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Tragedia dell’Infanzia, Savinio

tragedia dell'infanzia - Alberto SavinioIn questo blog mi è già capitato di dire due parole su un certo Alberto Savinio alias De Chirico-ma-non-Giorgio (per chi non capisse, consiglio uno sguardo indietro). Ebbene si dà il caso che questo signore, che forse non per caso fu detto “insieme a Pirandello, il più grande del nostro Novecento” da un altro signore che si chiama Leonardo Sciascia, ne abbia scritti diversi di capolavori.

Per restare sulla cresta dell’onda retrò-chic ho pensato di spendere un altro paio di parole su un altro capolavoro. Si chiama Tragedia dell’Infanzia e l’ha ristampato Adelphi qualche anno fa.

Cominciamo col dire che è un romanzo e… no anzi, momento, in realtà è che sembra un romanzo. Più che altro è una specie di mosaico di frammenti, accumulati dal 1919 (l’amico Savinio aveva 28 anni, per capirci) agli anni ‘40 e poi magicamente andati tutti a finire al posto giusto, a disegnare una trama che sembra messa insieme in un istante solo e una serie di fantasmagorie da far rizzare i capelli al vostro psicanalista.

Lo si scopre dalla bella nota finale di Tinterri, che disfa il puzzle come chirurgo e dà un’idea di come la ricerca dello spontaneo, del fanciullesco, dell’istintivo non sia per nulla un percorso da poco. Già, perché come spesso accade con il fratello del grande Giorgio (sempre De Chirico, s’intende), qui parliamo di memoria, di forma dell’informe e coscienza dell’incosciente, di – naturalmente – infanzia.

Il bambino (anzi, sé stesso da bambino) è il personaggio-mondo da cui esplodono le migliori pagine di Savinio. E il bimbo di questo libro è speciale, aristocratico eppure molesto, un po’ greco, un po’ italiano, un po’ tedesco come la sua tata,  piccolino eppure mosso da appetiti innominabili. I suoi amici, quelli che a lui sembrano amici ma che poi, magari per un nonnulla, diventano mostri spietati, sono divinità e creature mitologiche nascoste negli ordinari esseri che popolano la Grecia contemporanea.

C’è il canarino Leonida, catturato per capriccio e poi lasciato andare come un ferro rovente; Diamandi, lo strano servitore che parla con il fuoco e produce magie naturali, il cui sonno è un’esperienza visiva clamorosa per gli occhi disabituati alla morte del giovanotto; e poi c’è la Dea, l’ambiguo e rutilante femminino che compare sul palco del teatro “Lanarà” e poi esonda. E dilagando come un uragano si porta il ragazzino sul fondo del mare, apparendo come un manichino meccanico in acque amniotiche, mostrando un’aurora desolante in cui rimangono sulla spiaggia solamente i giocattoli abbandonati dagli uomini e da cui partono gli argonauti, un’altra volta, in cerca non si sa bene di cosa.

Vi ho messo paura? Lasciate stare tutte queste chiacchiere allora, e fatevi un giro su google in cerca dei quadri di Savinio. Tragedia dell’Infanzia è una specie di piccolo museo delle sue opere a cavallo degli anni ‘30. Condito con colpi di genio (il medico strillone, prima mito e poi odioso rompiscatole; il tappeto del salotto che si anima per ghermire i piedini; la strana comparsa di un Apollo femmina) e un meraviglioso stile maturo.

Se poi siete appassionati potete anche godervi l’appendice con “sul dorso del centauro”, un ipotetico prosieguo della storia ricostruito da vari appunti, per lo più ritrovati sul dorso di volantini pubblicitari. Una specie di contenuto extra, con l’avventura del bambino alla ricerca della cima del monte Pelio (il Pelione, quello di Achille, che stava proprio davanti alle finestre di casa De Chirico) dove per i nostalgici più sbarazzini entrerà in scena un inedito Chirone…

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Scritto da: marzia il 29 Settembre 2009
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Signori bambini, Pennac

Signori bambini - Daniel PennacUn’amica mi ha detto “Fatto 30, fai 31!”. Io vorrei adottare questo metodo per gli esami all’università, per ora mi devo però accontentare di farlo con Pennac. Mi ha prestato Signori bambini, che è un libricino che si mangia in un boccone.

Il titolo parla di protagonisti in carne e ossa anche se, come sempre, a farla da padrone nelle storie di Pennac è qualcosa di impalpabile: come l’immaginazione. Ma non si può raccontare l’immaginazione, bisogna sfruttarla. Quindi eccovi la storia.

Tanto per cominciare, non mi è difficile raccontervela, perché nel testo viene raccontata già da qualcuno che osserva. Osserva succedere strane cose ai corpi – e alle menti – di tre ragazzini tanto diversi tra loro, ma amici e compagni di scherzi.

Igor Laforgue, Nourdine Kader e Joseph Pritsky non vengono colti con le mani sporche di marmellata, ma peggio ancora con un foglietto in cui dicono male (e augurano il peggio) al temibile professor Crastaing. E va bene che la punizione per contrappasso è un po’ inflazionata, soprattutto da quando è uscito il libruncolo di un certo Dante, ma piace proprio perché ce la si aspetta.

E così il professore, infuriato, dà loro un tema da svolgere per il giorno seguente: “Una mattina ti svegli e ti accorgi che, durante la notte, sei stato trasformato in adulto. In preda al panico, ti precipiti in camera dei tuoi genitori. Loro sono stati trasformati in bambini.
Racconta il seguito”

Il loro tema diventa realtà e questo momento di trasformazione sfiora il comico, con loro inadeguati per quei corpi così enormi. E i loro genitori? Lattanti, o poco più, piangenti. Soluzione? Nessuna. O forse una. Crastaig. Bambino, anche lui. Maledizione.

Pennac mette a nudo uno spaccato della società francese relativamente attuale (il libro è uscito nel non-poi-così-lontano 1997). Nella cittadina di Belleville, i tre bambini nel corpo di adulti scoprono molte, moltissime cose di un mondo che non è ancora loro e acquisiscono un nuovo metro di giudizio con cui valutare la rabbia del loro professore, le loro famiglie.

A raccontare e osservare questi fatti surreali e un uomo cinico da morto quanto in vita, il papà di Igor. Ma cos’è più irreale, un bambino che si trasformi in adulto o un uomo che lascia la sua famiglia per colpa di una trasfusione infetta?

E Pierre, seduto sul suo sepolcro, con la sua morte s’è portato via una larga fetta di gioia della famiglia che aveva; chissà che non abbia trovato il modo di rimediare alla sua assenza?

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Scritto da: marzia il 15 Settembre 2009
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Infanzia di Nivasio Dolcemare, Savinio

Infanzia di Nivasio Dolcemare – SavinioPrendi un romanzo che hai sentito all’università e che si intitola: Infanzia di Nivasio Dolcemare. Ok, e chi è questo Nivasio Dolcemare? Beh, bisognerebbe sapere innanzitutto chi è l’autore, Alberto Savinio. Già, ma per saperlo si dovrebbe passare per i nomi di Albert Sauvin e prima ancora di Andrea De Chirico. Un momento… non si chiamava Gorgio? Eh sì, ma il famoso pittore metafisico aveva un fratello (Andrea, appunto) e che fratello!

Uno che a dodici anni si è diplomato in pianoforte, una decina d’anni dopo è stato indicato da Apollinaire come padre della pittura surrealista e negli ultimi quindici è passato di penna in penna tra i critici contemporanei che vedono in lui una delle vette della letteratura italiana del Novecento. Uno che, insieme al fratello, è nato in Grecia figlio di italiani, è cresciuto in Germania ed ha studiato in Francia.

Si è scelto la nazionalità Italiana andando in guerra, e ha voluto far di testa sua anche col nome. Alberto Savinio, più che uno pseudonimo, è il suo nome più vero (tanto che ha passato il cognome ai figli) e l’ha preso a prestito da un tale Sauvin poligrafo francese. Poligrafo come lui insomma, che con una penna in mano è stato poeta, drammaturgo, critico musicale e di pittura, giornalista e romanziere.

Vita intrigante? E allora l’infanzia di questo Nivasio (capito il gioco di anagramma?) va proprio letta, perché quella di Nivasio altro non è che l’infanzia di Savinio, di Andrea De Chirico e, in ultima analisi, anche la nostra. È difficile fare di un lungo racconto autobiografico sulla propria fanciullezza un’immagine nitida e sincera fino all’imbarazzo della fanciullezza tout court.

Savinio ci riesce, e se agli appassionati di Novecento piacerà scoprire dettagli da pettegolezzo sugli anni ad Atene della famiglia De Chirico (chi abbia insegnato il tedesco al giovane Savinio, come siano state clamorosamente licenziate tutte le cameriere passate per la casa o chi abbia iniziato al sesso due dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi), agli amanti della buona letteratura in genere basterà seguire le disordinate tappe d’iniziazione del protagonista alla vita (l’abbandono del vasino perché “sono un uomo, devo bastare a me stesso”, i primi sigari stordenti come droghe pesanti, la visione del primo piede femminile “tremendo strumento di lussuria”) per rimanere soddisfatti, e magari stupiti nel non aver letto di questo autore nel manuale di liceo.

Per tutto il libro si rincorrono giochi di parole e allusioni, divinità greche pezzenti e quarantenni, note a piè di pagina che sono aforismi fulminanti (“La città morta, occorre dirlo?, non è in versi. Ma per la contessa Minciaki, per la signora Trigliona, per il commendator Visanio, per i miliardi di contesse Minciaki, signore Triglione e commendatori Visani sparsi per il mondo, versi, poesia e noia sono sinonimi).

Tra un episodio scabroso di scoperta di sé e una tragicomica digressione su strambi figuri di contorno all’adolescenza di Nivasio, il ritratto della Grecia d’inizio secolo, insieme solare e stracciona, goffa e mitologica, nobile e di terzo mondo, è impagabile. Alla fine della storia, quando un inquietantissimo incontro tronca l’infanzia come un fulmine a ciel sereno, rimangono da leggere anche due raccontini e una serie di frammenti tagliati dal romanzo (tutti brani che Savinio voleva pubblicati in coda alla storia principale, nessuna aggiunta posticcia) in cui l’Ellade la fa da padrona e che, secondo le intenzioni dell’autore, servono a permettere a chi legge di non distaccarsi bruscamente con l’arrivo della fine da quei personaggi e da quella scrittura che per qualche ora gli ha tenuto compagnia.

È tutto spiegato nella densa postfazione, arricchita dal carteggio di Savinio con Mondadori nel corso della pubblicazione. Non basta per convincervi a leggerlo? Beh, allora sappiate che nelle prime pagine, dopo aver descritto con dovizia di zuccherosi particolari la “infame princesse” di pizzo e tulle con cui lo costringevano a vestirsi da piccolissimo, Nivasio Dolcemare (o Alberto Savinio, o Andrea De Chirico, come vi piace) dice di aver desiderato a lungo di fare il prete. Perchè i preti mettono quell’abito lungo e nero, pieno di bottoncini, il cui rassicurante fascino segreto e chiuso è incomprensibile per chi non ha presente come l’infanzia sia “severa, colma di fato, e ben più venerabile della vecchiaia”.

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Scritto da: marzia il 26 Agosto 2009
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Accabadora, Murgia

Il nostro primo Ospite Inatteso è Alessandro Giammei, che ci regala la sua recensione di Accabadora:

Accabadora – Michela MurgiaMi permetto di scrivere questa cosa in risposta ad un’esigenza personale, e lo faccio a proposito di un libro che esce per terzo da chi l’ha partorito, ma che intendo trattare deliberatamente come fosse un esordio. Un esordio che però – anticipo immediatamente la mia conclusione – è incredibilmente risolutivo, pur non chiudendo affatto e anzi aprendo una stagione letteraria: quella in cui Michela Murgia, più che addentrarsi, atterra. Si chiama Accabadora.

Il libro è, parlando alla Calvino, leggero, una vita intera in centosessanta pagine di ininterrotta azione narrativa (non una pausa, nessuna lateralizzazione descrittiva, pare un’esponenziale che attraversi l’infinito cartesiano con lo scatto atletico di chi non ha fretta: è un gesto esperto, preciso, professionale, da sarto, da sicario) ma ha una levità ingombrante, è improbabile che dove si posa non lasci traccia.

D’altronde possiede un’ineleganza espressiva incredibilmente fine, mutuata forse dalla filtrazione migliorativa di certe pagine della Deledda nelle generazioni successive (dimenticate Niffoi e pensate a Fois, per intenderci), che è stata scambiata per lingua poetica ma che mi sembra invece potentemente letteraria, romanzesca, libresca – nel senso che questo libro non sembra nient’altro, né un film, né una serie di immagini, niente che non sia un romanzo vero.

Il realismo magico costruito intorno alla vicenda di Maria, frutto di troppo del ventre di una madre poi raccolto da quello rasciutto di un’umanissima creatura mitologica, è inquietantemente intenzionale, orchestrato con perfidia. Basti pensare che nei capitoli della fuga a Torino le luci si accendono di colpo sulla pagina, sciogliendo i giochi d’ombra in uno schiocco e rivelando la varietà di registri – già chiara ma di colpo sorprendente – in mano a chi dirige l’azione. I luoghi cambiano senza essere descritti, e così ancora di più sembra di percorrerli. Torino, come la Sardegna, sulla pagina diventa lingua, è una città tradotta in scrittura.

D’altronde la Sardegna che si è tentati di mettere al centro della questione parlando di questo libro, in questo libro non c’è. L’isola popolata da esili spettri di maschilità (gli unici uomini consistenti sono esecrabili o adolescenti) e clamorose donne nuragiche (le uniche femmine negative o deboli sono le madri biologiche) non esiste, e il paese di Soreni, significativamente, non appartiene a nessuna cartina. Non si tratta della classica fantatoponomastica discreta o… beh… paracula, e non credo sia un caso che l’autrice si sia già espressa contro chi parla di luoghi inventati spacciandoli per reali. Il caso qui è diverso.

La gran parte degli avvenimenti, infatti, si svolgono geograficamente in Michela Murgia e poco distante da lei, che si è conservata, evidentemente, soggetto abitato e teatro di vicende fino al maggio scorso. In effetti la qualità dell’atto letterario è quella dell’estroflessione senza pornografia emotiva, del parto. Come già detto, dell’esordio conclusivo, della ghigliottina al cordone, del contatto tra principio ed epilogo. E parlo di tecnica, di lingua, di significante, non di una trama che, in questo senso, potrebbe ruotare sull’amore (inizio di ogni bene) e la morte (fine di ogni male) solo accidentalmente. La storia è raggiunta e modellata dell’eco della scrittura, non il contrario.

È incredibile l’alchimia scientifica tra accessibilità e letterarietà, una cosa non da poco oggi, nella stagione della fighetteria autoesiliantesi dal mercato. Lungo tutto il romanzo non si dà quartiere a cali qualitativi, eppure spesso viene da ridere (gustosissimo l’umorismo allusivo del primo capitolo, che è un gioiellino di per sé). C’è una strana e felicissima vena pop che sembra incredibilmente al suo posto in un libro che potrebbe tranquillamente starsene sullo scaffale Adelphi.

L’isola della Murgia infatti è epica e fantasy (nel senso più nobile, postsurreale), l’unico mare che c’è compare in una mente e somiglia a quello degli elfi di Tolkien, agognato e finale, ossessivo. E certi flash analettici a fine paragrafo (“allora pensava ancora che Tzia Bonaria di mestiere facesse la sarta”, “Fu meglio.”, “il tempo ci sarebbe stato”) come la costruzione avvincente che porta lentamente la protagonista insieme a chi legge a scoprire la vera identità dell’accabadora (purtroppo in parte sventata dalla pur necessaria quarta di copertina, ma chi se ne frega) fanno pensare a Stephen King, che tra l’altro spesso mette bimbi e anziani, unici depositari di una vista nitida, di fronte all’orrore (o a generarlo).

Tornando a bomba, insomma, parliamo di un libro allucinante, che come ogni opera d’arte sembra prodotto di natura, tanto incapace di semplificare da risultare semplicissimo (e mai didascalico, come nel finale, allusivo e da applauso) nell’interrogarsi sulla maternità, sull’appartenenza, sull’opportunità o meno di stare al mondo come si è. E parliamo (cioè, ne parlo io e mi prendo la responsabilità di questa idea) di un esordio.

Considerando questo, parliamo di un affronto bello e buono a chi ha presente come funziona la storia della letteratura. Di un miracolo, di una cosa che normalmente non si può fare. Dietro queste pagine c’è il mistero di certa produzione letteraria, che nasce evidentemente da un’umanità predisposta fisiologicamente. È un libro che sembra un classico. E c’è da sperare che il termine ‘capolavoro’ lo metta in testa ad un lavoro ancora lungo e da venire.

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Scritto da: L'Ospite Inatteso il 11 Giugno 2009
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La mia vita, Christie

La mia vita - Agatha ChristieAlzi la mano chi non conosce Agatha Christie e almeno alcuni dei suoi più celebri gialli: Assassinio sull’Orient-express e Dieci Piccoli Indiani per citare nel mucchio due delle sue opere più riuscite, anche nelle loro trasposizioni cinematografiche. Quello che forse non tutti sanno è che uno dei libri meno noti ma più belli della famosa giallista è la sua autobiografia, La mia vita, uscita postuma nel 1977.

Con uno stile fresco e vivace Agatha Christie, classe 1890, racconta la sua vita rivelandosi molto diversa dalle tante dame inglesi, tutte case di campagna e tè delle cinque, che popolano i suoi gialli.

Lettrice accanita che diventò scrittrice per scommessa (la sorella Madge la sfidò a scrivere un libro che fosse all’altezza di quelli di sir Conan Doyle, che entrambe adoravano), dalla fine della prima guerra mondiale iniziò a viaggiare, prima con il marito Archibald Christie e, dopo il doloroso divorzio da quest’ultimo, da sola. Fu proprio durante uno dei suoi solitari viaggi in Medio Oriente, nel 1930, che conobbe e in seguitò sposò Max Mallowan, un archeologo più giovane di lei di quattordici anni.

Dopo le nozze la sua vita divenne veramente itinerante, al seguito degli scavi archeologici del marito nei moderni Siria e Iraq: la maggior parte dei romanzi scritti negli anni immediatamente successivi prendono così vita su tavoli di fortuna in alberghi del Medio Oriente, lontani dai salotti inglesi dove nelle sue storie fa muovere l’auto ironico alter ego letterario, la scrittrice di gialli Adriane Oliver.

Nel libro parla di tutto questo, e di molto altro ancora.
Della sua infanzia (fortunata, come la definisce lei stessa nell’incipit del libro) nell’adorata casa di Ashfield, probabilmente la parte migliore di tutta l’opera.
Dell’esperienza come infermiera al dispensario dell’ospedale durante il primo conflitto mondiale, dove maneggiando i veleni le viene l’idea per la sua prima opera, “Poirot a Styles Court”, romanzo acerbo di forte impronta holmesiana che pure fa da eccellente apripista per i romanzi a divenire presentando al mondo il celebre investigatore.

Agatha Christie è una delle autrici che ho nel cuore e questo che vi ho voluto presentare è uno dei miei libri preferiti. È stato letto varie volte, ma a ogni rilettura non posso non accorgermi di quanto questa autobiografia sia stata in realtà una promessa non mantenuta di raccontare ai lettori qualcosa di più di sé stessa.

Dice molto della sua vita nel libro, ma nel contempo cela molto di più di quello che rivela. Esso è semplicemente il racconto romanzato di una vita, nulla di più, il vero io della Christie rimane il suo ultimo mistero. Gli episodi più dolorosi (la morte della madre, la vita durante le due guerre) vengono raccontati con mano leggera, quasi sbrigativa, senza indugiare troppo sulle emozioni che li accompagnarono; uno (la grave depressione che la colpì dopo l’abbandono del marito, che culminò con la sua fuga e la sua sparizione durata diversi giorni durante i quali tutta l’Inghilterra si mobilitò per cercarla) addirittura completamente ignorato, come se non fosse mai esistito.

È un libro che si chiude con la certezza di aver ripercorso un’epoca, attraverso gli occhi di una donna estremamente intelligente che, in molte cose, precorse i tempi in cui visse. Ma con anche la sensazione di aver abboccato al suo ultimo amo: facendosi bonariamente beffe dei suoi lettori la Christie utilizza il racconto per celarsi dietro esso, esattamente come nei suoi gialli nasconde la soluzione proprio sotto il nostro naso.

Nonostante i suoi difetti rimane un romanzo piacevolissimo che consiglio caldamente a chi, non amando i classici polizieschi inglesi, probabilmente non ha letto e non leggerà mai nient’altro di suo.

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Scritto da: Only il 8 Aprile 2009
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Lo stralisco, Piumini

Lo stralisco - Roberto PiuminiCome mamma di prole numerosa conosco a menadito gli autori per l’infanzia, e non vi nascondo che il mio sogno segreto sia quello di entrare a far parte di questa olimpica categoria. Una delle mie, anzi della nostre, firme preferite è senz’altro quella di Roberto Piumini, varesino di adozione e per questo per me ancora più caro. Di questa deliziosa penna notissima a bambini e ragazzi oggi vi presento un libro un po’ datato, pubblicato nel 1987, e che ha fatto sognare già un paio di generazioni di giovani lettori: Lo Stralisco.

Non è propriamente un libro per l’infanzia. È piuttosto un romanzo breve, o meglio ancora un ampio racconto destinato agli adolescenti, pubblico al quale Piumini, vincitore di una delle prime edizioni del premio Chiara nel 1991, ha indirizzato parecchia della sua vasta produzione.

La vicenda narrata ha come protagonista un pittore paesaggista, Sakumat, a cui un burban – una figura di governatore importante – affida un compito molto delicato: affrescare gli interni delle tre stanze del palazzo dove alloggia suo figlio. Fra il bambino Madurer, affetto da una malattia incurabile per cui gli è vietato esporsi alla luce del sole e il pittore si instaurerà un’amicizia intensa nella quale si affiancherà, gentilmente, il padre.

Il bambino, la cui fantasia fervida suggerisce i soggetti della raffigurazione, si fa dipingere dall’amico pittore il mondo che ha conosciuto solamente nelle pagine dei suoi libri: pascoli, prati, mari, montagne, pianure, boschi di cedri, farfalle, uccelli variopinti e ancora mille animali diversi.

Madurer vive questo suo mondo per la prima volta attraverso i colori della pittura e sceglie da sé, in un sommo impeto di ispirazione, le tinte del prato che sarà per lui il luogo del dolce, definitivo riposo.

È un libro struggente, Lo Stralisco, dove un’amicizia singolare illumina una piccola vita larvale e le suggerisce il suo significato. Ed è attuale più che mai il suo insegnamento: dove l’esistenza parrebbe esprimersi con dei grossi limiti, con la preclusione della normalità di poter vedere, sentire, toccare e respirare, un sentimento di dedizione da una parte, e di discenza muta dall’altra sublimano la crisalide e preparano il terreno alla felicità ultraterrena.

Attraverso le pagine scorrevolissime e ad un tempo intense di Piumini, per mezzo della sua sapiente cesellatura dove le parole sono luminose ed evocano tavolozze cangianti il lettore è accompagnato in una dimensione sospesa. Tante sono le metafore indimenticabili del libro: il tempo che si fa pennello di luci sempre più soffuse; la morte vista come un prato che si addormenta di una stanchezza felice; il risveglio nel giardino gioioso e paradisiaco – topos etimologico tanto caro alla letteratura classica; la vita stessa attraverso il gioco comune dell’ispirazione e della pittura.

È un libro incantevole e senza tempo, Lo Stralisco, che sa commuovere lettori di ogni età e disposizione intellettuale e che non finirebbe mai di ricominciare a leggere.

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Scritto da: Bosina il 1 Aprile 2009
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Si mangia! Metodo Estivill per insegnare a mangiare, Estivill – Domènech

Si mangia! - Eduard Estivill e Montse DoménechQuando ero una mamma alla seconda esperienza, e disperata perché mia figlia Teresa, che allora aveva all’incirca sei mesi, non voleva saperne di mangiare, mi capitò sottomano un manualetto composto a quattro mani da due medici spagnoli: il dottor Eduard Estivill e la psicologa infantile Montse Domenèch. Portava un titolo affascinante, dalle suadenti note militaresche: Si mangia! Metodo Estivill per insegnare a mangiare (¡A comer! nell’edizione spagnola).

Allora non avevo la prole numerosa che vanto oggi, e quindi facevo fatica a calarmi nei panni dello stile da caserma – tanto per intenderci quello in voga ai tempi delle nostre nonne alle prese con parecchi pargoli da accudire –: incuriosita e speranzosa divorai con appetito, è proprio il caso di dirlo, i capitoli di questo libricino uno dopo l’altro proprio come le ciliegie. Ne uscii con la grinta del condottiero che si appresta ad affrontare una battaglia importante: battaglia che vinsi con soddisfazione e che ricordo ancor oggi come una delle sfide più impegnative della mia vita di mamma.

Questo famigerato metodo Estivill, che tanto ha fatto parlare di sé per la rigidità dell’intenzione, è rivolto a coloro che si fanno carico del delicato momento della pappa: genitori, ma anche nonni, o educatori. Semplice ed efficace, è indirizzato all’età cosiddetta infantile, ossia da quando il bambino assume le prime pappe sino all’ingresso alla scuola elementare. Attenzione, però: se cercate un galateo per i più piccoli state sbagliando acquisto.

Quella del metodo Estivill è piuttosto una strategia che insegna “una corretta abitudine a mangiare bene e di tutto (…), senza traumi, senza conflitti né tensioni”: perché se la fame è un bisogno istintivo, a mangiare correttamente bisogna proprio imparare. Se seguirete questo metodo, è la promessa del libro, in meno di una settimana dovreste fare centro: senza pretendere di trasformare il vostro piccolo inappetente in Pantagruele, gli avrete insegnato a mangiare in maniera corretta.

Estivill, direttore della Unidad de Altreaciones del Sueno dell’Istituto Dexeus di Barcellona, città dov’è nato nel 1950, è noto per aver essersi occupato principalmente di problemi legati all’insonnia infantile e per aver elaborato un metodo di successo per far superare ai piccoli lo scoglio della nanna che tarda ad arrivare. Il metodo Estivill, sia esso quello relativo al dormire sano del bambino oppure il nostro vademecum per la pappa, poggia su un principio fondamentale: i genitori o chi per loro sono i maestri, il bambino è il discepolo, e il terreno fertile su cui lavorare è la presa di coscienza dell’adulto della propria responsabilità di educatore.

Prima ancora di definire il programma di apprendimento alimentare, gli Autori infatti delineano alcuni capisaldi pedagogici cui non dovrebbe prescindere nessun genitore. La coerenza è il primo di questi strumenti educativi: se le figure di riferimento del momento dell’abitudine alla pappa sono più d’una è necessario che ci sia accordo fra di loro, fermo restando che sarebbe meglio che ci fosse un’unica guida al momento di insegnare al bambino a mangiare.

Secondo, ma importantissimo, è la sicurezza con cui il genitore e comunque la guida diffonde il messaggio del cibo: il momento della pappa dev’essere associato a degli stimoli positivi, ad un’idea di serenità, di normalità – tutti mangiano, e tutti dovrebbero mangiare assieme al bambino – di esclusività. L’attività del mangiare ha valore intrinseco, che dev’essere comunicato come assolutamente positivo e fondamentale, e non dev’essere svilita con attività parallele e stranianti.

Di per sé il metodo di apprendimento di Estivill è molto semplice: il bambino, sul seggiolone, bardato di tutto punto con bavaglina e cucchiaio in pugno, viene invitato a prendere confidenza con il cibo con grande dolcezza ma anche estrema fermezza. Sono sufficienti tre minuti per innescare il rituale del pasto attraverso il quale si definirà, perdonate la metafora, l’imprinting. Trascorso questo breve lasso di tempo al bambino verrà sottratto il piatto e tutti gli oggetti che gli ricordano il pasto e ci si concentrerà su altre faccende, per altri tre minuti, al termine dei quali si ricomincerà da capo.

Tutto questi gesti devono ripetersi con il massimo scrupolo e senza demotivarsi se il piccolo è recalcitrante o non mangia per nulla, e per tutti i pasti principali della giornata, merenda compresa. Se per il primo giorno sarà molto probabile una sconfitta totale, alla fine della prima settimana di trattamento, parola mia, il bambino farà il gesto di togliersi la bavaglina da solo per farvi vedere che ha gradito la sua pappa: questo anche e soprattutto se varierete il menu (cosa doverosissima per una buona educazione alimentare).

Se siete fautori di una pedagogia pseudo-roussoiana, maieutica, relativista questo volumetto è altamente sconsigliato per i vostri palati e quelli di vostro figlio. Al contrario, se come me che sono arrivata al quinto figlio da svezzare pensate che non sia mai troppo presto per cominciare a dare delle regole precise ai vostri poppanti, correte in libreria. Come minimo potrete dire di aver fatto una lettura intelligente.

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Scritto da: Bosina il 19 Marzo 2009
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Ode a Cometa

Apprendo con due anni di ritardo che il professore Michele Cometa è diventato preside della Facoltà di Scienze della Formazione a Palermo. È una notizia che mi fa piacere e mi turba: da un lato il riconoscimento ad un’intelligenza e una cultura smisurate mi rende molto felice, dall’altro mi rammarica pensare che potrebbe avere molto meno tempo per l’insegnamento, e questa sarebbe una grave perdita per i suoi allievi.

Io lo conobbi come studentessa, frequentando un suo corso di Letterature comparate. Dopo il primo ne frequentai almeno altri due, non per problemi con la materia ma perché era una delle poche lezioni veramente piacevoli, che davano più soddisfazione nel frequentare che nel “dare la materia”. E fu lui, col suo corso sulla Digital literature, a spingermi a inseguire l’utopia possibile di un’editoria moderna e integrata con le nuove risorse culturali.

E qui apro una spinosa questione: quanto conta l’influsso di un docente “illuminato” nei percorsi di apprendimento? Direi, dalla mia esperienza, tutto; quindi renderò qui omaggio alle figure che hanno avuto un ruolo cruciale nella mia formazione. In primis venne mia madre, che vedendo la mia mania per la lettura sin da piccolissima mi assecondò, insegnandomi prima l’alfabeto fonetico (e non le ridicole bi, effe, acca) e poi fornendomi una vasta biblioteca di classici da cui attingere.

Poi venne la maestra Costanzo (ebbene sì, sono di quell’epoca in cui la maestra era una sola). Si faceva mettere in croce ma cercava di rispondere sempre, anche se le domande dei bambini sanno essere complesse, sono ingenue e difficili. Lei mi ha fornito la parte “solida” della mia istruzione, quella fatta di certezze numeriche e grammaticali, regole semplici ed eccezioni. Continuando (quanta fortuna!) incontrai la professoressa Briguglio alle scuole medie, che ogni anno ci fece ripetere l’intera grammatica e l’analisi logica, e il dott. Leonardi (un collega di mio padre), che aprì ai miei occhi la parte poetica della matematica (vi giuro che c’è).

A seguire due insegnanti di liceo, le professoresse De Mauro e Militi, con i loro apporti: la prima mi diede l’impulso a letture più moderne e mi introdusse ai contemporanei, la seconda mi spronò ad esplorare la scrittura. Devo dire però, a onor del vero, che i loro metodi furono affatto differenti; l’una aveva un fare materno e protettivo, l’altra era dura, intransigente e ostica, per quanto preparatissima e appassionata tanto da trasmettere le sue conoscenze.

In ultimo, appunto, Michele Cometa e i seminari che accompagnavano i suoi corsi tenuti dall’eccezionale Clotilde Bertoni; lui che mi folgorò con Borges il primo giorno di lezione, e lei che mi dimostrò quanto c’era e c’è da scoprire nella letteratura mondiale. Ricordo che dimenticavo lo scorrere del tempo alle loro lezioni e mi dispiaceva dover andare via.

Ora che ho finito l’apologia ai miei insegnanti vi e mi chiedo cosa sarebbe successo altrove, quanto è vero che certe tendenze siano innate e quanto derivino dalla capacità dei mentori che ci troviamo incontro, quanto sia predeterminato e quanto sia modificabile nelle nostre attitudini. E provoco: che speranze ha una società che distrugge la sua classe docente?

Comunque, ora sapete chi incolpare per i miei post!

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Scritto da: Livia il 10 Marzo 2009
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42° Premio Hans Christian Andersen

Presentato il 4 dicembre del 2008 e con scadenza 16 marzo 2009, è in corso il 42° Premio Hans Christian Andersen, che, ovviamente, si occupa di narrativa per l’infanzia.

Dal sito del concorso:

Confermata l’ormai consolidata suddivisione in categorie dei premi: Scuola materna (da 3 a 5 anni, in gruppo), Bambini (da 6 a 10 anni), Ragazzi (da 11 a 16 anni) e Adulti (oltre i 16 anni). Il concorso e’ aperto anche ad autori stranieri, che potranno partecipare con fiabe in lingua inglese, francese, tedesca e, per la prima volta quest’anno, in spagnolo. A tutti i vincitori sara’ consegnata, accanto al premio tradizionale, la ‘Sirefiaba Andersen’, opera dell’artista sestrese Alfredo Gioventù, che raffigura la Sirenetta, protagonista della celebre fiaba di H.C. Andersen. Il bando di concorso sara’ distribuito in migliaia di copie nelle scuole materne, elementari e medie e può essere consultato su questo sito (in allegato) oppure sul sito ufficiale del Festival Andersen.

Le favole, che dovranno pervenire entro il 16 marzo 2009, saranno selezionate da una giuria qualificata, che sabato 30 maggio 2009 proclamerà i vincitori delle varie categorie per opere inedite, una per ognuna delle quattro categorie. La giuria saraà presieduta da David Bixio e composta da Donatella Curletto, coordinatrice del Sistema Bibliotecario Provinciale, Lorenzo Del Boca, Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Gianfranco Noferi, direttore di RAISAT Ragazzi, Maria Chiara Bettazzi, editor della redazione Ragazzi di Giunti, Betto Bonadies, della Casa Editrice Einaudi, dai giornalisti Antonio Bozzo, Silvana Zanovello e Pierantonio Zannoni, dalla scrittrice Sandra Verda e dalla professoressa Gabriella Castagnola. Testimonial della quarantaduesima edizione del Premio Andersen sarà Guido Stagnaro, ideatore, insieme con Maria Perego e Federico Caldura, del famosissimo pupazzo animato Topo Gigio. In occasione della premiazione, dal 28 al 31 maggio 2009, Sestri Levante ospiterà inoltre il tradizionale Andersen Festival, rassegna di spettacolo per luoghi pubblici, curata dalla società Artificio 23. Teatro di strada, performance, danza, musica e narrazioni, con artisti provenienti da tutto il mondo, coinvolgeranno adulti e bambini in una grande festa. Tema di questa edizione: gli incroci. Incroci di linguaggi, di strade, di civiltà.

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Scritto da: Livia il 31 Gennaio 2009
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La Bottega dei Sogni Perduti, Salvi e Auriemma

La bottega dei sogni perduti, Manuela Salvi e Monica AuriemmaUna delle rivelazioni avute a Roma è la casa editrice Lavieri, di cui ricordo con molto piacere sia il direttore sia l’addetto stampa; ed è loro uno dei più bei libri che io abbia preso durante la Fiera, La Bottega dei Sogni Perduti, da considerare più un pezzo d’arte che un fumetto vero e proprio.

Sembra infatti realizzato con tecniche miste, tra cui credo di aver rintracciato anche il collage; il risultato, in ogni caso, è un volumetto di grande cura sia tecnica che stilistica, apprezzabile non solo dai bambini ma, anzi, soprattutto dagli adulti.

Il contenuto è infatti una favola moderna che, per i lettori analitici, segue proprio l’antico schema codificato da Propp; una favola narrata con poche, semplici e comprensibili parole e magnificamente illustrata a tutta pagina. Il racconto è perfettamente comprensibile anche solo “guardando le figure”, proprio come farebbe un bambino.

Ed è questo a costituire il maggior pregio, il soffermarsi a scoprire tutti i dettagli, le sorprese, i colori e gli effetti disseminati nella manciata di pagine del libro. I personaggi poi, si apprende in ultimo, sono ritagliati su figure reali, persone (e animali) esistenti che hanno il loro riconoscimento.

Quella del Signor B., il protagonista, è un’avventura atipica, connotata dall’unica ricerca ormai possibile, la ricerca di sé e della propria felicità. Niente tesori qui che non siano quelli interiori, niente obiettivi che non siano i propri sogni; anche l’antagonista è immateriale e interiore.

La scrittura semplificata è quella che è necessaria alla favola per essere compresa, apprezzata e ragionata. L’unica nota un po’ stonata in questo volume gioiello (solo per me che sono una pignola fatta e finita) è qualche piccolo errore nel verso degli accenti, che probabilmente verrà corretto alla prima ristampa.

Comunque questo non ha tolto nulla al piacere della lettura, che in questo caso è anche il puro piacere di osservare. Consigliato davvero a tutti, grandi, piccoli, lettori accaniti o meno.

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Scritto da: Livia il 29 Dicembre 2008
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