Tutti gli articoli su horror

Complicità sororali, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Jackson

Scritto da: il 03.02.11 — Comments Off
Avrebbe potuto sì intitolarsi Sorelle questo Abbiamo sempre vissuto nel castello (1962), bell'esempio di moderno gotico narrativo dell'americana Shirley Jackson (1916-1965). dove la parola “horror” è fuori luogo e, più consona a descrivere il materiale narrativo di cui l'autrice tratta, sarebbe “terror”. Un terrore che è causato da una condizione interiore malvagia che si concretizza in atti delittuosi, commessi e coperti da un affetto morboso. Gli attori della vicenda raccontata sono sostanzialmente cinque: due sorelle Constance sui trenta, sua sorella minore Mary Katherine, diciottenne e narratrice in prima persona, l'invalido zio Julian, successivamente, il cugino Charles e tutto un paese, salvo qualche benevola eccezione, “contro” i primi tre personaggi per i quali dire che conducono nella loro bella e grande casa attorniata da molta terra, sita poco fuori dall'abitato, un'esistenza “appartata” è un eufemismo quanto mai riduttivo, specialmente nella seconda parte del romanzo. Eppure vivono sereni e “felici” là dentro, e l'autrice è magistrale nel far intendere, nel far affiorare a poco a poco e quasi casualmente, cosa nasconda quell'evidente felicità scandita da ripetitivi, raffinati, quanto rassicuranti gesti domestici. Felicità che, più si procede nella lettura, più ci si rende conto essere malata al punto da essersi fermata sia nel tempo che nello spazio in un momento particolare, efferato e doloroso, della vita dei protagonisti. Una felicità che in alcun modo dev'essere turbata. E della quale il cugino Charles, al suo arrivo, pur col suo fare burbero, sbrigativo e autoritario, cercherà di mostrare l'inusitata anomalia, tentando al contempo, di riportare una normalità, certamente più umana, se si vuole, ma assai meno controllabile da parte degli inquilini della casa, tanto da temerla ed evitarla. Ad ogni costo. Rischierà grosso, il cugino Charles. La seconda parte della storia ricorda molto da vicino il romanzo di Pupi Avati Il nascondiglio, anche se qui, in questo ...

Notte buia niente stelle, S.King

Scritto da: il 02.02.11 — 3 Commenti
Nella postilla di Notte buia niente stelle lo stesso Stephen King avverte: “le storie raccolte in questo libro sono molto dure. Forse in certi momenti, le hai trovate difficili da leggere. Ti assicuro che io stesso, in certi momenti, le ho trovate difficili da scrivere.” Ho aspettato con la solita trepidazione l'uscita del nuovo titolo del mio autore preferito e ho divorato le quattro lunghe novelle qui raccolte in un lampo. Chiuso il libro ho pensato due cose: la prima è che erano anni che non leggevo dei suoi racconti così belli. La seconda è che la postfazione dell'autore è dannatamente vera. Le storie qui raccontate, con il loro orrore per la maggior parte privo di ogni elemento soprannaturale, fanno davvero paura: lo anno in modo completamente diverso da come terrorizzava un mostro con l'aspetto da clown rintanato nelle fogne di Derry, eppure non sono meno efficaci. Tutte partono forse da una domanda ovvia come inizio di una storia: “Cosa accadrebbe se...”. La risposta non è però mai scontata e spesso il finale è ingiusto e sleale, come capita anche nel mondo reale. Così abbiamo Wilfred Leland, un contadino nel Nebraska che nel 1922 assassina la moglie per motivi futili e ne nasconde il cadavere in un vecchio pozzo. Complice più o meno consapevole del delitto il figlio, che finirà per pagare lo scotto per entrambi. Una scrittrice di gialli viene violentata in una stazione di servizio deserta in cui incappa prendendo una strada secondaria di ritorno da un convegno. Tess è una donna di quarant'anni con una vita tranquilla e riservata: lo stupro cambierà tutto quanto mettendo in luce un io inaspettato. Un mediocre uomo di mezz'età, da sempre invidioso del suo migliore amico a cui la vita ha regalato tutto, fa un patto con un misterioso venditore ambulante dal profetico nome di Elvid: ...

Il porto degli spiriti, Lindqvist

Scritto da: il 10.11.10 — Comments Off
Lindqvist è un autore che sta abituando il suo pubblico a un punto di vista inusuale su tematiche non solo usuali, ma quasi “usurate” dalla letteratura di genere horror: lo ha fatto con il tema dei vampiri in Lasciami entrare e con quello degli zombies nell'Estate dei morti viventi, dei quali si è già parlato qua su Liblog. Ora ci ha riprovato con il suo terzo romanzo, Il Porto degli Spiriti, dove già il titolo suggerisce quale è stata stavolta la tematica scelta da Lindqvist per la sua rivisitazione. Ho usato non a caso la definizione “rivisitare” perché è quello che questo brillante autore svedese fa con le tematiche più classiche: le prende e le fa sue, plasmandole a proprio piacimento e  trasformandole in qualcosa di nuovo. Con questo nuovo romanzo, edito sempre per la Marsilio, centra in pieno l'obiettivo per l'ennesima volta: ho divorato le cinquecento pagine del romanzo lasciandomi trascinare dal genio creativo di un autore che riesce a spiazzare il suo lettore sorprendendolo a più riprese. Anche quando come qui si racconta, tra le altre cose, di fantasmi: la sottoscritta  pensava che la letteratura ne parlasse da così tanti secoli che nessuno potesse più dirci niente di nuovo. Ebbene, sono stata totalmente smentita. Tutto ha inizio in una gelida giornata d'inverno a Domaro, piccola isola al largo delle coste svedesi. La piccola Maja è in gita al faro di Gavasten con i genitori quando improvvisamente scompare nel nulla. La neve e il ghiaccio non recano tracce delle sue impronte: è come se la bambina fosse semplicemente volata via. Anni dopo Anders, il padre, torna sull'isola che sembra aver inghiottito sua figlia in una sorta di buco nero: scopre che quello che pensava fosse solo l'inizio è stato, invece, il proseguimento di qualcosa. Qualcosa iniziato molto tempo prima la scomparsa di Maja, qualcosa ...

Il battello del delirio, R.R.Martin

Scritto da: il 27.10.10 — 1 Commento
Per chi ama il genere orrorifico la Gargoyle books è da annotare: in un panorama internazionale dove sembra bastare che un libro parli di canini appuntiti perché sia pubblicabile, questa casa editrice dimostra di continuare un serio lavoro di "setaccio" in mezzo al mucchio. Così, dopo quasi vent'anni di latitanza, ecco riproposto al pubblico italiano Il battello del Delirio, bella prova horror di un vero big del fantasy internazionale, a suo tempo pubblicato per quelli della Fanucci e ormai esaurito da tempo. La storia che George R.R. Martin sceglie di narrarci ci trascina nel diciannovesimo secolo, lungo le rive del Mississippi: il grande fiume attraversa il profondo sud degli Stati Uniti trasportando sulle sue acque merci e persone in eleganti battelli che fanno a gara per conquistarsi il posto da leader sull'importante strada fluviale. Qua nel 1857 viene varato anche il “Fevre Dream”, imbarcazione che concorre a frantumare tutti i record esistenti sul fiume: la splendida e velocissima creatura appartiene a una coppia d'affari abbastanza peculiare, quella costituita dal vecchio capitano Abner Marsh e dall'eccentrico e ricchissimo Joshua York. La stramba società sembra avere successo nonostante le bizzarrie di York: le sue abitudine notturne, per dirne una, oppure la passione per uno strano vino che cura personalmente, infine la sua tendenza a ospitare sul battello amici che condividono le sue stramberie. Tutto ciò incuriosisce Marsh che però, in virtù del patto stretto alla nascita dell'accordo, non può porre domande al suo socio. Eppure molto presto il vecchio “lupo di fiume” verrà a conoscenza di ben più di quello che avrebbe gradito sapere e dovrà scegliere cosa fare, soprattutto quando dovrà chiedersi fin dove arrivano la stima e il rispetto che nutre per York e cosa è disposto a fare in loro nome... Per chi non ama molto il vampiro “icona sexy” proposto dalla letteratura moderna, ...

Wunderkind II – La Rosa e i Tre Chiodi, D’Andrea

Scritto da: il 26.10.10 — Comments Off
Ho appena concluso la lettura del secondo volume della serie del Wunderkind, dell’ormai noto Ivan il Terribile GL D’Andrea: La Rosa e I Tre Chiodi. Parto subito col dire che sono contenta: contenta di aver continuato la lettura, contenta di aver capito meglio (credo) la storia e contenta di aver riscontrato non pochi miglioramenti a livello stilistico. Di solito aggiungo qualche nota sul metodo di scrittura solamente alla fine della recensione, ma stavolta vorrei fare il contrario, perché il libro è scritto bene; se da un lato l’autore cede ancora – raramente – alla trappola del descrivere un orrore come inenarrabile (quando a noi piacerebbe che ce lo narrasse, visto che tanto non ci risparmia nulla!), dall’altro sono spariti gli orpelli che infiocchettavano il primo libro e resta l’impressione di una grande abilità linguistica, un registro elevato ma mai ridicolo, una ricercatezza di alcune forme che, secondo me, prima non era ben definita e che qui, invece, emerge chiaramente. E ora veniamo al resto. Tanto per cominciare Wunderkind 2 si trova, in quasi tutte le librerie, sugli scaffali dedicati ai ragazzi. Ecco, io ve lo dico: se il vostro pargolo di otto anni si avvicinasse al libro, toglieteglielo e leggetelo voi. C’è un clamoroso fraintendimento alla base della linea editoriale che caratterizza questo testo: se è vero che il protagonista è un ragazzino pelle e ossa, credo di non aver mai letto niente di più lontano dalla narrativa per ragazzi. No, neanche se ci sono maghi e licantropi. L’avventura di Caius Strauss riprende dove l’avevamo lasciata, ovvero dopo lo scontro con il terribile Jena Metzgeray. Il Wunderkind è stato fatto prigioniero, i suoi “amici” dispersi. Gus Van Zant è in uno stato di sospensione tra la vita e la morte, il corpo tramutato in orrenda chimera. Persino Pilgrind il Barbuto sta perdendo attimo per ...

A volte ritornano, King

Scritto da: il 06.10.10 — Comments Off
I mesi passano, l'uscita del nuovo libro del re del Maine si avvicina (è prevista per il prossimo 9 novembre negli Stati Uniti) ed il mio entusiasmo cresce di pari passo alla mia impazienza, anche se purtroppo "Full Dark, no stars" non sarà un romanzo ma una raccolta di quattro novelle. Mi rammarico perché, pur leggendo Stephen King da ormai vent'anni, la mia fedeltà assomiglia a quella che si porta a un coniuge con cui ci si avvia a festeggiare le nozze d'argento: lo si ama ancora come il primo giorno magari, ma si è pienamente consapevoli dei suoi difetti. Così , non posso non paragonare certi memorabili racconti usciti all'inizio della sua carriera con quanto scritto al riguardo negli ultimi tempi. E' inutile, per quanto lo ammiri raccolte come "Al crepuscolo" o "È tutto fatidico" mi sembrano messe insieme raccattando ciò che si è trovato in fondo a qualche cassetto! Sperando di essere sbugiardata alla grande dall'imminente uscita, questa settimana torno quindi al suo passato remoto invitandovi alla lettura di uno dei suoi capolavori: parlo di A volte ritornano, forse la sua migliore raccolta (anche se l'ago della bilancia pende sempre, indeciso, tra questa e "Scheletri") data alle stampe negli anni settanta. Un vero cofanetto carico di gioielli preziosi, dove quasi ogni pezzo estratto anche a caso è un vero, perfetto orrore in miniatura. Vogliamo iniziare a parlarne proprio citando il primo di essi, "Jerusalem's Lot", come uno dei più belli della raccolta? Un incubo in forma epistolare che fa tanto, volutamente Lovecraft. Passando per l'agghiacciante "Secondo turno di notte" si arriva agli inquietanti "Il baubau" e "Materia grigia", che ancora adesso non posso leggere prima di addormentarmi, e non vi sto prendendo in giro. Non male neanche il racconto "Camion", da cui purtroppo fu tratto il bruttissimo film "Brivido", una caduta di stile ...

Carrie, King

Scritto da: il 24.08.10 — Comments Off
Sono sempre incuriosita dagli esordi narrativi. Mi piace molto tentare di scoprire che cosa abbia determinato il successo di questo o quello scrittore e se nelle loro opere prime sono già riscontrabili tali elementi. Stavolta, mi sono dedicata al “Re”, anche perché ho trovato Carrie uno dei suoi romanzi più belli e capaci di colpire il mio immaginario. Nella sua biografia, King dice che aveva cestinato il racconto poco dopo averlo iniziato, perché aveva creduto che a nessuno potessero interessare le turbe di una ragazzina psicocinetica. Sembra sia stata la moglie, Tabitha, a decretare che quel testo andava completato e proposto, perché aveva del potenziale. Le centinaia di migliaia di copie vendute nel mondo mi fanno pensare che: a) La moglie di Stephen King sia un genio b) Anche il più noto autore horror dei nostri tempi aveva le sue insicurezze e questo me lo rende inevitabilmente più simpatico. Ora, concesso che entrambe le mie osservazioni siano vere, posso aggiungere che “Carrie” è effettivamente un romanzo eccezionale. Ambientato (indovinate un po’?) nel Maine, descrive con profondità i tormenti di un’adolescente che non ha nulla per essere un’eroina: è brutta, goffa, vessata da una madre terribile, derisa dai compagni. E poi ci sono quegli spaventosi poteri, così difficili da controllare… Ciò che a King è riuscito perfettamente è stato il percorso nello scavare a fondo l’animo della sua protagonista. Carrie non è una “cattiva”, benché la sua frustrazione sia evidente fin da subito. A volte, anzi, è irritante perché non ha la forza di ribellarsi alle angherie che il mondo le riserva quotidianamente. È l’estremizzazione delle insicurezze adolescenziali e in questo si può vedere ancora traccia del King insegnante, che di certo avrà attinto dalle sue esperienze personali per descrivere molti particolari della vita scolastica, a partire dall’atteggiamento dei professori che non sbeffeggiano apertamente la povera ragazza ma ...

Supernatural – Le Origini, Johnson e Smith

Scritto da: il 20.07.10 — 4 Commenti
Sono un’appassionata di un “certo” genere di telefilm. Ho sofferto quando Buffy ha dovuto separarsi dal suo fidanzato vampiro Angel, ho pianto quando Spike si è sacrificato per l’umanità, sto aspettando che Superman impari a volare…e mi è pure dispiaciuto quando le tre streghette modaiole hanno dovuto eliminare Cole/Belthazor, il demone più affascinante della Storia. Insomma, per me non ci sono medici, non esistono poliziotti né “signore in giallo” e mi annoio con le astronavi: l’unico genere che davvero mi acchiappa è il sovrannaturale. Ho fatto questa premessa perché al centro della recensione di oggi c’è il fumetto che fa da prequel a una delle serie tv più belle del decennio, secondo il mio modesto parere: Supernatural. Il telefilm parla di una famiglia distrutta, di un’America fatta di sonnolente cittadine che nascondono orrori inimmaginabili e di due fratelli costretti ad affrontare l’impossibile. Comincia con l’ex marine John Winchester che vede la moglie Mary arsa viva da un demone con gli occhi gialli ed è costretto a fuggire con i figli piccoli, Dean e Sam. Mentre le avventure televisive parlano dei due ragazzi una volta cresciuti e dei loro quotidiani combattimenti contro le creature malvagie che infestano la nostra realtà, il fumetto si concentra su John e racconta ai fan come un uomo tutto sommato mite e normale arrivi a diventare il fortissimo Cacciatore di demoni che abbiamo conosciuto sui nostri schermi. Laddove il disegno lascia molto a desiderare – scordatevi le tavole alla Todd McFarlaine, siamo davanti ad una grafica grezza, fatta quasi esclusivamente di luci ed ombre e caratterizzazioni squadrate prive di sfumature anche nella colorazione – è l’intensità del testo e della storia a far meritare a questo albo il prezzo di acquisto. Il linguaggio è diretto, a tratti rozzo (non scordiamoci che iniziamo a conoscere il mondo dei cacciatori, che ...

Psycho, Bloch

Scritto da: il 07.07.10 — 13 Commenti
Parlare di questo libro mi fa ripensare a un aneddoto che Stephen King racconta nella prefazione di un suo libro: era ancora giovane ma già discretamente famoso quando gli capitò di partecipare a una convention di scrittori dell'orrore. Tra questi c'era anche Robert Bloch che, privo di mezzi economici, era venuto all'evento con l'autobus: la cosa scioccò alquanto il giovane King, che già godeva dei frutti (monetari) del suo lavoro e che considerava Bloch uno dei suoi maggiori ispiratori. Non so quale considerazione in patria sia toccata davvero a questo brillante autore di genere, però mi è sempre stato chiaro che in Italia non ne ha mai goduta molta. Fu (è morto ormai alcuni anni fa) uno scrittore molto prolifico eppure da noi non è arrivato quasi nulla. Nello scrivere poi questa recensione mi sono accorta che Psycho addirittura è fuori catalogo: per un'amante del genere noir come me è quasi un affronto visto che di fatto il libro fece da apripista per l'horror psicologico, e non sto parlando solo di King. Ma torniamo a bomba, cioè alla trama, e scusatemi se di fatto essa è arcinota. Marion Crane, una giovane impiegata di Phoenix, scappa dopo aver derubato il suo ufficio di un'ingente somma di denaro. Il suo piano è raggiungere in auto il fidanzato e insieme a lui utilizzare la somma sottratta per iniziare una nuova vita. Ma il destino ci mette lo zampino: durante la fuga la ragazza, stanca delle lunghe ore passate al volante sotto la pioggia, si fermerà al motel Bates per passarvi la notte. La decisione avrà, purtroppo per lei, esiti infausti. Riletto oggi, a distanza di cinquant'anni dalla sua stesura (li ha compiuti giusto giusto l'anno scorso) il libro colpisce per come tutto si giochi sulla personalità controversa e schizofrenica di Norman Bates. Il vero salto di qualità, ...

La lunga marcia, Bachman (King)

Scritto da: il 16.06.10 — 1 Commento
Prendendo a prestito proprio il titolo di un suo libro, potremmo dire che Richard Bachman è la metà oscura del re del Maine. Con questo pseudonimo il famoso scrittore firmò diverse opere, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta: libri particolarmente cupi e angoscianti, persino per il metro del famoso scrittore che di solito non va certo per il sottile. La critica americana è abbastanza unanime nel non considerarli la parte migliore della sua produzione e i suoi fan spesso e volentieri si dimenticano di loro perché sanno che non sono associabili a momenti particolarmente felici della vita di King, depresso e stordito dall'abuso di droghe e alcool ai tempi in cui cercava, appunto, rifugio in un'identità ancora più problematica della sua. Sono una vera ammiratrice del nostro, ormai lo sapete, eppure non posso che trovarmi d'accordo con le lodi poco entusiastiche che avvolgono tutta la produzione (anche recente) apparsa come Bachman. Ma (dopo un preambolo del genere un “ma” era inevitabile) in mezzo a tutto questo c'è un'eccezione ed è di questa che voglio parlarvi oggi: di tutti i libri scritti da Stephen King, ce n'è uno con la firma del suo diabolico alter ego che occupa un posto molto alto nella mia classifica personale. La lunga marcia è l'evento sportivo dell'anno negli Stati Uniti: non stiamo parlando del mondo così come lo conosciamo, ma di un universo alternativo probabilmente peggiore, visto che nella più grande democrazia del mondo vige un regime dittatoriale di tipo militare. In questa gara, cento ragazzi si sfidano in un'estenuante prova di resistenza dove non c'è nessuna possibilità di ritiro. Si cammina fino allo sfinimento, chi si ferma o rallenta troppo è perduto: per due volte viene ammonito, alla terza viene eliminato definitivamente dalla competizione con una fucilata che lo uccide all'istante. La gara ha termine ...
carlo lo re Violetta Lima Luciana Cameli Livia Di Pasquale Leandro Perrotta Ignazio Del Campo Fabiola Foti Alessandro Puglisi
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