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Di recente arrivano sempre più scritti in casa editrice con errori grammaticali grossolani. Non so dire se sia frutto di un peggioramento generale dell’istruzione in Italia, se siano regionalismi, se mode linguistiche o se sia semplicemente un periodo passeggero, di quelli che capitano e spariscono così come sono arrivati.
Uno degli errori più frequenti riguarda i casi di elisione e troncamento (o apòcope) nelle parole in -ello (quello, bello); mi capita sempre più spesso, infatti, di leggere (persino su libri editi!) “bel aspetto” o “quel amico”. Eppure la regola è semplice, e riguarda l’apocope vocalica e l’elisione.
Si usa la forma apocopata -el (bel, quel) prima di parole maschili che inizino per consonante (con qualche eccezione: la s implicata, la z, gn e ps): un bel sostantivo, quel parco; si usa la forma elisa con tutte le parole che iniziano per vocale, indipendentemente dal genere: bell’aspetto, quell’arma.
In generale l’elisione è l’eliminazione di una vocale finale non accentata davanti a una parola che inizi per vocale, e viene indicata con l’apostrofo; l’apocope vocalica, invece, indica la caduta della vocale alla fine di un termine che inizi per consonante (con le dovute eccezioni).
Da ricordare che nei casi in cui bisogna usare l’apostrofo per indicare apocope (po’) bisogna lasciare uno spazio tra la parola troncata e la successiva, mentre quando si usa l’elisione l’apostrofo non prevede nessuna spaziatura.
Quando ho letto la presentazione del libro, ammetto di esserne stata un poco stizzita: Val più la pratica veniva annunciato come un attacco contro “l’esercito [...] che presidia a colpi di penna rossa la frontiera che separa l’italiano buono da quello cattivo“. Considerandomi parte di quell’esercito mi sono sentita chiamare in causa, ho preso il libro e l’ho iniziato subito.
Mi sbagliavo. Su me stessa più che altro: ho scoperto infatti che sono molto più tollerante dei neo-crusc descritti dall’autore, Andrea De Benedetti, e che uso molto meno rigore di quanto non voglia credere. I post di grammatica infatti, a ben guardare, sono fatti con lo stesso approccio di tutti gli altri: consigliare (e magari migliorare un po’ il mio lavoro!); e sebbene a volte possa essere pedante, specie nell’uso del congiuntivo, non arrivo agli eccessi descritti da De Benedetti.
Quella che dipinge, nella sua grammatica immorale, è una tendenza che tutti possiamo osservare: essere integralisti sulle questioni linguistiche, tentare di preservare un lessico e una forma antichi, utili più nella teoria che nella vituperata pratica. E ridimensiona anche gli allarmismi inutili sulla morte dell’italiano, che, a suo dire, non si è mai parlato e scritto tanto.
Non c’è però nessuna difesa appassionata delle abbreviazioni o delle grafie semplificate; De Benedetti tiene a precisare che po’ va scritto con l’apostrofo e che una corretta ortografia è sempre la base da cui partire. Ma ci ricorda che non esiste solo la forma Soggetto – Verbo – Complemento, e che spesso si dovrebbe parlare di analisi il-logica.
I capitoli sono articolati secondo una complessità crescente, dal che polivalente fino all’analisi delle parti del discorso, affrontando così tutte le occorrenze più contestate dai difensori della lingua italiana e mettendo in evidenza che la grammatica non è normativa ma descrittiva, che la lingua è flessibile e viva. E che l’uso vince la norma.
Nonostante sia un saggio l’uso della lingua e del narratore lo rendono scorrevole e divertente: costellato di episodi e considerazioni personali, sembra ribadire anche con lo stile che l’italiano dipende dal suo parlante (o scrivente, in questo caso).
Da leggere, da insegnare a scuola, da inculcare nelle teste di ogni professore, da prendere come un pancake, al posto della crusca.
Non so voi, ma il correttore ortografico del mio programma di videoscrittura a volte si comporta in modo strano. Anziché limitarsi, come sarebbe suo dovere, a segnalare, ed eventualmente a sterminare, gli errori di battitura, mostra atteggiamenti piuttosto pedanti – mi verrebbe da dire perbenisti – verso i miei scritti, come se a ispirarne le azioni fosse qualcosa di simile a una coscienza e non un comunissimo software. Ho scoperto ad esempio che non gli piacciono le parolacce, e che per questa ragione le sottolinea tutte in rosso, come gli errori di ortografia. Non distingue, il correttore, le parolacce grevi e sboccate da quelle innocue e leggere. Per lui sono tutte moralmente riprovevoli, e sono arrivato a convincermi che, per quanto cerchi di usarle con garbo e moderazione, sotto sotto mi consideri un maleducato.
Andrea De Benedetti, Val più la pratica
Un errore in cui mi imbatto spesso è quello dell’errata concordanza, rispetto al numero, del soggetto col verbo. Per quanto riguarda congiunzioni e disgiunzioni, avevamo già affrontato l’argomento qualche tempo fa. Oggi invece mi piacerebbe parlare dei collettivi, ossia di quei nomi che, pur essendo singolari, indicano una quantità superiore a uno o, secondo la definizione Treccani, “che indicano un insieme di più persone, animali o cose astraendo dalle unità componenti”.
Molte persone usano concordare a senso i collettivi con il loro verbo, dicendo ad esempio “il branco di cani randagi, che si aggiravano in città, sono stati catturati”, o anche “una folla di ragazzi vanno al concerto”. Di fatto però non concordano il verbo con il soggetto, bensì col complemento di specificazione.
Nonostante di recente questo modo di concordare sia più tollerato e d’uso comune, io resto ancorata alla regola che il verbo debba concordare con il suo soggetto: se è pensabile una frase senza il complemento di specificazione, meno lo è una frase mancante del soggetto: “una folla va al concerto” è molto più plausibile che “di persone vanno al concerto”, o no?
Il nome collettivo per sua caratteristica è singolare (ha una sua forma plurale in molti casi, come branchi o nugoli, ad esempio), quindi il verbo va concordato al singolare. Se proprio vi trovate nel dubbio, eliminate tutti i complementi dalla frase, fino a restare con soggetto e verbo: non sarà difficile a quel punto stabilire quale sia la concordanza giusta.
Infine, alcuni concordano al plurale dopo un “che” relativo, come nel primo esempio riportato: è una scelta possibile, anche se personalmente anche qui preferisco una concordanza classica; per rifarmi all’esempio, la forma migliore per me è “il branco di cani, che si aggirava in città, è stato catturato”, lineare, corretta e comprensibile.
Ci sono parole che nascono dall’unione simbiotica di altri termini, che, col passare del tempo, non riescono più a separarsi. Basti pensare ad eccome, malessere, carovita, che nascono come forme disgiunte e che ormai non vengono affatto utilizzate nella loro grafia originaria: è l’univerbazione.
A ben pensarci l’univerbazione è all’origine anche dei nostri avverbi più comuni, quelli che terminano in -mente; dall’origine latina (ablativo assoluto in funzione di complemento di modo) si sono formati per l’abitudine a pronunciarli sempre insieme, tanto da non poter più distinguere le due parti che costituivano il complemento. L’italiano poi ne ha derivato la regola di unire l’aggettivo al suffisso -mente, e così abbiamo gioiosamente, affettuosamente e la pletora di avverbi in mente che tutti conosciamo.
Di recente alcune parole di uso comune cominciano a vedersi sempre più spesso in una grafia unica, come a posto e va bene che, raddoppiando una lettera, diventano apposto e vabbene; vediamo cosa ne pensa l’Accademia della crusca:
A volte, si può percepire come voce composta di unità separate quella che è invece (ormai) una parola unica a tutti gli effetti, come davanti (non d’avanti) o al contrario come parola unica quello che è ancora una sequenza di parole autonome (più che altro, o a posto locuzione aggettivale e avverbiale che, diversamente da apposta non ammette univerbazione). Ci sono casi in netta evoluzione verso l’univerbazione, anche se ancora non accettati dalla norma, come vabbene di cui si può verificare su Internet la frequenza della scrizione unita, specie quando (e forse bisognerebbe che fosse solo in questi casi) ha valore di avverbio di affermazione (nel senso di “d’accordo”).
Sono invece decisamente inaccettabili all’oscuro (forma corretta), che non può essere confuso con allo scuro, segno di un’errata percezione dei confini di parola; e sotto forma, un sintagma graficamente e concettualmente ben distinto, cristallizzato nella locuzione preposizionale sotto forma di.
Mentre di solito mi trovo perfettamente d’accordo con l’Accademia, devo dire che questa volta mi sento titubante: perché non valutare anche la possibilità di univerbare a posto, dato che è una tendenza molto diffusa? Voi che ne pensate?
Non tutti i verbi sono semplici da coniugare: se alcune forme non prestano spazio al dubbio o all’interpretazione altri mettono in difficoltà persino i più esperti scrittori. Ecco, in sintesi, alcuni di questi verbi ostici, chiariti con l’ausilio di un po’ di Crusca.
Imperfetto dei composti del verbo dire: si segue la coniugazione del verbo dire, ovvero la forma -dicevo; quindi si ha benedicevo, indicevo, interdicevo, contraddicevo. Sono forme che hanno una ragione etimologica (dire viene dal latino dicere). Lo stesso vale, comunque, per ogni altro tempo di questi composti.
Identico discorso per i composti del verbo venire: seguono la coniugazione del verbo base, e non sottostanno alle regole della terza coniugazione (-ire). Sì, pertanto, alle forme convenni, divenni, intervenni, no alle forme convenii, divenii, intervenii.
Indovinate un po’ cosa avviene per i composti del verbo fare: seguono la coniugazione di fare, ma stavolta abbiamo un’eccezione; le forme disfare e soddisfare infatti hanno alcune forme distintive per il congiuntivo e l’indicativo presente, per futuro e condizionale: soddisfo, soddisferò, soddisferei, et similia. Restano comunque fisse le forme dell’imperfetto, sia indicativo sia congiuntivo.
Cuocere ormai non dovrebbe rappresentare un problema, ma poiché repetita iuvant meglio ricordare ancora una volta che il suo passato remoto è cossi.
Sepolto e seppellito, sono ambedue validi participi passati del verbo seppellire (mi raccomando, seppellire, non seporre). La forma più comune è sepolto, che rispetta maggiormente l’etimologia.
E adesso proprio dal sito un rapido elenco di dubbi risolti:
Accedere: passato prossimo io ho acceduto, passato remoto io accedei/accedetti, tu accedesti, egli accedé/accedette. noi accedemmo, voi accedeste, essi accederono/accedettero; participio passato acceduto.
Dirimere: passato remoto io dirimei/dirimetti, tu dirimesti, egli dirimé/dirimette, noi dirimemmo, voi dirimeste, essi dirimerono/dirimettero; participio passato non in uso.
Espellere: indicativo presente io espello, tu espelli, egli espelle, noi espelliamo, voi espellete, essi espellono; congiuntivo presente che io espella, che tu espella, che egli espella, che noi espelliamo, che voi espelliate, che essi espellano; passato remoto io espulsi, tu espellesti, lui espulse, noi espellemmo, voi espelleste, essi espulsero; participio passato espulso.
Nuocere: passato remoto io nocqui, tu nocesti, egli nocque, noi nocemmo, voi noceste, essi nocquero; participio passato nociuto.
Piacere: indicativo presente io piaccio, tu piaci, egli piace, noi piaciamo, voi piacete, essi piacciono; passato remoto io piacqui, tu piacesti, egli piacque, noi piacemmo, voi piaceste, essi piacquero; congiuntivo presente che io piaccia, che tu piaccia, che egli piaccia, che noi piacciamo, che voi piaciate, che essi piacciano; participio passato piaciuto.
Premere: passato remoto io premei/premetti, tu premesti, egli premé/premette, noi prememmo, voi premeste, essi premerono/premettero; participio passato premuto.
Rimuovere: indicativo presente io rimuovo, tu rimuovi, egli rimuove, noi rimuoviamo, voi rimuovete, essi rimuovono; passato remoto io rimossi, tu rimovesti, lui rimosse, noi rimovemmo, voi rimoveste, essi rimossero; participio passato rimosso.
Sapere: passato remoto io seppi, tu sapesti, egli seppe, noi sapemmo, voi sapeste, essi seppero; participio presente sapiente; participio passato saputo.
Scuotere: passato remoto io scossi, tu scotesti, lui scosse, noi scuotemmo, voi scoteste, essi scossero; participio passato scosso.
Soccombere: passato remoto io soccombei/soccombetti, tu soccombesti, egli soccombé/soccombette, noi soccombemmo, voi soccombeste, essi soccomberono/soccombettero; participio passato non in uso.
Solere: indicativo presente io soglio, tu suoli, egli suole, noi sogliamo, voi solete, essi sogliono; passato remoto io solei, tu solesti, egli solé, noi solemmo, voi soleste, essi solerono; participio passato sòlito.
Splendere: passato remoto io splendei/splendetti, tu splendesti, egli splendé/splendette, noi splendemmo, voi splendeste, essi splenderono/splendettero; participio passato (raro e inserito solo in alcuni dizionari) splenduto.
Bartezzaghi è un cognome che si commenta da sé, come ho più volte detto; e anche questa volta si conferma più che degna del mio platonicissimo amore, con un nuovo articolo di Stefano Bartezzaghi, che scrive l’epitaffio dell’apostrofo.
[...] anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo una questione di apostrofi. I media di scrittura hanno in antipatia tutto ciò che esorbita dal carattere alfabetico, e così sms, e. mail e indirizzi di siti web pullulano di “cè” anziché “c’è”; di “pò” anziché “po’”; di “mò vengo” o “a mò di…” anziché “mo’ vengo” e “a mo’ di”; di “non centra niente” anziché “non c’entra niente”. I vari “dì qualcosa, fà presto, stà zitto e và via”, spesso del tutto normalizzati con “di qualcosa, sta zitto, fa presto e va via”. In ognuno di questi esempi l’accento è sempre sbagliato, il caso nudo e crudo non è più considerato scorretto ma l’apostrofo ci vorrebbe per segnalare che all’imperativo è caduta la sillaba finale.
Meno macroscopiche e più controverse le fattispecie di “buon amica” anziché il corretto “buon’amica” o “pover uomo” anziché “pover’uomo”: su questi anche la Crusca discute. Anche da noi è presente la controtendenza che aggiunge apostrofi dove non ci vogliono. Pittoresco, per la sua diffusione, il caso di “qual’è”; ma si leggono anche dei “c’è n’è abbastanza”.
Spessissimo poi, a causa della mancata collaborazione delle tastiere e dei programmi di scrittura, si è costretti a usare l’apostrofo in luogo del segno di accento: “Là non c’e'”. È infine inqualificabile l’usanza di trascrivere i discorsivi “ci hai sonno?” e “ci avevo fame” come “c’hai sonno?” o addirittura “ch’avevo fame”. È che l’apostrofo, oggi, è un po’ come le quattro frecce dell’automobile: si mette e si toglie quando non si sa bene cosa dobbiamo segnalare al prossimo, e come. L’apostrofo è insomma un bacio rosa fra le parole “c’entro (qualcosa) o non centro (la soluzione giusta)? “.
È vero, la lingua si modifica nel tempo, ma si tratta di processi non così immediati come queste variazioni personalistiche vorrebbero. È necessario una norma in questa giungla, per garantire la funzione primaria del linguaggio: comunicare.
Come si forma il plurale delle parole che terminano in -io? Sembrerebbe facile, ma in realtà così non è. La lingua italiana è più complessa di quanto non possa apparire e questo è uno dei casi più controversi.
Esistono almeno (e sottolineo almeno) due tipi di plurale per i lemmi in -io, distinguibili in base alla posizione dell’accento tonico. Nel caso in cui l’accento cada sulla i di -io, la o si trasforma in una seconda i (ad esempio rìo – rìi). Se invece l’accento si trova all’interno della parola, verrà semplicemente eliminata la o terminale (ad esempio maglio - magli).
Allora perché di tanto in tanto si trova una doppia i per formare il plurale di termini in -io? La -ii (meno di frequente l’accento circonflesso) è una forma utilizzata per eliminare ambiguità del testo, per distinguere nei casi in cui la parola possa essere scambiata per un altro plurale (omicidio e omicida dovrebbero portare ambedue al plurale omicidi).
Fortunatamente, però, è un uso che sta diventando obsoleto, per due motivi fondamentali: in alcuni casi si opta per evidenziare l’accento (prìncipi - princìpi), ma in generale basta esaminare il contesto; se dico “Gli omicidi saranno presto catturati dalla polizia” ci sono pochi dubbi sul sostantivo che sto utilizzando.
Consigliabile, quindi, evitare la forma della doppia i, che conferisce al testo un sapore arcaico.
Tra le molte iniziative dell’Accademia della Crusca una in particolare mi ha entusiasmata: La fabbrica dell’italiano. Ossia un archivio digitale di quei testi che, nei secoli, hanno riportato e censito le variazioni della lingua, tra grammatiche e dizionari.
La grande realizzazione monografica dell’Accademia della Crusca La Fabbrica dell’italiano, che richiama nel titolo il vocabolario “enciclopedico” cinquecentesco di Francesco Alunno La Fabrica del mondo, si situa nel quadro del vasto progetto “Biblioteche speciali”, voluto e finanziato dall’Ufficio Centrale per i Beni Librari, gli Istituti Culturali e l’Editoria del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e coordinato dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
L’italiano, come è noto, è cresciuto nel corso del tempo su preziose fondamenta trecentesche e ha consolidato le proprie strutture portanti, grammaticali e lessicali, anche grazie a strumenti normativi come grammatiche e vocabolari, in particolare attraverso le cinque edizioni Vocabolario degli accademici della Crusca (1612-1923). La Biblioteca dell’Accademia possiede un’imponente raccolta di questi testi che ha ritenuto opportuno valorizzare e rendere facilmente accessibili attraverso un vasto archivio digitale. Chiunque , da ogni parte del mondo, vorrà consultarlo, potrà entrare nell’Accademia e conoscere meglio la sua Biblioteca e il suo Archivio, i suoi libri e i suoi manoscritti, ma anche i personaggi che in essa hanno operato, le discussioni che vi si sono svolte e le diverse attività di ricerca che hanno accompagnato la compilazione delle cinque edizioni del suo famoso Vocabolario.
La Fabbrica dell’italiano è infatti un archivio digitale integrato, costituito a partire dal ricco patrimonio bibliotecario e archivistico custodito presso l’Accademia della Crusca: dalla banca dati degli oltre duemila dizionari a quella, parallela, delle quasi quattrocento grammatiche; dalla catalogazione dei centosettanta manoscritti giunti in Crusca per i concorsi letterari banditi nell’Ottocento, alla lemmatizzazione dei novemila termini tecnici raccolti dal cardinale Leopoldo de’ Medici. L’archivio digitale offre anche l’opportunità di consultare una scheda per ciascun accademico, dalla fondazione ad oggi, lo spoglio dei verbali dell’Accademia dal 1588 al 1964 ed è integrato da ogni utile riferimento bibliografico e iconografico e da molteplici estensioni ipertestuali.
Ne risulta l’integrazione di quattro distinte banche dati digitali, che si occupano di dizionari, di grammatiche, di lessico tecnico ed archivio storico. Anche se il sito non ha una navigazione del tutto intuitiva è comunque fonte di ottimi spunti per approfondire le origini della nostra lingua.
Ricordo ancora qualcosa della mia prima settimana al liceo, un po’ per l’emozione un po’ per la stranezza di essere l’unica ad avere un compagno di banco e non una compagna di banco. Molti si conoscevano da prima, io non conoscevo nessuno.
E trovai un compagno di banco che iniziò subito a prendermi in giro (eppure non avevo l’aria da “secchiona”). Così, quando arrivammo a leggere non so più quale poesia, trovando l’eco seguito da un aggettivo, trovò risibile la mia ignoranza, dato che sostenevo che l’eco fosse femminile.
Finisce in -o, quindi è maschile. Nessun appello. Da quest’episodio cominciai ad avere il suo rispetto, quando con pazienza l’insegnante gli spiegò anche il motivo per cui eco è femminile (motivo anche mitologico).
Vero è che gran parte delle parole che terminano in -o sono maschili, e in -a femminili. Ma non possono sfuggire esempi contrari che hanno un uso quotidiano. Basti pensare alla mano, femminile, o al gorilla, maschile.
La presenza di nomi femminili in -o oppure di maschili in -a ha diverse ragioni: in alcuni casi dipende dalla loro etimologia, in altri dall’essere abbreviazioni di sostantivi. Alla prima categoria appartengono ad esempio poeta, virago e problema; alla seconda cinema, foto, radio.
So che suona noioso, ma anche qui un buon metodo, oltre a cercare autonomamente di ricostruire l’etimo o la derivazione, è tenere sempre il vocabolario a portata di mano, per ogni dubbio.