improbabili protagonisti della televisione notturna (a proposito: ma è possibile che i politici ci siano a tutte le ore, anche quando ci sono ormai in giro solo spogliarelliste e televenditori? Mah) ho visto tre volti conosciuti. E un cane.
Chissà perché, prima ancora di riconoscere Elijah Wood avevo già riconosciuto i protagonisti del film. Film che non avevo mai visto. Però loro sì, li avevo già incontrati, in un bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata. Il film era quasi finito, quindi non so dirvi se sia bello o meno, ma bastò poco per farmi tornare alla mente con piacere il memorabile viaggio nello spazio e nel tempo narrato nel libro.
Libro a più voci, a più registri, che comincia con uno che a leggerlo vi pare di sentire parlare Borat e finisce con alcune delle pagine più autenticamente toccanti che si possano leggere su una tragedia del passato. E sulla memoria. In breve, il libro racconta del viaggio di un giovane studente, un giovane ebreo americano che approda in Ucraina alla ricerca delle storie della sua famiglia, e in particolare di una donna che cinquant’anni prima avrebbe salvato suo nonno da un massacro nazista.
Il viaggio lo vede accompagnato dal giovane Alex, da suo nonno, autista cieco dell’auto della “Viaggi Tradizione” e da una cagnetta. Ma come dicevo il romanzo si svolge anche nel passato di un piccolo villaggio ucraino, nella Trachimbrod del 1700, e poi negli anni della tragedia bellica. Questo dà modo a Foer di alternare almeno tre differenti registri, quello fortemente ironico, grottesco, leggero, dai risultati spesso esilaranti di Alex; quello favolistico, quasi surreale dei racconti degli antenati; e quello tragico ma molto misurato dei ricordi più strazianti che via via vengono alla luce.
Il tutto legato da una straordinaria leggerezza che non fa che accentuare gli elementi più pregnanti e i momenti più autenticamente emozionanti del racconto. In questo Foer ha dato prova di una maestria davvero ammirevole, animando con naturalezza una narrazione sempre viva e pulsante, davvero mai retorica.
Il risultato è uno dei libri più interessanti, divertenti, intelligenti, coinvolgenti romanzi degli ultimi anni. Si legge con un bianco, un Greco di Tufo magari, in magico equilibrio tra farsa e tragedia, a ricordarci ancora una volta la verità del pluricitato aforisma secondo il quale il comico è soltanto il tragico visto di spalle.
Chi di voi ha letto la mia recensione sull’autobiografia della Christie apparsa qua su Liblog, si ricorda forse che parlai di come l’essere viaggiatrice avesse condizionato il suo modo di vivere, specialmente a partire dal secondo matrimonio con l’archeologo Max Mallowan.
Viaggiare è il mio peccato apparve nel 1946 sotto il nome esteso di Agatha Christie Mallowan, quasi a voler avvertire già da subito come il lettore dovesse aspettarsi qualcosa di diverso dal solito giallo. Il libro viene spesso indicato come la seconda autobiografia della popolare scrittrice, anche se non l’ho mai trovata una definizione propriamente corretta.
Siamo negli anni trenta del secolo scorso, il Medio Oriente spartiva i suoi tesori con i paesi disposti a finanziare spedizioni archeologiche nelle sue terre e tra questi l’Inghilterra era ai primi posti.
La nostra viaggiatrice impenitente ci racconta episodi sparsi della sua esperienza al seguito degli scavi del marito in Siria ed il risultato, reso con uno stile frizzante e ironico che non troviamo spesso nei suoi gialli, fa più pensare a un taccuino di viaggio che a una biografia vera e propria.
Nei lunghi mesi di soggiorno nei luoghi dello scavo, nel deserto tra la Siria e L’Iraq, il gruppo archeologico formato da Max Mallowan, dai suoi aiutanti e da Agatha stessa, viveva a stretto contatto con le popolazioni locali ma ricreava anche quel dorato isolamento, in questo caso soprattutto mentale, che era usuale trovare negli inglesi delle colonie dell’Impero.
Le diverse etnie con cui la nostra scrittrice si confrontava vengono raccontate con affettuosa ironia che non è mai scherno, con parecchi pregiudizi scevri però di alterigia e, piuttosto, un po’ ingenui (ma di questo ce ne accorgiamo forse solo noi lettori moderni, che prendiamo in mano lo scritto diversi decenni dopo). In tutto questo salta anche all’occhio la sincera ammirazione di un’osservatrice curiosa per le ricchezze culturali di questo angolo di mondo, così lontano da un’Europa inquieta che si preparava al secondo conflitto mondiale.
La verve e l’entusiasmo con cui gli episodi quotidiani vengono narrati, compresi i disastrosi inconvenienti che erano all’ordine del giorno in un paese che mancava di ogni minima infrastruttura, rivelano la passione di un’esploratrice incallita per una vita che è la più lontana che si possa immaginare dai salotti dell’Inghilterra bene.
Consiglio questa “cronaca vagabonda”, come la stessa autrice la definisce nella dedica del libro, a chi potrebbe fare del titolo il proprio motto di vita.
La lettura di Notizie sull’autore risale a ormai diversi anni fa, ma l’ho tirato giù dalla mia libreria perché questa settimana avevo voglia di consigliare a chi ama il genere thriller uno di quelli che ti conviene cominciare quando hai qualche ora a disposizione, perché una volta intrapresa la lettura non sarà facile abbandonarla fino alla fine. Avete presente il genere, giusto?
Il protagonista si racconta in prima persona e risponde al nome di Cal Cunningham. Professione: aspirante scrittore, anche se a essere onesti, e lo ammette lui stesso, fa davvero poco per protendere a questa carriera tranne, appunto, aspirare.
Siccome è uno studente che ama la bella vita, si dedica coscienzioso a coltivare il fascino di cui madre natura l’ha dotato per esercitarlo sul genere femminile. Lui si racconta che raccoglie materiale per un futuro romanzo autobiografico, ma noi già nelle primissime pagine non sappiamo se credergli.
Probabilmente è solo un giovane uomo affascinante che ama la vita e preferisce impegnarsi a fare quello che gli riesce meglio, che non è certo scrivere. È convinto che quello un giorno gli verrà naturale come respirare. Perché lui è già uno scrittore, no? In fondo è quello che desidera fare da sempre.
È perciò uno shock per lui scoprire che Stewart, il suo coinquilino alto, timido e decisamente poco affascinante invece scrivere lo sa già fare, e dannatamente bene. Il suo primo romanzo è praticamente finito e racconta proprio di Cal: i suoi ultimi due anni di vita messi su carta in forma stilisticamente ineccepibile dal suo silenzioso ascoltatore.
Combattuto tra il livore e l’invidia, Cal sta per affrontare il suo compagno di stanza quando il destino gli fa un inaspettato regalo. L’occasione di appropriarsi del romanzo di Stewart è ghiotta, Cal la coglie al volo e con essa abbraccia la vita che ha sempre sognato: l’opera prima di “Cal Cunnigham” scala i vertici delle classifiche e con le vendite arrivano la fama e il successo. E il suo viso, così bello, sta decisamente meglio di quello anonimo di Stewart in quarta di copertina a dirla tutta…
Lo so, ora tutti vi aspetterete che la vita si presenti a un certo punto a chiedere il conto a Cal di ciò che non gli è dovuto. Ma se questo avverrà (e badate bene, non vi sto dicendo che accadrà proprio così), ecco… non sarà nel modo convenzionale che possiamo aspettarci. Il risultato, come ci racconta John Colapinto con perversa ironia, sarà quantomeno sorprendente.
Visto che Natale si avvicina sempre più, vi voglio consigliare anche questo come regalo per qualcuno: per chi colleziona in libreria profiler, investigatori esperti e dilettanti, avvocati che incastrano, medici che arrestano, serial killer che uccidono . Per stupirlo con qualcosa di molto diverso.
Se invece lo leggerete per voi stessi, probabilmente l’unica delusione in cui incapperete alla fine sarà la ricerca di un altro libro di questo bravo autore. Non ne troverete traccia, non in italiano almeno. Se devo dire la mia, è un vero peccato.
Se dico Avery Corman probabilmente non scateno in voi alcun ricordo, specialmente nei più giovani. Eppure Corman è l’autore di un romanzo che moltissimi conoscono o per averlo letto o per averne visto la famosa trasposizione cinematografica: Kramer contro Kramer. Quello che non tutti sanno è che è anche autore di commedie altrettanto significative, tra cui, appunto, Oh Dio.
Si tratta di un romanzo precedente (1971) al più famoso duello dei Kramer per l’affidamento del figlio, e di genere totalmente diverso: una riflessione, con tratti comici e scrittura leggera, sulla fede e la religione nei tempi moderni.
Tutto parte da un presupposto semplice quanto efficace: se Dio dovesse parlare ai giorni nostri, attraverso chi lo farebbe? E alla persona scelta, daremmo credito? Ebbene, secondo l’autore la scelta non potrebbe che ricadere su un giornalista (e penso che se fosse scritto oggi, a ben quarant’anni di distanza, si tratterebbe di un blogger).
Un giornalista dalla scrittura accattivante, scettico ma aperto a idee nuove, l’America pronta da un lato a internarlo e dall’altro a santificarlo in vita. Il loro rapporto comincia con le classiche manifestazioni inspiegabili, che per un uomo di fede sarebbero già dei segni e per il nostro protagonista sono semplici misteri buffi.
Così si arriva fino ad un’intervista, lunga e complessa, in cui Dio più che dettare nuove leggi o spiegare il senso dell’esistenza, si “rilassa” e si confida, raccontando quello che più gli fa piacere, ciò che lo preoccupa e anche le abitudini nel venire a visitare la sua creazione. Insomma, un’intervista per dire all’umanità “io ci sono ancora, abbiate fede”.
Ovviamente le conseguenze, superata l’incredulità iniziale, sono di grande mobilitazione internazionale, ma il romanzo non va mai in direzione del mistico, restando ancorato a una esposizione ironica e disincantata dei “difettucci” dell’uomo.
La scrittura è briosa, leggera e scorrevole, portando questo romanzo a livello di divertissement letterario, e non mi stupisce che anche da questo sia stato tratto un film, che sicuramente cercherò.
Purtroppo attualmente è fuori catalogo, ma spero lo ristampino presto: non è da tutti scrivere di argomenti tanto seri con umorismo raffinato.
Qualche giorno fa qua su liblog ho condiviso con voi una divertente e mordace parabola di Stefano Benni sul saper scrivere, intitolata Il verme Disicio.
È contenuta in forse uno dei migliori libri dello scrittore, la raccolta di racconti Il Bar sotto il mare, uno dei libri che più ho amato nella mia adolescenza…e non solo in quella. La prima volta che l’ho letto era il 1992: ne sono certa, perché da sempre ho l’abitudine di firmare i libri con la data della prima lettura. All’epoca gli diedi tante e forsennate riletture e, a differenza di molte miei libri preferiti del periodo, non l’ho mai abbandonato del tutto.
E, sempre a differenza di molti altri, il piacere che provo a sfogliarlo non è mai diminuito. Con gli anni i gusti cambiano si sa, ma nel mio caso non è stato così per i racconti del fantomatico Bar sotto il Mare: un posto magico, sotto il pelo dell’acqua, dove gli avventori che vi si riuniscono ogni sera raccontano a turno delle storie.
Dire che il mio gusto è rimasto del tutto immutato non è però esatto, perché alcuni dei racconti che parecchi anni fa non apprezzavo affatto sono diventati in tempi recenti i miei preferiti, forse perché ora ho l’età per apprezzarne la sottile ironia. È il caso tra gli altri del diabolico Quando si ama davvero o della favola un po’ smaliziata Il destino sull’isola di San Lorenzo.
Così, se uno dei più amati, ora come allora, rimane Il più grande cuoco di Francia, mi diverto sempre, spesso ridendo di gusto, leggendo i divertenti racconti dello scombinato paese di Sompazzo: L’anno del tempo matto o Il Pornosabato dello Splendor, per citare due dei racconti probabilmente migliori di tutta la raccolta.
Non mancano nemmeno degli omaggi dello scrittore italiano a due classici generi letterari: il giallo e l’orrore con venature gotiche. Impossibile infatti non pensare a Agatha Christie e a H.P. Lovecraft leggendo Priscilla Mapple e il delitto della II C e Oleron. Omaggi presentati sempre con il divertimento in punta di penna, perché tale è lo stile di Benni.
In conclusione una gran bella antologia, da tenere non in fondo alla libreria ma a portata di mano per rileggere un racconto ogni tanto, quando si hanno cinque minuti e voglia di sorridere.
Oggi voglio condividere una parte di un paio di articoli davvero divertenti e interessanti pubblicati su Giornalettismo. Vi consiglio di leggere sia il primo sia il secondo perché nascondono delle vere chicche:
- Il punto esclamativo è sempre uno e mai trino, a meno che non stiate facendo il lettering per Topolino.
- Lo stesso vale per i punti interrogativi.
- Può essere al limite tollerabile, se usato con parsimonia, il punto interrogativo + punto esclamativo (?!) ma ogni altra combinazione è tassativamente vietata.
- No assoluto quindi a dodici punti interrogativi intervallati a gruppi di tre con un punto esclamativo (???!???!???!???!???!) per esprimere sorpresa mista a sgomento con una punta di perplessità e risentimento. Le espressioni e intonazioni vanno desunte dal contesto non dai vostri graffiti sul libro.
- Provate inoltre a sfogliare un qualsiasi volume di un premio nobel per la letteratura. Vedete tutti questi punti esclamativi? Sarà un caso? Che cazzo c’avete da urlare?
- I puntini di sospensione sono sempre in numero di tre. Non è assolutamente necessario che ogni pausa del discorso sia segnalata da puntini di sospensione. Esempio: “Mah… non so… tu che dici?… potremmo provare?”. Se siete indecisi su cosa far dire ai vostri personaggi fateli tacere.
- Tra il soggetto e il verbo non ci va la fottuta virgola, non importa se mentre leggete fate una pausa. Lui, entrò nella stanza. Cazzo vuol dire?
- Le virgole ci vanno quando ci vanno e non ci vanno quando non ci vanno. È quindi del tutto falso che ci vadano quando non ci vanno e che non ci vadano quando ci vanno.
- Quando aprite le virgolette all’interno delle virgolette doppie mettete le virgolette singole. Evitate di aprire le virgolette all’interno delle virgolette singole, a meno che non stiate cercando di riprodurre un quadro di Escher.
- Se non suona come italiano non è italiano.
-
- Usare “esso”, “essa”, “ella” non vi farà sembrare più colti di quanto non siate.
- “Egli” non è veramente un pronome, lo insegnano solo alle elementari e nel mondo reale si trova solo nei sussidiari.
Direi che è abbastanza per farvi capire il tenore della lettura. Vi consiglio vivamente di stampare i due articoli e tenerli sulla scrivania (o dovunque vi mettiate a scrivere): al di là dell’evidente ironia i consigli riportati sono effettivamente validi.
Quante volte abbiamo sperato o sognato di essere al centro di un libro, di un fumetto, di un film? E se la narrazione tendesse verso l’horror, ne saremmo davvero felici? Se volete una risposta, per quanto immaginifica e ironica, Il mostro della piscina è il romanzo che fa per voi.
È il diventare protagonisti di una storia dell’orrore il nucleo intorno al quale i personaggi, loro malgrado, si ritrovano a vivere vicende rocambolesche, inverosimili e, di tanto in tanto, comiche. Una storia, però, densa di cliché e di deja-vu, di quelle che non tarderemmo a bollare come “storiaccia”.
Marco Candida infatti gioca consapevolmente con tutti gli stereotipi che compongono l’immaginario horror, disponendoli l’uno dopo l’altro lungo la strada di Tom, il protagonista: la bionda semisvestita, il vecchio (st)Rambo cantastorie, il bambino salvifico e un’onda di calamità, tra cui, appunto, il famigerato mostro del titolo. E chiaramente non poteva mancare il cimitero, come luogo dell’azione.
Il mostro, poi, è quanto di più classico in materia: squamoso, viscido, ottuso, ripreso esattamente da quelli dei vecchi fumetti, inspiegabile come un Blob. Un mostro da pulp anni venti, con sullo sfondo la stessa folla urlante e impazzita che ci aspetteremmo nei b-movie.
Di digressione in digressione l’autore ci racconta una storia semplice nell’idea e complessa nell’attuazione: pur sapendo che si è in una narrazione altrui, come ci comporteremmo? Per spiegarlo crea un gruppo di personaggi consapevoli del trovarsi in una antiquata storiaccia dell’orrore, disincantati rispetto agli avvenimenti, anche i più strani; capaci, quindi, di strizzare l’occhio al lettore utilizzando il suo stesso sentire.
Lo stile è molto pop, anche se a tratti la scrittura sembra acerba e si fa difficile da seguire; le lunghe digressioni parodistiche sono molto godibili e aggiungono il sale e l’umorismo necessario a un’azione altrimenti troppo rapida.
Un romanzo che, come recita la quarta, si trova “a metà tra tributo e parodia”. Palesemente sbilanciato verso la seconda. Una buona lettura, magari, a bordo piscina.
Tempo fa, in una discussione di FF, un amico proponeva una poesia interessante. O un’antipoesia interessante. Proveniva da Poesie da decubito, che ha il significativo sottotitolo Noi poeti laureati quando incontriamo poeti diplomati vinciamo facile.
Ora, è arcinoto che io non sia una intenditrice di poesia, quindi il mio parere vale all’incirca un soldo bucato, tuttavia trovo molto interessante questo tumblr (e per chi non sapesse cos’è – come me fino a poco tempo fa – ecco in soccorso Wikipedia) e irriverenti le poesie.
Per capire il genere, forse può essere utile una citazione:
Noi non sapremmo
Voi femmine e donne e madri
e doloriparti e universifemminili
io in generale sono d’accordo.
Noi sapremmo fare gli esseri da dentro?
Noi sapremmo lattare e portar proteggislìp?
No, noi non sapremmo.
Per quello.
Le femmine sono abbastanza importanti,
come metà universi sapresti trovarne meglio?
No, tu non sapresti.
E allora taci, uomo nerboruto
taci naturale e vago stinto
taci, persino, vergoduro mattiniero.
Se vedi roba di piastre, postialsoli e fondotinti.
Taci, se vedi.
Le donne non si toccano nemmeno con un dildo.
Insomma, per proseguire le nostre letture domenicali un po’ di poesia non ci ucciderà, soprattutto se pensata da un “poeta laureato”.