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Il vero correttore di bozze è quello che soffre fisicamente per i refusi: la sua è una malattia psicosomatica. Può leggere centinaia di pagine su genocidi, stupri etnici, catastrofi naturali, assassini seriali, streghe che divorano neonati, il tutto senza batter ciglio. Ma se vede un doppio spazio, un apice nel verso sbagliato, un errore di ortografia, una virgola troppo staccata dalla parola che la precede – ecco che lo percorre quel brivido profondo di disagio, quel prurito, quella smania di far giustizia, di drizzare i torti, di ristabilire l’ordine messo a soqquadro. Quando si tratta di refusi, il più mite correttore di bozze, con tanto di bandierina della pace esposta sul davanzale, si trasforma in un interventista umanitario, perfino in un guerrafondaio: guai a lasciare degli errori di battitura a piede libero in un libro sul Rwanda.
da “Cameriere, c’è un refuso nel mio piatto!”, Internazionale
Ci sono momenti in cui, distratti e sovrappensiero, tutti commettiamo errori ortografici; fretta, troppo lavoro, stanchezza, dita che corrono sulla tastiera, i motivi sono moltissimi. Ultimamente però si diffonde la confusione tra alcuni termini, per cui è il caso di ricordare che cosa significano e in quali contesti si debbano usare. Parlo delle coppie "in fondo/infondo", "al di là/aldilà", "a posto/apposto", per cui temo che non si tratti di stanchezza ma ormai di abitudine e lassismo.
Facciamola semplice, senza ricorrere a verbose spiegazioni tecniche, ma partendo dal significato e da qualche esempio, aiutati dal Devoto-Oli:
In fondo: dal sostantivo "fondo", che è la parte terminale di qualcosa, la locuzione in fondo significa "nella parte finale" o, figurativamente, "nella parte più intima". Esempi: in fondo al cuore sai che è sbagliato, andrò fino in fondo a questa storia, in fondo non è un grosso problema.
Infondo: dal verbo "infondere", che ha il significato di versare dentro, ma anche di ispirare, infondo significa "io suscito (uno stato d'animo, un'emozione)". Esempi: Mario infonde speranza col suo discorso, infondi fiducia nei tuoi amici, prima della battaglia infondo coraggio ai miei compagni.
Al di là: locuzione dell'avverbio "là", al di là significa "oltre una barriera non visibile", anche figurata. Esempi: al di là della siepe c'è la villa del vicino, al di là del muro c'è un campo di grano, al di là della sua ostinazione è un bravo ragazzo.
Aldilà: è un sostantivo che significa "vita ultraterrena" o "luogo ultraterreno". Esempi: ci ritroveremo nell'aldilà, credo nell'aldilà ma non nel purgatorio, chissà se c'è un aldilà per gli animali.
A posto: dal sostantivo "posto", col significato di luogo, la locuzione a posto significa "in un luogo assegnato" (per buon ordine o convenienza). Esempio: metti i libri a posto, sei un ragazzo a posto, sono a posto con la mia coscienza, è ...
Arriva in redazione una mail. Una mail piena di errori di punteggiatura, con virgole ogni due/tre parole. In più il romanzo allegato non ha a che fare con la linea editoriale nemmeno per sbaglio. Quindi, come sempre, rispondo.
"Gentile XYZ,
la nostra linea editoriale non comprende storie vere né autobiografie. Inoltre nella presentazione sono presenti svariati errori di punteggiatura, per cui le consigliamo un'attenta revisione del testo prima di sottoporlo all'attenzione di un editore.
Cordialmente,
Blablablabla"
Ed ecco la risposta dell'autrice:
"Svariati errori di punteggiatura? Sarebbe stato meglio, se ne avessi fatti di ortografia, grammatica e sintassi, come succede per i giornalisti, gli insegnati e anche gli scrittori? Diciamoci la verità, non si tratta, ne della mia punteggiatura, ne della mia sinossi, ma della mia presentazione. Un tentativo deviato, per indicarmi che per Voi, non ho le CREDENZIALI, per scrivere. Posso accettare perfettamente, che l'argomento non interessi, o che abbia scritto un orrore, ma le prese in giro per favore, RISPARMIATEMELE. Lo conferma anche il fatto, che NESSUNA casa editrice, che ho contattato, ha precisato nel suo sito, di un'avvenuta conferma di ricevimento dell'e mail. Ognuna di esse, stabilisce il proprio tempo personale, 5, 6, 7, 8 mesi, per un contatto, SOLO in caso positivo. Questo sottointende ovviamente, che lo abbiano letto effettivamente, o semplicemente cestinato (non sono così stupida). Avere avuto da Voi l'ONORE, di una risposta non necessaria, e di un consiglio, che lo è ancora meno, fa trasparire perfettamente il Vostro pensiero nascosto. E il consiglio era nei miei confronti, o per i Vostri colleghi, per cui provate solidarietà? SOLO a titolo informativo, ho ricevuto altre risposte, allo stesso identico scritto, ma con altri contenuti, quindi abbiate la compiacenza di pensare, che i Vostri colleghi, hanno le loro idee personali, senza che Voi, Vi facciate da paladini difensori, o di detentori ...
Che il livello di cultura media sia piuttosto basso ormai è noto: arrivano conferme da concorsi pubblici senza vincitori, dal tenore dei discorsi nei media più popolari e in quel gigantesco osservatorio sociale che è Facebook.
Da oggi, sul blog Facebookkini, possiamo riderne tutti allegramente: raccoglie le più sgrammaticate, strane, sconclusionate conversazioni del social network; dagli status illeggibili ai commenti incomprensibili, c'è un po' di tutto.
Cosa dire infatti di qualcuno che scrive "sta mattina e stato al liceo scentifico volta.......a risentito la campanella della ricreazione.......un emozione....."? A parte consigliare, come fa il blog, di ripartire dalle elementari, per mancanza della minima conoscenza dell'ortografia, intendo.
Beh, se vi volete divertire un po' sapete dove andare.
E io che mi ostinavo a farci post e post; c'è chi, invece, ha il dono della sintesi:
via kshaed
Di recente arrivano sempre più scritti in casa editrice con errori grammaticali grossolani. Non so dire se sia frutto di un peggioramento generale dell'istruzione in Italia, se siano regionalismi, se mode linguistiche o se sia semplicemente un periodo passeggero, di quelli che capitano e spariscono così come sono arrivati.
Uno degli errori più frequenti riguarda i casi di elisione e troncamento (o apòcope) nelle parole in -ello (quello, bello); mi capita sempre più spesso, infatti, di leggere (persino su libri editi!) "bel aspetto" o "quel amico". Eppure la regola è semplice, e riguarda l'apocope vocalica e l'elisione.
Si usa la forma apocopata -el (bel, quel) prima di parole maschili che inizino per consonante (con qualche eccezione: la s implicata, la z, gn e ps): un bel sostantivo, quel parco; si usa la forma elisa con tutte le parole che iniziano per vocale, indipendentemente dal genere: bell'aspetto, quell'arma.
In generale l'elisione è l'eliminazione di una vocale finale non accentata davanti a una parola che inizi per vocale, e viene indicata con l'apostrofo; l'apocope vocalica, invece, indica la caduta della vocale alla fine di un termine che inizi per consonante (con le dovute eccezioni).
Da ricordare che nei casi in cui bisogna usare l'apostrofo per indicare apocope (po') bisogna lasciare uno spazio tra la parola troncata e la successiva, mentre quando si usa l'elisione l'apostrofo non prevede nessuna spaziatura.
Quando ho letto la presentazione del libro, ammetto di esserne stata un poco stizzita: Val più la pratica veniva annunciato come un attacco contro "l'esercito [...] che presidia a colpi di penna rossa la frontiera che separa l'italiano buono da quello cattivo". Considerandomi parte di quell'esercito mi sono sentita chiamare in causa, ho preso il libro e l'ho iniziato subito.
Mi sbagliavo. Su me stessa più che altro: ho scoperto infatti che sono molto più tollerante dei neo-crusc descritti dall'autore, Andrea De Benedetti, e che uso molto meno rigore di quanto non voglia credere. I post di grammatica infatti, a ben guardare, sono fatti con lo stesso approccio di tutti gli altri: consigliare (e magari migliorare un po' il mio lavoro!); e sebbene a volte possa essere pedante, specie nell'uso del congiuntivo, non arrivo agli eccessi descritti da De Benedetti.
Quella che dipinge, nella sua grammatica immorale, è una tendenza che tutti possiamo osservare: essere integralisti sulle questioni linguistiche, tentare di preservare un lessico e una forma antichi, utili più nella teoria che nella vituperata pratica. E ridimensiona anche gli allarmismi inutili sulla morte dell'italiano, che, a suo dire, non si è mai parlato e scritto tanto.
Non c'è però nessuna difesa appassionata delle abbreviazioni o delle grafie semplificate; De Benedetti tiene a precisare che po' va scritto con l'apostrofo e che una corretta ortografia è sempre la base da cui partire. Ma ci ricorda che non esiste solo la forma Soggetto - Verbo - Complemento, e che spesso si dovrebbe parlare di analisi il-logica.
I capitoli sono articolati secondo una complessità crescente, dal che polivalente fino all'analisi delle parti del discorso, affrontando così tutte le occorrenze più contestate dai difensori della lingua italiana e mettendo in evidenza che la grammatica non è normativa ma descrittiva, che la lingua è flessibile e viva. E ...
Non so voi, ma il correttore ortografico del mio programma di videoscrittura a volte si comporta in modo strano. Anziché limitarsi, come sarebbe suo dovere, a segnalare, ed eventualmente a sterminare, gli errori di battitura, mostra atteggiamenti piuttosto pedanti – mi verrebbe da dire perbenisti – verso i miei scritti, come se a ispirarne le azioni fosse qualcosa di simile a una coscienza e non un comunissimo software. Ho scoperto ad esempio che non gli piacciono le parolacce, e che per questa ragione le sottolinea tutte in rosso, come gli errori di ortografia. Non distingue, il correttore, le parolacce grevi e sboccate da quelle innocue e leggere. Per lui sono tutte moralmente riprovevoli, e sono arrivato a convincermi che, per quanto cerchi di usarle con garbo e moderazione, sotto sotto mi consideri un maleducato.
Andrea De Benedetti, Val più la pratica
Un errore in cui mi imbatto spesso è quello dell'errata concordanza, rispetto al numero, del soggetto col verbo. Per quanto riguarda congiunzioni e disgiunzioni, avevamo già affrontato l'argomento qualche tempo fa. Oggi invece mi piacerebbe parlare dei collettivi, ossia di quei nomi che, pur essendo singolari, indicano una quantità superiore a uno o, secondo la definizione Treccani, "che indicano un insieme di più persone, animali o cose astraendo dalle unità componenti".
Molte persone usano concordare a senso i collettivi con il loro verbo, dicendo ad esempio "il branco di cani randagi, che si aggiravano in città, sono stati catturati", o anche "una folla di ragazzi vanno al concerto". Di fatto però non concordano il verbo con il soggetto, bensì col complemento di specificazione.
Nonostante di recente questo modo di concordare sia più tollerato e d'uso comune, io resto ancorata alla regola che il verbo debba concordare con il suo soggetto: se è pensabile una frase senza il complemento di specificazione, meno lo è una frase mancante del soggetto: "una folla va al concerto" è molto più plausibile che "di persone vanno al concerto", o no?
Il nome collettivo per sua caratteristica è singolare (ha una sua forma plurale in molti casi, come branchi o nugoli, ad esempio), quindi il verbo va concordato al singolare. Se proprio vi trovate nel dubbio, eliminate tutti i complementi dalla frase, fino a restare con soggetto e verbo: non sarà difficile a quel punto stabilire quale sia la concordanza giusta.
Infine, alcuni concordano al plurale dopo un "che" relativo, come nel primo esempio riportato: è una scelta possibile, anche se personalmente anche qui preferisco una concordanza classica; per rifarmi all'esempio, la forma migliore per me è "il branco di cani, che si aggirava in città, è stato catturato", lineare, corretta e comprensibile.
Ci sono parole che nascono dall'unione simbiotica di altri termini, che, col passare del tempo, non riescono più a separarsi. Basti pensare ad eccome, malessere, carovita, che nascono come forme disgiunte e che ormai non vengono affatto utilizzate nella loro grafia originaria: è l'univerbazione.
A ben pensarci l'univerbazione è all'origine anche dei nostri avverbi più comuni, quelli che terminano in -mente; dall'origine latina (ablativo assoluto in funzione di complemento di modo) si sono formati per l'abitudine a pronunciarli sempre insieme, tanto da non poter più distinguere le due parti che costituivano il complemento. L'italiano poi ne ha derivato la regola di unire l'aggettivo al suffisso -mente, e così abbiamo gioiosamente, affettuosamente e la pletora di avverbi in mente che tutti conosciamo.
Di recente alcune parole di uso comune cominciano a vedersi sempre più spesso in una grafia unica, come a posto e va bene che, raddoppiando una lettera, diventano apposto e vabbene; vediamo cosa ne pensa l'Accademia della crusca:
A volte, si può percepire come voce composta di unità separate quella che è invece (ormai) una parola unica a tutti gli effetti, come davanti (non d’avanti) o al contrario come parola unica quello che è ancora una sequenza di parole autonome (più che altro, o a posto locuzione aggettivale e avverbiale che, diversamente da apposta non ammette univerbazione). Ci sono casi in netta evoluzione verso l’univerbazione, anche se ancora non accettati dalla norma, come vabbene di cui si può verificare su Internet la frequenza della scrizione unita, specie quando (e forse bisognerebbe che fosse solo in questi casi) ha valore di avverbio di affermazione (nel senso di “d’accordo”).
Sono invece decisamente inaccettabili all’oscuro (forma corretta), che non può essere confuso con allo scuro, segno di un’errata percezione dei confini di parola; e sotto forma, un sintagma graficamente e concettualmente ben distinto, cristallizzato nella locuzione ...