Riporto da Rete Scuole:
Il Governo ha soppresso con la Finanziaria lo stanziamento di 103 milioni di euro per la fornitura gratuita dei libri di testo nella scuola dell’obbligo, «l’ultimo scippo del Governo alle famiglie, alla scuola e agli enti locali». Lo rende noto Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, chiedendo l’immediato intervento del ministro Gelmini.
«Il ministro Gelmini intervenga immediatamente per porre rimedio a questo ennesimo scippo. La gratuità dei libri nella scuola elementare – ricorda la parlamentare – è prevista per legge dal 1964. Dal 1998 e con le successive leggi finanziarie, fino a quella del 2007 del governo Prodi, la gratuità è stata estesa alle scuole secondarie in forme legate al reddito. Di segno opposto la politica del governo Berlusconi che ha completamente cancellato queste risorse”.»
Leggendo queste notizie continuo a chiedermi: che futuro ha uno stato in cui non sia prioritaria la formazione?
Con la sua solita precisione il libro targato 2009 del Re non si è fatto attendere e da poche settimane The Dome è in pasto anche ai lettori italiani: l’ultima fatica letteraria di Stephen King, con l’usuale copertina molto accattivante, è un libro bello corposo che almeno a quantità di pagine non delude i suoi affezionati lettori. Per chi come la sottoscritta arriva all’appuntamento annuale con una trepidazione che ha il vago sapore di crisi di astinenza, trovarsi davanti un tomo di quasi mille pagine fa scattare automaticamente due pensieri.
Pensiero uno (tra l’invidioso e l’ammirato): non rimane mai a corto di parole neanche quando lo è di idee.
Il che mi porta immediatamente al pensiero due: oddio, speriamo che non sia questo il caso..
Arrivata alla fine ho sospirato di sollievo. Come La storia di Lisey e Duma Key, anche questo dimostra che la fucina del nostro Autore preferito (ok, è soprattutto il mio…ma magari lo sarà anche di qualcuno di voi!) è tornata a funzionare a pieno regime.
L’ambientazione è quella tanto cara ai kinghiani doc: dopo averci trascinato sulle soleggiate ma infide spiagge delle keys, King torna in un certo qual modo a casa.
Chester’s Mill è un piccolo paese a forma di calzino nel cuore di quel Maine immaginario che lo colloca proprio accanto a Castle Rock, nome sicuramente familiare per molti di voi.<
Un giorno, spuntata come dal nulla, sul piccolo centro scende un’enorme e invisibile cupola, che lo isola dal resto del mondo. La geografia dello stato americano nel libro si spacca in due, ma l’occhio dell’autore rimane ben focalizzato su quello che lo interessa.
Fuori dalla cupola infatti il governo americano si stia interrogando su chi e come possa aver originato una simile mostruosità, che non cede sotto nessun attacco militare o chimico.
Le domande sono interessanti ma un po’ scontate, serpeggia l’idea del terrorismo e poi degli alieni..ma a King interessa poco quello che accade nel resto del mondo e si vede: vi dedica poche pagine, viste mai con obiettività ma sempre dall’occhio distorto del “sotto la cupola.” Perché è proprio qua, “Under the dome”, come recita l’ottimo titolo originale del romanzo (perché in Italia l’abbiano tenuto per tranciarne una parte è uno dei misteri dei nostri..) che si sviluppa la trama.
Il geniale scrittore con la sua solita abilità si inventa un’intera cittadinanza, fatta di una miriade di personaggi, ognuno con il suo carattere, le sue debolezze e la sua storia raccontata con dovizia di particolari. E ognuno, ovviamente, reagisce a modo suo alla discesa della cupola.
La popolazione del “paese del calzino” si divide: c’è chi tira fuori il meglio di sé e chi, inevitabilmente, il peggio…
Se è vero che l’idea in sé del gruppo di persone isolato dal mondo non è originalissima (come osserva anche uno dei personaggi a un certo punto del libro, sembra di trovarsi in un episodio de “Ai confini della realtà”) è vero pure che quando parliamo di uno scrittore così talentuoso la creatività narrativa si fa un bel boccone dell’avvio che sa di già sentito. Così noi lettori trascinati nel vortice della storia iniziamo a perdere disinteresse per la Cupola in sé, persi nei mal di testa di Junior Rennie, nelle crisi di astinenza di Andrea, nella caccia al cuore del problema di Joe Spaventapasseri e nelle trame sordide del cattivo Big Jim Rennie.
Concludo la recensione con un solo vero consiglio. Leggetelo. Se poi non siete fan sfegatati di Stephen King, iniziate il libro leggendo la postfazione: lo so, suona strano, ma non vi svelerà nulla della trama, piuttosto vi aiuterà un po’ a capire come si muovono i sistemi nell’Universo del Re. Risultato: vi godrete di più la lettura.
A questo punto gli parlai della guerra. Gli dissi le solite cose che la gente dice quando parla contro la guerra. Dissi che la guerra era ingiusta. Che i grandi paesi non dovrebbero distruggere i paesi piccoli. Dissi che il governo aveva fatto una serie di errori. Gli dissi anche che tali errori, in un primo tempo piccoli e perdonabili, erano ormai divenuti immensi e imperdonabili. Dissi che il governo stava tentando di nascondere i suoi errori iniziali sotto nuovi cumuli di errori più recenti. Gli dissi che il governo era ormai in preda a un’ubriacatura di errore, del tutto stordito dagli errori. Gli dissi che già diecimila nostri soldati erano morti a causa degli errori del governo. Gli dissi che decine di migliaia di soldati erano morti a causa di vari errori del governo. Gli dissi che decine di migliaia di soldati e civili nemici erano morti a causa di vari errori commessi in nostro nome. Gli dissi che non si sarebbe dovuto consentire al governo di commettere altri errori.
“Sì, sì” disse il tecnico-capo, “senza dubbio c’è una certa dose di verità in quello che lei dice, ma noi non possiamo proprio permetterci di perdere la guerra, no? E fermarsi equivale a perdere, no? Se si considera la guerra alla stregua di un processo di gestazione, l’arrestarlo equivale a un aborto, no? Noi non la sappiamo perdere, la guerra. Ciò non rientra tra le nostre capacità. Il nostro schieramento di forze sbaraglierà il loro schieramento di forze, questo è quanto sappiamo. Questo è il reale processo. Questo è quanto.
D.B.
Certe volte prima di recensire è giusto riflettere. Ho tentato di recensire in tempo, ma avrei bisogno di più riflessioni. A volte una mente sola non basta.
Accenno un pensiero, uno stile e le iniziali.
Liberi dal vincolo della copertina, dell’odore del libro, del contesto, chiedo a voi – tutti, tutti quelli che passano di qui: gente di liblog, assidui lettori, chi era solo in giro per portare a spasso il cane – qualche riflessione. Mi basta anche solo un vostro cenno, un segnale per definire per definire al meglio uno stralcio di lettura.
Aiutatemi, per favore, a gestire qualcosa (qualcuno) che io considero enorme.
A chiunque voi chiediate di suggerirvi un libro che tratti di utopia, nove volte su dieci avrete in risposta La città del sole, di Tommaso Campanella, benché sia un libro scritto nell’era della controriforma (intorno al 1600) da un ergastolano.
Campanella infatti era un “rivoluzionario”; prima, per i suoi scritti, fu processato dall’inquisizione. Poi, per essere passato dalle parole ai fatti, cospirando contro il governo spagnolo perseguendo gli ideali di abolizione della proprietà e di creazione di una democrazia, fu incarcerato a vita.
E, nonostante l’ingiustizia che potremmo percepire, questa carcerazione ci ha regalato i suoi scritti migliori, in più di un campo, come appunto questa utopia politica ancora piacevole e interessante da leggere.
Come molti trattati dell’epoca si svolge in forma di dialogo, i cui personaggi sono un Cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri e Genovese, un semplice nocchiero. Beh, poi, dialogo è una definizione un po’ troppo rosea, diciamo che è un lungo monologo con una “spalla”, l’Ospitaliere, che mi ricorda la passività degli interlocutori socratici (dici bene, o Socrate).
In ogni caso per l’epoca il luogo immaginato da Campanella aveva una portata eversiva: beni in comune, studio diffuso delle arti e delle scienze, meritocrazia, abolizione del concetto di possesso, anche tra persone (fra’ Tommaso infatti si addentra persino nelle questioni sessuali della città-stato che descrive).
Ovviamente l’impianto filosofico è molto distante dalla sensibilità contemporanea, oscillando tra una forma di democrazia e la tirannide illuminata; ma stupisce quanta modernità riesca a inserirvi contestando gli usi del suo governo e della sua religione, esprimendo dubbi sull’aldilà e sul peccato originale, o in ultimo abbozzando una forma di parità tra sessi e dignità femminile.
La città del Sole (che non è qui l’astro ma un appellativo del governante) si basa sulla conoscenza unita alla teologia, all’astrologia declinata come scienza, al rispetto ottenuto senza coercizione, al sacrificio umano volontario. Non del tutto ideale, quindi, anche per non scontentare completamente i cattolici, colpiti con la critica all’avidità della Chiesa, ma indicati come detentori della vera fede.
Alla conclusione, forse per non inimicarsi troppo i suoi coevi, inserisce per dimostrarlo un breve intervento dell’Ospitaliere, un sofisma che non trova appoggio nel resto del trattato e che sembra inserito quasi di forza per contrastare molte parti dall’aspetto “pagano”.
Il libro è piccino, si legge velocemente e si rimugina a lungo, a volte seri, a volte sorridendo. Una nota di merito all’editore: le note sono a piè di pagina, esattamente dove dovrebbero essere per una rapida e precisa consultazione, e contrariamente all’uso invalso di metterle a fine capitolo o a fine libro addirittura, rendendo poco agevole la consultazione.