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Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Stevenson

strano caso del dr jekyll Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, StevensonUno dei temi più affascinanti che riguardano la psiche umana è senza dubbio quello del Doppio, l’Altro che – secondo molti scrittori, psicologi e filosofi – si nasconderebbe in ognuno di noi. Nel 1886 Robert Luis Stevenson ci regala un testo di chiara matrice fantastica, che ha avuto il merito di fissare l’archetipo della doppia personalità e i cui personaggi sono entrati a far parte del nostro substrato culturale: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, che io ho letto nella versione tascabile edita dalla Newton Compton.

La storia si svolge in un imprecisato anno del XIX secolo a Londra; l’avvocato Utterson si trova a fare da testimone ad una serie di fatti misteriosi che coinvolgono un certo signor Hyde (si noti che in inglese questo nome suona come il verbo to hide, cioè “nascondere”), il quale sembra essere ospite di un amico comune: il rispettabile dottor Henry Jekyll. Fin qui non vi sarebbe nulla di strano se Hyde non ispirasse disgusto e terrore in chiunque abbia modo anche solo di intravederlo.

Per di più le sue azioni, fin dal principio prive di morale, sembrano scivolare verso il misfatto a velocità precipitosa. Utterson si insospettisce ancora di più quando diviene custode del testamento di Jekyll, il quale designa Hyde suo erede universale in caso di morte o sparizione prematura. Nessuno dei gentiluomini che circondano l’avvocato ed il dottore, né i domestici che vivono con Jekyll riescono a dare informazioni precise sull’identità del misterioso Hyde.

Questi, dal canto suo, sembra riuscire a volatilizzarsi per giorni e giorni per poi riapparire quasi magicamente; Jekyll intanto sembra sempre più gracile, insicuro e terrorizzato. La vicenda si complica quando cominciano a verificarsi degli omicidi i cui indizi principali portano ad Hyde.

Utterson non capisce perché Jekyll difenda un criminale e lo tenga addirittura nella sua casa, ma la situazione precipita in fretta: il buon dottore presto scompare e dopo diversi giorni di ricerche l’avvocato irrompe nel suo studio dove trova anche Hyde, che si è suicidato con l’acido. Solo in una confessione scritta, l’orrore verrà a galla: Hyde non è che l’alter ego di Jekyll, il quale è riuscito a separare chimicamente le due parti della psiche umana, creando però un mostro che ha finito per fagocitarlo.

L’espediente di Stevenson di creare un punto di vista limitato come quello dell’avvocato Utterson è stato, secondo me, un colpo di genio: in questo modo, infatti, l’autore riesce a mantenere il senso di suspence dalla prima all’ultima pagina. I personaggi sono delineati con pennellate precise, non ci sono sbavature e l’ambiguità del dottor Jekyll, che pure dovrebbe essere un personaggio totalmente positivo e si rivela il cuore del mostro, è davvero ammirevole.

Jekyll è infatti mostruoso ben più di Hyde nella sua determinazione di voler separare ciò che Dio ha voluto fosse un tutt’uno. Come Faust, come Frankenstein, egli ha anteposto la conoscenza alle leggi di natura e ne è rimasto vittima.

I personaggi secondari, Utterson a parte, sono forse un po’ sacrificati alla grandezza narrativa dei “due” protagonisti. La scelta di non descrivere mai bene il signor Hyde, se non attraverso i sentimenti di disgusto che egli provoca in chi entra in contatto con lui, è davvero azzeccata.

L’ambientazione è ben definita, sia nei particolari riguardanti la città sia negli ambienti ristretti, come ad esempio, il laboratorio del dottore: tuttavia essa serve soltanto come cornice ad una storia che potrebbe essere inserita ovunque, dato che si svolge con maggior peso nella sfera mentale dei personaggi, i quali vengono divorati con sempre maggiore famelicità dalla tensione che circonda l’ignoto.

Da riscoprire, dunque, per chiunque voglio confrontarsi con un classico che non ha nulla di “vecchio” e può far riflettere molto su temi assoluti come il Bene, il Male…e quel che c’è tra di essi.

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Scritto da: Elfo il 2 Febbraio 2010
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Come il lupo, Baldini

[NdE: questa recensione è la seconda sullo stesso romanzo, ma ogni lettore è differente, e differente è il suo punto di vista]come il lupo

Dopo aver recensito qua su Liblog due sue raccolte di racconti torno a parlare, come promesso, di Eraldo Baldini e lo faccio con il romanzo Come il lupo: abbandonate le cupe campagne emiliane che sono state il centro tragico delle novelle di Gotico Rurale e Bambini, ragni e altri predatori, l’autore ci conduce in luoghi impervi e, scopriremo, altrettanto insidiosi.

Siamo sulle montagne del centro Italia, dove fino agli anni cinquanta del secolo scorso vivevano e prosperavano i lupi.

La vicenda centrale del libro si svolge proprio nel secondo dopoguerra, ma la storia ha inizio molto tempo prima: nel 1651 un gruppo di briganti che caccia i lupi sulle montagne del casentino finisce dentro un incubo, uno di quelli senza via di uscita.

Tre secoli dopo la guardia forestale Nazario, che si è rifugiato sugli stessi boschi in fuga da una tragedia personale che non riesce a superare, scopre per caso delle vecchie ossa sepolte a ridosso di una piccola valle nascosta tra i monti, dove si coltiva un ottimo e ricercatissimo vino.

I poveri resti non sembrano impensierire i carabinieri della zona , che cercano di chiudere le indagini quanto prima. Ma Nazario non ci sta, il suo istinto gli dice che c’è sotto qualcosa di strano e cerca delle risposte nella piccola e rigogliosa comunità che prospera grazie ai proventi delle vigne.

Come molte collettività isolate, anche questa è atipica e chiusa in sé stessa. Gli abitanti vivono secondo leggi tutte loro e di fatto riconoscono una sola autorità, quella di una vecchia matriarca che sembra dotata di poteri molto particolari.

Nonna Vera e la sua gente diventano quasi un’ossessione per Nazario, che non riesce a stare lontano da Valchiusa e dai numerosi interrogativi che nasconde. Anche perché c’è Elisa, la sua bambina, rimasta in pianura con i nonni, che durante le crisi epilettiche di cui soffre ha inspiegabili visioni legate alla misteriosa valle e ai fatti di sangue che forse sono avvenuti in essa. Che legame c’è tra tra lei e Vera? E tra gli abitanti della Valle e le vecchie ossa trovate da Nazario?

Non definirei questo libro di Baldini un vero e proprio horror, non dopo aver letto i suoi racconti che fanno spaventare, e sul serio. Questo è piuttosto un thriller con venature mistiche, una punta appena accennata di nero, che non fa fare i balzi sulla sedia dalla paura ma che si fa apprezzare per altre qualità.

La lettura non annoia, lo stile è come sempre impeccabile e la vicenda, anche se si risolve senza grandi colpi di scena finali, risulta ben narrata.

Il punto di forza di Baldini rimane a mio parere il saper dar vita a ambientazioni decisamente affascinanti e anche qua non fa eccezione: ci introduce nel mondo un po’ claustrofobico delle comunità montane dell’Italia di appena sessant’anni fa, piccoli centri che rimanevano isolati dal resto del mondo alla prima nevicata e per diversi mesi, imparando a regolarsi di conseguenza.

Da far leggere  a chi ritiene che sono negli Stati Uniti sappiano scrivere dei romanzi mistery di livello. Per farlo ricredere.

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Scritto da: Only il 27 Gennaio 2010
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Il sangue di Manitou, Masterton

sangue di manitouPotrei riassumere l’intera recensione con una sola frase: “Il sangue di Manitou è un libro fantastico”. Mi rendo conto però che non potete credermi così, sulla fiducia; perciò vi darò qualche elemento affinché possiate farvi un’idea del perché il libro è fantastico.

La storia si apre con Frank Winter, gastroenterologo del Sister of Jerusalem che si ferma a osservare una ragazza che si esibisce come mimo per le strade di New York. Meravigliato da come la ragazza sembri snodabile, il dottore commenta il fatto con un uomo accanto a lui, che sorride e gli dice che la ragazza è una pallida. Mentre Frank cerca di farsi spiegare il significato dell’affermazione, la ragazza stramazza al suo e vomita litri di sangue. Non suo.

Interrogata, confessa di aver assassinato i suoi coinquilini e di averne bevuto il sangue per placare il bruciore del suo corpo che sembrava andare a fuoco; mentre i medici svolgono test e cercano di capire cosa succeda alla ragazza, questa muore improvvisamente e iniziano ad arrivare in ospedale centinaia di altre persone nelle sue stesse condizioni: tutti vomitano sangue e confessano di avere ucciso amici e parenti, persino i propri figli, per spegnere il fuoco che, dicono, li stava bruciando. Tutti, inoltre, dicono di fare da giorni lo stesso incubo; e tutti, inspiegabilmente, iniziano a recitare Tatal nostru, carele esti in ceruri.

L’altra storia, parallela, segue Harry Herskine, indovino imbroglione dotato di qualche potere paranormale. La narrazione, che prima era in terza persona, passa alla prima e al punto di vista – spesso ironico – di Harry; i capitoli sono alternati fino a quando i due non si incontrano: il dottore, Frank, è stato infettato dalla ragazza, resuscitata sotto forma di stregoi, ovvero vampiro.

Harry e Gil, un soldato incontrato per le strade infernali di NY, hanno scoperto grazie allo spirito guida di Harry, un indiano chiamato Roccia che Canta, che i responsabili dell’infezione sono proprio gli strigoi, in particolare  un Radunatore di vampiri. Insieme a Jenica, una rumena figlia di un esperto del campo, inizieranno a definire i contorni della vicenda e a capire che, nonostante tutto, solo loro possono far qualcosa per salvare la città e il pianeta intero: pochissime persone sono sane, oltre a loro, e nessuno immagina quale sia la reale causa dell’infezione.

Ma i colpevoli non sono solo gli strigoi, né la potente magia dei Nativi americani, altro potere comprimario nella vicenda… Lo scenario in cui si muovono i protagonisti è apocalittico, e assomiglia a ciò che si potrebbe ottenere dopo un bombardamento, in piena guerra, seguito da un saccheggio e dalla venuta di un attacco batteriologico letale.

Nel libro i vampiri sono sempre chiamati strigoi (vampiri, appunto, in rumeno): le componenti rumena e quella Nativa americana sono fortissime, e si mescolano tra loro. Nonostante la tragedia, il punto di vista di Harry – un uomo coraggioso ma non troppo, pieno di difetti più che di pregi – filtra la vicenda sotto una luce terrificante e al tempo stesso ironica, grazie al suo sarcasmo, e malgrado la tensione ci si ritrova a ridacchiare a denti stretti piuttosto spesso. Risate che non rovinano la tensione, né la sciolgono, badate bene.

Il libro inquieta, specialmente nella prima parte, dove la componente spiritica – presente in tutta la storia – è fortissima. È un horror in piena regola, originale, scritto magistralmente: Masterton riesce a conciliare i due punti di vista diversi in maniera pressoché perfetta, e delinea i caratteri di ogni personaggio con estrema maestria, facendoceli sentire vicini, facendoceli avvertire come persone reali a tutti gli effetti.

Il finale è spiazzante, e non delude le aspettative che si creano durante il romanzo. Leggetelo, assolutamente. E ricordate di non pronunciare strigoi ad alta voce: potrebbero sentirvi.

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Scritto da: ayame il 18 Dicembre 2009
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La ragazza dei miei sogni, Dimitri

La ragazza dei miei sogni – Francesco DimitriQuando intorno a me c’è chi magnifica un autore (diciamo a livelli da fan) mi trovo sempre in difficoltà e procrastino la lettura il più possibile: ho paura di non trovare il libro così interessante come mi è stato descritto e di deludere chi mi è caro. Per questa volta mi sono salvata, perché non è difficile apprezzare Francesco Dimitri, e  leggendo La ragazza dei miei sogni posso dire al suo fan che è davvero talentuoso, questo coetaneo immaginauta.

Uno dei punti di forza, quando si scrive una storia dell’orrore, è riuscire a evocare sensazioni raggelanti da ambientazioni tutto sommato conosciute, illuminare le piccole cose quotidiane da un’angolazione misteriosa e oscura. Dimitri ci riesce benissimo, trasformando Roma in un perfetto scenario per il suo incubo.

Il protagonista, infatti, vive e lavora lì, nella più banale tranquillità delle sue occupazioni, famiglia, studio, lavoro. Forse è una vita un po’ sfigata, senza veri rapporti umani – esclusa la sorellina di appena sette anni – e permeata di grande goffaggine, un amore non corrisposto e un po’ di sfruttamento da chi gli sta intorno. Decisamente un personaggio con cui identificarsi poco, almeno all’inizio.

Man mano che la narrazione procede ci ritroviamo invischiati nei suoi sogni e nel loro realizzarsi: l’incontro con una ragazza meravigliosa che ha occhi solo per lui, le coincidenze e le casualità che sembrano complottare per la sua felicità e una quantità di piccoli inspiegabili eventi. Il tutto, però, comincia ad assumere un aspetto sinistro finché una serie di morti non porterà il nostro protagonista a dubitare della propria sanità mentale e ad accettare la presenza di un mondo magico che si interseca con la realtà che conosce.

L’autore riesce a rendere moderna e credibile la figura del mago e a raccontare il tutto con uno stile pulito, essenziale: non c’è posto per il barocco nella sua scrittura. È solo la grande abilità narrativa a rendere l’atmosfera gotica e creare suspense, ma soprattutto a dare credibilità a ciò che, per sua natura, non ne ha. La lettura procede spedita e la curiosità fa andare al galoppo, specialmente nell’ultima parte, anche se – vi avviso – non tutti gli enigmi avranno soluzione.

Un buon libro per chi non crede al caso e al “troppo bello per essere vero”. E per chi diffida del fantastico: sarà una piacevole sorpresa.

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Scritto da: Livia il 14 Dicembre 2009
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Antiche tradizioni di Morte: Come il lupo, Baldini

Come il lupo – Eraldo BaldiniDi alcuni non ho letto nulla (e forse scopro l’acqua calda), ma nella mia mente comincia a formarsi l’idea che, del poliziesco e del genere horror e mistero, esista una sorta di scuola emiliano-romagnola. Lucarelli è parmense. Avati e Macchiavelli (Loriano) son bolognesi. Varesi, pur torinese di nascita, ambienta le inchieste del suo Commissario Soneri nel ferrarese (anche se, nell’ultima serie televisiva col bravissimo Luca Barbareschi, i fatti si svolgono a proprio Torino).

Prendendola un po’ alla larga, potremmo nominare anche il bolognese Valerio Evangelisti che col suo Eymerich, di misteri ce ne ha forniti quanto basta. Quindi, benché, non sempre e non tutte le storie abbiano come sfondo l’Emilia-Romagna e la bassa padana, come dicevo, una scuola giallo-horror & mistero di autori di quelle parti ci deve essere. E di essa, un esponente esemplare è, senz’altro, Eraldo Baldini di Ravenna.

Questo suo Come il lupo mi ha ricordato proprio Evangelisti per la sua struttura basata sull’intrecciarsi di epoche diverse. E questo tratto mi ha anche ricordato Varesi: anche nei suoi romanzi spesso i moventi han a che fare se non proprio affondano le radici in un remoto passato solo apparentemente dimenticato. Ed è significativo che i capitoli non abbiano né numero né titolo ma siano semplici ma precise indicazioni temporali “15 novembre 1953” ad esempio.

La vicenda, che ha come protagonista un maresciallo della Forestale – Nazario Minghetti – si dipana iniziando a metà del 1600, investe il suo lavoro ma anche il suo privato: la moglie Angela morta durante sommosse di piazza, la figlia Elisa che, dopo la scomparsa della madre, manifesta fortissime e strazianti crisi epilettiche tanto da impossibilitarla ad andare a scuola.

A questo si aggiungono personaggi bizzarri benché taluni ostentino una normalità che li rende gente comune (o questa “normalità” serve loro a nascondere la bizzarria?), personaggi appartenenti ad una comunità montana sita in una valle – il cui nome non suona affatto casuale: Valchiusa – con pochi e difficili accessi al mondo esterno. Da là nessuno mai se n’è andato e solo negli ultimi decenni qualcuno è entrato: Giuseppe, giovane amico di lunga data di Nazario c’è a fatica riuscito e sta per sposare Carolina.

È una comunità, tutto sommato tranquilla, la cui economia si basa sul buonissimo e raro vino prodotto dalle vigne, la sola pianta che lì si coltivi. L’esperienza e il sapere degli anziani in quel luogo ha ancora un rispettato valore, al punto che la persona cui tutti fan riferimento anche per le – chiamiamole – “comunicazioni esterne” è una vecchia matriarca epilettica pure lei ma che considera la malattia un “dono”.

Oltre che del lavoro nelle vigne, la valle e i valligiani vivono di feste, cerimonie collettive che celebrano antiche tradizioni. Ed è proprio su una di queste che Nazario s’imbatte e nota delle stranezze, stranezze che come funzionario pubblico lo insospettiscono. Ma l’indagine condotta personalmente e in via del tutto ufficiosa lo porterà ad una crisi la cui soluzione soltanto una nota lupa, Veruska, che vive in quei boschi, gli suggerirà nelle ultime pagine, assumendo per alcuni istanti anch’essa un comportamento inaspettato e bizzarro.

E Nazario – maresciallo della Forestale – farà la sua scelta tra i doveri impostigli dal ruolo che ricopre, antiche tradizioni di Morte e le sempre vivide ragioni del Cuore.

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Scritto da: sfranz il 10 Dicembre 2009
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L’incendiaria, King

Incendiaria Lincendiaria, KingI libri di Stephen King sono come le ciliegie: uno tira l’altro. Così, appena chiuso “Christine” mi è venuta una voglia insopprimibile di rispolverare un’altra delle vecchie glorie che hanno contribuito al successo del “re” ed ho scelto L’incendiaria, nella vecchia edizione di Mondadori.

La protagonista, Charlie McGee, è una bella bambina di otto anni che dietro il visino d’angelo nasconde la terrificante capacità di poter accendere il fuoco col pensiero. Fin dall’inizio del libro la troviamo in fuga col padre da una misteriosa organizzazione denominata “La Bottega” che vuole condurre esperimenti su di lei, dopo averle ucciso la madre.

La bimba è il frutto dell’amore tra due persone su cui la stessa organizzazione aveva sperimentato un farmaco per lo sviluppo dei poteri extrasensoriali e infatti Andy ha la facoltà di spingere le persone a fare ciò che desidera, seppure a prezzo di atroci dolori.

Quando “La Bottega” li cattura, Charlie si troverà ad affrontare da sola sia degli uomini senza scrupoli, come il nativo americano Rainbird che cerca di irretirla sfruttando il suo buon cuore, sia il proprio mostro interno: il desiderio di bruciare tutto e il piacere che la avvolge quando lo fa.

Nel libro si possono rintracciare horror, azione e persino un pizzico del “romanzo di formazione”, sebbene nel più puro stile di King. Il percorso di Charlie tra l’infanzia e l’adolescenza è un cammino di sofferenza sia per quanto riguarda l’aspetto psicologico (la perdita dei genitori e il tradimento di Rainbird) sia dal punto di vista del fenomeno paranormale. Il potere insito in Charlie sembra avere una vita propria e terrorizza la ragazzina perché, oltre ad essere fuori controllo, la lusinga. Al di là della lotta per la propria vita e per quella di suo padre, la bambina deve affrontare il proprio demone interno ed è proprio quello il nemico più insidioso.

La vena narrativa di King, davvero inesauribile, si manifesta al suo meglio nella caratterizzazione dell’antagonista Rainbird, un astuto assassino che si spaccia per uomo delle pulizie pur di conquistare l’affetto e la fiducia di Charlie e poi tentare di ucciderla sadicamente. La sua mente disturbata è però capace di partorire un inganno molto fine, e di far leva sui sentimenti più umani della sua vittima. Un gioco mortalmente affascinante, se si considera che Charlie non è certo indifesa.

Lo stile come al solito intenso, pulito e diretto si rivela perfettamente funzionale alla storia, ma questa non è una sorpresa: con le sue descrizioni King è capace di creare nella mente del lettore immagini così nitide da sembrare cinematografiche ed è forse per questo che Hollywood ha omaggiato questo autore con decine e decine di trasposizioni. Anche “L’incendiaria” ha la sua: si tratta di “Fenomeni Paranormali Incontrollabili”, con una deliziosa Drew Barrymore nei panni della piccola protagonista.

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Scritto da: Elfo il 1 Dicembre 2009
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Christine, King

Christine – Stephen KingLa versione italiana di questo libro, edita da Sperling Paperback, presenta un’aggiunta all’originale: sui nostri scaffali è apparso, infatti, il titolo Christine – La macchina infernale, forse nel tentativo di rendere un riferimento horror immediato al pubblico di Stephen King. Vi chiederete perché io non abbia seguito l’idea della pubblicazione nostrana ed il motivo è che trovo questa precisazione del tutto inutile.

Christine, la vera protagonista della storia, è di fatto un’automobile; per essere precisi è una Plymouth Fury del 1958 che, esattamente vent’anni dopo la sua creazione, finisce nelle mani di Arnie Cunningham. Arnie ha diciassette anni ed un solo buon amico, Dennis Guilder, che nella prima e nell’ultima parte del racconto svolge anche la funzione di narratore.
Che cosa vede Dennis di tanto preoccupante da sentire il bisogno di raccontare una storia?

E come può una macchina usata essere il fulcro di una vicenda che i traduttori italiani hanno pensato bene di accostare al termine “infernale”? Ebbene Dennis comincia dicendo che parlerà di una storia d’amore. C’è il colpo di fulmine, quando Arnie mette per la prima volta gli occhi su Christine e comincia a desiderarla con un impeto sconosciuto; quando riesce ad ottenerla e la famiglia si oppone, combatte per lei ed arriva a cambiare il suo carattere mite e accondiscendente.

Anche Christine cambia: da vecchio rottame si trasforma, grazie alle attenzioni del ragazzo, in uno sfolgorante gioiellino. Fin qui tutto sarebbe idilliaco se i cambiamenti di cui ho parlato non fossero così radicali da far apparire Arnie come se fosse posseduto da un’entità aliena e vendicativa. Quando poi nella vita del giovanotto entra la bella Leigh, Christine diventa gelosa. Mortalmente gelosa.

Dennis capisce che qualcosa non va, ma un brutto incidente sportivo gli impedisce di intervenire. La seconda parte del libro ci viene raccontata da un narratore onnisciente che, con dovizia di particolari, ci mette al corrente di come tutti coloro che possono in qualche modo interferire nel rapporto tra il ragazzo e la sua macchina vengano uccisi da un vero e proprio demone a quattro ruote.

Avvincente, a tratti commovente, Christine è davvero una storia d’amore. Amore malato, senza dubbio, ma talmente intenso da superare la morte. Arnie, in qualche modo, ci ricorda Carrie per il suo essere emarginato e mite ed anche per la furia con cui la sua vendetta si abbatte su coloro che lo ostacolano.
I personaggi secondari sono descritti con grande precisione, come è tipico di King. Conosciamo il loro passato, le loro esperienze, i motivi per cui agiscono. Nulla è casuale e tutto viene calato in una realtà tangibile, che aumenta la sensazione secondo cui nessuno è al sicuro.

Anche in questo libro, infatti, l’orrore è magistralmente mescolato alla quotidianità dei sobborghi americani, miscela per cui King è diventato famoso nel mondo. Il linguaggio fantasioso, lo slang e le descrizioni molto vivide contribuiscono a creare un horror che è al tempo stesso uno spaccato sociale. C’è qualche pennellata di splatter (quanto basta!) specie nelle descrizioni di Roland LeBay, il misterioso primo proprietario di Christine, e molta suspence che tiene incollato il lettore proprio fino all’ultima pagina.

Insomma, Christine è un libro da consigliare a chi non si impressiona facilmente ed ha voglia di qualche brivido di quelli che solo “il Re” sa regalare.

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Scritto da: Elfo il 3 Novembre 2009
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IL 37° Mandala, Laidlaw

37 mandalaPur non essendo un patito dei libri horror ho sempre letto con piacere le opere di Poe, Lovecraft e King oltre che, ovviamente, i grandi classici del genere (Dracula e Frankenstein). Dato che il tempo è proprio terrificante mi sono sentito ispirato a leggere qualcosa di un autore che non conoscevo. Tra un lampo ed un tuono ho trovato un libro di Marc Laidlaw.

Il protagonista del 37° Mandala, Derek Crowe, è un autore di libri sull’occulto di successo. Il che è incredibile considerato che non crede a una parola di quello che ha scritto! Disgraziatamente le entità di cui parla nella sua ultima opera e che ha chiamato mandala, esistono eccome. Sono malvagie oltre ogni dire ed affamate di umana disperazione. Il 37°, in particolare, sembra avere un suo preciso disegno che coinvolge Derek, un’alcolizzata di nome Lenore Renzler, la Cambogia e l’ordine stesso dell’universo…

Vi dico subito che Il 37° Mandala non è un libro per tutti, non perché è un libro dell’orrore ma a causa di alcune scene di sesso pericoloso che molti potrebbero trovare piuttosto sgradevoli. Fatta questa doverosa (almeno per me) premessa vi dirò che Laidlaw affronta, in chiave più moderna, un tema tipico di Lovercraft: entità scaturite dall’orrore cosmico che aleggiano minacciose ai limiti della nostra realtà.

Più che la trama, che ho trovato lineare e scontata, ciò che maggiormente colpisce dell’opera sono le parti in cui l’autore descrive l’innominabile. Con uno stile efficace ed a tratti evocativo Laidlaw, mostra al lettore una realtà che sembra uscita da un incubo: il mondo visto attraverso i molteplici occhi di entità per le quali i pensieri sono oggetti reali e… succulenti.

Un libro dell’orrore di tema classico, quindi, ma con un taglio più moderno e consono alla sensibilità (o insensibilità se volete) del pubblico attuale, decisamente più disincantato rispetto a quello per cui scrivevano i maestri del passato.

Buona lettura e… che il vostro mandala possa patire la fame!

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Scritto da: Axel Raven il 20 Ottobre 2009
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Il mostro della piscina, Candida

Il mostro della piscinaQuante volte abbiamo sperato o sognato di essere al centro di un libro, di un fumetto, di un film? E se la narrazione tendesse verso l’horror, ne saremmo davvero felici? Se volete una risposta, per quanto immaginifica e ironica, Il mostro della piscina è il romanzo che fa per voi.

È il diventare protagonisti di una storia dell’orrore il nucleo intorno al quale i personaggi, loro malgrado, si ritrovano a vivere vicende rocambolesche, inverosimili e, di tanto in tanto, comiche. Una storia, però, densa di cliché e di deja-vu, di quelle che non tarderemmo a bollare come “storiaccia”.

Marco Candida infatti gioca consapevolmente con tutti gli stereotipi che compongono l’immaginario horror, disponendoli l’uno dopo l’altro lungo la strada di Tom, il protagonista: la bionda semisvestita, il vecchio (st)Rambo cantastorie, il bambino salvifico e un’onda di calamità, tra cui, appunto, il famigerato mostro del titolo. E chiaramente non poteva mancare il cimitero, come luogo dell’azione.

Il mostro, poi, è quanto di più classico in materia: squamoso, viscido, ottuso, ripreso esattamente da quelli dei vecchi fumetti, inspiegabile come un Blob. Un mostro da pulp anni venti, con sullo sfondo la stessa folla urlante e impazzita che ci aspetteremmo nei b-movie.

Di digressione in digressione l’autore ci racconta una storia semplice nell’idea e complessa nell’attuazione: pur sapendo che si è in una narrazione altrui, come ci comporteremmo? Per spiegarlo crea un gruppo di personaggi consapevoli del trovarsi in una antiquata storiaccia dell’orrore, disincantati rispetto agli avvenimenti, anche i più strani; capaci, quindi, di strizzare l’occhio al lettore utilizzando il suo stesso sentire.

Lo stile è molto pop, anche se a tratti la scrittura sembra acerba e si fa difficile da seguire; le lunghe digressioni parodistiche sono molto godibili e aggiungono il sale e l’umorismo necessario a un’azione altrimenti troppo rapida.

Un romanzo che, come recita la quarta, si trova “a metà tra tributo e parodia”. Palesemente sbilanciato verso la seconda. Una buona lettura, magari, a bordo piscina.

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Scritto da: Livia il 4 Settembre 2009
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Lo zio Silas, Le Fanu

Lo zio Silas – Le FanuJoseph Sheridan Le Fanu, scrittore irlandese del diciannovesimo secolo, è conosciuto in Italia soprattutto per i suoi racconti brevi sul sovrannaturale: parliamo di Tè verde e Carmilla, per citare due dei più conosciuti e ripubblicati, anche in diverse raccolte di autori vari.

Eppure Le Fanu, cosa poco nota da noi, era artefice anche di un romanzo lungo, Lo zio Silas, per qualche motivo inspiegabile inedito in Italia fino a quando la Gargoyle books, mantenendo la promessa che fece agli amanti del genere horror di dare alle stampe opere mai arrivate in Italia, non l’ha pubblicato nel 2008, permettendoci tra l’altro di godere di una buona traduzione a opera di Annarita Guarneri.

Lo zio Silas è una classicissima storia dell’ottocento, che non si discosta dai cliché del genere gotico: c’è la fanciulla in difficoltà in un grande maniero desolato, c’è un bel po’ di suspense, molto mistero e non manca l’elemento horror. Lettura scontata quindi? Affatto, direi piuttosto un piacevolissimo salto nel passato in anni di tanta – e a volte pessima – letteratura orrorifica moderna.

La giovane Maud è l’unica figlia di un ricco possidente un po’ eccentrico che, dotato di uno spirito religioso così peculiare da essere al limite con la blasfemia, fa vivere entrambi come dei reclusi. L’unico contatto della ragazza con il mondo esterno è la mondana Lady Knolls, una cugina che rappresenta il riferimento femminile nella vita della fanciulla, orfana di madre.

Alla morte prematura del padre il sorprendente testamento nomina tutore della ragazza non Lady Knolls, come entrambe si aspettavano e speravano, ma il proprio fratello Silas. L’uomo, sconosciuto alla nipote, era stato allontanato anni prima dalla famiglia perché dedito a una vita dissoluta ed equivoca e questo rende inspiegabile a tutti, Maud per prima, la volontà del genitore.

Ma erano anni in cui le ragazze di buona famiglia non avevano altra scelta che obbedire quindi Maud si trasferisce in casa dello zio, un uomo che vive così isolato da costringere la ragazza a una reclusione ancora peggiore di quella a cui era abituata. Lì apprende notizie sul passato oscuro del parente, circolano dicerie che la disgrazia che capitò in casa sua, in cui un uomo morì, forse fu omicidio….

A poco a poco Maud, influenzata dall’atmosfera cupa della casa e intimidita dalla personalità ancora forte di Silas, comincia a temere per la propria incolumità. E se le dicerie sull’uomo fossero vere? E se lo zio, nonostante sia ormai un vecchio malato schiavo delle droghe che inizialmente servivano per curarlo, non fosse cambiato di una virgola? La cosa certa è che l’uomo sembra versare in pessime condizioni economiche e che se Maud dovesse morire senza eredi, sarà lui quale parente più prossimo a entrare in possesso di tutte le ricchezze della ragazza…

Lo zio Silas è un romanzo ricco di tensione e a tratti agghiacciante, che pecca di alcune frivolezze alla Ann Radcliffe che fanno sorridere, ma lo stesso non tolgono verve al racconto.
Esso si mantiene sapientemente in bilico tra thriller e l’horror, senza mai protendere davvero per una delle due parti.

Da leggere assolutamente se non vi facevate sfuggire nessuna delle storie horror che la Newton&Compton pubblicava con grande successo negli anni 90 nella sua collana 1000 lire (alzi la mano chi non ne ha almeno uno in casa!).

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Scritto da: Only il 2 Settembre 2009
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