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Nell’underground fiorentino c’è gruppo emergente che suona un buon rock: The Smugness parola che in inglese sta per “mediocrità soddisfatta di sé”, vanagloria. Al microfono Tommy Boyler, pieno di sensibilità e romanticismo. Alla batteria Mejer, nella musica e nella vita anticonformista e sperimentatore.
Al basso Gabo, problematico ma solido punto di riferimento. E alla chitarra Vanni, sempre perso nei suoi pensieri, diviso tra storia e filosofia, tra Gavrilo Princip e Arthur Schopenhauer. Vanni che ci racconta i sogni, le paure, l’amore, la vita e la morte di un gruppo di giovani musicisti di provincia. Vanni che in quattro quarti ci fa sentire la musica della sua esistenza…
La trama di Io volevo Ringo Starr di per sé non è nulla di speciale: le vicende di un gruppo di amici che hanno formato una band e che suonano dove capita in attesa di una buona occasione. Una storia normale che ha come protagonisti ragazzi come tanti, nei quali in molti si riconosceranno.
La parte preminente del romanzo sono le riflessioni del protagonista su ciò che è attorno a lui e dentro di lui. In maniera ora ironica ora filosofica Vanni, racconta la sua visione della storia, della volontà (come la intendeva Schopenhauer), dell’amore, della vita e, soprattutto, della musica. La musica vista come mezzo per elevarsi oltre la mediocrità auto-compiaciuta (Smugness) tipica della nostra società.
Il romanzo di Daniele Pasquini scorre gradevole e veloce come una bella musica, tranne che in alcuni punti, dove rallenta in complesse elucubrazioni simili ad alcuni assolo di chitarra (per restare in tema). Io volevo Ringo Starr è un’opera matura e riflessiva sulla musica e la vita e, perciò, la consiglio a persone mature e/o amanti della buona musica.
Per inciso io sono immaturo e musicalmente ignorante, però il libro mi è piaciuto…
Come tutti i ragazzi anche io ho sviluppato una malsana passione per i videogiochi che, purtroppo, perdura tuttora. Tra i videogames che hanno segnato la mia infanzia ricordo con piacere Prince of Persia. Perciò quando ho letto il titolo di questo libro di Angelo Calvisi e ho visto la sua bellissima copertina non ho potuto fatto a meno di leggerlo.
Il principe di persia inizia dove finiva il primo floppy: il protagonista sposa la Daughter (cioè figlia del sultano) ma presto è costretto a scappare dal palazzo a causa di una congiura del redivivo Jafar.
Sin qui tutto normale, tranne per il fatto che il principe sa di vivere in un videogioco e che dovrà spendere molte vite per arrivare al livello finale. Quello che non sa è che la sua realtà si confonderà sempre più con la nostra e che la sua avventura si trasformerà in un viaggio allucinante nella mente di un pazzo…
Questo breve libro fa parte di un trittico dello stesso autore (gli altri due sono Il Geometra sbagliato e Maledizione del sommo poeta) che ha come tema la malattia mentale. Con stile semplice ed elegante, l’opera ci mostra una storia tragica eppure a suo modo avventurosa attraverso gli occhi di un uomo che ha perso la sua sanità mentale.
Si passa dalla coerenza del videogioco al’incoerenza di una realtà distorta dove si fatica a trovare un senso agli avvenimenti (ammesso che ci sia). Quelle parti, in cui più ci si addentra nella follia, sono sottolineate da uno stile più alto ed intricato, molto evocativo.
Sparsi per l’opera ci sono molti riferimenti alla letteratura classica (italiana e non) ma anche al cinema ed alla televisione tutti riportati nei credits dell’autore.
Se avete un paio di pomeriggi liberi sono sicuro che troverete interessante questo Principe di persia. Essere impazziti per salvare la Daugther non è necessario…però aiuta.
Orecchio acerbo non si smentisce mai: i suoi libri per ragazzi sono sempre dei piccoli capolavori, sia nella confezione del volume sia per le illustrazioni sia, infine, per la scelta del testo. Papà tatuato è forse, esteticamente, ha un maggiore potere di attirare l’attenzione, sin dalla copertina.
La storia, come avrete capito già dal titolo, è effettivamente scritta sulla pelle di questo papà stravagante, che appare e scompare raccontando le sue mirabolanti avventure, una per ogni elemento fissato dall’inchiostro sul suo corpo; i tatuaggi, insomma, diventano parte integrante della memoria, una vera e propria mappa dei ricordi.
Ovviamente è una storia alla Sinbad, rocambolesca e piena di personaggi inverosimili; con il famoso marinaio condivide alcuni racconti pittoreschi, come quello dell’uccello gigantesco. Potrebbe essere, in effetti, un estratto dalle Mille e una notte, organizzato in cornici e con un narratore così particolare.
È come un grande gioco di citazioni, con le immagini che prendono vita al solo tocco e questo figlio che legge il padre come una cartina, affascinato e affabulato, sempre più curioso di sapere quell’elefante chi è, o ancora il grande ragno fatto di scampoli di ragni. Un modo per tenere vivo, con la fantasia, un rapporto fatto anche di assenze e distanze, un suggerimento per quei padri che, per lavoro o per altro, non hanno la possibilità di stare molto con i figli: alimentarne l’immaginario.
Testo e figure si muovono come sempre di pari passo, con una scelta di immagini quasi pop, ad opera di Sergio Mora, e con colori che danno l’illusione di una carta antica, di vecchie pergamene e mappe. Il testo di Nesquens è forse più complesso di quelli cui mi ero abituata: la scelta delle parole e degli argomenti, unita a una certa dose di surrealismo, lo rende una lettura ideale per adulti e per bambini.
Da suggerire e leggere in famiglia, magari padre e figlio insieme.
A volte i libri prendono ispirazione dalla realtà tanto da essere più che verosimili, da sfiorare il sospetto che di finzione resti ben poco. Così è anche per questo primo thriller di Aìsara, I partigiani del genoma di Lisa Corimbi, ambientato nel presente e in luoghi conosciuti.
La Sardegna, infatti, fa da sfondo a una vicenda intricata e intrigante, in cui non mancano tutti gli elementi tipici del genere: cospirazioni, gruppi segreti, multinazionali, rapimenti e omicidi a sangue freddo.
Stefano Reali è un uomo scomodo, un giornalista-segugio che non si ferma mai alle apparenze e, da vero “mastino”, si aggrappa anche al più piccolo indizio per cercare di arrivare alla verità, per quanto nascosta o pericolosa possa essere. Gli è costata già, questa sua attitudine, un trasferimento (declassante) mentre svolgeva un’inchiesta, e gli costerà anche di più questa volta.
La vicenda prende avvio da una serie di rapimenti sospetti, diversi dalla norma: i rapiti infatti vengono liberati con gravi malattie che non avevano mai manifestato. E nello stesso periodo la Sardegna è la regione del progetto pilota di mappatura del genoma umano e gli scienziati ne celebrano il buon andamento. Non ci vorrà molto per mettere in correlazione le due cose.
Attraverso un’esistenza materiale e una puramente virtuale Stefano arriverà a scoprire, insieme ai suoi compagni di ricerca, cosa si cela dietro a questi eventi. Non vi dico di più, per non guastarvi la sorpresa di una lettura avvincente.
Quello che è evidente, però, è la verosimiglianza assoluta dei comportamenti e delle situazioni: dai responsabili della stampa, ottusi o asserviti quando non collusi con il potere, che tacciono per convenienza, alla segretezza del progetto pilota che effettivamente esiste in Sardegna e di cui ogni tanto viene pubblicato qualche risultato ma, sostanzialmente, nulla è dato sapere.
Il tutto narrato con una scrittura diretta e semplice, anche se inizialmente con qualche ridondanza, e uno stile sobrio. Quello che ci vuole, insomma, per raccontare una storia che di complesso ha già la trama e lo svolgimento dell’azione.
Chissà che, in fondo, non contenga più di un briciolo di verità. Indicato per tutti gli amanti del genere ma anche per chi volesse conoscere di più la cultura sarda moderna.
Pioggia incessante, storie di perdenti, di vinti… uomini che vivono la strada come cani randagi. Sembra di essere in una canzone di Tom Waits, con i suoi rain dogs sulla low side of the road, con i suoi racconti di vite al margine. Con la sua America dai sogni infranti.
E invece siamo in Francia, siamo nel dopoguerra, siamo in un romanzo di André Héléna, che con questo Il buon Dio se ne frega ci offre un noir convinto e convincente, malinconico e crepuscolare, con un protagonista scolpito assai bene che narra in prima persona la sua parabola (inevitabilmente discendente) di omicida ed evaso.
Felix Froment è infatti un galeotto della Guyana francese che fugge dall’Isola del Diavolo e invece di godersi i pregi di una vita da fuggiasco in Sudamerica decide di tornare al borgo natio, compie una rapina in una gioielleria che gli frutta un discreto bottino ma ben presto ricomincia a sentire sul collo il fiato della polizia: ovviamente, l’inizio della fine.
E sono questi i giorni che vengono raccontati nel romanzo, giorni passati a guardare la pioggia dalle vetrate di un grigio alberghetto di periferia, fra piccoli malviventi, spacciatori, ricettatori, e una giovane cameriera del cui candore persino un uomo come Felix si può innamorare, sperando per qualche momento in una vita diversa. Forse anche in una redenzione.
Punto di forza del racconto non è qui l’azione ma sono le riflessioni che il protagonista ci regala, frutto dei giorni passati a scrutare se stesso e le misere esistenze che lo circondano, pregne dello stesso disilluso cinismo che permea il titolo ma anche capaci di sguardi sinceri e umanissimi sui concetti di colpa e di pietà. Pagine che donano a questo romanzo uno spessore che altri racconti di Héléna non possiedono, o possiedono in misura più vaga ed accennata, e che fanno di Felix Froment un personaggio nettamente più tridimensionale e complesso di altri protagonisti Héleniani.
Un vinto cui potrebbe avere prestato il volto un più giovane De Niro, o un grandissimo Gastone Moschin in stile Milano Calibro 9, un antieroe che probabilmente usa un linguaggio forse anche troppo ricercato per essere totalmente credibile nel contesto in cui ci viene proposto, ma questo è un peccato veniale cui tutto sommato possiamo passare sopra volentieri.
Un noir piovoso e assolutamente raccomandato, con un Cabernet Franc deciso a farvi compagnia.
Con un titolo così, e una copertina “evidente”, non potevo non farmi attirare da questo romanzo fuori dagli schemi, Milingo contro tutti. È stato un modo per conoscere una nuova casa editrice e cambiare orizzonte di lettura, ma soprattutto è stata una sorpresa: è uno dei migliori incipit che abbia letto quest’anno, frizzante, intrigante, ben scritto.
Filippo Anniballi scrive da molto, ma è al suo primo romanzo (edito da Ad est dell’equatore) e si cimenta con la vita disordinata e improbabile di Filippo Sanzini in una Roma più onirica che reale, un misto tra l’allucinazione da droghe e un’immaginazione un po’ paranoica.
La narrazione è fatta di flussi continui raccolti in macrocapitoli, ognuno con una funzione precisa e con titoli che fanno già capire il tono generale: “Heidi tra incesto ed eroinomania” è il primo, quello che introduce il protagonista e la sua sregolata attività mentale, iniziando a descrivere una routine quotidiana con comparse che si fatica a collocare tra immaginario e reale.
Il personaggio principale è a tutti gli effetti un narratore inaffidabile, uno da cui non si sa mai se si ottiene la verità o un parto di una mente contorta e obnubilata da sostanze psicotrope di ogni tipo; di più, un cinico, uno che ironizza – talvolta un po’ acido – su tutto e su tutti.
Subito dopo la presentazione del nostro uomo inizia il romanzo vero e proprio, con un incarico da thriller classico: ritrovare la ragazza smarrita all’estero e ricondurla sana e salva dai suoi genitori in attesa. Ma nulla in questa storia è normale o tipico, a partire dalla ragazza che, invece di essere la solita bellezza perfetta è, a sentire Filippo, “un cesso”. La ricerca di Priscilla Maruscini è il motore di una nuova azione, spostata stavolta a Londra, e di nuove follie.
Quasi dimenticavo il Milingo del titolo: beh, sappiate che il famoso Monsignore esorcista, ovviamente rivisitato dalla fantasia allucinata di Sanzini, ricopre un ruolo tutt’altro che marginale e sarà fondamentale specialmente nella frenetica azione conclusiva. Di più sulla trama non posso e non voglio dirvi, per non rovinarvi i piccoli colpi di scena disseminati lungo il testo.
Il romanzo è una continua iperbole, psichedelico come già preannunciato dal colore della copertina e dal tono dell’immagine. La scrittura ricorre spessissimo a metafore, ben congegnate e inusuali, deliranti quanto il protagonista, metafore funzionali a far entrare il lettore nella sua mente. Lo stile è scoppiettante, con pagine che passano da un argomento all’altro senza tuttavia dare l’impressione di incoerenza.
Un ottimo avvio, per Anniballi, e una lettura piacevole per conoscere Ad est dell’equatore.
Quante volte abbiamo sperato o sognato di essere al centro di un libro, di un fumetto, di un film? E se la narrazione tendesse verso l’horror, ne saremmo davvero felici? Se volete una risposta, per quanto immaginifica e ironica, Il mostro della piscina è il romanzo che fa per voi.
È il diventare protagonisti di una storia dell’orrore il nucleo intorno al quale i personaggi, loro malgrado, si ritrovano a vivere vicende rocambolesche, inverosimili e, di tanto in tanto, comiche. Una storia, però, densa di cliché e di deja-vu, di quelle che non tarderemmo a bollare come “storiaccia”.
Marco Candida infatti gioca consapevolmente con tutti gli stereotipi che compongono l’immaginario horror, disponendoli l’uno dopo l’altro lungo la strada di Tom, il protagonista: la bionda semisvestita, il vecchio (st)Rambo cantastorie, il bambino salvifico e un’onda di calamità, tra cui, appunto, il famigerato mostro del titolo. E chiaramente non poteva mancare il cimitero, come luogo dell’azione.
Il mostro, poi, è quanto di più classico in materia: squamoso, viscido, ottuso, ripreso esattamente da quelli dei vecchi fumetti, inspiegabile come un Blob. Un mostro da pulp anni venti, con sullo sfondo la stessa folla urlante e impazzita che ci aspetteremmo nei b-movie.
Di digressione in digressione l’autore ci racconta una storia semplice nell’idea e complessa nell’attuazione: pur sapendo che si è in una narrazione altrui, come ci comporteremmo? Per spiegarlo crea un gruppo di personaggi consapevoli del trovarsi in una antiquata storiaccia dell’orrore, disincantati rispetto agli avvenimenti, anche i più strani; capaci, quindi, di strizzare l’occhio al lettore utilizzando il suo stesso sentire.
Lo stile è molto pop, anche se a tratti la scrittura sembra acerba e si fa difficile da seguire; le lunghe digressioni parodistiche sono molto godibili e aggiungono il sale e l’umorismo necessario a un’azione altrimenti troppo rapida.
Un romanzo che, come recita la quarta, si trova “a metà tra tributo e parodia”. Palesemente sbilanciato verso la seconda. Una buona lettura, magari, a bordo piscina.
Non avevo mai letto uno “Science Fantasy” per cui avevo solo una vaga idea di cosa attendermi da Rian ree di Barbara Gisolo. Ciò che mi aspettavo era o una ambientazione medioevale con inserti tecnologici, o un lontano futuro pieno di maghi e draghi. Invece ho scoperto un’opera ben più complessa e difficile da classificare che mi ha sorpreso per alcune idee originali.
Il romanzo racconta la storia di Brian, un anonimo ricercatore dei nostri giorni, che viene spedito in un mondo contiguo ove combattere una misteriosa epidemia e portare a compimento un’antica profezia…
Ciò che colpisce maggiormente dell’opera è la particolarità dell’ambientazione: il mondo della “Prima Luce” non è solo un universo parallelo ma è un più alto livello dell’esistenza. Coloro che vi abitano possiedono una incredibile sintonia spirituale con la natura e poteri mentali.
Non paghi di questo, cercano un modo per evolversi ancora oltre l’Immobilità. Interessante l’idea che tale innalzamento consista nel liberarsi dalla materia “pesante” che grava non solo sul corpo ma anche sullo spirito.
La trama è piuttosto lineare con pochi colpi di scena, molto più interessante è ciò che sta dietro: dai dialoghi ben curati, celati da oscuri riferimenti e termini apparentemente fuori contesto; emergono molti misteri riguardanti la storia passata dei personaggi. Il lettore è costantemente incuriosito e confuso sino al momento della rivelazione, un meccanismo che si ripete uguale per tutta l’opera.
Lo stile è piuttosto minimale, sia nelle descrizioni delle scene che dei personaggi, ma diventa evocativo nei passi che riguardano le interazioni dovute ai poteri mentali tra i personaggi.
Rian ree è, dunque, un romanzo che vanta una ambientazione ben curata, idee originali ed un complesso intreccio dei personaggi. Manca di pathos nelle scene d’azione, di approfondimento psicologico e di una trama veramente coinvolgente. Per i possibili seguiti direi che ci si può attendere qualcosa in più, anche perché, come recita il sottotitolo del libro: “Talvolta il male non è che un bene in divenire”.
Mi sono sempre fatto un punto d’onore arrivare alla fine di un libro Fantasy che ho iniziato. È solo grazie a questa mia buona abitudine che non ho piantato Il lamento dell’usignolo di Laura Schirru alle prime pagine bollandolo come “romanzo rosa”.
Ma superata la prima parte il romanzo assume i connotati di un Fantasy “al femminile”, incentrato sulle passioni ed i sentimenti dei personaggi ed in particolare della protagonista femminile Lara di Aslim Fen. Il tutto sullo sfondo di un mondo cinico sino alla crudeltà dove bene e male si mischiano in una infinita “spirale fredda”.
L’inizio, come dicevo, non è proprio da fantasy, sembra piuttosto appartenere ad un romanzo rosa-erotico ambientato nel medioevo con due personaggi che si odiano ma che sono (chiaramente) destinati ad amarsi…
Proseguendo, però, la storia si carica di temi pregnanti come l’amore, l’odio, il dovere, la vendetta, la maternità.
E su tutti il destino, ineluttabile e beffardo. La protagonista è quasi una inerme spettatrice di una vita già scritta da qualcun altro, dove ogni scelta è dolorosa, bene e male non sono ben distinti ed il suo cuore appartiene ad un uomo spietato e possessivo.
Lo stile della scrittrice diviene teso e gradevolmente scorrevole, minuzioso nel tratteggiare la psicologia dei personaggi. Lo sfondo si arricchisce di particolari, la trama di risvolti nascosti, idee originali, intrighi di palazzo e non manca un pizzico di avventura e di mistero.
In conclusione “Il lamento dell’usignolo” manca di un buon avvio ed una ambientazione particolareggiata (forse è dovuto ad inesperienza della scrittrice), ma migliora man mano nella narrazione grazie a un intreccio narrativo ben studiato e, soprattutto, ad una spiccata sensibilità nell’introspettiva. Consigliato a chi ama più queste componenti piuttosto che l’avventura e la magia.
Essendo un libro d’esordio non posso che sperare che il prossimo supererà le limitazioni di cui sopra. Le premesse ci sono tutte.
Qualche tempo fa avevo letto La banda del grano, di Bianchini, un giallo italiano intriso della nostra cultura comune degli anni ‘70. Così ho voluto leggere anche il seguito, Fuochi a mezzanotte, che riprende le avventure del primo.
Ritroviamo infatti alcuni personaggi principali della banda, con qualche defezione e qualche nuovo arrivo, la stessa città, lo stesso ambiente, e un nuovo crimine ad aprire la narrazione. E, ovviamente, la stessa voce narrante.
Non è passato molto tempo dalla soluzione al primo mistero, appena tre anni, che subito il nostro protagonista Andrea si ritrova coinvolto nella ricerca di un serial-killer, in una Macerata solo apparentemente sonnacchiosa.
Questa volta l’elemento spiritistico o esoterico è più forte e ben delineato, dando un tocco di mistero aggiuntivo. Bianchini gioca sul filo della plausibilità, concedendo comunque uno spazio alla razionalità ed alle spiegazioni possibili.
Molto forte anche in questo secondo romanzo il lavoro di contestualizzazione: non è facile riuscire a ricostruire la linea del tempo “quotidiano” e “condiviso” di anni così recenti, ricostruirne i tic linguistici e le mode.
Gli antagonisti sono gli stessi di sempre, sia nella cerchia familiare sia al di fuori, ma il protagonista, sempre un po’ incompreso e ribelle, sembra leggermente maturato, come si addice al periodo adolescenziale che attraversa; restano fissi e inamovibili solo alcuni personaggi di supporto.
L’autore non perde l’occasione per fare anche della satira sul vissuto della fine dei ‘70: dalla politica al gergo giovanile, fino all’abbigliamento, la narrazione prende le distanze da certi usi tipici del tempo, che generano spesso un effetto al limite del comico.
Non è un vero e proprio giallo, nonostante gli omicidi: non sono infatti quelli il cardine del racconto, ma solo il pretesto per dipingere un’adolescenza dal sapore reale, i sussulti, gli sconvolgimenti e le altalene emotive, mantenendo un sottofondo musicale costante.
Per tutto il libro infatti la musica, italiana e straniera, via radio o su lp, imperversa; e forse si può considerare anche come un tributo alla storia dei Pooh, che hanno conquistato quella generazione ed altre.
Anche la scrittura è più matura, l’editing maggiore, lo stile migliorato, tanto da rendere la lettura scorrevole, piacevole e significativa; inoltre quei pochi stereotipi presenti vengono giocati con grande abilità e con una consapevolezza che è quasi ironica.
Un romanzo quindi consigliato non solo ai nostalgici ma anche ai curiosi di quegli anni in cui “togo” sostituiva “figo”.